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COLPO ALLA GIAPPONESE da Luca Mannurita blog

4.


- Questo giocattolo ci è costato una piccola fortuna – disse il taxista alla ragazza delle pulizie mettendo una mano nell'abitacolo attraverso il finestrino aperto. Azionati i comandi giusti sul complesso cruscotto, si ritrasse come se l'auto fosse improvvisamente diventata pericolosa. Invece dopo meno di mezzo minuto la vernice blu cominciò a cambiare di colore, virando lentamente dal blu scuro al viola, fino al cupo rosso della polpa di ciliegia.

- Consuma una follia e non è proprio perfetto, ma funziona.

- Non capisco perché mi hai fatta scendere prima di attivarlo. Ci ha messo una vita a cambiare colore.

- Perché applica una carica elettrica alla carrozzeria per far cambiare di colore questa vernice speciale. C'è pericolo di incendio, questo aggeggio è un prototipo non omologato.

- E ce ne andiamo con questa?

La ragazza delle pulizie additò la vettura parcheggiata in un'area riservata al personale di servizio tra uno sgangherato furgone e un'altra modestissima auto a batterie. Sparito il blu e spenti gli ologrammi, difficilmente qualcuno l'avrebbe riconosciuta come il taxi che aveva accolto a bordo la sofisticata Kuniko Yamazaki.

- Certo. O vuoi andare a piedi?

Lei storse la bocca e si diresse verso l'entrata di servizio, aprendola con un badge dedicato. Titubando un poco il taxista si avvicinò all'auto scintillante di vernice rosso scuro e, aperta la portiera anteriore dal lato del passeggero, prelevò una anonima, pesante borsa da palestra. Telecomandata la chiusura delle serrature, si allontanò a sua volta.


Kuniko incontrò presto gli uomini di guardia. Spingendo il carrello coi prodotti per la pulizia e inseguita a pochi metri dall'idropulitrice robot programmabile, fu dirottata diverse volte dal percorso più diretto che l'avrebbe portata nella zona dove avrebbe dovuto iniziare le pulizie. Esattamente come previsto gli ascensori principali erano stati istruiti a scavalcare del tutto la zona più vulnerabile: la parte cava dell'albergo, un tratto comune a moltissimi edifici della stazione spaziale. Lì infatti era stata organizzata l'esposizione di gioielli: la direzione dell'albergo, fiutando un ritorno impagabile in termini di immagine e pubblicità, aveva acconsentito a modificare drasticamente l'interno dei primi dieci piani: l'installazione di un pavimento di speciale materiale tecnologico parzialmente trasparente che aveva reso quello un posto unico. Questo pavimento, capace di portare un carico impressionante per ogni metro quadro di superficie, era stato lavorato in modo da dare la sensazione ai visitatori dell'esposizione di camminare su un tappeto di diamanti scintillanti. I deboli di cuore e i sofferenti di vertigini non avrebbero minimamente patito alcunché se avessero abbassato gli occhi: sotto i loro piedi la smisurata voragine profonda ben sei piani era davvero difficilmente intuibile.

Fu indirizzata verso un angusto ascensore periferico, lo stesso utilizzabile dall'idropulitrice, un robot in grado di spostarsi autonomamente di piano in piano per lavare, pulire e asciugare i pavimenti. Divisa la cabina con l'ingombrante macchina carica di detersivi speciali per lavare senza acqua, giunse finalmente dove la sorveglianza era entro i normali parametri per un albergo di lusso a sei stelle.

Avviò il programma dell'idropulitrice che aveva personalmente modificato in una macchina per produrre caos elettronico. Sfruttando il proprio talento informatico e la sofisticata configurazione del congegno, Kuniko aveva introdotto un virus che avrebbe di lì a poco preso il controllo del robot industriale e usato le sue capacità di dialogo col sistema d'allarme, utili per pulire di notte senza far scattare allarmi, per creare una copertura alla sua incursione e per produrre dei diversivi ad arte per dirottare l'attenzione dei sorveglianti. Allo stesso tempo avrebbe pulito il pavimento come si deve.

L'informazione è vitale, si disse mentre col badge del personale delle pulizie sconfiggeva una serratura dopo l'altra, in perfetto silenzio. Il suo paziente lavoro di infiltrazione nel sistema informatico dell'albergo stava pagando: le serrature elettroniche erano infette da un virus fatto su misura per lei. Aveva studiato le misure di sicurezza originali, le modifiche apportate per l'esposizione dei gioielli che sarebbe iniziata di lì a poche ore, esaminato l'azienda incaricata di installare i nuovi impianti di allarme, penetrato le difese dell'agenzia di sicurezza cui era stata appaltata la difesa perimetrale. Un lavoro durissimo e costoso, ma che le era valso preziose planimetrie, le schede del personale, schemi tattici e molto, molto altro. La sua conoscenza era tale che avrebbe potuto salutare per nome ognuno di quei robusti ragazzoni messi di guardia agli ingressi e snocciolare loro cosa avevano indosso, a partire dai costosi occhiali tecnici che ciascuno di loro indossava.

Guadagnò l'accesso a un locale di servizio dove si trovavano alcuni apparati della rete locale dell'edificio. Usò la stanza per cambiarsi d'abito, trasformandosi in fretta in un tecnico della manutenzione. La divisa recava il corretto identificativo e perfino lo stemma dell'albergo ricamato sul seno sinistro era esattamente come doveva essere.

Si diresse decisa verso il largo cavedio in fondo al locale: ruotò le serrature a farfalla che bloccavano il coperchio lungo e stretto, rivelando fasci di tubi di colorato materiale plastico. Chi aveva progettato la rete informatica aveva pensato di far passare i cavi della dorsale in tubi a pressione in modo da prevenire l'intercettazione dei dati mediante un intervento diretto sul cavo stesso. Un manometro nella sala di controllo avrebbe indicato immediatamente anche il minimo calo di pressione se qualcuno avesse forato un tubo per raggiungere i cavi della dorsale. Ma per lei la rete locale non rivestiva alcun interesse in quel momento: consultò il piccolo orologio che si era messa al polso e si infilò nell'ampio cavedio, aggrappandosi ai tubi. Sostenendosi con braccia e gambe sfruttò il proprio fisico snello e forte per calarsi di piano in piano, scavalcando le varie cinture di sicurezza poste a difesa dei gioielli che l'organizzazione aveva solertemente provveduto a porre nelle teche. Sfruttando la cecità temporanea dei sensori che avrebbero dovuto vigilare sul cavedio stesso, misurò la distanza contando i secondi che impiegava a calarsi. Fu il turno del duro allenamento fisico di pagare: si fermò esattamente davanti all'apertura del cavedio tre piani più sotto, nel buio più pesto. Col tatto individuò le semplici serrature e ne sfruttò ogni punto debole per aprirle: chi le aveva progettate non aveva certo pensato a renderle sicure da entrambi i lati.

Si trovava ora in un locale tecnologico gemello di quello che aveva abbandonato poco prima. L'impianto mascellare vibrò dolcemente.

- Vedo fumo grigio.

Era Masashi che con quella frase in codice le annunciava che l'idropulitrice modificata era entrata in azione. Non solo lavava diligentemente il pavimento come da programma, ma aveva iniziato a spargere i semi del caos con cui Kuniko l'aveva caricata. Le cose non stavano andando nel migliore dei modi, altrimenti il “fumo” sarebbe stato nero. Ma con un po' di prudenza in più si poteva andare avanti. Lei e Masashi avevano previsto perfino un piano per fare a meno dei diversivi elettronici.

Esitò un istante davanti alla porta del locale tecnico, la mano sospesa sopra la piastra della serratura elettronica. Da quel momento aveva cinque minuti e quarantotto secondi di tempo; qualsiasi cosa sarebbe successa avrebbe dovuto cavarsela da sola. Era il piano dell'esposizione di gioielli, era sorvegliato da uomini armati che avevano ricevuto ordine di usare qualsiasi livello di forza giudicato opportuno per neutralizzare ogni eventuale minaccia. Questo includeva anche armi caricate con munizioni letali. L'unica cosa a rassicurarla era il categorico divieto che era stato imposto di usare armi a proiettile all'interno della sala dell'esposizione. Cinque minuti e quarantaquattro secondi.

Sfiorò la piastra e la serratura scattò. Col massimo della naturalezza che poté ostentare si incamminò nel corridoio deserto. Aveva memorizzato il percorso: incontrò tre telecamere cieche nonostante il led rosso fosse acceso, una postazione fissa di sorveglianza era stata disertata dal suo occupante. I diversivi stavano funzionando. Le telecamere in quel corridoio non sarebbero rimaste inattive a lungo, la guardia mandata a investigare un allarme (falso) nelle vicinanze sarebbe tornata di lì a momenti. Senza esitazione abbassò la maniglia di una uscita di sicurezza che avrebbe dovuto essere protetta dal sistema di allarme e ne varcò la soglia. Cinque minuti e quindici secondi.

Non riuscì a trattenere la sorpresa. Aveva studiato in lungo e in largo quella sala, l'aveva vista attraverso gli occhi del sistema di sorveglianza, l'aveva esplorata grazie alla realtà virtuale, l'aveva perfino vista di persona avendo visitato il cantiere alcune settimane prima, travestita da ispettore. Ora che ogni lavoro era compiuto, che tutto l'arredamento era stato posizionato, che i veri gioielli erano stati posti sugli espositori... tutto era semplicemente fantastico.

I gioielli esposti senza alcuna protezione visibile scintillavano riflettendo la luce intensissima di faretti appositamente studiati, i riflessi erano acuminate frecce che ferivano gli occhi impedendo di fissare lo sguardo. Il nero del velluto su cui posavano non si staccava dalle ombre della sala dove l'illuminazione principale era stata abbassata per la politica di risparmio energetico dell'albergo e diamanti, oro e argento, corone, collane, gemme e perle sembravano galleggiare a mezz'aria, prive di peso.

- Che fai? - la vibrazione alla mascella e la voce di Masashi la riscossero dall'improvviso stupefatto torpore in cui la vista di quella scintillante galassia di gemme l'aveva precipitata. Quattro minuti e cinquantacinque secondi. Localizzò in un baleno i cavi metallici che il suo complice aveva calato dall'alto. Si diede subito da fare, richiamando alla mente i gioielli di maggior valore e procedendo con ordine. Allungò la mano verso il primo ricchissimo diadema, un pezzo autentico appartenuto a una zarina dell'antica Russia. Esitò prima di sfiorarlo, nessun allarme scattò. Sirene avrebbero dovuto ululare, serrature scattare, il capsico avrebbe dovuto saturare l'aria, guardie armate accorrere numerose.

Nulla.

Con una rapida sequenza di movimenti netti e precisi scelse i preziosi più ricchi tralasciando gli altri di minor valore, passò veloce di espositore in espositore lasciando il velluto nero orfano dei pezzi migliori. Procedette con ordine e metodo, controllando con la fredda logica il potentissimo desiderio di riempire i morbidi sacchi che Masashi le aveva calato dall'alto con tutto ciò che le capitava a tiro.

Nonostante tutto l'autocontrollo duramente coltivato, il petto le doleva al pensiero di mettere finalmente le mani sulla corona di Ardat Lili e di potersi specchiare nel rubino più grande e perfetto che esistesse. Un gioiello senza valore. Non riuscì a dominarsi e le sue mani frementi si fermarono in una breve pausa di ossequiosa riverenza, il tempo di dare agli occhi modo di bagnarsi nella luce rosso sangue del rubino grande come il pugno di un bambino.

Forza, si disse Kuniko e afferrata impunemente la pesante corona la ripose da sola in un sacco vellutato. Quattro minuti e quaranta secondi.

Il buio provocato dal virus che teneva in scacco il sistema informatico era ormai prossimo a svanire. Agganciò l'ultimo sacco ai cavi di Masashi e non perse tempo a osservarli risalire in fretta e sparire nell'ombra.

Resistendo alla fortissima tentazione di mettersi in tasca uno dei tanti gioielli privi di protezione per ancora pochi secondi, anche solo un diamantino, un anello o un orecchino, Kuniko corse decisa verso la porta da dove era entrata, la sua via di fuga garantita.

Chiusa.

Spinse più forte il maniglione antipanico. Nulla. La porta era bloccata, sulla sofisticata serratura galleggiava l'ologramma rosso del sistema di allarme, prematuramente tornato in servizio. Trentotto secondi rimasti.

Le balzò il cuore nel petto una, due, tre volte prima che i muscoli delle gambe si decidessero a scattare. Volò verso la porta adiacente.

Chiusa anche quella. Saltò con gli occhi di porta in porta lungo il perimetro dell'amplissimo locale: tutte le uscite di emergenza erano bloccate, l'ologramma rosso visibile a distanza. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo: il sistema di sicurezza era programmato per isolare la sala in caso di violazione delle teche. Chiunque avesse allungato la mano verso uno dei pezzi esposti avrebbe fatto scattare il blocco automatico di tutte le porte, anche le uscite di emergenza.

- Brava.

Kuniko sobbalzò. Non riusciva a vedere nessuno. Quella voce d'uomo che le giungeva dal nulla la gettò ancora più profondamente nel panico. Non devo cedere così ora, si disse. Il panico mi acceca la mente.

- Avevi ancora trentotto secondi. Ce l'avresti fatta.

L'uomo si palesò camminando tranquillamente al centro della sala. Non un poliziotto, né un agente di sicurezza privato. Li conosceva tutti per aver violato i loro database del personale e imparato a memoria le loro schede personali.

Camminava tranquillo tra i coni di luce dei faretti, come se nulla fosse. Una persona comune, vestita in modo sobrio e poco appariscente, il cranio leggermente oblungo e ben rasato, lineamenti insignificanti tranne che per un naso deciso e pronunciato.

- Peccato interrompere qui la tua azione. Sarei stato interessato a scoprire se davvero saresti tornata dal tuo complice Masashi Inoue. Ma temo che dovrò accontentarmi della tua parola.

Era lui, dunque. L'aveva colta di sorpresa, non erano quelli i patti. L'uomo continuava ad avvicinarsi e Kuniko, sentendosi le spalle al muro, non seppe far altro che mettersi in una posizione media di karate, buona sia per la difesa che per l'attacco. Gambe divaricate, ginocchia piegate e mani aperte all'altezza del torace.

- Mi sono permesso di migliorare un poco il tuo lavoro sul sistema di allarme e abbiamo poco meno di tre minuti... se vogliamo metterla su questo piano... – l'uomo si mise in una posizione alta di attesa e cominciò ad avanzare con più cautela - ...dovremo fare in fretta.

Kuniko non aveva bisogno di essere esortata. Accorciò decisa le distanze e attaccò.


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