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Elena Paoletta C


Una delle prime cose che uno straniero nota nel visitare il Giappone è che tutti leggono manga.La spiegazione si può far risalire al padre dei manga, Osamu Tezuka, che viene ricordato soprattutto per le sue storie comiche e di avventure, ma anche per aver dato forma all’idea che il dramma serio e i temi adulti potevano essere raccontati con i disegni. Il fatto di alzare il livello dei manga, fino allora ritenuti adatti solo ai bambini, ha contribuito a farli diventare una lettura per tutti e ha originato una vasta gamma di generi e sottogeneri; i primi servono a suddividere il pubblico cui si rivolgono per sesso ed età, mentre i secondi il tipo di contenuto trattato.Il genere Kodomo (“bambino”) indica i manga destinati ai bambini. I kodomo prevedono trame semplici, il più delle volte formati da una serie di episodi autoconclusivi o comunque da archi narrativi molto brevi. I protagonisti di solito sono bambini delle elementari o simpatici animaletti parlanti. I disegni tendono ad essere molto semplici senza troppi particolari e con linee molto morbide. Esempi di kodomo sono Hamtaro e Mirmo.Un sottogenere usato per lo più nei kodomo è l’Aniparo (Anime parody), la cui caratteristica peculiare sono i personaggi in stile super deformed, cioè ridisegnati per assumere le proporzioni e la fisionomia di neonati: occhi enormi, corpo tozzo e rotondeggiante, la testa che occupa un terzo dell’altezza corporea. A volte vengono aggiunti particolari come orecchie da gatto o code da volpe, una qualsiasi stravaganza, per dar vita a tutti quei personaggi bizzarri che sono molto accattivanti per i bambini. L’Aniparo da luogo infatti ad un merchandising di notevoli dimensioni, costituito per lo più dai gadget dei protagonisti super deformed (portachiavi, pupazzi, magliette ecc.).Altro sottogenere dei kodomo è il Fantasī basato su storie e personaggi di fantasia, spesso ambientate nel Giappone contemporaneo, nel quale arrivano extraterrestri o simpatici mostri. Lo stile è quello tipico dei kodomo dove prevalgono il tratto spesso e le linee morbide. Gli esempi più famosi sono senza dubbio Carletto il Principe dei Mostri e Doraemon.




Oltre al genere Kodomo si trovano gli Shōjo (“ragazza”), i manga rivolti per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici o dodici anni e fino ai diciotto. I maggiori successi di questo genere vengono comunque fruiti trasversalmente anche da persone di età maggiore e di genere maschile. Fino alla fine degli anni Sessanta gli shōjo manga erano stati creati soprattutto da autori uomini; in seguito cominciarono ad essere realizzati principalmente da donne, che ne modificarono profondamente tematiche e grafica. Inizialmente confinati su temi sentimentali (Ren'ai, storie d'amore), con ambientazioni europee e personaggi idealizzati ma dalle emozioni esplicite in situazioni melodrammatiche, gli shōjo ampliano con il trascorrere degli anni i loro soggetti, spaziando dall'horror al mistero (Psychic Detective Yakumo), dallo sport (Mila e Shiro) al fantasy (Vampire Knight) e allo storico (Lady Oscar) fino alla più comune commedia scolastica (Le situazioni di lui e lei).




Dal punto di vista grafico si distinguono per un'impaginazione libera, un ampio uso di elementi simbolici per esprimere gli stati d'animo (celebri le decorazioni floreali), personaggi dai fisici eterei e gli occhi dalle dimensioni pronunciate. Tuttavia negli anni più recenti, autrici come Naoko Takeuchi, Moyoco Anno o Kyoko Okazaki hanno preferito una grafica più veloce, volutamente scarna e sgradevole, lontana dagli idealismi dei manga shōjo classici, nel tentativo di dipingere con maggior realismo l'alienazione contemporanea. Il protagonista coincide con il pubblico a cui si rivolge, quindi nella maggior parte degli shōjo è una ragazza adolescente, con tratti in genere più spigolosi ed occhi e ciglia più grandi rispetto a quelli dei disegni degli altri generi. In particolare negli occhi spesso si possono notare i riflessi della luce ben definiti per mettere maggiormente in risalto l’aspetto romantico del personaggio. 

Tra i sottogeneri particolarmente fiorenti e notevoli dello shōjo troviamo il Mahō shōjo oMajokko (in italiano “fanciulla magica”), che fonde elementi fantasy, in particolare la magia, con la commedia e il sentimentalismo tipici di quel genere (Bia-la sfida della magia, L’incantevole Creamy, Magica DoReMi, Yui ragazza virtuale, Ransie la strega e Sailor Moon).




Il Romakome (Romantic Comedy) è invece la tipica commedia d’amore scolastica molto diffusa e apprezzata (Marmalade Boy, Kodomo no omocha/Rossana, Special A, Lovely Complex).

Con la parola Smut (dall’inglese “osceno”) i fan occidentali indicano i manga shōjo ad alto contenuto erotico esplicito anche se hanno solo una finalità di completamento all’amore a volte troppo platonico tra due personaggi di sesso diverso (Say I love you, Inferno Blu e Black Bird).




Forse il genere più diffuso di manga è quello degli Shōnen (“ragazzo”), rivolto principalmente ad un pubblico maschile di età compresa tra i dodici e i diciotto anni.

Gli shōnen si focalizzano principalmente sull'azione, come il seguitissimo Shingeki no kyojin/L’attacco dei giganti. La trama si snoda intorno ad alcune prove, con cui i protagonisti devono continuamente confrontarsi; ogni serie è quindi formata da un obiettivo principale, che di solito è il traguardo che il protagonista si è imposto di raggiungere e che viene conseguito solo alla conclusione della storia, come ad esempio vincere un prestigioso torneo sportivo o sconfiggere un nemico ritenuto imbattibile. Ne sono esempi eclatanti: Saiyuki, Naruto, Fairy Tail e Bleach.

Nella trama degli shōnen tutta una serie di sfide intermedie, oltre a sbloccare la strada verso la meta finale, permettono al protagonista di prepararsi allo scontro decisivo, migliorando le proprie capacità oppure ottenendo elementi necessari alla vittoria finale. L'ambientazione tipica è un universo dedicato con elementi magici e/o tecnologie fantascientifiche, come in Dragon Ball e One Piece, anche se un sottogenere molto diffuso è lo Spokon, ambientato nel mondo dello sport giovanile nell'epoca contemporanea (Mimi e la nazionale di pallavolo e Holly e Benji).




Il tema amoroso è assente o viene messo in secondo piano, anche se esistono alcune eccezioni di rilievo (Video Girl Ai). Si tende a compensarne l’assenza con ragazze dalle forme ben definite e con l’inserimento di fanservice, scene di nudo, parziale o totale, inserite tra una vignetta e l'altra per soddisfare le richieste del pubblico maschile come in Hentai ōji to warawanai neko. Rientrano negli shōnen anche Lamu e Ranma1/2.




Due dei sottogeneri più diffusi tra gli shōnen sono SF Fantascienza e Fantasī, storie fantastiche o fantasy che seguono delle tappe obbligatorie. 

Nella maggior parte dei fantasī il protagonista parte all’avventura per raggiungere un suo obiettivo e durante il viaggio incontra dei compagni che lo aiuteranno nella sua impresa. Spesso si troverà a lottare contro forze malvagie per salvare persone indifese o sconfiggere un potente nemico che vuole conquistare il mondo per assoggettare tutto e tutti al proprio volere. Nelle varie storie è ampiamente presente l’elemento magico o quello soprannaturale, anche se molti di essi sviluppano temi diversi: mistero, azione, horror, storico, drammatico, romantico, scolastico, oppure historical dark fantasy come Kuroshitsuji/Black Butler, che vede nel famoso Sebastian, maggiordomo diabolico dell’antica e potente casata londinese Phantomhive nell’epoca vittoriana, uno dei personaggi più apprezzati dai fan.




Nei fantasī con il progredire della narrazione aumenta anche il livello dei combattimenti (Inuyasha). In alcuni casi le avventure sono ambientate in paesi medioevali ed hanno storie drammatiche intrise di violenza; in altri possono invece predominare situazioni comiche o romantiche, oppure incentrate su una realtà virtuale ricca di avventura e azione, come avviene nell’acclamato Sword art online, il cui protagonista, genio della programmazione, entra in un gioco di ruolo in rete da dove è possibile uscire sol da vincitori, poiché non completare il gioco equivale a morte certa. 

Gli SF Fantascienza sono per lo più ambientati in universi paralleli (Dr. Slump e Arale) e si mescolano con alcune suggestive leggende nipponiche, contaminandosi pian piano con la corrente cyberpunk che vuole il mondo in piena decadenza a causa dello smodato uso della tecnologia (Ghost in the shell).




Si vedono allora universi dove nessuno è eroe fino in fondo, ma tutti cercano giustizia e libertà e dove si trovano i principali temi della fantascienza, come l’invasione aliena ma anche il classico viaggio iniziatico in cerca di qualcosa (La corazzata Yamato, Capitan Harlock, Galaxy Express 999), oppure società futuribili dove le cose sono andate di male in peggio, mondi ipertecnologici ma rimandati indietro ad un’epoca preindustriale a causa di una catastrofe nucleare (Akira). 

Simile al cyberpunk è lo Steampunk, la fantascienza del passato, dove è preponderante l’uso di macchinari a vapore e le cui opere sono ambientate sempre in universi paralleli ma intorno al XIX secolo (Il mistero della pietra azzurra e Full Metal Alchemist).

Alcune volte gli SF Fantascienza possono avere altre ambientazioni, magari appartenenti alla vita quotidiana, come nel caso de La malinconia di Haruhi Suzumiya, una divertente commedia scolastica, in cui la protagonista possiede poteri immensi e sconosciuti che le consentirebbero di fare qualsiasi cosa, compreso distruggere e ricostruire l’universo.




Con il termine Mecha si individua il genere fantascientifico robotico comeNeo Genesis Evangelion e Full Metal Panic che ha come caratteristica principale la presenza dei cosiddetti robot giganti, solitamente pilotati da umani. Per i fan di manga c’è una distinzione fra due "classi” di mecha: i Real Robot, ovvero i mezzi caratterizzati da un certo realismo tecnologico, spesso prodotti in serie e considerati come macchine comuni per quanto costose (Gundam) e i Super Robot, esemplari unici dai poteri praticamente illimitati che rappresentano i veri protagonisti della serie (Mazinga Z, Grande Mazinga, Mazinkaiser o Goldrake). La maggior parte dei mecha sono diretti ad un pubblico molto giovane, soprattutto i Mecha Trasformabili, i famosissimi Transformers, protagonisti di alcune serie animate e di film dal vivo, i cui modellini hanno invaso i negozi di giocattoli di tutto il mondo.




Il Meitantei (“investigatore”) è invece un sottogenere degli shōnen che si basa su storie da romanzo giallo. Il protagonista è infatti un investigatore che porta a termine i casi che gli vengono sottoposti, oppure un ladro che cerca di mettere a segno i suoi colpi. È un sottogenere realistico che però lascia ampio spazio alla fantasia dell’autore, che deve creare sempre nuovi casi da risolvere cercando di stupire il più possibile. In Italia hanno avuto fortuna Lupin III, Occhi di gatto, City Hunter, Detective Conan e Il fiuto di Sherlock Holmes.

Il genere Josei (“donna”) è pensato per un pubblico femminile che ormai ha superato la maggiore età. Più serio e pacato dello shōjo, il josei tratta relazioni meno idealizzate con linguaggio e rappresentazioni più espliciti; le trame sono più verosimili, sia nella scelta degli argomenti trattati, che nello sviluppo delle vicende. In genere il batticuore del primo amore lascia il posto a storie più complesse con tradimenti, relazioni finite o difficoltose e l'ambiente tipo non è più la scuola superiore, ma il posto di lavoro come la redazione giornalistica in Tokyo Style o la stanza di una mangaka come in Spicy Pink. I sentimenti non sono più assoluti e sconvolgenti, ma pacati e smorzati dall'esperienza e dalla necessità di confrontarsi con i problemi e le esigenze della vita adulta. L'eroina di un josei è spesso laureata, lavora, ha una carriera più che soddisfacente, portata avanti però a discapito della vita sentimentale; è invischiata in una storia d'amore problematica o è single da molto tempo e ha perso la fiducia negli uomini. Nel josei si avverte maggiormente l’attenzione data alle emozioni perché la psicologia dei personaggi è molto delineata. Il tratto dei disegni è più realistico e pulito rispetto ai generi dedicati agli adolescenti, con proporzioni corporee che non lasciano spazio agli artifici e fanno a meno anche dei grandi occhi scintillanti, pur mantenendo una certa influenza nella cura dei dettagli. A volte presentano nella trama elementi soprannaturali, come in Midnight Secretary, dove la protagonista, pur rispecchiando la donna adulta che lavora, è la segretaria di un vampiro. I josei hanno avuto un grande successo di pubblico soprattutto grazie a Cortili del cuore, Paradise Kiss e il famosissimo Nana.




Con il termine Seinen (“maggiorenne”) si indica il genere manga e anime indirizzato ad un pubblico maschile adulto o comunque oltre i diciotto anni. Pur essendo notevolmente più seri degli shōnen, si adattano a varie e complesse tematiche che danno ampio spazio allo studio psicologico. Gran parte dei seinen sono molto violenti e per questa ragione non di rado vengono censurati. Il loro stile è volutamente sporco per rendere il disegno il più realistico possibile, ma ciò non toglie il fatto che sia ben curato e particolareggiato. Alcuni illustri esempi sono: Liar Game, Tokyo Ghoul e Welcome to the NHK.




Un sottogenere dei seinen è il Gekiga, termine giapponese che significa “immagini drammatiche”, le cui caratteristiche sono: incremento del fattore psicologico; realismo delle descrizioni grafiche; riduzione o abolizione dell'elemento umoristico e comico; orientamento del prodotto verso un pubblico giovane o adulto e non più infantile (Black Bizzard/Tempesta nera).

IlSuriraa è il sottogenere seinen che spesso viene affiancato dal fantasy o dal poliziesco. È assimilabile al thriller cinematografico, con storie a sfondo psicologico e spesso basato su indagini che vedono coinvolti la CIA e l’FBI. La psicologia dei personaggi è ben curata e spesso presenta una gran quantità di ragionamenti che possono renderne complessa la lettura. Infatti il suriraa non è adatto a chi ama una lettura veloce ma si presenta adeguato per un pubblico più maturo e interessato. Titoli noti sono: Monster, Death Note e Mirai Nikki – Future Diary.




Gore, Kyoufu o Horā (dall’inglese “splatter”, sottogenere del cinema horror), è un altro sottogenere tipico dei seinen che tratta storie violente, del terrore o dell'orrore; spesso affiancato da una storia fantasy, è il più cruento tra i manga (Berserk, Gantz, Battle Royale e Another). 

La parola Hentai (“anormale”), che in Giappone si utilizza soprattutto con il significato di “sessualmente perverso”, indica un particolare genere pornografico giapponese contenenti riferimenti sessuali espliciti. Negli hentai le trame diventano secondarie e i personaggi possono essere ritratti come timidi o senza pensieri fino a che non vengono inseriti in una situazione nella quale sono stimolati ed eccitati. Può anche accadere che una donna venga usata contro la sua volontà solo per i fini propriamente sessuali e carnali dell’uomo, ma ci sono anche rappresentazioni di sesso consensuale tra coppie, così come di donne che prendono l’iniziativa sessuale come in Futari Ecchi.




Al genere pornografico hentai appartiene il termine ecchi o etchi, che deriva dalla pronuncia del nome inglese della consonante "H”, sinonimo di ero (eros), che però ha un significato più attenuato.

In Giappone il termineecchi può essere utilizzato per indicare proprio il rapporto sessuale nello specifico (la frase “ecchi shiyo-ze” in italiano viene tradotta con “facciamo sesso”). Nei fanservice, per rendere ancor più divertente e leggera tutta la situazione si fa uso di questo termine soprattutto nelle gag dove di solito la testa di uno dei personaggi maschili va a finire tra i seni di un procace personaggio femminile, magari durante il loro primo incontro, oppure quando uniformi, costumi o abiti, tutti rigorosamente attillati, che possono essere provocatori, vengono indossati come abbigliamento quotidiano da parte del personaggio. Nel genere ecchi c’è dunque del sesso, ma non è così esplicito come nell’hentai e non si vede il nudo integrale.

Ai manga per adulti appartengono anche i generi Yaoi e Yuri, che al loro interno presentano una vasta gamma di sottogeneri, dal drammatico al comico, dallo storico al fantasy.

Negli Yaoi, noti anche come Boy’s Love (Bōizu Rabu), generalmente i protagonisti sono maschi ambigui, sia nell'aspetto che nei comportamenti. Questi maschi sono detti bishōnen, che letteralmente significa “bel ragazzo” e vengono raffigurati magri, non molto muscolosi, con un mento affusolato e un’apparenza effeminata o androgina.




Il motivo dell'androginia è che il pubblico degli yaoi è principalmente composto da femmine, ma è anche molto apprezzato da alcuni maschi omosessuali. Spesso negli yaoi la sessualità è esplicita e i protagonisti finalizzano le proprie relazioni solo ai rapporti sessuali, anche se la trama viene focalizzata su relazioni fisico-romantiche omosessuali (amicizia romantica), più o meno idealizzate, nella stragrande maggioranza dei casi con protagonisti ragazzi e studenti poco più che adolescenti (Il tiranno innamorato). 

Nello yaoi, il rapporto sessuale è uno dei modi primari per esprimere anche l’impegno sociale nei confronti del partner e la violenza apparente entro cui si consuma l’atto, è una misura della reciproca passione: 

i ragazzi che vengono amati e posseduti sono ancora del tutto imbevuti di un’innocenza quasi angelica (Love Stage!!). Quasi tutti i Boy’s Love esplorano le diverse fasi del romanticismo sottolineando e soffermandosi spesso sull'interiorità e la psicologia dei personaggi come ad esempio in Junjō Romantica e Sekai-ichi hatsukoi.





Anche se spesso confuso con l'etichetta generica di yaoi, il vero e proprio manga a tematica gay (GEI Comi) è chiamato Bara (letteralmente “rosa") o Men’s Love (Menzu Rabu). Esso si rivolge ad un pubblico gay maschile e tende inoltre ad essere prodotto principalmente da autori maschi omosessuali o in alternativa bisessuali e serializzato per riviste espressamente gay. 

Il bara viene considerato ufficialmente un sottogenere dell'hentai, ovvero manga per adulti, assomiglia cioè molto più ai fumetti per soli uomini di stampo erotico piuttosto che a quelli shōjo o josei.

Il genere Yuri anche conosciuto come Girl’s Love (Gāruzu Rabu), è molto simile allo yaoi e si focalizza su relazioni omosessuali femminili. Le femmine negli yuri sono conosciute come bishōjo, che è sostanzialmente traducibile come “bella ragazza”. È un termine giapponese utilizzato per fare riferimento a giovani e belle ragazze di solito al di sotto dell’età universitaria. 

Gli Yuri enfatizzano sia la parte sessuale che quella romantica-emotiva delle relazioni tra donne. 

Il termine yuri letteralmente ha il significato di giglio ed è esattamente come molti altri nomi di fiori, piuttosto comune come nome personale femminile.

Le opere yuri si soffermano più sul rapporto fisico come inHaru yo, Simoun, Hanjuku Joshi e Girl friends.




Col termine gergale harem (hāremu) o hāremumono, si vuole descrivere un sottogenere comune a più generi di manga in cui un protagonista maschile si trova “amorosamente” circondato da tre o più membri del sesso opposto (Rosario + Vampire).

Di solito il protagonista è timido e imbranato ed è conteso da tante belle ragazze che provano sentimenti per lui, ma che creano spesso situazioni buffe, imbarazzanti e divertenti. Ci sono anche harem con toni più seri e drammatici e altri che presentano scene ecchi, ma che non sono per forza pornografiche (Love Hina). 

Quando il senso viene invertito, cioè una protagonista femminile è circondata da maschi, si parla di gyakuhāremu (reverse harem) come in Ouran Host Club e Perfect Girl Evolution.

In questo tipo di storie una ragazza dolce e ingenua e senza nessuna rivale, è circondata da un gruppo di bei ragazzi che la corteggiano contemporaneamente, come nello shojo Diabolik Lovers.




I manga in Giappone fanno quindi parte di una cultura dominante proprio perché, mano a mano che i giovani lettori crescono, si spostano naturalmente verso il genere più adatto alla loro età e ai loro gusti, trovando tutta una vasta gamma di sottogeneri che soddisfa ogni esigenza. In questo modo le case editrici hanno un pubblico che si rinnova sempre e che gli resta fedele per decenni.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

Al Palazzo delle Esposizioni a Roma c'è ancora per poco la mostra Mangasia...Io ci sono andata questa mattina e mi sono emozionata nel vedere esposti alcuni degli argomenti trattati nella mia tesi di laurea magistrale ''La comunicazione artistica degli anime''. Mi sono divertita e ho trovato tutto molto interessante!







Chi vuole vedere le foto della mostra può cliccare nel mio album Mangasia


Elena Paoletta

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Elena Paoletta C



Fino ad ora conoscevo solamente ''La Grande Onda'' del maestro Hokusai ma non sapevo niente della sua vita. 

Grazie alla mostra a lui dedicata all'Ara Pacis a Roma, ho avuto modo di scoprire un artista eccentrico e meticoloso e sono rimasta affascinata dal suo meraviglioso amore per l'arte, la natura e la vita.

«Hokusai non è solo un artista fra tanti nel mondo fluttuante, è un'isola, un continente, da solo un mondo». (Edgar Degas)

Hokusai è stato fonte di ispirazione per molti artisti impressionisti e post-impressionisti e ha insegnato a tutti che non c'è un'età in cui si deve per forza essere al meglio delle proprie capacità, ma ogni giorno si può e si deve migliorare. Esiste quindi un percorso artistico che va vissuto al meglio e con convinzione dall'inizio alla fine per poter raggiungere la perfezione.

«Solo ora, a settantatré anni ho capito pressappoco la conformazione degli animali, delle erbe, degli alberi e degli uccelli, dei pesci e degli insetti; a ottant'anni avrò fatto progressi ancora maggiori; a novanta penetrerò il mistero delle cose; a cento raggiungerò il grado puro della meraviglia; a centodieci, nella mia opera, tutto, anche una semplice linea o punto, sarà una cosa viva».




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Elena Paoletta C


26/11/2017 - Domenica al mercatino giapponese con le mie amiche Aurora e Fabiana ^^ Si comincia a respirare l'atmosfera natalizia e ci sono sempre più belle cose da vedere e…da comprare! :D



 Entrata del Caffè Letterario





Interessante è stato apprendere, grazie ad una dimostrazione della maestra Yuri Maruyama, qualcosa sull'arte dell'ikebana, la tradizionale composizione floreale basata sulla filosofia e sull'eleganza giapponese.



 Soichi Ichikawa al violino e Carlotta Masci al pianoforte




E’ stata inoltre una sorpresa per me assistere a un mini concerto per pianoforte e violino sulle suggestive musiche dei più famosi film del maestro Hayao Miyazaki. Ringrazio quindi i musicisti Soichi Ichikawa e Carlotta Masci per avermi trasportato nel mondo incantato dello Studio Ghibli ❤


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Elena Paoletta Nov 26 '17
Elena Paoletta C
È finalmente arrivato al cinema Never-Ending Man – Hayao Miyazaki diretto da Kaku Arakawa un regista della TV giapponese NHK, ed è stato proiettato nelle sale solo per un giorno come evento speciale il 14 novembre, dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games, ma richiesto a gran voce dai fan e quindi di nuovo nelle sale il 23 di questo mese.



La macchina da presa di Kaku Arakawa segue Hayao Miyazaki nel privato della sua abitazione sul posto di lavoro e nello Studio Ghibli, che torna a essere popolato dopo l’annuncio dell’artista del proprio definitivo ritiro dalle scene. Già Il regno dei sogni e della follia, il documentario del 2013 della regista Mami Sunada, ci aveva fatto conoscere e amare l'uomo Hayao Miyazaki; avevamo compreso il suo carattere chiuso e contraddittorio, ma anche il sorriso e la tenerezza con cui crea. Never Ending Man entra nella vita privata di Miyazaki, mostrando i suoi dubbi etici e professionali e documentando il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione dopo la sofferta decisione di ritirarsi prima che la concentrazione o il disegno richiedano uno sforzo psicofisico impossibile da sostenere alla sua età. Arakawa diviene così testimone del cambiamento che sopraggiunge, con l'impossibilità per Miyazaki di restare fermo. Le potenzialità della computer graphics, che permettono di realizzare cose impossibili con il solo disegno manuale e da sempre rifiutate, diventano la spinta per un cambiamento anche interiore. Lo Studio Ghibli riprende così vita, con un team tutto nuovo, portando avanti quell’etica del lavoro rigorosa ma efficace che da sempre lo ha contraddistinto. Nell’aprile del 1984 Miyazaki e Isao Takahata, dopo aver lavorato per anni sempre insieme in diversi Studi di animazione, si misero in proprio a Suginami Ward in un locale che chiamarono Nibariki, cioè “due cavalli”, come l’auto di Miyazaki, da lui tanto adorata.Il regista aveva una sua visione, diversa da quella commerciale e del tempo, più avanzata e più profonda; un forte bisogno di concentrare energia e talento e di avere spazio creativo, senza scontrarsi con una dirigenza che rischiava di non comprenderlo e di rallentarlo.Takahata restò al suo fianco moltiplicando gli sforzi e un anno dopo, grazie all'aiuto della Tokuma Shoten una casa editrice giapponese, i due riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli a Kichijouji, Musashino City, vicino Tokyo. I lungometraggi realizzati da quel momento in poi contengono riferimenti chiari alla gioia di essere riuscito a realizzare finalmente un proprio Studio: per esempio in Kiki – Consegne a domicilio, quando Kiki arriva nella città di Koriko, rischia di essere investita da un bus che porta sulla fiancata la scritta “Studio Ghibli”. Si salva solo perché si rivela al mondo per quello che è e quello che sa fare meglio: volare. Salta sulla sua scopa e dice: «E ora…vola!», speranza rivolta allo Studio appena avviato.




Nel 1991, mentre lavorava a Porco Rosso, un anime elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca di Michael Curtiz, Miyazaki ritenne che fosse necessario dare allo Studio una struttura più stabile e, nonostante le difficoltà economiche dell’impresa, cominciò a disegnare personalmente i progetti, a scegliere i materiali e a definire ogni dettaglio costruttivo per assicurarsi che l’edificio rispecchiasse l’immagine che aveva in mente. Un anno dopo, sia Porco Rosso che il nuovo Studio, trasferito a Koganei alla periferia di Tokyo, erano terminati.L’area in cui venne eretto il nuovo Studio, chiamato Studio 1, si sviluppa su circa mille metri quadrati e il piano terra della costruzione occupa l’intera area. L’edificio comprende un piano interrato e tre piani rialzati. Il primo piano è occupato dai reparti di disegno e computer grafica e dal team per le immagini digitali, il secondo da quello di animazione e produzione, mentre il terzo è riservato al reparto amministrativo. Il piano interrato ospita il reparto fotografia. Al primo piano c’è uno spazio comune per lo staff che serve da sala riunioni e una mensa o sala per occasioni ed eventi speciali. Lo Studio possiede un giardino pensile che si affaccia su un vivaio, costruito su precisa volontà di Miyazaki, che ritiene fondamentale avere un roof garden dove le persone possano uscire e prendersi una pausa dal lavoro. L’area di parcheggio è stata concepita volutamente piccola per scoraggiare l’uso di auto private; il parcheggio delle biciclette invece è stato progettato anche come ricovero in caso di sisma. I collaboratori non vengono ormai reclutati per un singolo progetto, ma assunti a tempo pieno ed inseriti in un programma di aggiornamento professionale. Nello Studio lavorano in egual numero e con pari entusiasmo uomini e donne; Miyazaki ha creato intorno a sé una bottega di artisti ed un vivaio di talenti. L’atmosfera di lavoro all’interno dello Studio Ghibli è stata sempre decisamente anomala, specie se raffrontata ai rapporti di lavoro ferocemente gerarchici tipici del Giappone. Miyazaki ama cucinare per i dipendenti, talora offre loro sollievo con dei massaggi e pratica insieme a loro degli esercizi ginnici per sgranchirsi dal lavoro sedentario; ha progettato perfino un originale sistema di toilettes di fortuna, occultate in botole poste sotto il parcheggio delle biciclette. A questo clima quasi idilliaco da un punto di vista umano, fanno riscontro sul piano professionale un’intransigenza e uno spirito accentratore che non favoriscono la continuità artistica, principale problema dello Studio.




Takahata e Miyazaki si scambieranno ruolo in molti progetti, producendo l’uno i film diretti dall’altro. La differenza sostanziale è che Takahata non è un disegnatore e ciò lo porterà inevitabilmente ad essere meno fantasioso ed innovatore da un punto di vista grafico e ad orientarsi verso una dimensione più realistica. I film di Takahata sono una trasposizione animata del cinema dal vero: sono intimisti e drammatici, legati alla realtà e al racconto del quotidiano. Quelli di Miyazaki sono epici, avventurosi, legati in modo imprescindibile alla sfera del fantastico. I due autori si differenziano dunque in maniera radicale per stile, approccio e mentalità, tanto da diventare, con il passare degli anni, più distanti anche sul piano personale. Eppure restano complementari: affrontano infatti in maniera diversa le stesse tematiche.Nel 1997 Miyazaki produce il suo lavoro più solenne, Mononoke-hime (Principessa Mononoke), uno spettacolo crudele, affascinante e profondamente commovente. La produzione di Principessa Mononoke risulta però molto faticosa. Allo Studio Ghibli regnava un’atmosfera molto pesante, dominata dalla tensione e il livello di aggressività era sempre più alto; tutti i collaboratori erano costantemente messi a dura prova, sotto pressione per finire in tempo il lavoro e molti ebbero un esaurimento nervoso. Lo stesso Miyazaki subì un forte esaurimento fisico e nervoso, lottò con se stesso per finire il film, ma contemporaneamente annunciò il suo ritiro. Il film riscosse un successo che andava al di là delle più rosee aspettative e a Miyazaki tornò la voglia di lavorare ad un nuovo progetto, più leggero e positivo che non portasse via però tutte le sue energie.Nel 1998 disegna e costruisce, vicino all’edificio principale dello Studio Ghibli, una struttura nata per ospitare la “vecchia” Nibariki che diventa però la sua casa sul posto di lavoro. Le linee richiamano fortemente quello dello Studio Ghibli, ma si vede l’idea di realizzare un riparo che diventerà il suo secondo Studio, il suo atelier delle idee. Fuori dal suo ufficio resta la Citroen 2cv, l’auto della gioventù che, non a caso, è quella di Lupin, altro suo indimenticabile lavoro. La casa viene chiamata buta-ya, casa del maiale, un chiaro riferimento al suo Porco Rosso, coraggiosa parodia di se stesso.



La vasta produzione dello Studio Ghibli, che comprendeva anche cortometraggi, serie televisive, videoclip e spot pubblicitari, portò nella primavera del 1999 alla costruzione di un altro stabile, lo Studio 2, di fronte allo Studio 1, poi nel marzo del 2001 è stato aggiunto lo Studio 3; tutti gli edifici sono stati disegnati da Miyazaki. Le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, creano un’atmosfera calda e confortevole: al primo piano dello Studio 2 c’è il reparto commerciale, mentre il secondo piano è occupato dal reparto direttori dei dipinti e le sale di montaggio e quelle di proiezione si trovano nel piano interrato. Lo Studio 3 è occupato dal reparto pubblicitario e da un gruppo variabile di persone che lavorano a progetti speciali, oltre che da alcuni componenti dello staff del Museo Ghibli, costruito sempre nel 2001 nel bosco di Mitaka, a quindici chilometri da Tokyo.




Gli anni Duemila vedono Miyazaki e lo Studio Ghibli impegnati in una serie di capolavori che vanno da La città incantata premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003, passando per Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera, fino all’ultima opera Si alza il vento, il più grande successo del 2013 al botteghino giapponese e acclamato dalla critica cinematografica mondiale. Questo anime ha regalato, oltre all'annuncio del regista di voler lavorare per altri dieci anni magari realizzando solo cortometraggi, anche le sue lacrime durante l’anteprima della proiezione; un’opera che lo ha visto attraversato dai dubbi su come affrontare una materia così delicata e così autobiografica e il cui messaggio «Bisogna tentare di vivere» è un monito a rimanere se stessi e andare sempre avanti, nonostante le avversità.Non bisogna dimenticare che dalla sua fondazione, lo Studio Ghibli ha prodotto anche opere di altri autori come I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō, più volte indicato come l’erede di Miyazaki, ma scomparso prematuramente; Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento di Hiromasa Yonebayashi; I racconti di Terramare e La collina dei papaveri diretti da Gorō Miyazaki e Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi.




Lo Studio Ghibli e il Ghibli Museum rappresentano la definizione dello spazio di Miyazaki, che non è solo esigenza estetica, ma strategia concettuale. Dietro la favola dei suoi film c’è un ferreo meccanismo fatto di regole rigide; una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo, quello spingersi oltre i propri limiti. Il bello per Miyazaki non è un dono che arriva, ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi. La perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Anche questo è lo Studio Ghibli: il duro allenamento dietro la poesia. Per la prima volta ne Il Regno dei sogni e della follia viene offerto un affascinante e indimenticabile viaggio all'interno del favoloso Studio Ghibli, immortalato nella sua routine di lavoro, durante la preparazione delle due ultime sofferte opere: Si alza il vento di Miyazaki e La storia della Principessa Splendente di Takahata. Tutto si concentra sul creativo Miyazaki, che tra una battuta ironica e l'altra, realizza ciò in cui crede e lo storico manager Suzuki che, per quanto sia un produttore sui generis, fa sì che la macchina organizzativa proceda perfettamente; resta quasi costantemente fuoricampo Takahata, l'uomo schivo e refrattario a scadenze e pianificazioni, che ormai conduce il suo team dalla parte opposta di Tokyo.Nella prefazione di Never-Ending Man – Hayao Miyazaki è Suzuki ad introdurre l’argomento del documentario, a ringraziare gli spettatori, a sottolineare quanto lui e il regista si siano divertiti durante un loro viaggio in Italia e a lasciar intendere che il maestro tornerà sul grande schermo con un’opera nuova. Di fronte alla scelta tra ritirarsi e rimettersi in gioco e rivivere un doloroso processo di sacrificio, frustrazione e infine gioia, l'artista sembra infatti aver scelto l'ultima opzione grazie a “Boro il bruco”.




Dagli schizzi a matita ai primi approcci con la computer grafica, il documentario segue la preparazione di questo cortometraggio destinato esclusivamente alla proiezione interna del Museo Ghibli e che il maestro ha realizzato per la prima volta con il supporto di giovani animatori di CGI. Miyazaki, da sempre amante del disegno a mano libera, ha incontrato diversi ostacoli e si è confrontato con la computer graphic e l’animazione in CGI, restandone a volte meravigliato, altre alquanto imbarazzato e turbato.




Ne scaturisce un ritratto intimo ed emozionante del maestro, preso da tanti dubbi lavorativi e non, dal voler creare qualcosa di più grande di un corto e la paura di non riuscirci. Emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si trova il tempo per fare piccoli esercizi di ginnastica senza neanche togliere il grembiulone bianco pieno di matite colorate, prepararsi in solitudine la cena o una tazza di tè o salire in terrazza a guardare il cielo mentre si coltivavano sogni, con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Trasformare “Boro il bruco” in un lungometraggio sembra dunque essere la nuova sfida, perché come dice lo stesso Miyazaki: «Nonostante sia consapevole del fatto che potrei morire a metà strada di questo lavoro. È meglio morire mentre, che senza».





 Elena Paoletta 

 Video Editor / Blogger at Wonderland Tales 

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Elena Paoletta C






Un gradito omaggio al Maestro Hayao Miyazaki, alla sua arte, al suo modo di pensare, di essere e di lavorare. Un instancabile artista che pur dovendo fare i conti con la realtà dell'età che avanza, insegue ancora i suoi sogni e presto ci regalerà un nuovo capolavoro!

Miyazaki sensei, arigato ❤



Elena Paoletta

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