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Elena Paoletta C


26/11/2017 - Domenica al mercatino giapponese con le mie amiche Aurora e Fabiana ^^Si comincia a respirare l'atmosfera natalizia e ci sono sempre più belle cose da vedere e…da comprare! :DInteressante è stato apprendere, grazie ad una dimostrazione della maestra Yuri Maruyama, qualcosa sull'arte dell'ikebana, la tradizionale composizione floreale basata sulla filosofia e sull'eleganza giapponese.E’ stata inoltre una sorpresa per me assistere a un mini concerto per pianoforte e violino sulle suggestive musiche dei più famosi film del maestro Hayao Miyazaki. Ringrazio quindi i musicisti Soichi Ichikawa e Carlotta Masci per avermi trasportato nel mondo incantato dello Studio Ghibli.



Entrata del Caffè Letterario



Action figure










Origami









Elastici kawaii  ^__^




Atmosfera natalizia






I musicisti Soichi Ichikawa e Carlotta Masci





Soichi Ichikawa al violino e Carlotta Masci al pianoforte






La maestra Yuri Maruyama e l'arte dell'ikebana




I miei acquisti ^__^

Elena Paoletta C
È finalmente arrivato al cinema Never-Ending Man – Hayao Miyazaki diretto da Kaku Arakawa un regista della TV giapponese NHK, ed è stato proiettato nelle sale solo per un giorno come evento speciale il 14 novembre, dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games, ma richiesto a gran voce dai fan e quindi di nuovo nelle sale il 23 di questo mese.



La macchina da presa di Kaku Arakawa segue Hayao Miyazaki nel privato della sua abitazione sul posto di lavoro e nello Studio Ghibli, che torna a essere popolato dopo l’annuncio dell’artista del proprio definitivo ritiro dalle scene. Già Il regno dei sogni e della follia, il documentario del 2013 della regista Mami Sunada, ci aveva fatto conoscere e amare l'uomo Hayao Miyazaki; avevamo compreso il suo carattere chiuso e contraddittorio, ma anche il sorriso e la tenerezza con cui crea. Never Ending Man entra nella vita privata di Miyazaki, mostrando i suoi dubbi etici e professionali e documentando il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione dopo la sofferta decisione di ritirarsi prima che la concentrazione o il disegno richiedano uno sforzo psicofisico impossibile da sostenere alla sua età. Arakawa diviene così testimone del cambiamento che sopraggiunge, con l'impossibilità per Miyazaki di restare fermo. Le potenzialità della computer graphics, che permettono di realizzare cose impossibili con il solo disegno manuale e da sempre rifiutate, diventano la spinta per un cambiamento anche interiore. Lo Studio Ghibli riprende così vita, con un team tutto nuovo, portando avanti quell’etica del lavoro rigorosa ma efficace che da sempre lo ha contraddistinto. Nell’aprile del 1984 Miyazaki e Isao Takahata, dopo aver lavorato per anni sempre insieme in diversi Studi di animazione, si misero in proprio a Suginami Ward in un locale che chiamarono Nibariki, cioè “due cavalli”, come l’auto di Miyazaki, da lui tanto adorata.Il regista aveva una sua visione, diversa da quella commerciale e del tempo, più avanzata e più profonda; un forte bisogno di concentrare energia e talento e di avere spazio creativo, senza scontrarsi con una dirigenza che rischiava di non comprenderlo e di rallentarlo.Takahata restò al suo fianco moltiplicando gli sforzi e un anno dopo, grazie all'aiuto della Tokuma Shoten una casa editrice giapponese, i due riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli a Kichijouji, Musashino City, vicino Tokyo. I lungometraggi realizzati da quel momento in poi contengono riferimenti chiari alla gioia di essere riuscito a realizzare finalmente un proprio Studio: per esempio in Kiki – Consegne a domicilio, quando Kiki arriva nella città di Koriko, rischia di essere investita da un bus che porta sulla fiancata la scritta “Studio Ghibli”. Si salva solo perché si rivela al mondo per quello che è e quello che sa fare meglio: volare. Salta sulla sua scopa e dice: «E ora…vola!», speranza rivolta allo Studio appena avviato.




Nel 1991, mentre lavorava a Porco Rosso, un anime elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca di Michael Curtiz, Miyazaki ritenne che fosse necessario dare allo Studio una struttura più stabile e, nonostante le difficoltà economiche dell’impresa, cominciò a disegnare personalmente i progetti, a scegliere i materiali e a definire ogni dettaglio costruttivo per assicurarsi che l’edificio rispecchiasse l’immagine che aveva in mente. Un anno dopo, sia Porco Rosso che il nuovo Studio, trasferito a Koganei alla periferia di Tokyo, erano terminati.L’area in cui venne eretto il nuovo Studio, chiamato Studio 1, si sviluppa su circa mille metri quadrati e il piano terra della costruzione occupa l’intera area. L’edificio comprende un piano interrato e tre piani rialzati. Il primo piano è occupato dai reparti di disegno e computer grafica e dal team per le immagini digitali, il secondo da quello di animazione e produzione, mentre il terzo è riservato al reparto amministrativo. Il piano interrato ospita il reparto fotografia. Al primo piano c’è uno spazio comune per lo staff che serve da sala riunioni e una mensa o sala per occasioni ed eventi speciali. Lo Studio possiede un giardino pensile che si affaccia su un vivaio, costruito su precisa volontà di Miyazaki, che ritiene fondamentale avere un roof garden dove le persone possano uscire e prendersi una pausa dal lavoro. L’area di parcheggio è stata concepita volutamente piccola per scoraggiare l’uso di auto private; il parcheggio delle biciclette invece è stato progettato anche come ricovero in caso di sisma. I collaboratori non vengono ormai reclutati per un singolo progetto, ma assunti a tempo pieno ed inseriti in un programma di aggiornamento professionale. Nello Studio lavorano in egual numero e con pari entusiasmo uomini e donne; Miyazaki ha creato intorno a sé una bottega di artisti ed un vivaio di talenti. L’atmosfera di lavoro all’interno dello Studio Ghibli è stata sempre decisamente anomala, specie se raffrontata ai rapporti di lavoro ferocemente gerarchici tipici del Giappone. Miyazaki ama cucinare per i dipendenti, talora offre loro sollievo con dei massaggi e pratica insieme a loro degli esercizi ginnici per sgranchirsi dal lavoro sedentario; ha progettato perfino un originale sistema di toilettes di fortuna, occultate in botole poste sotto il parcheggio delle biciclette. A questo clima quasi idilliaco da un punto di vista umano, fanno riscontro sul piano professionale un’intransigenza e uno spirito accentratore che non favoriscono la continuità artistica, principale problema dello Studio.




Takahata e Miyazaki si scambieranno ruolo in molti progetti, producendo l’uno i film diretti dall’altro. La differenza sostanziale è che Takahata non è un disegnatore e ciò lo porterà inevitabilmente ad essere meno fantasioso ed innovatore da un punto di vista grafico e ad orientarsi verso una dimensione più realistica. I film di Takahata sono una trasposizione animata del cinema dal vero: sono intimisti e drammatici, legati alla realtà e al racconto del quotidiano. Quelli di Miyazaki sono epici, avventurosi, legati in modo imprescindibile alla sfera del fantastico. I due autori si differenziano dunque in maniera radicale per stile, approccio e mentalità, tanto da diventare, con il passare degli anni, più distanti anche sul piano personale. Eppure restano complementari: affrontano infatti in maniera diversa le stesse tematiche.Nel 1997 Miyazaki produce il suo lavoro più solenne, Mononoke-hime (Principessa Mononoke), uno spettacolo crudele, affascinante e profondamente commovente. La produzione di Principessa Mononoke risulta però molto faticosa. Allo Studio Ghibli regnava un’atmosfera molto pesante, dominata dalla tensione e il livello di aggressività era sempre più alto; tutti i collaboratori erano costantemente messi a dura prova, sotto pressione per finire in tempo il lavoro e molti ebbero un esaurimento nervoso. Lo stesso Miyazaki subì un forte esaurimento fisico e nervoso, lottò con se stesso per finire il film, ma contemporaneamente annunciò il suo ritiro. Il film riscosse un successo che andava al di là delle più rosee aspettative e a Miyazaki tornò la voglia di lavorare ad un nuovo progetto, più leggero e positivo che non portasse via però tutte le sue energie.Nel 1998 disegna e costruisce, vicino all’edificio principale dello Studio Ghibli, una struttura nata per ospitare la “vecchia” Nibariki che diventa però la sua casa sul posto di lavoro. Le linee richiamano fortemente quello dello Studio Ghibli, ma si vede l’idea di realizzare un riparo che diventerà il suo secondo Studio, il suo atelier delle idee. Fuori dal suo ufficio resta la Citroen 2cv, l’auto della gioventù che, non a caso, è quella di Lupin, altro suo indimenticabile lavoro. La casa viene chiamata buta-ya, casa del maiale, un chiaro riferimento al suo Porco Rosso, coraggiosa parodia di se stesso.



La vasta produzione dello Studio Ghibli, che comprendeva anche cortometraggi, serie televisive, videoclip e spot pubblicitari, portò nella primavera del 1999 alla costruzione di un altro stabile, lo Studio 2, di fronte allo Studio 1, poi nel marzo del 2001 è stato aggiunto lo Studio 3; tutti gli edifici sono stati disegnati da Miyazaki. Le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, creano un’atmosfera calda e confortevole: al primo piano dello Studio 2 c’è il reparto commerciale, mentre il secondo piano è occupato dal reparto direttori dei dipinti e le sale di montaggio e quelle di proiezione si trovano nel piano interrato. Lo Studio 3 è occupato dal reparto pubblicitario e da un gruppo variabile di persone che lavorano a progetti speciali, oltre che da alcuni componenti dello staff del Museo Ghibli, costruito sempre nel 2001 nel bosco di Mitaka, a quindici chilometri da Tokyo.




Gli anni Duemila vedono Miyazaki e lo Studio Ghibli impegnati in una serie di capolavori che vanno da La città incantata premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003, passando per Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera, fino all’ultima opera Si alza il vento, il più grande successo del 2013 al botteghino giapponese e acclamato dalla critica cinematografica mondiale. Questo anime ha regalato, oltre all'annuncio del regista di voler lavorare per altri dieci anni magari realizzando solo cortometraggi, anche le sue lacrime durante l’anteprima della proiezione; un’opera che lo ha visto attraversato dai dubbi su come affrontare una materia così delicata e così autobiografica e il cui messaggio «Bisogna tentare di vivere» è un monito a rimanere se stessi e andare sempre avanti, nonostante le avversità.Non bisogna dimenticare che dalla sua fondazione, lo Studio Ghibli ha prodotto anche opere di altri autori come I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō, più volte indicato come l’erede di Miyazaki, ma scomparso prematuramente; Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento di Hiromasa Yonebayashi; I racconti di Terramare e La collina dei papaveri diretti da Gorō Miyazaki e Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi.




Lo Studio Ghibli e il Ghibli Museum rappresentano la definizione dello spazio di Miyazaki, che non è solo esigenza estetica, ma strategia concettuale. Dietro la favola dei suoi film c’è un ferreo meccanismo fatto di regole rigide; una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo, quello spingersi oltre i propri limiti. Il bello per Miyazaki non è un dono che arriva, ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi. La perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Anche questo è lo Studio Ghibli: il duro allenamento dietro la poesia. Per la prima volta ne Il Regno dei sogni e della follia viene offerto un affascinante e indimenticabile viaggio all'interno del favoloso Studio Ghibli, immortalato nella sua routine di lavoro, durante la preparazione delle due ultime sofferte opere: Si alza il vento di Miyazaki e La storia della Principessa Splendente di Takahata. Tutto si concentra sul creativo Miyazaki, che tra una battuta ironica e l'altra, realizza ciò in cui crede e lo storico manager Suzuki che, per quanto sia un produttore sui generis, fa sì che la macchina organizzativa proceda perfettamente; resta quasi costantemente fuoricampo Takahata, l'uomo schivo e refrattario a scadenze e pianificazioni, che ormai conduce il suo team dalla parte opposta di Tokyo.Nella prefazione di Never-Ending Man – Hayao Miyazaki è Suzuki ad introdurre l’argomento del documentario, a ringraziare gli spettatori, a sottolineare quanto lui e il regista si siano divertiti durante un loro viaggio in Italia e a lasciar intendere che il maestro tornerà sul grande schermo con un’opera nuova. Di fronte alla scelta tra ritirarsi e rimettersi in gioco e rivivere un doloroso processo di sacrificio, frustrazione e infine gioia, l'artista sembra infatti aver scelto l'ultima opzione grazie a “Boro il bruco”.




Dagli schizzi a matita ai primi approcci con la computer grafica, il documentario segue la preparazione di questo cortometraggio destinato esclusivamente alla proiezione interna del Museo Ghibli e che il maestro ha realizzato per la prima volta con il supporto di giovani animatori di CGI. Miyazaki, da sempre amante del disegno a mano libera, ha incontrato diversi ostacoli e si è confrontato con la computer graphic e l’animazione in CGI, restandone a volte meravigliato, altre alquanto imbarazzato e turbato.




Ne scaturisce un ritratto intimo ed emozionante del maestro, preso da tanti dubbi lavorativi e non, dal voler creare qualcosa di più grande di un corto e la paura di non riuscirci. Emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si trova il tempo per fare piccoli esercizi di ginnastica senza neanche togliere il grembiulone bianco pieno di matite colorate, prepararsi in solitudine la cena o una tazza di tè o salire in terrazza a guardare il cielo mentre si coltivavano sogni, con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Trasformare “Boro il bruco” in un lungometraggio sembra dunque essere la nuova sfida, perché come dice lo stesso Miyazaki: «Nonostante sia consapevole del fatto che potrei morire a metà strada di questo lavoro. È meglio morire mentre, che senza».





 Elena Paoletta 

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Elena Paoletta C






Un gradito omaggio al Maestro Hayao Miyazaki, alla sua arte, al suo modo di pensare, di essere e di lavorare. Un instancabile artista che pur dovendo fare i conti con la realtà dell'età che avanza, insegue ancora i suoi sogni e presto ci regalerà un nuovo capolavoro!

Miyazaki sensei, arigato ❤



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
Ho sempre amato gli impressionisti, in particolar modo Claude Monet, quindi andare a vedere ieri la mostra a lui dedicata è stato un piacere immenso (a parte la lunga fila per entrare). Davanti alle sue opere mi sono veramente commossa e non nascondo di aver pensato alle atmosfere di alcuni fondali dei più famosi anime, primo fra tutti Il Giardino delle Parole di Makoto Shinkai.




La mostra Monet, ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma, propone al pubblico sessanta opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, che l’artista conservava nella sua ultima dimora e che il figlio Michel donò al Museo.




Da sempre definito il pittore che dipingeva en plein air, “all’aria aperta”, dal 1883 Claude Monet si trasferì a Giverny, una città situata sulla riva destra della Senna in Normandia, dove poi acquistò una proprietà e visse lì fino alla sua morte, avvenuta nel 1926.In quel luogo Monet dipinse molte delle sue più celebri tele e coltivò la sua passione per l’acqua, continuando la ricerca di effetti ricchi di colore e luce.




A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, a Parigi e in tutta la Francia si diffuse la moda della cultura giapponese e Monet fu affascinato dalla particolare filosofia di vita che arrivava dal Sol Levante, che univa la visione della natura alla propria spiritualità. Il suo giardino di Giverny esprime proprio questo: per il suo laghetto fece arrivare i semi delle ninfee dal Giappone, sulle sponde coltivò delle piante esotiche, fece piantare dei salici piangenti e costruire un ponte in stile giapponese, tutto per il piacere di meditare ammirando le bellezze e i colori della natura.








Le ninfee poi rappresentarono per lui icone di un pensiero che andava oltre il dipinto, quella visione astratta della natura che divenne il manifesto dell’Impressionismo e di cui Monet fu il fondatore.L’artista scrisse nel 1912: «No, non sono un grande pittore. Grande poeta nemmeno. Io so solamente che faccio quanto è nelle mie possibilità per rendere ciò che provo davanti alla natura e che più spesso, per arrivare a rendere ciò che sento, dimentico le regole più elementari della pittura».A rievocare Monet nella mostra del Vittoriano, oltre alle sue opere, ci sono i suoi occhiali tondi con le lenti ambrate di giallo, la pipa e la tavolozza con i colori che sembrano essere lì da poco, come se l’artista li avesse lasciati così, per ricordare forse che dietro tutta quell’eterea bellezza dipinta c’è una figura umana.





Dipinte in piena luce solare, con la nebbia o con la pioggia fitta, i soggetti delle sue tele spiccano tra tutte le varianti atmosferiche attraverso pennellate spontanee, che li rendono astratti ma allo stesso tempo carichi di energia tanto da abbagliare con i loro colori e donare un senso di bellezza e serenità.«Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare». (Monet)




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

 Apericena




 Cocktail con prosecco e succo di melograno










  Caramelle, lecca lecca, gelatine... ^__^




 Cheesecake alla zucca






  Dolcetto o scherzetto?


 


   Io e la mia immancabile amica Fabiana ^^


 







Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Il 24 e il 25 ottobre alcuni cinema italiani hanno proiettato nelle loro sale La forma della voce ( 聲の形 Koe no katachi), il nuovo anime della Kyoto Animation scritto da Reiko Yoshida (già sceneggiatrice de La ricompensa del gatto prodotto dallo Studio Ghibli) e diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi. Distribuito da Nexo Digital e Dynit, il film è tratto dal manga di Yoshitoki Oima che è stato acclamato dalla critica, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato molto apprezzato dal pubblico tanto che i sette volumi che compongono la serie completa sono stati venduti in milioni di copie sia in Giappone che all’estero.Spesso per molti l’animazione viene considerata solo come puro intrattenimento o semplice evasione, quando invece tratta anche problemi sociali e argomenti complessi sulla realtà che ci circonda e che ha per protagoniste persone vere, con le loro esperienze di vita, le loro fragilità e i loro sentimenti. Certo ci vuole coraggio, delicatezza e sensibilità per non cadere nella retorica o in toni troppo drammatici, ma soprattutto occorre avere la voglia di raccontare qualcosa non per se stessi ma per qualcun altro. Naoko Yamada è riuscita a realizzare un’opera profonda e realistica sul tema del bullismo a scuola, una piaga sociale che riguarda molti giovani e non solo; probabilmente la mangaka ventottenne Yoshitoki Oima doveva conoscere abbastanza bene questo tema, visto che ha iniziato a scrivere i primi tre volumi quando aveva diciotto anni.La Forma della Voce racconta le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, che diventa vittima del bullismo del suo compagno delle elementari Shoya Ishida, un bulletto amante delle bravate. Il ragazzo è incapace di relazionarsi con lei, che comunica solo scrivendo su un quaderno, e questo lo porta al totale disinteresse, al non volere né conoscere né sapere nulla di chi considera diverso. Questa sua incapacità è un problema che non vuole ammettere perché è più facile incolpare gli altri dei propri limiti che considerarli tali e cercare di correggerli. È più facile vedere fragili gli altri che riconoscere di esserlo: dentro Shoya balena un lampo di odio verso la ragazza e scattano così una serie di molestie e atti di bullismo che poi finiscono con il coinvolgere quasi tutta la classe. Shoku è una ragazza delicata, molto fragile, dolce e timida e all’inizio attira le attenzioni dei nuovi compagni di classe proprio per il suo modo di comunicare.




L'iniziale curiosità e il loro volenteroso sforzo, scrivendo piuttosto che parlando normalmente, inizia però ad affievolirsi presto e, un po’ per volta, le attenzioni che le vengono rivolte diventano di tutt'altra natura, rendendola la vittima preferita di frasi offensive e scherzi pesanti, come quello di strapparle gli apparecchi acustici e gettare i suoi quaderni in una fontana.L’approfondimento dell’argomento di cui tratta l’opera arriva dal personaggio di Shoya Ishida e dai suoi comportamenti prima dell’entrata in classe della sua nuova compagna. L’anime inizia con lui che passeggia lungo un ponte e poi si ferma ad osservare l’acqua sottostante con lo sguardo ipnotico, lasciando intendere che pensa di suicidarsi. I ricordi affollano la sua mente, soprattutto un episodio della sua infanzia che più di tutti ha condizionato il suo modo di essere attuale. Si rivede infatti in quel ragazzino scapestrato che sfidava continuamente gli amici a saltare nel fiume da altezze pericolosissime, sempre ammirato e cercato da tutti. Questo è il punto di partenza su cui verranno a ricomporsi i vari pezzi della sua vita attraverso tutto lo svolgersi del film. L’arrivo in classe della ragazzina silenziosa, fin troppo gentile ed educata, il disagio di Shoya davanti a tutto ciò e il suo conseguente bullismo, non fanno che aumentare il suo ruolo di leader fino a quando tutte le prepotenze superano il limite attirando l’attenzione degli adulti.Shoko è costretta a cambiare scuola e Shoya viene lasciato solo dai suoi compagni, che oltre a scaricargli addosso tutta la responsabilità delle azioni violente, lo fanno diventare la nuova vittima prescelta emarginandolo e costringendolo così a guardare il mondo con occhi diversi. A questo punto l’anime ritorna al presente: in preda ai sensi di colpa che lo hanno accompagnato negli anni successivi, Shoya decide di imparare il linguaggio dei segni, di cercare Shoko per chiederle scusa e farsi perdonare. Questo suo percorso lo porterà anche a incontrare di nuovo i suoi ex compagni di classe, quelli che credeva amici e che invece non si sono rivelati tali. La forma della voce, oltre che ad affrontare il tema del disagio infantile di fronte ad un handicap, è psicologicamente costruito nel tratteggiare la complessa figura del ragazzo bullo. Attraverso piccoli gesti, dettagli e situazioni apparentemente ordinarie, il suo ritratto emerge in tutta la complessità e profondità che lo caratterizza, mentre intorno a lui anche alle figure minori e alle loro relazioni interpersonali viene data la giusta importanza nello svolgimento narrativo.




Sono molte le sfumature che la storia riesce a toccare: la solitudine, la disabilità, la superficialità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, la depressione, la redenzione, i legami con le persone e di come a volte si venga discriminati per cose di cui non si è responsabili e altre volte invece di cui si è colpevoli. Ma La forma della voce è soprattutto una storia di ritorni; un racconto in cui il passato torna costantemente a invadere il presente per affrontare i rimorsi e cercare il modo migliore per liberarsene. Un passato che carica tutti di pesi insostenibili e che incatena tra loro i protagonisti, legandoli ad errori purtroppo commessi ma che si vorrebbero assolutamente cancellare. Sia che si tratti di avere e gestire un handicap, oppure di aver causato del male ad una persona per cattiveria, crudeltà, stupidità o semplice ignoranza, non è però possibile cancellare questi macigni dalle proprie coscienze, né riuscire a dimenticarli. Ognuno ha le sue difficoltà; tutti sembrano bloccati in un eterno presente, impossibilitati ad andare oltre, ad affrontare la vita e il futuro perché i sensi di colpa sono più forti di tutto. Il film riesce a mostrare chiaramente il difficile e doloroso percorso con cui i protagonisti tentano di fare l’atteso passo in avanti che cambierà per sempre le loro vite e il loro modo di essere.La storia di Shoko e Shoya sembra dirci esattamente questo: se non si riesce a comunicare il proprio malessere, il proprio disagio, ad accettare se stessi, a perdonarsi e amarsi per quello che si è, si può finire stritolati da un muro di tristezza e solitudine dal quale neanche una voce può uscire per invocare aiuto, neppure gridando silenziosamente nell’anima. Non è un caso che entrambi inizino a trovare un proprio equilibrio solo quando riescono ad avere il coraggio di confrontarsi con il passato, ritrovare i vecchi compagni che si credevano persi e accettando nuovi amici che aspettavano solo di poter entrare nelle loro vite.




Forse la Yamada è stata influenzata dalle opere di Makoto Shinkai: entrambi immergono le loro storie in un contesto realistico affrontando tematiche contemporanee che mettono al centro l’uomo e il suo voler trovare il coraggio nel guardare avanti; entrambi optano per una regia attenta ai dettagli, che si avvale del montaggio per evidenziare la particolare sceneggiatura; entrambi sanno dare i giusti tempi emozionali alternando le immagini più sofferte a quelle più poetiche e distensive, sfruttando inoltre una colonna sonora alquanto coinvolgente.Molto efficaci sono alcuni tratti distintivi del manga utilizzati anche nel film, come l’uso del linguaggio dei segni e le grandi X che coprono il volto di alcuni personaggi a sottolineare lo sguardo indifferente del bullo Shoya verso il prossimo. Quando il ragazzo prenderà coscienza dei vari comportamenti e soprattutto capirà le problematiche degli altri liberandosi delle sue, le grandi X inizieranno a cadere perché lui finalmente osserva i volti delle persone che incrociano il suo cammino, non resta più chiuso nei suoi cupi pensieri ma si apre ad un futuro più luminoso che include anche il rispetto per gli altri.




Gli animatori della Kyoto Animation hanno saputo valorizzare la bellezza dei fondali adottando colori luminosi, scegliendo con cura le ambientazioni e i dettagli di ogni tipo; ogni aspetto della costruzione visiva dell'anime è particolarmente ricercato e apprezzato, grazie anche al character designer Futoshi Nishiya che si ispira ai tratti originali del manga di Ōima. Dal canto suo la regista Yamada tratta la storia con grande senso di responsabilità, gestendo i tempi con le dovute pause ed un ritmo dilatato che lascia allo spettatore il tempo di assimilare e riflettere: come accade in tanti anime, anche ne La forma della voce l’amore per la vita è l’unica arma per affrontarla con coraggio.




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 Il mercatino giapponese è un'ottima occasione per incontrare chi condivide le stesse passioni, ad esempio io e Giulia ^__^ ❤




 L'entrata del mercatino giapponese al Caffè Letterario di Viale Ostiense a Roma




 Stand con oggettistica varia tra cui segnalibri, tazze e scatoline molto kawaii




 Stand con vari gadget tra cui spiccano graziosi calzini ^^




 Tra i tanti stand si può trovare di tutto




 Non possono mancare le rinomate varietà di tè




 La cerimonia del tè è molto emozionante




 I miei acquisti...Stavolta ho comprato una varietà di tè verde e una calamita di   origami a forma di farfalla



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Oggi vi propongo una ricetta giapponese facile da realizzare, che ho già provato ottenendo un buon risultato: il Tonkatsu とんかつ.

Questo piatto mi piace in modo particolare; è simile alla cotoletta milanese e per questo l’ho accompagnato con i colori della bandiera italiana. Vi assicuro che è buonissimo, qui sotto troverete gli ingredienti e come prepararlo...Provatelo!


Ingredienti: - fettine di maiale - riso basmati - uovo - pangrattato (Panko) - farina - salsa di soia - vino bianco - dado vegetale - cipolla - sale - pepe


Disporre le fettine di maiale su un tagliere; praticare delle piccole incisioni sul bordo di ognuna. Salare, pepare e infarinare le fettine, immergerle nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato. Scaldare l’olio in una padella e friggere le fettine. Nel frattempo preparare la salsa per il condimento con la soia, il vino bianco, il dado vegetale e la cipolla tagliata finemente. A parte cuocere il riso basmati. Infine disporre le fettine di maiale fritte su di un tagliere e tagliarle a striscioline. Guarnire il piatto di portata con le fettine così tagliate, il riso e le verdure a piacere.




いただきます!  itadakimasu! ^__^



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 05/10/2017 - Bella giornata al Romics presso la Fiera di Roma tra manga, gadget e cosplay :D




Insieme alla mia amica Fabiana ❤




 Prima volta al Romics insieme ad Aurora ^__^




 Direttamente da Once Upon A Time… Hook e Regina *__*




  Così mi sento protetta! ;)




 I miei acquisti al Romics…come farseli mancare? ;)



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