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La Forma della Voce è un grido silenzioso da Elena Paoletta blog


Il 24 e il 25 ottobre alcuni cinema italiani hanno proiettato nelle loro sale La forma della voce ( 聲の形 Koe no katachi), il nuovo anime della Kyoto Animation scritto da Reiko Yoshida (già sceneggiatrice de La ricompensa del gatto prodotto dallo Studio Ghibli) e diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi. Distribuito da Nexo Digital e Dynit, il film è tratto dal manga di Yoshitoki Oima che è stato acclamato dalla critica, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato molto apprezzato dal pubblico tanto che i sette volumi che compongono la serie completa sono stati venduti in milioni di copie sia in Giappone che all’estero.Spesso per molti l’animazione viene considerata solo come puro intrattenimento o semplice evasione, quando invece tratta anche problemi sociali e argomenti complessi sulla realtà che ci circonda e che ha per protagoniste persone vere, con le loro esperienze di vita, le loro fragilità e i loro sentimenti. Certo ci vuole coraggio, delicatezza e sensibilità per non cadere nella retorica o in toni troppo drammatici, ma soprattutto occorre avere la voglia di raccontare qualcosa non per se stessi ma per qualcun altro. Naoko Yamada è riuscita a realizzare un’opera profonda e realistica sul tema del bullismo a scuola, una piaga sociale che riguarda molti giovani e non solo; probabilmente la mangaka ventottenne Yoshitoki Oima doveva conoscere abbastanza bene questo tema, visto che ha iniziato a scrivere i primi tre volumi quando aveva diciotto anni.La Forma della Voce racconta le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, che diventa vittima del bullismo del suo compagno delle elementari Shoya Ishida, un bulletto amante delle bravate. Il ragazzo è incapace di relazionarsi con lei, che comunica solo scrivendo su un quaderno, e questo lo porta al totale disinteresse, al non volere né conoscere né sapere nulla di chi considera diverso. Questa sua incapacità è un problema che non vuole ammettere perché è più facile incolpare gli altri dei propri limiti che considerarli tali e cercare di correggerli. È più facile vedere fragili gli altri che riconoscere di esserlo: dentro Shoya balena un lampo di odio verso la ragazza e scattano così una serie di molestie e atti di bullismo che poi finiscono con il coinvolgere quasi tutta la classe. Shoku è una ragazza delicata, molto fragile, dolce e timida e all’inizio attira le attenzioni dei nuovi compagni di classe proprio per il suo modo di comunicare.




L'iniziale curiosità e il loro volenteroso sforzo, scrivendo piuttosto che parlando normalmente, inizia però ad affievolirsi presto e, un po’ per volta, le attenzioni che le vengono rivolte diventano di tutt'altra natura, rendendola la vittima preferita di frasi offensive e scherzi pesanti, come quello di strapparle gli apparecchi acustici e gettare i suoi quaderni in una fontana.L’approfondimento dell’argomento di cui tratta l’opera arriva dal personaggio di Shoya Ishida e dai suoi comportamenti prima dell’entrata in classe della sua nuova compagna. L’anime inizia con lui che passeggia lungo un ponte e poi si ferma ad osservare l’acqua sottostante con lo sguardo ipnotico, lasciando intendere che pensa di suicidarsi. I ricordi affollano la sua mente, soprattutto un episodio della sua infanzia che più di tutti ha condizionato il suo modo di essere attuale. Si rivede infatti in quel ragazzino scapestrato che sfidava continuamente gli amici a saltare nel fiume da altezze pericolosissime, sempre ammirato e cercato da tutti. Questo è il punto di partenza su cui verranno a ricomporsi i vari pezzi della sua vita attraverso tutto lo svolgersi del film. L’arrivo in classe della ragazzina silenziosa, fin troppo gentile ed educata, il disagio di Shoya davanti a tutto ciò e il suo conseguente bullismo, non fanno che aumentare il suo ruolo di leader fino a quando tutte le prepotenze superano il limite attirando l’attenzione degli adulti.Shoko è costretta a cambiare scuola e Shoya viene lasciato solo dai suoi compagni, che oltre a scaricargli addosso tutta la responsabilità delle azioni violente, lo fanno diventare la nuova vittima prescelta emarginandolo e costringendolo così a guardare il mondo con occhi diversi. A questo punto l’anime ritorna al presente: in preda ai sensi di colpa che lo hanno accompagnato negli anni successivi, Shoya decide di imparare il linguaggio dei segni, di cercare Shoko per chiederle scusa e farsi perdonare. Questo suo percorso lo porterà anche a incontrare di nuovo i suoi ex compagni di classe, quelli che credeva amici e che invece non si sono rivelati tali. La forma della voce, oltre che ad affrontare il tema del disagio infantile di fronte ad un handicap, è psicologicamente costruito nel tratteggiare la complessa figura del ragazzo bullo. Attraverso piccoli gesti, dettagli e situazioni apparentemente ordinarie, il suo ritratto emerge in tutta la complessità e profondità che lo caratterizza, mentre intorno a lui anche alle figure minori e alle loro relazioni interpersonali viene data la giusta importanza nello svolgimento narrativo.




Sono molte le sfumature che la storia riesce a toccare: la solitudine, la disabilità, la superficialità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, la depressione, la redenzione, i legami con le persone e di come a volte si venga discriminati per cose di cui non si è responsabili e altre volte invece di cui si è colpevoli. Ma La forma della voce è soprattutto una storia di ritorni; un racconto in cui il passato torna costantemente a invadere il presente per affrontare i rimorsi e cercare il modo migliore per liberarsene. Un passato che carica tutti di pesi insostenibili e che incatena tra loro i protagonisti, legandoli ad errori purtroppo commessi ma che si vorrebbero assolutamente cancellare. Sia che si tratti di avere e gestire un handicap, oppure di aver causato del male ad una persona per cattiveria, crudeltà, stupidità o semplice ignoranza, non è però possibile cancellare questi macigni dalle proprie coscienze, né riuscire a dimenticarli. Ognuno ha le sue difficoltà; tutti sembrano bloccati in un eterno presente, impossibilitati ad andare oltre, ad affrontare la vita e il futuro perché i sensi di colpa sono più forti di tutto. Il film riesce a mostrare chiaramente il difficile e doloroso percorso con cui i protagonisti tentano di fare l’atteso passo in avanti che cambierà per sempre le loro vite e il loro modo di essere.La storia di Shoko e Shoya sembra dirci esattamente questo: se non si riesce a comunicare il proprio malessere, il proprio disagio, ad accettare se stessi, a perdonarsi e amarsi per quello che si è, si può finire stritolati da un muro di tristezza e solitudine dal quale neanche una voce può uscire per invocare aiuto, neppure gridando silenziosamente nell’anima. Non è un caso che entrambi inizino a trovare un proprio equilibrio solo quando riescono ad avere il coraggio di confrontarsi con il passato, ritrovare i vecchi compagni che si credevano persi e accettando nuovi amici che aspettavano solo di poter entrare nelle loro vite.




Forse la Yamada è stata influenzata dalle opere di Makoto Shinkai: entrambi immergono le loro storie in un contesto realistico affrontando tematiche contemporanee che mettono al centro l’uomo e il suo voler trovare il coraggio nel guardare avanti; entrambi optano per una regia attenta ai dettagli, che si avvale del montaggio per evidenziare la particolare sceneggiatura; entrambi sanno dare i giusti tempi emozionali alternando le immagini più sofferte a quelle più poetiche e distensive, sfruttando inoltre una colonna sonora alquanto coinvolgente.Molto efficaci sono alcuni tratti distintivi del manga utilizzati anche nel film, come l’uso del linguaggio dei segni e le grandi X che coprono il volto di alcuni personaggi a sottolineare lo sguardo indifferente del bullo Shoya verso il prossimo. Quando il ragazzo prenderà coscienza dei vari comportamenti e soprattutto capirà le problematiche degli altri liberandosi delle sue, le grandi X inizieranno a cadere perché lui finalmente osserva i volti delle persone che incrociano il suo cammino, non resta più chiuso nei suoi cupi pensieri ma si apre ad un futuro più luminoso che include anche il rispetto per gli altri.




Gli animatori della Kyoto Animation hanno saputo valorizzare la bellezza dei fondali adottando colori luminosi, scegliendo con cura le ambientazioni e i dettagli di ogni tipo; ogni aspetto della costruzione visiva dell'anime è particolarmente ricercato e apprezzato, grazie anche al character designer Futoshi Nishiya che si ispira ai tratti originali del manga di Ōima. Dal canto suo la regista Yamada tratta la storia con grande senso di responsabilità, gestendo i tempi con le dovute pause ed un ritmo dilatato che lascia allo spettatore il tempo di assimilare e riflettere: come accade in tanti anime, anche ne La forma della voce l’amore per la vita è l’unica arma per affrontarla con coraggio.




Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist athttps://jobok.eu/user/Elena91


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