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TANK da Luca Mannurita blog


- Il filtro numero due è di nuovo sporco.

Larsen quasi non sentì la comunicazione a lui rivolta. Faceva un caldo terrificante e l'aria condizionata stentava a contrastarlo. La polvere entrava a sbuffi dal portello aperto insieme al rumore del motore e al perenne cigolio dei cingoli. Il carro armato al suo comando, specializzato nelle operazioni in ambienti vasti, stava pattugliando le strade cosparse di macerie di una città ribelle recentemente bombardata dall'Aviazione. Le stazioni di sorveglianza in orbita avevano segnalato movimenti di truppe nemiche tra le rovine. Ma Larsen non era furioso solo per il fatto d'essere di pattuglia in quel claustrofobico labirinto di cemento con un tipo di carro armato senza torretta, senza nemmeno avere avuto una vaga idea delle forze avversarie che avrebbe potuto incontrare.

- Ahmed, falla finita!

Larsen tolse le dita dal laringofono: il suo compagno non dava cenno di averlo sentito. Aveva aperto il portello e sporto fuori la testa pensando di fare chissà cosa. Ma non aveva chiuso la radio e stava ascoltando la sua orrenda musica accompagnandola con ululati che il suo laringofono raccoglieva e trasmetteva a tutto l'equipaggio. Alfred se ne infischiava: per lui era facile. Ma per Larsen non lo era. Il fracasso del carro armato che si muoveva lentamente tra le macerie della città deserta rendeva indispensabile l'uso dell'impianto di comunicazione e ciò condannava il mercenario a subire.

- Alfred, spegnigli quella dannata musica – ordinò secco Larsen. Aveva sopportato abbastanza.

- Spiacente, Larsen. Stavolta ha portato con sé un dispositivo indipendente.

Larsen arricciò le labbra e si lasciò sfuggire una bestemmia. Aveva già discusso col suo artigliere africano riguardo quel comportamento irregolare. L'ultima volta aveva caricato centinaia di mega di musica nel computer del tank e usato l'impianto audio di bordo per ascoltarla. Nulla di insopportabile se il negro non avesse avuto il maledetto vizio di ululare durante l'ascolto. A sentir lui, cantava accompagnando ciò che stava ascoltando. Chiunque altro lo avrebbe detto un pazzo affetto da peritonite.

Contorcendosi sul suo sedile, cercò con una mano di raggiungere Ahmed dalla sua angusta posizione. Nonostante il carro armato fosse stato progettato inizialmente per un equipaggio di quattro persone, lo spazio all'interno era poco per due. Ahmed era recentemente rientrato da una licenza e aveva scoperto di non passare più dal portello poiché si era lasciato andare un po' troppo ai piaceri del buon cibo.

- Ahmed! - gridò ancora Larsen riuscendo a sfiorare un ginocchio del caporale. Per poter mettere la testa fuori dallo scafo il sedile era stato sollevato.

L'ululato si interruppe, con gran sollievo di Larsen.

- Dimmi, capo! - la voce del caporale Ahmed suonò forte negli auricolari del capocarro Larsen. Sembrava felice.

- Falla finita! - gridò rabbioso il mercenario.

- Va bene... - rispose il caporale con tono mesto. Larsen stava per ordinargli di tirare dentro la testa, ma lasciò stare. Pensò che con un po' di fortuna un cecchino gliel'avrebbe staccata con un colpo di Nagant.

Ma era un'ipotesi piuttosto remota: Alfred era vigile e infallibile. Se un cecchino avesse sporto la canna della sua arma nel raggio di mille metri lui se ne sarebbe accorto immediatamente e avrebbe dato l'allarme. Era il terzo e ultimo membro dell'equipaggio. Una intelligenza artificiale posta al governo del carro armato per permettere di dimezzare l'equipaggio umano. Di fatto, Alfred era il carro armato. Un mostro dal corpo costituito di leghe metalliche resistentissime, trentotto tonnellate di acciaio plastico che si muovevano su due cingoli larghi sessanta centimetri. Il treno di rotolamento era composto da otto rulli per parte, ciascuno con una robustissima sospensione indipendente. Ogni sospensione aveva diversi sensori per rilevare velocità, condizioni del terreno e molto altro. L'intero carro, dai cingoli al motore all'armamento era percorso da una rete di sensori tra i più diversi: un sistema nervoso artificiale per un cervello artificiale. Il risultato era davvero micidiale: un carro senza torretta alto al massimo due metri armato con un cannone principale da centoventi millimetri e diverse mitragliatrici. Una delle quali, quella da dodici millimetri, brandeggiabile e servoassistita con funzione antiaerea, era tra le mani di Ahmed impegnato a cantare.

Il carro armato si arrampicò guardingo su una montagna di detriti: era tutto ciò che rimaneva della metà di un edificio di otto piani crollato sulla strada che gli passava davanti. Alfred fermò i cingoli non appena fu in cima a quella collinetta di rovine.

- Contatto – comunicò subito.

Lo schermo multifunzione davanti a Larsen passò immediatamente all'infrarosso mostrando una traccia termica debolissima.

- Bersaglio morbido in direzione tre-cinque-uno, distanza ottocentoquaranta metri – declinò poi Alfred, del tutto asettico. Classificava i bersagli a seconda del livello di protezione di cui erano dotati. La categoria dei bersagli morbidi andava dai veicoli non blindati come autovetture, camion e simili fino agli esseri umani.

- Ahmed? - Larsen era di nuovo calmo e concentrato. Anche un solo uomo poteva essere una minaccia: il sistema anticarro AT-11 Spearman usato dal nemico consisteva in un tubo di polimero usa e getta contenente un missile intelligente. Lanciato tenendolo sulla spalla, la sua gittata utile andava dai due o trecento metri ai due chilometri e mezzo.

- Non aggancio nulla, capo.

Il sistema di puntamento della mitragliatrice brandeggiabile era ottico e non poteva vedere bersagli che se ne stavano nascosti. Larsen cercò di ricavare qualcosa dai sensori all'infrarosso, gli unici che segnalavano la minaccia, ma non riusciva ad andare oltre quella debole, piccola macchia. Una traccia di calore che indicava la presenza di qualcuno nascosto nell'ombra. Così debole che se il sole, che arroventava la città diroccata, avesse raggiunto quel punto con i suoi raggi l'avrebbe resa invisibile.

- Alfred non stare impalato. Avanti piano e togliamoci da qui. E cazzo, Ahmed... tira dentro la testa.

Larsen non aveva nemmeno dovuto alzare la voce. Il motore del carro armato salì immediatamente invadendo col suo rumore l'ambiente che era occupato dall'equipaggio umano. Ahmed abbassò subito il sedile e richiuse il portello. Larsen pensò che forse adesso l'aria condizionata avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente e che lui avrebbe smesso di respirare la polvere delle ossa di quella città morta.

Alfred avanzò con estrema prudenza mantenendo tutti i suoi sensori di combattimento al massimo dell'attività. Il contatto col diminuire della distanza andava facendosi più definito fino a quando fu chiaro che si trattava di qualcuno coricato a terra. Larsen tirò un sospiro di sollievo: era molto pericoloso lanciare un AT-11 stando sdraiati poiché il missile aveva bisogno di alcune decine di metri per accelerare e stabilizzarsi. Se invece si trattava di qualcuno con un fucile anticarro, il tiratore aveva già perso la sua occasione. Ormai era a tiro dei sensori più raffinati di Alfred e i proiettili a elevata penetrazione della calibro dodici tra le mani di Ahmed potevano passare attraverso i muri di mattoni come attraverso la carta.

- Scansione – ordinò Larsen quando vide il telemetro segnalare una distanza inferiore ai cinquecento metri.

Con sua grande sorpresa il bersaglio era un essere umano di piccole dimensioni, disarmato. Era un bambino.

- Abbiamo trovato uno scampato al bombardamento – disse Ahmed, sorpreso.

- Già... i nostri goblin non saranno contenti di saperlo.

Larsen pensò ai piloti dei bombardieri notturni: si vantavano in continuazione della loro bravura, dovuta alla stretta comunione tra loro e gli impressionanti velivoli che pilotavano. Non avevano IA a bordo poiché il loro stesso cervello veniva interfacciato con i sistemi dell'aereo. Vedevano con i sensori dell'aereo, volavano con i suoi motori, colpivano con le sue armi. Era come se uccidessero con le loro stesse mani. Alla base Larsen rabbrividiva quando al tramonto li vedeva alzarsi con i loro mostri neri, panciuti, ululanti. I goblin: un nomignolo molto azzeccato.

- Alfred avanti così. Ahmed, lo tieni?

- Sì capo. Non lo vedo ma so dov'è.

Alfred aveva ovviamente il pieno controllo di tutti i sistemi di puntamento e tiro. Avrebbe potuto togliere i comandi della mitragliatrice ad Ahmed e fare fuoco al posto suo. Ma di solito non ce n'era bisogno: all'artigliere piaceva da matti il rumore della calibro dodici e ogni scusa era buona per sparare qualche colpo. L'unica cosa che dava fastidio a Larsen era che anche quando sparava Ahmed gareggiava col rumore delle armi urlando soddisfatto.

L'intensificatore di immagini, un potente occhio elettronico in grado di sconfiggere l'oscurità, aveva inquadrato la zona del bersaglio: un palazzo era stato sventrato da una bomba ma il parcheggio coperto era rimasto in piedi. Probabilmente i goblin andavano di fretta il giorno che erano passati di lì “a fare il lavoro”, com'erano soliti dire. “Consegnare il pacco”, “disinfestare”, “fare il lavoro”: tutti sinonimi della medesima operazione: il bombardamento. Lì, in quel parcheggio coperto realizzato in cemento armato, probabilmente appoggiato a una parete crollata a metà c'era un bambino solo. Intorno a lui non c'era traccia di attività termica fin dove giungeva la capacità di rilevamento dei sensori di Alfred. Se si trattava di una trappola, era davvero ben preparata.

Ma quando il telemetro era ormai sceso sotto i trecento metri accadde qualcosa.

- Movimento – disse Alfred atono come sempre.

- È lui?

- Sì. Contatto visivo.

Sullo schermo Alfred mostrò ciò che le sue telecamere anteriori stavano inquadrando. Sotto il reticolo di mira che si adattava automaticamente al bersaglio era apparso un bambino. Larsen non aveva figli: subito dopo essere partito per la zona d'operazioni aveva saputo che la sua fidanzata si era messa con un altro buttando nel cesso quattro anni di convivenza con sorprendente tempismo e facilità. Aveva avuto una relazione con una carrista come lui ma era morta dopo due settimane saltando su una mina anticarro con tutto il suo cingolato antiaereo. Da allora Larsen aveva fatto una croce sulla possibilità di avere una famiglia prima della fine della guerra, se mai fosse finita. Era diventato un frequentatore del bordello della base.

Non sapeva nulla di bambini quindi ma a occhio e croce quello doveva avere circa sette anni. Gli abiti sporchi e laceri, sembrava avesse una ferita alla testa. La sua pelle scura faceva risaltare il bianco degli occhi tanto da dare al suo sguardo un aspetto inquietante, spiritato. Era inespressivo, la bocca chiusa e le labbra strette. Stava fissando il tank, non c'era ombra di dubbio. Non c'era altro da guardare in quel cimitero di cemento, rottami e macerie.

- Consiglierei di fermarci qui e di attaccare il bersaglio.

Alfred era un freddo calcolatore: anche se poter parlare lo rendeva simile a un essere umano, non lo era.

- Non è una minaccia – ribatté Larsen.

- Questa situazione non mi piace. È potenzialmente pericolosa – ribatté Alfred.

- Il massimo che il moccioso può fare è prenderci a sassate – disse Larsen aprendo per la prima volta il suo portello. Di nuovo il condizionatore d'aria salì al massimo per compensare l'ingresso di aria rovente dall'esterno.

- Hey! Dai, vieni qui! - gridò al bambino che, pur essendo uscito allo scoperto, esitava ad avvicinarsi. Larsen alzò ancora un po' il sedile e sporse anche le braccia dallo scafo. Fece cenno al bambino di avvicinarsi.

- Dai, andiamo a fare un giro!

Larsen si voltò: alla sua destra la testa di Ahmed sporgeva da dietro la mitragliatrice calibro dodici. Con un braccio faceva dei cenni per indurre il bimbo ad avvicinarsi al tank il cui motore brontolava fortemente al minino dei giri.

Forse fu la vista della pelle nera dell'artigliere, forse il bambino si era finalmente deciso, vinto dalla curiosità di vedere il carro armato da vicino. Forse per non dare l'idea di essere ansioso di salire sul mezzo corazzato, camminò con ostentata calma fino a raggiungere il fianco destro.

- Forza, aggrappati! - lo esortò Ahmed guardandolo dall'alto della sua postazione di combattimento.

Quello non se lo fece dire due volte: mise un piede chiuso dentro una scarpa rotta su un rullo di corsa e afferratosi al bordo di una placca della corazza reattiva, si arrampicò con un po' di fatica fino a raggiungere l'artigliere.

- Bravo! - disse quello aiutandolo a superare l'ultimo ostacolo. Il bimbo rimaneva ostinatamente serio, come se intendesse a tutti i costi mascherare la propria felicità per essere salito a bordo del carro armato. Larsen lo osservò: quella alla testa non era una ferita da lacerazione ma una ustione ancora viva. I capelli crespi del ragazzino dalla pelle nera erano stati bruciati, il cuoio capelluto era stato in buona parte ustionato ed era umido di siero. Forse era solo per via dei gas di scarico del motore a turbina che non sentiva l'odore che emanava il piccolino: anche gli abiti erano bruciacchiati e da quello che vedeva una delle manine era orribilmente infetta e piagata. Non seppe dire con quale coraggio Ahmed cercò di strappare un sorriso al bambino facendogli il solletico.

- Hey, cos'hai di bello qui? - disse l'artigliere dopo aver toccato il bambino. Larsen si voltò in tempo per vedere il bimbo portarsi le mani allo stomaco e muovere le dita come se cercasse qualcosa.

- Che cos'è? - ripeté Ahmed con un tono ben diverso. Larsen si allarmò.

- Missile!

L'allarme lanciato da Alfred lasciò Larsen pietrificato. Il motore ruggì altissimo e il tank saltò all'indietro senza preavviso. Strisciando il cingolo di sinistra stava iniziando una manovra evasiva. Larsen si dovette aggrappare ma picchiò lo stesso con il casco contro i periscopi che circondavano il bordo del portello.

- Dentro! - gridò verso Ahmed. Lo vide afferrare qualcosa tra gli stracci del bambino e caricare il braccio per scagliare lontano l'oggetto. Un breve sibilo appena percepibile precedette la vampa dell'accecante fiammata che avvolse tutto.


Il pilota agì sui comandi con mano esperta e l'enorme aerogrifo quadrigetto, un velivolo equipaggiato per missioni di salvataggio e recupero, si inclinò docilmente per compiere un'ampia virata. All'interno del casco il capitano poteva leggere gli strumenti e vedere una riproduzione virtuale dell'ambiente che circondava il velivolo in volo sulle macerie della città a poche centinaia di metri d'altezza. L'aerogrifo infatti era mediamente blindato e nell'abitacolo si aprivano delle strette fessure alte una decina di centimetri che consentivano di vedere solo se fuori era buio o no.

Il pilota staccò una mano dai comandi mentre il velivolo era ancora inclinato e sollevò l'impenetrabile visiera nera. Si voltò verso il suo equipaggio, gli specialisti che occupavano le tre poltrone dietro la sua. Due artiglieri e un uomo-ragno.

- Siete pronti là dietro? T meno dieci.

- Pronti, capitano. Bersaglio confermato, zona tranquilla.

- Bravi.

Il capitano Jennifer Tosco abbassò di nuovo la visiera e rientrò nel suo mondo virtuale fatto di strumenti, orizzonti artificiali e telemetria laser. Esattamente dieci secondi dopo, come previsto, sorvolò il bersaglio. L'aerogrifo era difeso da torrette armate di cannoni a canne rotanti da venti millimetri, caricati con proiettili perforanti per corazze pesanti. Difficilmente avrebbero avuto ragione di un carro armato, ma altrettanto difficilmente ne avrebbero incontrato uno. I satelliti avevano spazzolato tutta la zona per un'ora e non avevano rilevato nemmeno un topo per un raggio di duemila metri intorno al bersaglio.

- Siamo arrivati, bello. Ti portiamo via – disse il pilota alla radio.

- Che bello sentirla, capitano. Non vedo l'ora di togliermi da qui – giunse immediatamente la risposta.

- Dammi il tempo di mettermi a punto fisso e ti agganciamo.

L'aerogrifo virò strettamente eseguendo una manovra piuttosto azzardata volta a perdere tutta la velocità orizzontale. I quattro motori a getto scaricavano furiosamente gas dagli ugelli vettoriali ora orientati verticalmente per sostenere il velivolo che si avvicinò al bersaglio lentamente. Le due torrette ventrali ruotavano velocemente da una parte all'altra scandagliando con i sistemi di puntamento tutta la zona alla ricerca di una minaccia. Condotto da una mano esperta il grande velivolo si fermò proprio sopra il bersaglio in attesa, a poche decine di metri di quota. Tutto sembrava tranquillo. Polvere di cemento e cenere veniva alzata dai getti dell'aerogrifo e scagliata via con forza in tutte le direzioni. Nell'occhio del ciclone, intorno al carro armato danneggiato niente sembrava muoversi.

Poi dal ventre del velivolo cadde qualcosa. Qualcosa che a pochi metri dal suolo accese dei razzi di frenata che lo rallentarono bruscamente fin quasi ad arrestarne la caduta a mezz'aria. Il congegno, rimasto collegato al velivolo che l'aveva sganciato da diversi cavi, aprì rapidamente molteplici gambe snodate e cadde pesantemente al suolo a distanza di sicurezza. Paragonato al tank era minuscolo: in realtà era grande un po' più di uomo e pesante circa duecento chili. Come se dovesse riprendersi dal brusco atterraggio esitò a muoversi per qualche secondo. Poi saettò verso il tank e usando le sue otto gambe articolate si arrampicò con insospettabile agilità sullo scafo trascinandosi dietro i cavi che pendevano laschi dal ventre dell'aerogrifo, fermo nell'aria come un gigantesco insetto curvo.

- Allora, vuoi dirmi qualcosa? - disse il capitano Tosco, impegnata a mantenere l'aerogrifo fermo rispetto al suolo. Il computer poteva farlo per lei, ma non l'avrebbe giudicato divertente.

- Ho scingolato, mobilità ridotta al tre per cento. Poi ho perso i sensori termici di destra e la telemetria principale. La calibro dodici antiaerea è fuori uso. Credo che bisognerà revisionare la turbina: faceva rumore e l'ho spenta. Le batterie sono al sessantasette per cento.

- Sei messo peggio dell'altra volta... almeno avevi ancora i cingoli.

- Lo so, capitano. Il mio debito aumenta ancora.

Il capitano Jennifer Tosco stirò le labbra in un sorriso invisibile sotto la visiera completamente nera del casco. Chiuse per un momento il canale della radio passando alle comunicazioni interne.

- Come va, Vikkonen?

- Manca poco, capitano.

- Sbrigati... sono messi un po' male laggiù.

Il soldato specializzato Vikkonen manovrava alacremente i comandi del ragno, il robot con zampe articolate che stava agganciando i cavi d'acciaio dell'elicottero ai ganci di sollevamento del tank in avaria. Per questo era chiamato uomo-ragno. La cabina dell'aerogrifo non era molto grande e il microfono del casco era sensibile quindi si limitò a pensare ciò che avrebbe voluto rispondere al capitano.

- Ci siamo quasi, resisti – disse il pilota una volta riaperto il canale radio.

- Grazie di nuovo, capitano.

- Bersaglio agganciato e pronto per il sollevamento – disse l'uomo-ragno.

L'ultimo cavo, quello più sottile, era rimasto attaccato al dorso del robot. Si tese dapprima gradualmente e poi in fretta, dando uno strattone al robot e sollevandolo. Questi, perso il contatto fisico con lo scafo del tank ripiegò automaticamente le zampe contro il ventre e si lasciò issare a bordo. Il suo compito era finito: quattro robustissimi cavi d'acciaio erano agganciati correttamente e si tesero contemporaneamente mentre l'aerogrifo li riavvolgeva con metodo. Poi il capitano Tosco diede più manetta ai motori e i cavi di sollevamento si irrigidirono, sopportando il peso del veicolo corazzato. Questo si alzò da terra regolarmente, dondolando un po' solo quando il cingolo rotto si sfilò del tutto dai rulli di scorrimento e cadde contorcendosi a terra con un tonfo poderoso, che però si perse nel rumore assordante dei motori dell'aerogrifo.

Il capitano guadagnò quota e contemporaneamente orientò gli ugelli vettoriali dei motori in modo da cominciare a muoversi.

- Fra trenta minuti saremo sulla nostra base – comunicò il capitano una volta raggiunta la velocità di crociera massima consentita dal fardello sospeso sotto il ventre del suo velivolo.

- Di nuovo grazie, capitano.

- Non c'è di che. Vuoi dirmi cosa è successo?

- Un missile – giunse la risposta, atona, senza esitazioni – mi ha agganciato grazie a un dispositivo tracciante.

- Un tracciante? E come ti è arrivato addosso un tracciante?

- Era nascosto sotto i vestiti di un bambino. Una volta avvicinatosi è stato attivato. L'impulso ha fatto da guida al missile attraverso le mie contromisure.

- Un bambino? - si meravigliò il capitano. Nessuno poté vedere la smorfia di disgusto che le si dipinse sul volto.

- Precisamente.

- E l'equipaggio ha fatto avvicinare un bambino?

- Esatto.

- Idioti. Speriamo che il tuo prossimo equipaggio sia un po' meno sprovveduto, Alfred.

- Speriamo. Se lei potesse fare qualcosa in proposito le sarei grato.

- Ci posso provare. Ma non farmi fare promesse ora. Ti farò sapere. Ah, una cosa...

- Sì capitano?

- Chiamami pure Jenny.


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