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COLPO ALLA GIAPPONESE da Luca Mannurita blog

5.


Era andato tutto liscio anche quella volta. Era toccata a lui la parte più faticosa, ma dei due era quello più forte quindi era piuttosto normale. Era stato quasi facile penetrare dall'esterno usando la forza: il classico cavo sparato dal palazzo adiacente che aveva misure di sicurezza molto meno strette di quello da attaccare. Kuniko non era una che lasciava qualcosa al caso: aveva individuato la finestra di una stanza deserta le cui pareti presentavano i parametri migliori in fatto di compattezza e resistenza. Senza trascurare l'importanza di una scarsa densità di ospiti dell'albergo, ovviamente da lei stessa provocata con il consueto attacco informatico. Il dardo sparato attraverso il pannello polarizzato non solo aveva attraversato senza sorprese gli strati multipli di crilex ma era affondato quanto bastava nella parete opposta per sostenere il peso dell'equipaggiamento e di Masashi che, non senza un po' di batticuore, si era affidato al cavo teso per volare velocemente da un palazzo all'altro appeso a una carrucola frenata.

Con il robot industriale che creava le opportune zone d'ombra nel sistema dei sensori dell'allarme dell'edificio e spediva le guardie altrove, non era stato troppo difficile infilarsi nell'intercapedine dell'altissimo soffitto della sala dove erano stati esposti i preziosi. Era la medesima intercapedine che fungeva da soffitto all'agorà dell'albergo, quella enorme area alta dieci piani che trovava posto all'interno dello smisurato palazzo e che era una vera e propria piazza pubblica, punto di ritrovo e centro commerciale con decine di negozi, ristoranti e attrazioni varie. Ovvio che vi fossero dei locali tecnici per i servizi come l'aria e la luce e quello del soffitto era così ampio che era possibile camminarvi eretti senza problemi.

C'erano chiare indicazioni che portavano al centro del soffitto dove era stato installato un ingombrante sistema di illuminazione: ne aveva sfruttato il robustissimo sistema di ancoraggio per fissare i cavi con cui aveva issato la refurtiva, sacco dopo sacco.

Percorsa la strada a ritroso col cuore in gola e gli occhi sul cronometro, affidandosi esclusivamente al lavoro fatto da Kuniko con l'impianto di allarme e con i suoi virus personalizzati, Masashi si diresse alla stanza dove il pesante dardo si era profondamente conficcato nel muro e qui si tolse dalle spalle i vellutati ma pesanti sacchi coi gioielli appena sottratti.

Agganciò allo speciale cavo ancora teso fuori dalla finestra infranta un meccanismo di recupero rapido dotato di un sistema di avvio ritardato. Doveva riutilizzare il cavo usato per volare da un palazzo all'altro se voleva scendere. Andarsene calandosi dalla finestra era l'unica opzione possibile: ancora pochi secondi e tutti i trucchi informatici di Kuniko sarebbero crollati, svelando il furto agli occhi del sistema di allarme. Se qualcosa fosse andato storto nell'avvolgimento del cavo sul grosso rocchetto vuoto, avrebbe potuto ricevere una frustata tale da mozzargli un arto o da ucciderlo sul colpo. Azionò il meccanismo a innesco ritardato e cercò riparo nel bagno della camera d'albergo.

Fu come un colpo di pistola seguito da un ululato fortissimo: sfruttando la bassa gravità tipica delle zone di quel settore, adiacente al vertiginoso pozzo gravitazionale della stazione orbitante, centoventi metri di cavo ad alta resistenza vennero riavvolti in pochi secondi prima che cadendo frustassero la facciata svelando disastrosamente la sua presenza e, soprattutto, le sue intenzioni.

Un sonoro schiocco lo avvisò che il rocchetto aveva finito il suo lavoro. Scattò fuori del bagno pronto a proseguire la sua fuga: il rocchetto e il meccanismo di recupero fumavano vistosamente per il calore prodotto dal rapidissimo riavvolgimento. Non c'era tempo di controllare in che condizioni fosse l'equipaggiamento: un po' impacciato dai guanti, che non gli impedirono di sentire quanto scottasse il cavo e tutto il meccanismo, annodò al cavo i moschettoni per i sacchi di refurtiva e la staffa per la discesa. Starnutì per la calda puzza acre che gli pizzicava il naso: aveva invaso la stanza nonostante dalla finestra sfondata entrassero gelidi sbuffi d'aria. Si maledisse per i secondi perduti.

Fissati i sacchi alla corda li scagliò fuori dalla finestra senza esitazione. Il freno entrò in azione subito, ma Masashi sapeva di non poter pretendere che ciò fosse garanzia di buon funzionamento del sistema di recupero. Il suo peso era maggiore di quello della refurtiva e andava sommato a essa. Spinse con violenza un comodino sotto l'ampia frattura nel crilex e vi montò sopra: usandolo come un trampolino, infilò i piedi nella staffa e afferrate saldamente le manopole che quella aveva all'estremità opposta, saltò fuori.

I primi metri furono i peggiori. Gli parve che il freno del rocchetto non dovesse mai entrare in azione. Masashi vide la parete di vetro riflettente del palazzo avvicinarsi, vi sbatté dolorosamente contro un paio di volte poiché non era saltato esattamente perpendicolare o forse perché il rocchetto non stava girando alla velocità prevista. Non aveva mai davvero provato quel sistema e solo allora rimpianse di aver scelto di ignorare variabili e incognite che in quel momento sembravano tutte decisive.

Quando il freno finalmente si fece sentire mettendo in tensione il cavo al punto che Masashi lo sentì scricchiolare, nuove angosce lo assalirono nei lunghi istanti della caduta: il calore avrebbe potuto danneggiare il cavo e in quel momento il freno stava di nuovo scaldando tutto il congegno, portandolo a temperature tali da far fumare rocchetto, pastiglie e pinze. Se il calore avesse grippato il meccanismo lui sarebbe rimasto lì a penzolare, un facile bersaglio a diverse decine di metri d'altezza. Se il calore avesse cotto il freno fino a renderlo inutile o danneggiato il cavo, sarebbe precipitato a velocità pazzesca, trascinato anche dal peso dei gioielli, senza speranza di sopravvivere.

Invece il buio suolo si avvicinava a velocità costante, senza intoppi né strappi. Solo negli ultimi metri Masashi avvertì una preoccupante vibrazione lungo il cavo, tanto forte da farlo ronzare e da percepirlo distintamente trasmesso a mani e piedi dalla staffa speciale cui si era affidato.

Giunse a terra sano e salvo rotolando come un paracadutista e, tranciato in fretta col coltello uno spezzone di cavo, lo usò per issarsi sulle spalle tutti i sacchi contemporaneamente.

Grazie all'attento studio delle planimetrie dello smisurato edificio avevano potuto trovare il miglior punto per l'atterraggio. Kuniko aveva provveduto ad accecare o ingannare le telecamere lungo il percorso che Masashi coprì nel tempo previsto, incontrando nessuna resistenza. Il piano di fuga prevedeva che la giovane complice si trovasse già presso la vettura parcheggiata, o che vi giungesse al massimo entro un minuto. Vettura che ormai distava poche decine di metri, giusto dietro l'angolo.

Masashi intuì che qualcosa non era andato per il verso giusto un attimo prima di cercare la vettura con gli occhi. La trovò dove l'aveva lasciata ma...

- Hey, ciccione!

Per la sorpresa l'uomo si paralizzò sui due piedi. Inebetito fissava Hoshi Nakano torreggiare su di lui avvolta in una tuta aderente nera, i grossi stivali anfibi posati sul tettuccio della sua vettura color polpa di ciliegia.

- Ti prego... - disse quella strafottente, saltando giù dalla vettura con agilità – dimmi che vuoi fare a pugni...

Masashi si sentì colmare di liquida ira incandescente. Era troppo. Non capiva, non voleva e non gli importava capire in quel momento. L'odiosa donna era di fronte a lui, alta e muscolosa, rideva di lui e lo provocava con grande insolenza. Nonostante gli occhi a mandorla e il nome, non era una figlia del Sol Levante, non certo pura come lui. Scorreva abbondante sangue gaijin nelle vene di lei che nulla aveva della grazia di Kuniko né delle altre donne che conosceva, e che pure non esitava a definirsi giapponese. Un affronto vivente, da cancellare prima possibile. Tutto quello che la sua mente riuscì a concepire fu che quella strega meritava pienamente la lezione che stava per impartirle, più dolorosamente possibile.

Abbandonò al suolo i sacchi della refurtiva e si mise in guardia alta, cominciando a spostarsi di lato per studiare l'avversaria. Avrebbe trasformato il suo corpo nelle mura della fortezza e i colpi della sua avversaria sarebbero stati come debole pioggia sulle pietre. Come se quella gli avesse letto la mente, rise e si fece beffe di lui.

- Vuoi giocare a karate, eh? Attento, potresti farti male...

Masashi accorciò le distanze. La donna non alzava la guardia, limitandosi a tenere le gambe leggermente piegate come per scattare. Avrebbe pagato caro quell'errore.

Cercò l'affondo con un colpo basso mirando alle ginocchia per atterrare l'avversaria, togliendole il vantaggio della sua maggiore altezza. Ma il suo piede non incontrò il bersaglio: l'odiosa donna non era già più lì.

Errore, fu l'unico pensiero gridato dalla mente di Masashi mentre cercava di correre ai ripari. Il pugno passò attraverso la sua guardia sbilanciata e si schiantò sullo zigomo con molta più forza di quanto lui avrebbe mai pensato.

Forte e veloce: la Nakano mise a segno un fulmineo uno-due-uno che avrebbe mandato al tappeto moltissimi uomini. Masashi fu fortunato: il sinistro lo colpì male, troppo vicino all'orecchio per fare davvero danni e il secondo destro si abbatté in parte sulla difesa ripristinata in fretta e furia. Entrambi arretrarono interrompendo il contatto. Masashi vedeva rosso, accecato dall'ira e dal dolore. Nessuno stile, nessuna tecnica. Solo forza bruta e velocità. Ciò non era accettabile. Non era accettabile che quell'indegna avversaria avesse la meglio così facilmente.

Attaccò di nuovo, con più cautela ma con tutta la forza e la velocità che poteva mettere nei propri pugni. Stavolta l'irrispettosa donna eseguì una perfetta serie di parate degne di una espertissima cintura nera. Masashi tentò una presa per atterrare ma con una tecnica e una perizia imprevedibili la donna bionda sgusciò via senza danno alcuno regalandogli una gomitata sul collo che lui accusò in pieno.

- Bravo! - esclamò prendendolo in giro. Come se si trovasse sul tatami del dojo, Masashi lanciò un grido e attaccò, ingannato dalla breve distanza cui la giovane si trovava. Fu messo a terra con maestria e il calcio alla nuca che lo colpì inevitabile lo spedì indietro nel tempo. Era davvero nel dojo ora, il suo sensei l'aveva appena mandato per l'ennesima volta bocconi sul tatami. Ne sentiva sulla lingua l'amaro e sabbioso sapore, sapore di umiliazione e sconfitta. “Troppa rabbia!” la voce del maestro lo rimproverava spesso per la sua eccessiva irruenza. Sapeva di essere più forte del suo istruttore, doveva solo riuscire a colpirlo. Mettendo alla prova la sua potenza, Masashi si sollevò dal tatami. Si rialzava sempre, spesso solo per crollare pochi secondi dopo, disastrosamente. Anche quella volta i potenti muscoli lo sostennero e si sollevò. Ma non era il suo sensei l'avversario.

Il colpo giunse disonesto, diretto al viso e duro come un muro di mattoni, cogliendolo totalmente impreparato. Franò a terra supino, con la testa piena di ovatta e la lingua che sapeva di sangue premuta contro i denti traballanti nelle gengive.

- Ancora uno! Dai che ce la fai, ciccione!

Senza nemmeno sapere cosa stava facendo, Masashi si rialzò consumando le ultime gocce di ira impotente per tenersi in piedi e ricevere l'ultimo, tremendissimo colpo.


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