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Elena Paoletta C


Tratto dall’omonimo manga di Keiji Nakazawa, questo anime è stato distribuito in sala da Nexo Digital in collaborazione con Dynit per soli due giorni, il 19 e il 20 settembre. Pur essendo fuori dai consolidati schemi del mercato dell’animazione, In questo angolo di mondo ha vinto il premio “Animation of the year” ai Japan Academy Prize, battendo il più conosciuto Your Name di Makoto Shinkai, e il premio della giuria al Festival Internazionale del film di animazione di Annecy ottenendo eccellenti risultati anche al botteghino. Sunao Katabuchi, il regista del film, viene dallo Studio Ghibli; il suo primo lavoro infatti è stato quello di assistente alla regia per Kiki, consegne a domicilio (1989). In questo angolo di mondo porta con sé tutto l’insegnamento dello Studio Ghibli: dal character design, alle musiche e allo sviluppo dei personaggi, caratteristica di Miyazaki, ma anche la scelta cromatica soffusa, quasi acquarellata, che si ispira agli ultimi lavori del maestro Isao Takahata, come La storia della principessa splendente (2013). Molti hanno paragonatoIn questo angolo di mondo con Una tomba per le lucciole (1988) ma forse solo per il fatto che trattano argomenti simili ovvero i drammatici giorni del conflitto che hanno segnato in maniera profonda e indelebile la storia del Giappone. Il film di Takahata viaggia però su una linea ideologica pessimista, mentre In questo angolo di mondo offre una narrazione drammatica ma aperta al futuro.È l’inizio degli anni Trenta e a Hiroshima la giovane Suzu Urano è ancora una bambina felice, spensierata, con la testa tra le nuvole; una sognatrice a cui piace disegnare e inventare storie per la sua sorellina.




La vita scorre serena per la famiglia Urano, mentre il mondo si avvia a grandi passi verso la guerra mettendo a dura prova la vita di tutti. Il primo di una serie di traumi Suzu lo vive quando nel 1944, il giovane Shusaku Hojo, funzionario della marina imperiale, la chiede in sposa. Suzu deve lasciare la sua famiglia e la sua città natale per questo matrimonio combinato e, senza mai aver visto il suo futuro marito, si trasferisce in un paese che non le appartiene, dove anche il paesaggio è differente: dalla tranquillità di Hiroshima a Kure, una cittadina con un porto militare. Inizia così una nuova vita tra molte difficoltà, soprattutto quelle relative all’integrazione nel nuovo nucleo familiare e il suo modo di essere un po’ distratta ed impacciata, porta Suzu a scontrarsi spesso con la cognata, una giovane vedova con una figlia piccola che vive immersa nella realtà e proprio per questo si rivelerà poi un ottimo aiuto per la piccola sognatrice. A peggiorare le cose ci sono la guerra e i continui bombardamenti statunitensi che rendono quasi impossibile l’esistenza per gli abitanti di Kure, impotenti e costretti a rintanarsi nel sottosuolo a ogni richiamo delle sirene antiaeree. Anche la vita di Suzu è sconvolta e la sua filosofia di vita “resta ordinaria e resta sana” la fa apparire fragile e inadatta alle difficoltà della vita, ma con tenacia, perseveranza, senso del dovere, un pizzico di creatività e tanto coraggio, riesce sempre a ottenere il massimo con gli scarsi mezzi a sua disposizione. Emergono dettagli di vita sociale e quotidiana; in particolar modo, il regista si sofferma sulle abitudini alimentari giapponesi con ricette di piatti tipici e piccoli trucchi per renderli più appetitosi e abbondanti in un tempo in cui il cibo scarseggiava.




Tutta la storia è basata su sentimenti contrastanti che non si focalizzano solo sulle vicende della giovane Suzu e sul suo modo bellissimo di ridisegnare la realtà ma, grazie ai personaggi di contorno  molto caratterizzati, viene offerto uno sguardo particolare sulla vita in tempo di guerra. Con la povertà imperante e le operazioni militari in sottofondo, viene reso perfino un triste omaggio alla leggendaria Yamato, la più grande nave da guerra giapponese.Il film è costantemente pervaso da una toccante amarezza che lascia comunque spazio alla speranza, riservando nella narrazione degli eventi tutta la forza di spirito del popolo nipponico di fronte alla realtà dei bombardamenti aerei fino al più devastante evento della bomba atomica. Suzu è l’emblema della guerra: la tranquillità di poter camminare guardando il cielo, la libertà di potersi sedere davanti al fiume con la sua matita a disegnare, la spensieratezza delle sue giornate, vengono sostituite da un cielo che fa paura, dall’insicurezza del domani, dalle lunghe file per avere un pezzo di pane che il più delle volte però è finito. Suzu resta intrappolata nella guerra, nella fame, nella sofferenza, nei sensi di colpa, ma soprattutto nella consapevolezza di non poter fare niente.




Tutto sembra vano e senza senso, ma non si può tornare indietro e non si potrà più avere quello che si è perso, tranne forse che l’atteggiamento positivo nei confronti della vita. Suzu è giapponese…non si spezza; stringe i denti e decide di voler essere forte, di rialzarsi e di ricominciare a sorridere. Vuole tornare a essere spensierata, a camminare guardando in su, a ricominciare a vivere “in questo angolo di mondo” in cui tutto ciò sembra ora impossibile.Un anime visivamente emozionante grazie anche ad uno stile grafico di grande fascino, con tratti semplici ma incisivi e una cura per i dettagli che immergono immediatamente nelle atmosfere e in un realismo impressionante.




La tanta luminosità delle scene contrasta con l’oscurità del dramma e trasforma la violenza della guerra in un amaro sogno ad occhi aperti. In una vicenda ricca di dolore e ansia, con l'ultima parte altamente drammatica, il regista lascia spazio alla tenerezza, alla semplicità dei piccoli gesti, lanciando un messaggio di speranza: la Storia è crudele ma l’amore e la poesia possono salvare l’uomo dalla sua stessa follia.



Collages by Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Sono ormai passati vent'anni dall'inizio della serializzazione televisiva del manga shōjo di Sailor Moon, un’opera che è stata il mito di un’intera generazione. Tuttavia il suo successo è ancora così forte che la Toei Animation ha deciso di crearne una nuova per festeggiare il ventennale: un reboot, cioè una serie che riprende i personaggi e la sequenza della storia con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria.Pochi sanno che Sailor Moon in realtà nasce come spin-off di un altro manga, Codename Sailor V, ovvero le avventure di quella che poi diventerà Sailor Venus nel gruppo delle guerriere Sailor.Codename Sailor V è un manga uscito poco tempo prima della nascita di Sailor Moon e cresciuto parallelamente ad esso. Protagonista del manga Codename Sailor V pubblicato in Giappone nel 1991, Sailor Venus prima si chiamava Sailor V e combatteva i nemici della Terra da sola aiutata dal gatto parlante Artemis. Spinta dal buon successo, l’autrice ha ampliato la storia di Sailor V creando appositamente il manga Pretty Guardian Sailor Moon, da cui è stata poi tratta la serie anime. Il personaggio originario è diventato così coprotagonista e viene chiamato Sailor Venus ed è la prima delle quattro amiche di Usagi Tsukino/Sailor Moon a trasformarsi in una guerriera. Le altre Sailor che compongono il nucleo iniziale, dette anche Guardian Senshi (dal giapponese “combattente”), vengono introdotte durante la prima stagione dell’anime: Sailor Mercury, Sailor Mars e Sailor Jupiter. Sono tutte studentesse con la tipica uniforme alla marinara che costituiranno la squadra di guerriere in supporto di Sailor Moon e che hanno il compito di difendere la principessa Serenity, vera identità di Sailor Moon nel regno del futuro Silver Millennium. In loro aiuto interviene anche Mamoru alias Tuxedo Kamen l’affascinante e misterioso cavaliere con cilindro e rosa letale con cilindro e rosa letale (da noi conosciuto come Milord), alias Endymion il principe sposato a Serenity. Il compito di tutti loro è sconfiggere i cattivi inviati sulla Terra per impossessarsi del Cristallo d’Argento appartenente alla Principessa Serenity.




Fin dalla prima puntata si parla di una Sailor misteriosa che combatte i criminali della città guidata dal gatto bianco Artemis. É molto importante la presenza felina: infatti quando la studentessa Usagi incontra la gatta nera Luna, questa le rivelerà la sua identità di Sailor dando così inizio alla saga di Sailor Moon. La serie, dopo le prime due stagioni di grandissimo successo, si è arricchita di nuovi personaggi e di una trama sempre più complessa che si avvicina ad un moderno ciclo mitologico che ha entusiasmato la generazione degli anni Novanta. Sono cresciuta con Sailor Moon insieme ai tanti cosiddetti “cartoni animati” che venivano trasmessi in quegli anni; ho iniziato a vederlo alle elementari e mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi hanno sempre affascinata le ambientazioni e anche io da piccola come tante ragazzine giocavo a essere una guerriera Sailor, la combattente che veste alla marinara. Ho adorato vedere per la prima volta sullo schermo le vicende di un gruppo di giovani adolescenti tormentate dal contrasto del vivere una vita normale e l’avere poteri per combattere il male nel mondo. Con Sailor Moon tutte le bambine dell’epoca hanno creduto che la solidarietà femminile e l’amicizia fossero impossibili da scalfire e soprattutto che non sempre per salvarsi è necessario l’aiuto maschile, ma che la forza d’animo e il credere in se stessi fa crescere e rende indipendenti.Insieme ad altri cartoni come Lady Oscar, Rossana, Ranma½ e Dragonball, Sailor Moon mi ha fatto scoprire un mondo bellissimo, ovvero quello dei manga e dell’animazione giapponese. Mi sono così avvicinata sempre di più a quelle storie molto diverse dalle solite fiabe e a quel particolare tipo di disegno a cui non ero abituata, una passione che non ho mai smesso di coltivare. Possedevo anche tantissimi giocattoli e gadget che purtroppo col tempo ho perso, tranne due pupazzetti a cui sono molto affezionata, quelli dei gatti Luna e Artemis. Naoko Takeuchi in un primo momento aveva in mente una storia un po’ diversa da quella poi realizzata. Per esempio Sailor Mercury doveva essere un cyborg che moriva distrutto dai nemici alla fine della prima stagione; l’editor dell’autrice le consigliò di trasformarla in un’umana per tenerla in vita e farla diventare una delle guerriere Sailor. Sailor Jupiter poi avrebbe dovuto essere il capo di una banda di teppisti con tanto di vizio del fumo, ma venne trasformata in una ragazza dalla forza fisica portentosa e quindi in una guerriera energica. L’autrice, oltre alla passione per la scienza, le auto di lusso e il cibo, è un’appassionata di moda e ha preso spunto da diversi stilisti famosi per creare gli abiti con cui abbellire i suoi personaggi; ad esempio l’abito della Principessa Serenity è ispirato allo storico abito Palladium di Dior e quello della Lady Nera è ripreso da una modella della pubblicità del profumo Opium.




In origine le uniformi delle guerriere Sailor erano tutte diverse, ispirate alle divise scolastiche giapponesi. Nella versione che conosciamo di Sailor Moon le divise sono tutte simili tra loro, cambia solo l’assortimento dei colori e qualche accessorio, mentre nei primi bozzetti dell’autrice ogni guerriera aveva un costume particolare. I colori presenti sull’uniforme di Sailor Moon ovvero il rosso magenta, il blu, il bianco e l’oro rappresentano i vari colori della Luna. A me sono sempre piaciute tutte le guerriere Sailor perché riuscivo a trovare in ognuna diversi aspetti in cui identificarmi: la positività e l’allegria di Usagi/Sailor Moon e il suo essere una golosa di dolci; la dolcezza e la timidezza di Ami/Sailor Mercury, la sua serietà nello studio e la voglia di conoscere e imparare cose nuove; la testardaggine di Rei/Sailor Mars e il suo essere spesso diffidente; la simpatia e la goffaggine di Minako/Sailor Venus, ma soprattutto Makoto/Sailor Jupiter, la guerriera del pianeta Giove, da sempre il mio personaggio preferito insieme a Sailor Moon. Adoravo il suo carattere, una ragazza romantica e gentile, forte e indipendente, che non si arrende mai di fronte alle avversità e adoravo anche i suoi orecchini a forma di rosa che stanno ad indicare il suo legame con i fiori, tanto che anche io come lei ne possiedo un paio. La coppia Usagi e Mamoru ha fatto sognare molte ragazzine come me e il romantico Milord è stato per tante il primo amore, quello che si idealizza e non si trova mai… :(




Sailor Moon è uno dei più bei ricordi della mia infanzia, di quei momenti spensierati in cui si giocava e si guardavano tantissimi cartoni animati con l’innocenza di essere bambini.I miei gusti non sono poi tanto cambiati con il passare del tempo, anzi la passione è diventata più consapevole e si è evoluta, ma Sailor Moon continua ad affascinarmi adesso come allora, tanto che mi è piaciuta molto la serie nuova Sailor Moon Crystal perché si guarda con occhi diversi e si riescono a percepire cose nuove che da bambina non avevo visto.Da domenica 18 dicembre 2017 è andata in onda giornalmente su Rai Gulp la prima stagione subito seguita dalla seconda, mentre la terza è stata trasmessa sempre sullo stesso canale a partire dal 16 giugno 2017 riscuotendo un grande successo, tanto che l’hashtag #SailorMoonCrystal è diventato addirittura top trend di Twitter durante la trasmissione.I capitoli del manga, chiamati Act, sono raggruppati in cinque serie: Dark Kingdom, Black Moon, Mugen, Yume e Stars. Queste cinque serie danno le basi delle cinque stagioni dell’anime, anche se in quest'ultimo sono presenti delle storie inedite.Questa nuova serie è più breve e più veloce della prima; infatti conta 39 atti fino alla terza stagione, mentre quella che uscì nel 1992 era composta da 46 solo nella prima. Sailor Moon Crystal è una serie che poco si dilunga in puntate filler raggiungendo subito il centro della narrazione e che ripercorre le gesta dell’eroina a partire dalle origini, attenendosi più fedelmente al manga originale di Naoko Takeuchi. Della nuova serie sono state trasmesse per ora solo tre stagioni su cinque, che approfondiscono parti di trama mai apparse nella vecchia serie, ma che hanno il pregio di rendere più matura e turbolenta la storia delle Sailor. Tuttavia, anche se non ha nulla a che vedere con l’impronta decisamente più spensierata data alla serie degli anni Novanta, questa nuova versione più dark viene trasmessa su un canale prettamente dedicato ai bambini e in fascia oraria pomeridiana.La scelta sicuramente tiene conto di come i tempi siano cambiati; oggi i bambini sono più consapevoli di come va il mondo, hanno più facilità al linguaggio degli adulti e sono più abituati a vedere immagini che una volta sicuramente potevano turbare o scandalizzare.In questo reboot scompaiono così le censure che negli anni Novanta crearono non pochi problemi alle emittenti che trasmettevano le serie importate. In Giappone infatti i manga e gli anime sono destinati ad un pubblico più adulto, mentre in Italia i cartoni animati sono spesso considerati adatti solo ai bambini. Per questo Sailor Moon è ricordato anche per essere stato uno dei cartoni a target infantile più censurato: frequentissimi sono stati i tagli e le modifiche apportate alla trama, date le allusioni sessuali ritenute eccessive per un pubblico di minori, ma derivanti da una cultura molto distante da quella italiana come quella giapponese, che tratta la sessualità in una maniera più libera. I tagli hanno riguardato soprattutto le inquadrature troppo ravvicinate alla nudità delle protagoniste durante le trasformazioni, oppure in alcune scene di intimità tra i personaggi. Una psicologa sostenne che la quinta serie di Sailor Moon sarebbe stata in grado di compromettere seriamente l’identità sessuale dei bambini. L’accusa era basata sulla segnalazione di alcuni genitori i cui bambini maschi, appassionati della serie, giungevano ad identificarsi con la protagonista. Successivamente la polemica riguardò la quinta stagione con l’apparizione del gruppo musicale maschile Three Lights che per combattere cambiano sesso e si trasformano nelle guerriere Sailor Starlights. Le immagini della trasformazione in Italia furono censurate e giustificate con la comparsa di sorelle gemelle, mentre in America la stagione non venne mai trasmessa. Altri cambiamenti riguardarono alcuni personaggi malvagi che vennero trasformati direttamente in donne, come Zakar e Occhio di pesce, per non spiegare la relazione omosessuale del primo con Lord Kaspar e la passione per gli abiti femminili del secondo. In conseguenza alle polemiche la serie di Sailor Moon, già riadattata, fu ancor più modificata: in video con vistosi fermi immagini e rimontaggi delle scene e ancora di più nei dialoghi che in diverse occasioni stravolgevano la trama originale. Nella terza serie le guerriere Sailor Uranus e Sailor Neptune formano una coppia omosessuale, ma il loro amore venne completamente censurato da Mediaset che le fece passare per semplici amiche.





Inoltre nell’ultimo episodio della serie, Sailor Moon coinvolta in una battaglia particolarmente violenta si mostra in video completamente nuda. Sebbene il nudo fosse inteso come simbolico e coerente con il senso della storia e non presentasse caratteri sessuali visibili, ma di fatto era un nudo simile a quello di molte bambole, venne giudicato inaccettabile e quindi censurato dagli adattatori. L’episodio è stato ritrasmesso per la prima volta senza censure video il 19 settembre 2010 sul canale a pagamento Hiro di Mediaset Premium e il 4 settembre 2011 su Italia1, mantenendo tuttavia le modifiche e le censure apportate nei dialoghi durante la prima messa in onda.I tempi sono cambiati e il livello di maturità raggiunta si vede anche nella scelta delle musiche; mentre una volta spadroneggiava la vocina allegra di Cristina D’Avena, oggi le sigle sono quelle originali giapponesi che rendono la storia più vera. Le sigle di apertura e di chiusura sono molteplici e i relativi video cambiano ogni volta che viene aggiunto un personaggio importante ai fini della trama.Il particolare che piacevolmente colpisce è il fatto che tutto l'anime pare avere un'intensità diversa, forse meno adatta ai bambini; lo si nota anche dalle musiche di sottofondo più incalzanti e cupe, che tentano di mantenere alto il pathos nelle scene che lo richiedono e rendono i personaggi più credibili, sia nelle gesta eroiche delle guerriere che nei momenti dove prevale l’amicizia. La nuova serie televisiva è comunque adatta alle bambine e ai bambini in età scolastica perché tutti gli argomenti sono toccati con delicatezza e semplicità. Si può solo consigliare che la vedano insieme a un adulto che possa aiutarli aggiungendo spiegazioni dove fosse necessario. La scelta di rimanere più fedeli al manga è indubbiamente da apprezzare soprattutto nel character design, nello svolgersi stesso della storia e nei più piccoli particolari come la spilla che permette la trasformazione. Le sorprese e i colpi di scena sono numerosi, non mancano i combattimenti ma neanche le scene romantiche; tutto è avvincente e spettacolare e sempre più aderente alla storia originale. Mi sono emozionata durante la visione del primo episodio, soprattutto all’introduzione del primo atto che ha toni quasi epici nel mostrare una suggestiva panoramica dell’universo, con i primi piani della Luna e della Terra e alla vista di una delle coppie più romantiche di sempre: Queen Serenity e Principe Endymion. Si viene poi catapultati sulla Terra ai giorni nostri per la presentazione della protagonista Usagi Tsukino, una quattordicenne pigra e piagnucolona, un po’ goffa ma un’alunna piena di vita del terzo anno di scuola media.





Avendo visto qualche immagine del nuovo adattamento prima della sua messa in onda, i miei sentimenti erano ancora divisi tra la curiosità/eccitazione e il timore di deludere i ricordi della bambina dentro di me che ha fatto tesoro del grande insegnamento della guerriera che veste alla marinara.Mi è piaciuto il fatto di aver visto qualcosa di completamente nuovo rispetto al vecchio anime, anche se non ho potuto evitare quella sensazione nostalgica che provavo da piccola quando il pomeriggio accendevo la tv e stavo incollata a guardare Sailor Moon gridando: «Potere del cristallo di Luna trasformami!»




Ciò che ho percepito oggi come vera bellezza dell’anime è la profondità dei personaggi e lo spazio che viene dato a ciascuno di loro, tanto che viene più spontaneo e facile identificarsi con una Sailor in particolare.Un altro dei grandi pregi di questa serie è il rispetto mantenuto dei nomi originali dei personaggi che gli adattamenti degli anni Novanta avevano annullato o deturpato in nome di una maggiore comprensibilità del prodotto per il pubblico occidentale.Infatti in Sailor Moon, edito in un periodo in cui la semplificazione culturale sui nomi era largamente diffusa, la protagonista Usagi venne ribattezzata Bunny per richiamare il significato del nome giapponese. Il nome di Bunny non è dunque casuale: Usagi in giapponese significa “coniglio” e una nota leggenda nipponica vuole che un coniglio risieda sulla Luna (Tsuki no usagi).Questo cambiamento di nome non ha conseguenze fino alla seconda serie, quando arriva una bambina che nell’anime originale si chiama Usagi e che poi, per non essere confusa con la Usagi più grande, viene chiamata Chibiusa, dove chibi sta per piccola e usa per Usagi, quindi giustamente Chibiusa significa “piccola Usagi”. La trasformazione italiana del nome Usagi in Bunny ha fatto sì che non venisse compresa questa particolarità. Meno male che in questa nuova edizione nel doppiaggio sono stati lasciati i nomi originali come è giusto che sia.La differenza con il vecchio cartone animato degli anni Novanta passa anche da un restyling dei personaggi, le vecchie facce da ragazzine vengono sostituite da nuovi visi dal mento marcato e dai capelli ribelli, che sono incredibilmente fedeli ai disegni originali di Naoko Takeuchi. La cosa che più contraddistingue Sailor Moon sono i suoi lunghi codini biondi ispirati alla forma degli odango giapponesi, le tipiche polpette di riso, ma non tutti sanno che nei primi bozzetti dell’autrice lei aveva i capelli rosa, che poi si sono evoluti in color argento ed infine si sono stabilizzati con il classico colore biondo. Usagi/Sailor Moon è meno macchietta di quanto fosse nella precedente serie, sia nel suo aspetto da scolaretta che nella sua veste da guerriera; grazie alla sua comicità, alla dolcezza e la forza che esprime riesce ad essere un esempio positivo per tutti.




Tutte le protagoniste sono più mature e slanciate, hanno gli abiti più sensuali come pure i loro atteggiamenti e i loro movimenti sono più sinuosi. Chi ha letto il manga non nota particolari differenze o quanto meno le stesse sono minime e ha l’impressione che i disegni originali abbiano preso vita.Nel nuovo anime i personaggi e gli sfondi sono identici ai disegni del manga, i colori sono in linea con quelli delle tavole di vent’anni fa, a volte più tenui e più caldi rispetto alla serie animata degli anni Novanta e a volte più intensi, ideati per ricreare l’atmosfera a tratti romantica e a tratti dark che l’autrice voleva trasmettere con il suo lavoro.Quando si parla di Sailor Moon non si parla di un semplice cartone animato, ma di uno dei simboli del girl-power anni Novanta. Ha ispirato decine di storie manga basate sulla collaborazione femminile unita alla responsabilità nel gestire i poteri per combattere il male. Sono state programmate repliche e ristampe del manga e in Giappone le sono stati dedicati un musical, una serie televisiva e un film, entrambi live action. Un successo che ha oltrepassato i confini di questo Paese così lontano e diverso da noi, ma che sicuramente ha contribuito a sviluppare in Occidente un crescente interesse verso la cultura nipponica.❤ 



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Elena Paoletta C


Il fatto sorprendente della caotica Tokyo è l’assenza di rumori assordanti e di cattivi odori. Niente traffico frenetico, né fastidiosi clacson e l’unica cosa che colpisce l’olfatto è il mix di profumi speziati del cibo cotto in strada. La pulizia, soprattutto nelle stazioni delle metropolitane, sorprende da subito il turista occidentale e lo fa riflettere sul vero significato della parola civiltà. Nella grande metropoli si trovano poi vere e proprie oasi di pace e tranquillità, dove il verde dei giardini e il silenzio interrotto soltanto dallo scorrere dell’acqua dei vari laghetti, invitano alla riflessione e alla meditazione. Uno di questi luoghi incantevoli si trova a Mitaka dove ha sede il Museo Ghibli, costruito nel 2001 su espresso volere del maestro Hayao Miyazaki che lo ha disegnato personalmente usando la stessa tecnica che adotta come regista, ovvero con una sceneggiatura in divenire. Il progetto del parco ha preso vita partendo da una serie di tavole nelle quali l’artista ha schizzato le prime stanze, per poi suddividere gli spazi interni: è partito dai dettagli per arrivare all’insieme e l’edificio stesso che ospita il Museo è divenuto così l’attrazione principale. Per esaudire il mio sogno di visitare il Museo Ghibli è stato necessario comprare i biglietti tre mesi prima del mio arrivo a Tokyo, vista la grande richiesta da ogni parte del mondo.




La scelta del nome Ghibli fu fatta dallo stesso Miyazaki nel 1985 quando riuscì a realizzare il suo sogno di fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli. Infatti il Ghibli o Caproni Ca.309, era un aereo della Regia Aeronautica del Regno d’Italia concepito per operare in nord Africa con l'aviazione coloniale e il regista, appassionato di aviazione, scelse questo nome sia per il suo amore per il volo che per significare l'entusiasmo e la determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell'animazione giapponese.Ghibli è una parola che deriva dall’arabo, lingua in cui significa “nella direzione della Mecca”, ovvero est, mentre in italiano il suo nome indica il vento caldo tipico del deserto.La nascita dello Studio Ghibli sottolineava quindi anche l’esigenza di portare un soffio di aria fresca per l’industria degli anime e voleva dire creare una produzione per tutti i suoi film e sogni, anche architettonici.Infatti lo spazio è cruciale, soprattutto nella ricerca di Miyazaki che lo intende non come limite, ma come orizzonte da aprire alla sua fantasia, senza mai farla sentire costretta. Per questo progettò personalmente gli spazi dello Studio nei quali doveva muoversi e le architetture risultavano così come uscite dai suoi film, diventando prosecuzioni del suo immaginario, la prova concreta che i sogni possono diventare realtà. L’animazione è arte, ogni prodotto animato è un’opera di ingegno e di talento e Miyazaki vuole che il Ghibli Museum venga inteso proprio come museo d’arte: «Questo è il tipo di museo che voglio fare!» Dichiarò all’epoca il regista. «Un museo interessante che rilassi l’anima, un museo dove ci sia molto da scoprire, un museo basato su una filosofia chiara e articolata, un museo dove coloro che cercano divertimento possano divertirsi, coloro che vogliono riflettere possano riflettere e coloro che vogliono emozionarsi possano emozionarsi, un museo che quando esci ti faccia sentire più ricco di quando sei entrato». Chiarite le ambizioni, Miyazaki dettò le sue regole: il suo Museo doveva avere ambienti che consentivano di vivere insieme la visita come se si stesse guardando un film; non doveva avere architetture oppressive o arroganti, ma spazi nei quali sentirsi a proprio agio; doveva essere gestito in modo da far sentire i bambini come adulti e viceversa, i membri dello staff soddisfatti e fieri del loro lavoro e soprattutto essere per tutti.




Il colorato Ghibli Museum è dunque uno spaccato dell’universo fantasioso di Miyazaki e si propone come percorso creativo ed esperienza: la scritta all’entrata suggerisce infatti “Perdiamoci insieme”. Si scende poi verso il basso, attraverso un itinerario labirintico che sollecita il piacere dell’esplorazione e ci si ritrova in una vasta hall attraversata da ponti e piani, sfalsati su vari livelli, dove lo sguardo e il cammino si sollevano verso l’alto. È lo stesso itinerario che compiono generalmente i protagonisti dei film di Miyazaki: basti pensare a Chichiro, che ne La città incantata prima scende verso le caldaie e poi risale verso i piani superiori dell’edificio termale.




Ad accogliere i visitatori nella hall è il monumentale Totoro in peluche. Il capolavoro miyazakianoTonari no Totoro (Il mio vicino Totoro, 1988) è un racconto intriso di tenerezza, un film che resta tutt’oggi uno dei maggiori successi del cinema giapponese e che ha visto il profilo dell’animale immaginario Totoro diventare il logo dello Studio Ghibli e avere l’onore di apparire in altre produzioni come in Toy Story 3, ne I Simpson e in South Park. I giapponesi amano Totoro come gli americani amano Topolino; per loro rappresenta il riconoscimento mondiale dell’animazione giapponese. Totoro è una sorta di spirito benevolo della foresta e si fa vedere solo da chi crede in lui. Le bambine protagoniste dell’anime vivono una situazione eccezionale carica di responsabilità a causa del ricovero in ospedale della loro mamma e hanno quindi un urgente bisogno di credere nella sua magia e nella sua protezione. Il film esprime anche il contatto con il cambiamento, con lo sconosciuto, con il diverso; con tutto ciò che può arrivare alla mente aperta dei più giovani e possa così aiutarli a fare quel salto, quel passo avanti nella vita in maniera sana. Tutti gli elementi necessari al percorso di crescita sono racchiusi in questo simpatico animale che offre protezione e trova le soluzioni ai problemi.Nella hall del Museo una porta si apre nella stanza delle meraviglie dove le vetrate, realizzate con forme e colori dei personaggi dei film, producono affascinanti giochi di luce a creare un’atmosfera da sogno. La stessa atmosfera si può ritrovare nei bagni meticolosamente curati e puliti.




Il soffitto della hall è affrescato e riproduce un sole luminoso in mezzo ad un cielo terso; il tetto diventa così un ostacolo relativo, una finzione che l’uomo ha imposto a se stesso per giustificare la propria paura di puntare in alto. Guardando bene si possono intravedere i vari personaggi di Miyazaki, tutti festosi in volo; non importa se si guarda con gli occhi o con il cuore, il messaggio è che tutto è possibile all’interno di questo spazio, senza promettere più meraviglie di quelle che ognuno può cogliere.Con grande emozione ho riconosciuto subito la piccola strega Kiki (Kiki consegne a domicilio, 1988) che parte sulla sua scopa per iniziare un addestramento lontano da casa. Pensando di trovare quel mondo che si era idealizzata, si scontra presto con le difficoltà della vita: tutti ostacoli che la introducono però all’amicizia, all’impegno e alle responsabilità della vita vera.




Il piano terra ospita anche una stanza dove i temi musicali dei più importanti film accompagnano il visitatore a soffermarsi su una sorta di casetta in penombra le cui finestre rappresentano con dei fotogrammi, ognuna l’anno di uscita dei vari anime di Miyazaki. Per gli appassionati del genere è una cosa da brividi e lacrime!La sorpresa più grande è stata quella di trovare un po’ ovunque la sagoma dell’indimenticabile protagonista di Porco Rosso, perfino sulla lavagnetta del menu del bar in terrazza.




Porco Rosso è un anime del 1991 elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca. Porco Rosso rispecchia la linea di pensiero di Miyazaki: il voler vivere libero senza ostruzioni e oppressioni. Ogni cosa che il protagonista dice diventa una citazione epica e lo avvolge in un alone di mistero che porta lo spettatore ad essere attento ad ogni battuta per cercare di capire il suo passato e la sua psiche, chi ama, chi odia e chi rispetta e qual è il suo obiettivo, il suo scopo. Nulla si sa di preciso e tutti questi misteri arricchiscono il protagonista e fanno muovere sia sottotrame che tutti gli altri personaggi intorno a lui. Nell’ironia di Porco Rosso, si legge un odio per la guerra e il fascismo, elementi dannosi per la libertà dell’uomo: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale». Con questa frase il protagonista inneggia alla totale libertà nella vita: preferirebbe rimanere l’unico maiale antropomorfo nel mondo, piuttosto che stare sotto una dittatura che di sicuro gli imporrebbe dei limiti. Questa è forse la spiegazione al perché della costruzione dello Studio Ghibli.I film dello Studio infatti non sono mai fini a se stessi; vedere una sola volta un qualsiasi anime, può essere limitante per il pubblico che non può coglierne istantaneamente tutti i significati inseriti, più o meno esplicitamente, all’interno della storia. Miyazaki infatti costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza di gravità della tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. Le sue critiche feroci alla società, espresse attraverso i suoi film, oscillano sempre fra la sua compassione per l’umanità e la preoccupazione per il futuro dell’uomo, ma il regista lo fa in modo artistico e non lanciando messaggi banali o morali. Sebbene tutti i suoi capolavori siano squisitamente giapponesi, per quanto riguarda la sensibilità e i sentimenti, l’estetica e l’intensità drammatica sono universali.Su una delle porte che introducono alle varie sale del Museo, spicca il poster di Principessa Mononoke (Mononoke Hime, 1997), un anime crudele, affascinante e profondamente commovente, che trasmette un monito attento sul discorso ecologico tanto caro a Miyazaki.




«In tempi remoti la Terra era ricoperta di foreste, in cui sotto le sembianze di immensi animali si aggiravano da sempre gli spiriti della natura. Uomini e animali allora vivevano in armonia».Il film è carico di una voluta violenza per riproporre la tematica che ogni tentativo dell’uomo di rubare prepotentemente la scena alle forze naturali e soprannaturali e dirigere così il corso degli eventi, è solo fonte di rovina: per raggiungere la pace e l’armonia del mondo è necessario trovare un equilibrio. È un Miyazaki combattuto tra il pessimismo sulle azioni dell’uomo e l’ottimismo che ancora qualcosa può fare per salvare il mondo in cui vive. La sala principale del Museo Ghibli, dominata da un lucernario con ventilatore a pala, è animata da scale a chiocciola e passaggi nascosti, uno scenario perfetto per ambientare una favola e soprattutto per far percepire il movimento, come immagine e come “brezza”, tanto cara a Miyazaki.Il vento è infatti l’elemento simbolico della sua intera carriera come dimostra il suo ultimo film Si alza il vento (2013). Il vento è l’elemento che indica all’uomo la rotta della sua creatività per abbattere ogni pregiudizio, bigottismo e menefreghismo verso il nostro stesso mondo.Il Museo Ghibli è una sorta di guida al fantastico, perfino nei particolari biglietti per la sala proiezione che raccontano una brevissima storia. Sono infatti frame di pellicole in 35mm dei vari film di Miyazaki; basta puntarli verso la luce per vedere quale scena il destino abbia riservato ad ogni visitatore. A me è capitato quello de La città incantata :)




Il Museo ospita infatti una sala cinema da ottanta posti che ha il soffitto dipinto per celebrare le luci e il buio della notte. Vi si possono vedere cortometraggi esclusivi, che non hanno diffusione al di fuori del cinema stesso e quando le luci si accendono, la magia rivela i suoi trucchi, mettendo in mostra il proiettore. Ho visto un corto molto carino e delicato che, attraverso due animaletti di uno stagno, spiegava come si possono superare le diversità con l’aiuto proprio di chi consideriamo diverso, liberando la mente da pregiudizi e guardando il mondo dal suo punto di vista. Tutto il lavoro di Miyazaki è un tributo al potere di un’immaginazione straordinaria. Il primo piano del Museo ospita la mostra permanente sulla nascita di un film di animazione. La prima stanza è quella di un ragazzo, con un tavolo da disegno, schizzi, libri e giocattoli. È il rifugio dove il regista ha riunito gli oggetti simbolo delle sue passioni, le icone amate, modellini di aeroplani inclusi. È proprio quella forse la stanza più importante, senza età, che più che un luogo fisico è il luogo metafisico della memoria, dove si riuniscono voci, sensazioni, accenni e spunti. Il passato come motore è lì in quella serie di vecchie foto e schizzi, che dal pavimento arrivano fino al soffitto, a suggerire la ricchezza della fantasia e i colori dell’inconscio: dalla teoria alla pratica.La stanza che però mi ha emozionato più di tutti è stata quella che rappresenta il luogo di lavoro di Hayao Miyazaki: per chi come me è amante del disegnare e colorare, vedere sulla scrivania i suoi strumenti di lavoro, posizionati proprio come se lui fosse lì ad usarli durante un suo processo creativo, è entusiasmante e svela lati inediti della sua personalità. Il caffè, il posacenere pieno di mozziconi di sigarette insieme alle matite colorate, agli schizzi, alle foto, ai libri lasciati aperti a sottolineare le ispirazioni, convivono con ironia e semplicità e danno una visuale del mondo lavorativo sensibile e umana, un ritratto intimo del maestro Miyazaki che mi ha veramente commosso. Peccato che dentro al Museo sia assolutamente vietato fotografare; si è controllati praticamente a vista dai numerosi membri dello staff, quindi le foto si scattano con gli occhi e restano nella memoria del cuore. Un’altra sala è dedicata completamente ai gadget da acquistare. Come non approfittarne? *__*




Il percorso del Museo vuole essere sia di crescita che culturale, così Miyazaki ha fatto costruire la Mitaka, o Tri Hawks, una biblioteca per ragazzi con libri suggeriti da lui stesso. La collezione del Museo include anche rodovetri e stampe di scene dei film e tra le attrazioni c’è, solo per gli under dodici, il Gattobus in peluche. Personaggio del film Totoro, il Gattobus è una sorta di autobus che solo la fantasia dei bambini riesce a vedere e che li trasporta velocemente da un luogo a un altro del bosco incantato dove vive Totoro. Questa grande attrazione occupa un’intera sala del secondo piano e intrattiene allegramente i piccoli visitatori che si divertono ad entrarci. Nessun effetto speciale, solo la possibilità di realizzare il desiderio di toccare con mano l’illusione.Una scala a chiocciola conduce allo splendido giardino pensile su cui campeggia la statua in bronzo alta cinque metri, opera dell’artista Kunio Shachimaru, che raffigura uno dei Robot Soldato di Laputa, il castello nel cielo, custode di quel parco segreto. Fortunatamente negli spazi aperti del Museo si può fotografare, così ho potuto scattare alcune foto ricordo.




L’anime Laputa (1986), ispirato ai Viaggi di Gulliver e ai testi futuristici di Jules Verne, insegna dei valori basilari e importantissimi come l’amicizia, i piccoli amori, ma anche la cattiveria dell’uomo, la vita del mondo reale con le varie sfaccettature, una caratteristica che sarà sempre presente nei film futuri di Miyazaki. Laputa incarna tutte le passioni e i sogni del regista e non solo: tutti desideriamo di poter volare, di essere liberi, di raggiungere qualcosa di impossibile e di più avanzato rispetto a noi. Questo misterioso castello riassume tutti questi sogni e per questo tutti desiderano raggiungerlo, ma solo chi se lo merita può avere l’onore di vedere il mondo da lassù. Il protagonista maschile, rivolgendosi alla protagonista femminile, dice: «Quando sei scesa dal cielo mi sono emozionato. Doveva essere per forza l’inizio di qualcosa di straordinario», sicuramente è un riferimento alla nascita dello Studio Ghibli, visto che Laputa è stato il primo film prodotto dallo Studio. Impressionante è la cura meticolosa dedicata ad ogni pianta, o ramoscello che sia, negli spazi aperti: ho visto personalmente una donna dello staff controllare, foglia per foglia, una siepe e togliere delicatamente quelle secche.




Secondo Miyazaki la perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Questo ferreo meccanismo fatto di regole rigide e una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo oltre i propri limiti, nascondono il duro allenamento dietro la poesia, perché il bello non è un dono che arriva ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi.Ispirate a Il Castello Errante di Howl (2004), tanto da riproporre le atmosfere steampunk, sono una serie di oggetti in ferro o in ottone sparsi lungo tutto il percorso del Museo perché, se questo accende la fantasia, bisogna che poi il fantastico contamini lo sguardo in ogni luogo. Nei suoi toni cupi e invecchiati, i tombini, la fontana, la vasca, le borchie, i lampioni, rivelano il tesoro di una fucina in movimento, come fosse il dietro le quinte del Castello, a spiegare alla gente come e perché la magia va avanti.




D’altra parte Howl può intendersi come la personificazione dell’aspetto creativo di Miyazaki, del suo parallelismo con la vita di tutti i giorni, il suo contrasto fra ottimismo solare e cupo pessimismo, fra il desiderio di rinnovarsi e il bisogno di rimanere fedele al proprio mondo poetico. La scena in cui la fiamma di Calcifer torna nel petto di Howl viene sottolineata da Miyazaki con la frase: «Non sono mai cambiato dalla mia infanzia», ad evidenziare il contatto vitale fra creazione e memoria, tra i sogni dell’infanzia e la loro realizzazione attraverso la passione artistica.Howl dice: «Senza la bellezza che senso ha vivere?» e porta con sé una grande verità. Senza il fascino e la creatività di questi anime, senza maiali a bordo di idrovolanti e la libertà nel cielo; senza i sogni e le speranze dei bambini e senza quei mondi così caratteristici e particolari; senza le leggende, i misteri, i mostri, le maledizioni, le trasformazioni, i paesaggi e le creature fantastiche ma cariche di poesia, la bellezza non esisterebbe. L’emozione, i brividi e i sussulti al cuore che regala la visita al Museo Ghibli, diventano un tutt’uno con quelli che regala l’animazione del maestro Miyazaki.Dalla visita al Museo Ghibli emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si possono vedere i sogni realizzati con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Il mio ultimo giorno in Giappone non poteva essere più bello, degna conclusione di un viaggio meraviglioso e tanto desiderato! ❤




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Elena Paoletta C
Per chi ama i manga e gli anime essere a Tokyo è come stare nel Paese delle Meraviglie. Per esempio, passeggiare lungo i viali del giardino Shinjuku Gyoen vuol dire entrare direttamente nel film di Makoto Shinkai Il Giardino delle Parole (言の葉の庭 Kotonoha no niwa). Questo giardino pubblico nel cuore della metropoli si è rivelato una vera e propria gioia per gli occhi, con i salici, i glicini, le pietre, il ponticello e il gazebo in legno dove i protagonisti del film si incontravano. Tutto rievocava le immagini poetiche di Shinkai con un’unica differenza: i sakura in fiore. Il film è infatti ambientato durante la stagione delle piogge mentre io ci sono stata in primavera, ma questo non ha fatto altro che aumentare le mie emozioni perché lo spettacolo che offre è veramente stupendo e indimenticabile.





Nel quartiere di Shinjuku, una delle aeree di Tokyo più moderne e con molti grattacieli, ho percorso la stessa strada e rivissuto le stesse atmosfere di alcune scene di Death Note sentendomi proprio un personaggio di quel manga che tanto mi aveva appassionato. L’edificio simbolo di questo quartiere è senza dubbio il Tokyo Metropolitan Government Building, che sostanzialmente è il municipio di Tokyo anche se esce fuori da ogni idea che abbiamo riguardo a come è un municipio. Questo immenso palazzo composto da due torri progettate dal famoso architetto Kenzo Tange offre, al quarantacinquesimo piano, una panoramica su Tokyo mozzafiato presente in molti film ed è veramente suggestiva.




Il momento più eclatante è stato però quello vissuto ad Akihabara, il famoso quartiere di Tokyo conosciuto soprattutto per i tanti negozi di manga e di tecnologia.Incarnazione di tutto ciò che è pensabile riguardo anime e manga, ad Akihabara la realtà supera l’immaginazione!


Si vive a stretto contatto con un mondo surreale ed è lì che ho fatto l’esperienza che da tempo desideravo, quella del Maid Cafè, un particolare tipo di caffetteria a tema nata agli inizi del XXI secolo in Giappone, ma che nel corso degli anni ha acquistato una sua propria identità. Il primo vero e proprio Maid Café è stato probabilmente il Cure Maid Café, aperto proprio ad Akihabara nel maggio 2001.Pensati inizialmente solo per la clientela di appassionati di manga e anime che frequenta il famoso quartiere, questi locali hanno incuriosito piano piano anche salarymen, cosplayer e otaku, riscuotendo un crescente successo e una certa notorietà e coinvolgendo in seguito un pubblico sempre più vasto, che comprende anche liceali, mamme con bambini, riuscendo perfino ad uscire ai confini nazionali. Infatti molti Maid Café si possono trovare anche in Europa e negli Stati Uniti.


«Okaerinasaimase Goshujin-sama, Ojou-sama» (“Bentornati a casa Signori e Signore”) è la frase che viene rivolta ai clienti all’ingresso del locale da parte di una graziosa maid, una cameriera vestita in modo impeccabile con trine e merletti sull’abito corto e con le maniche a palloncino, proprio come è vestita Ayuzawa Misaki la protagonista del manga Maid-sama!, quando segretamente svolge il suo lavoro di maid. Nessuno deve infatti sapere che Misaki è quel particolare tipo di cameriera poiché a scuola è diventata un modello di serietà, educazione e di intransigenza all'indisciplina dei suoi compagni, mentre il suo abbigliamento e i suoi modi di fare cambiano radicalmente svolgendo questo tipo di lavoro. Infatti, vista la particolarità del locale, la ragazza deve comportarsi in maniera diametralmente opposta alla sua regolare vita da studentessa: deve indossare accessori eccentrici, recitare con una vocina kawaii frasi che apparentemente non hanno un senso, fare mossettine buffe per divertire i clienti, essere gentile e dolce con loro, ma anche vivere con il continuo timore di essere prima o poi scoperta da qualche studente di passaggio in quel maid café.


La mia esperienza al Maid Cafè è stata divertentissima e mi ha emozionata proprio tanto! Mi è sembrato per un po’ di vivere dentro uno dei tanti manga che ho letto.Una volta varcata la soglia di questi locali, ci si trova in un mondo impensabile. Gli arredi interni non sono uguali per tutti i maid; alcuni hanno uno stile semplice e sobrio, come un comune café occidentale, ma altri lasciano davvero senza fiato. I più curati e ricercati presentano uno stile “casetta di Hello Kitty”, con un trionfo di colori pastello che spaziano dalle pareti al pavimento. Le sedie sono ornate con soffici cuscini dall’aspetto spumeggiante, possibilmente di colore rosa o fucsia. Alle pareti foto di cuccioli o di personaggi dei fumetti, senza dimenticare lustrini e piumaggi vari, sempre in tinta con il resto degli arredi. Altri ancora prediligono i colori accesi, senza eccedere con le tonalità stucchevoli del rosa, in un delirante mix di fantasie astratte o di motivi anni Settanta.Per chiamare al tavolo la maid c’è una campanella in stile vittoriano; una volta illustrato il menu e scelte le consumazioni, la maid porta il cibo in tavola pronunciando la frase di rito: «Oishii kunare, moe moe kyun», mentre muove le mani su ciò che si è ordinato. È un incantesimo necessario a migliorare il sapore dei cibi, che vengono guarniti direttamente al tavolo con disegni di animaletti fatti con il ketchup o con la cioccolata.




Ho fatto tutto come da copione, cerchietto con orecchie da coniglietta in testa compreso e devo aver pronunciato bene la frase dell’incantesimo che serve a migliorare il sapore del cibo ordinato perché il mio gelato era squisito!




Mi sono molto divertita a salire sul palco del locale e ripetere le frasi che la maid proponeva accompagnate da gesti rigorosamente kawaii e ormai “Moe Moe” è entrato a far parte dei miei ricordi più cari, di quelli da raccontare anche ai futuri nipotini :)




Non è difficile trovare un maid café: basta girare per le strade e farsi attirare dalle ragazze in costume maid che reclamizzano il locale dove lavorano e loro molto allegramente ti guidano alla meta. Ce ne sono di tutti i tipi anche in altri quartieri di Tokyo: Kiki & Lala Café, è il locale pop-up che ha servito deliziosi manicaretti dedicati ai Little Twin Stars, i famosi gemellini Sanrio, fino alla sua chiusura; My Melody Café, all’interno del centro commerciale Parco Shibuya, serve adorabili piatti a tema per tutti i gusti, dai dolcetti alle insalate, con in regalo sottobicchieri, tovagliette e, in alcuni casi, una carinissima tazza.Anche l’adorato Rilakkumma, l’orsetto in stile anime, ha il suo maid pop-up omonimo a Shibuya; oltre a poter assaggiare dolci, cappuccini e un invitante riso al curry a forma rigorosamente di orsetto, i clienti possono visitare una speciale esposizione dedicata a Rilakkuma e acquistare gli accessori in edizione limitata della linea Rilakkuma Factory.Durante i mesi estivi, per attirare i turisti a Fujisawa, vengono servite al Chara-Cre di Marion Crepes, le deliziose crepes dolci o salate dedicate ai personaggi di Hello Kitty; mentre al Pompompurin Café, al Cute Cube di Harajuku, si possono assaggiare gli spaghetti al curry con bevande e dolci a tema, senza farsi mancare gli onnipresenti gadgets, come t-shirt e shopper bag.Non è raro infatti trovare all’interno dell’edificio che ospita il maid, anche una sorta di museo in tema o negozi di gadget.




Dedicati esclusivamente alle donne sono i Butler’s Café, in cui il personale che serve ai tavoli è solo maschile. Il butler, ovvero maggiordomo, riprende lo stereotipo del domestico inglese, dando molta importanza alla sua cura esteriore, in particolar modo quella dell’essere riconoscibile dalle belle mani. Un Butler Café molto popolare tra le giapponesi si trova a Shibuya, dove i camerieri/maggiordomi sono stranieri; probabilmente perché le donne giapponesi assegnano il ruolo dell’uomo galante agli occidentali, in quanto l’Occidente è visto come il Paese del “first ladies”. In effetti anche l’anime di successo Kuroshitsuji (Black Butler), che ha tra i protagonisti l’ormai famoso maggiordomo Sebastian, è ambientato nell’Inghilterra vittoriana. Al prossimo viaggio mi sono ripromessa di andarci…




In Giappone per le persone che amano gli animali domestici e in particolare i gatti, ma che a causa di regolamenti condominiali severi non possono tenerne in casa, sono stati realizzati i Neko Café (Cat Café), una catena di locali di tendenza davvero unici nel loro genere. All’interno dei Neko Café, oltre che sorseggiare un buon caffè o tè, si possono anche coccolare i tanti gatti presenti nel locale. Si tratta semplicemente di un luogo rilassante dove, insieme ai camerieri, ci sono circa una ventina di gatti che offrono la propria compagnia. È fondamentale precisare che i gatti non sono a completa disposizione della clientela, ma devono essere rispettati e non possono essere sollevati da terra per essere spostati all’interno della stanza, poiché devono essere liberi di muoversi come desiderano. I clienti devono prima lavare e disinfettare con cura le mani e poi possono giocare, accarezzare e stare in compagnia dei loro animali preferiti. Tra i più famosi Neko Café ci sono i Calico Cat Cafè, con grandi salotti ricchi di tavolini, divani e cuscini e i Nekorobi (orecchie di gatto) dove vengono offerti molti servizi tecnologici.

Certo girare a Tokyo non può che suscitare stupore e meraviglia; questa caotica e affascinante metropoli colpisce il turista sicuramente con le sue stravaganze, ma anche e senza ombra di dubbio con la gentilezza e il sorriso di chi ci lavora.



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Elena Paoletta C

Devo preparare la valigia per il mio primo viaggio in Giappone e non è certo cosa da poco. Cosa mettere per non sentirsi troppo diversi ma neanche eccessivamente riconoscibili? Cosa portare per accontentare quello spirito kawaii che aleggia ovunque e si insinua negli animi prima della partenza? 

L’aspetto esteriore del “carino e aggraziato” si percepisce molto nella moda giapponese, soprattutto attraverso la Lolita Fashion. La Moda Lolita (Rorīta fasshon) è un tipo di sottocultura giovanile che ha avuto origine in Giappone negli anni Settanta in pieno clima di rivolte giovanili. Per risolvere questo problema lo Stato giapponese si appellò all’antica coesione sociale che vedeva il bene della comunità sopra quello del singolo individuo. Iniziò così un processo di depersonalizzazione interiore e vennero per questo introdotte divise a scuola, al lavoro o tagli di capelli standardizzati.

La popolazione giapponese, che si vide imporre tutte queste regole, iniziò a cercare degli sfoghi negli eccessi e soprattutto nel campo della moda nacquero le prime stravaganze che definirono poi i vari stili che si trovano ancora oggi nel mercato moderno della moda giapponese.




Ad esempio la divisa scolastica (Jeikei), che forse è ciò che colpisce come prima immagine della studentessa della scuola superiore (Joshikousei) presente negli innumerevoli anime shōjo scolastici,è stata modificata dagli studenti stessi.Circa trent’anni fa andava di moda avere la gonna lunghissima fino ai piedi e le ragazze che avevano la gonna più lunga erano considerate belle e moderne. In seguito l’obbligo era di portare la gonna sotto il ginocchio, ma è arrivata la moda della minigonna e quindi le studentesse per accorciare la gonna della divisa la annodavano, poi quando gli insegnanti le controllavano la facevano tornare della lunghezza normale, finché hanno cominciato tutte ad indossare la gonna il più corta possibile, quella che ora rientra nella normalità.Nonostante la severità dei professori, alcuni studenti che odiavano la divisa avevano iniziato a slacciarsi il primo bottone, che per regola doveva rimanere chiuso; altri, per non sembrare tutti uguali, si sono colorati solo un ciuffo di capelli per poterlo nascondere meglio sotto quelli rigorosamente neri. In alcune scuole, le ragazze che avevano i capelli lunghi sotto le spalle potevano farsi solo dei semplici codini, mentre i maschi che avevano i capelli fino sotto l’orecchio dovevano tagliarli completamente; non si potevano avere piercing o il buco per gli orecchini e neanche dei semplici accessori. Ogni mattina si avvertiva una certa tensione tra gli insegnanti che controllavano le divise e gli studenti scontenti di indossarla; se qualcosa veniva trovato fuori posto venivano chiamati i genitori e i ragazzi subivano delle punizioni. Dato che gli studenti devono fare sempre qualcosa di utile per la scuola, come pulire l’aula, il bagno o i corridoi, a coloro che vengono trovati in difetto sono raddoppiati i normali turni per le pulizie; in molti anime shōjo si vedono episodi del genere.Le divise costano circa tre-quattrocento euro e durano per tre anni. Si indossa una camicetta bianca a maniche corte per quando fa caldo e una con le maniche lunghe per quando fa freddo; bisogna avere almeno tre camicie diverse perché è un indumento che ogni giorno va cambiato, mentre la giacca (burezaa) è unica, solo una per tre anni, così come il fiocco annodato al collo della camicetta delle ragazze che se viene perso deve essere ricomprato a proprie spese, mentre i ragazzi hanno la cravatta. Ci sono anche altre forme di divise: la divisa femminile Sailor fuku, come quella di Sailor Moon a forma di marinaio, mentre la divisa maschile è burezaa o gakuran, provvista di tanti bottoni che iniziano da sotto il mento e la tengono tutta chiusa. Un rito scolastico prevede che il giorno del diploma le ragazze chiedano in regalo al ragazzo che più gli piace il secondo bottone della sua giacca; vogliono il secondo perché è quello più vicino al suo cuore.




La trasformazione delle divise scolastiche è stata influenzata anche dal diffondersi della moda lolita, che all’inizio si basava sull’era vittoriana e anche sui vestiti dell’epoca rococò, ma il suo stile ha avuto man mano una grande diversificazione al di là di questi due tipi di abbigliamento. Il concept si sviluppò principalmente sull’idea della ragazza principessa e moltissime ragazze giapponesi ne furono subito entusiaste. Oggi la moda lolita si è sviluppata in tantissimi rami tutti diversi e grazie ad Internet questo stile ha avuto un boom anche all’estero. Infatti in Paesi come l’Australia, l’America e in tutta l’Europa, sono nate delle community molto famose di persone appassionate a questa moda. Fra la lolita giapponese e quella occidentale c’è però una differenza sostanziale: in Giappone moltissime ragazze mixano diversi stili insieme dando sfogo alla loro creatività; in Occidente ci sono un po’ di regole che vanno seguite altrimenti si può essere additate come “Italoli”, ovvero una lolita non molto piacevole alla vista.  Il fenomeno crescente della moda lolita ha visto nascere anche una rivista importantissima, la Gothic Lolita Bible che presenta, non solo le marche e gli abiti più in voga, ma anche dei tutorial di trucco e degli street snapshot, la moda fotografata per strada. Una lolita può arrivare a spendere dai cento ai cinquecento euro per un solo abito; tuttavia su Internet si trovano moltissimi mercatini dove si possono comprare anche accessori, gonne, petticoat oppure calze bonne, cappellini e altro a prezzi modici.Il termine Lolita all’interno del contesto della moda non ha allusioni di tipo sessuale e il suo uso nella lingua giapponese può essere considerato come wasei-eigo, termine che indica espressioni che superficialmente sembrano provenire dalla lingua inglese. Spesso si considera la nascita di questo stile come reazione contro la crescente percentuale di pelle nuda esposta dai giovani che seguono la moda (specialmente ragazze) nella società odierna, ma coloro che aderiscono al Lolita Fashion preferiscono essere definiti “carini” piuttosto che “sexy”.Nonostante l’origine della moda lolita non sia chiara, si possono rintracciare alla fine degli anni Settanta vestiti definibili odiernamente come “lolita”, prodotti da griffe giapponesi famose nel Paese come Pink House e Milk and Pretty, rinominata poi Angel Pretty. In seguito sono nate molte altre griffe oggi famose tra gli amanti del genere, come Baby, The Stars Shine bright e Metamoprhse temps de fille. Negli anni Novanta la moda lolita ha iniziato a diventare più conosciuta grazie a band musicali molto popolari in quegli anni, come le Princess Princess.




Si pensa che questo stile sia originario dell’area del Kansai, da dove si è diffuso fino a Tokyo per raggiungere poi la notorietà in tutta la popolazione giovanile, tanto che oggi i capi di abbigliamento di questo genere si trovano anche nei grandi magazzini.Il look lolita ha iniziato a distinguersi principalmente per la sua attenzione ai materiali e alla manifattura dei vestiti. La silhouette classica prevede una gonna lunga fino al ginocchio con una forma a campana data da varie sottovesti, ma si è evoluta fino a comprendere gonne lunghe alla caviglia e corsetti. Camicette, calzettoni o calze al ginocchio e copricapo dalle più svariate forme e colori, fanno anch’essi parte degli accessori indispensabili da indossare abitualmente. La moda lolita riesce ad attrarre giovani e non, facendoli sentire in qualche modo parte di una categoria di persone ben definita, per questo si è evoluta in molti differenti sottostili ed è presente come sottocultura giovanile in diverse parti del mondo.È il caso della Gothic Lolita, termine a volte abbreviato in GothLoli (Gosu rori), una moda nata nel 1988 e che ha avuto il suo exploit solo dopo che alcuni gruppi Visual Kei, il particolare tipo di musica rock nipponica, lo ha adottato come stile presentandosi sul palco con i tipici colori e vestiti che ben contraddistinguono la moda Goth. La svolta ufficiale avvenne nel 1999, quando il chitarrista Mana, della band Malice Mizer, fondò la famosa casa di abbigliamento Moi Mème Moitiè che si affermò velocemente come uno dei principali brand della moda lolita. Mana, che si presentava sul palco indossando costumi elaborati, ha inoltre coniato i termini “Elegant Gothic Lolita” (EGL) e “Elegant Gothic Aristocrat” (EGA), per descrivere al meglio gli stili della sua griffe.Da quel momento in poi le Gothic Lolita emergono prepotentemente nel panorama della moda giapponese, facendosi notare nei locali del quartiere Harajuku di Tokyo da sempre fulcro di tutte le subculture nipponiche. Dagli anni Duemila questo particolare stile si è diffuso in tutto il mondo raccogliendo consensi anche in Italia, complice soprattutto il fatto che molti personaggi degli anime più famosi sono a tutti gli effetti delle Loli Goth, come Misato in Nana, Misa Amane in Death Note, Perona in One Piece, Anju in Karin e i manga Black Rose Alice e Red Garden, dove lo stile gothic lolita viene ripreso spesso anche nei disegni delle copertine. In alcuni manga, come Othello, la moda lolita viene proposta come un metodo per distinguersi dagli altri ed essere così meno timidi.




Lo stile è caratterizzato da trucco e vestiti scuri. Il trucco più comune è composto da rossetto rosso e ombretto del tipo “smokey”, anche se non vengono applicati in modo esagerato. Il viso incipriato di bianco, che spesso viene associato al concetto di gothic, è considerato invece di cattivo gusto. Nei vestiti, spesso abbinati a merletti, ricami e fiocchi, vengono usati colori scuri quali il blu notte, il verde smeraldo, lo scarlatto oppure il viola, anche se la combinazione bianco-nero rimane la preferita. Cute, calze, calzini sopra il ginocchio e collant bianchi o neri sono molto comuni. Alcuni degli elementi più caratteristici dello stile sono i cappelli usati, come i mini cilindri o le mini corone e gli accessori ispirati all’epoca vittoriana, come il parasole o le cuffie da neonato. Molto impiegate sono anche le fasce per i capelli con decorazioni fatte di fiocchi, fiori e lacci. Anche i gioielli a forma di croce, zaini e borse a forma di pipistrello o di bara, sono usati come accessori per completare il perfetto look.Il grande magazzino di Tokyo, che è anche il fulcro della moda GothLoli, è il Marui Young a Shinjuku; quattro piani interamente dedicati a questo stile e ai suoi sottogeneri. Molti negozi per acquistare accessori gothic possono trovarsi anche nella zona tra Harajuku e Shibuya.Le gothic lolita, nonostante il look vistoso e trasgressivo, non si oppongono alla società e ai modelli culturali tradizionali giapponesi in modo così netto come spesso si pensa in Occidente, dove si tende anche a confondere questo stile con il cosplay, mentre in realtà sono due cose ben distinte e dai connotati estremamente diversi.Vi sono alcuni sottostili del gothic lolita, come lo Sweet Lolita, conosciuto anche come ama-loli (ama rori), molto influenzato sia dall’epoca rococò che da quella vittoriana ed edoardiana. Focalizzandosi principalmente sull’aspetto infantile della moda lolita, lo stile adotta le linee base del gothic, usando però colori pastello e trucco color pesca, rosa o perla, abbinato ad un rossetto in tinta.




L’abbigliamento si caratterizza per le stampe a tema raffiguranti frutta, dolci, fiori, nastri, pizzi, fiocchi e animali come gattini, cagnolini o coniglietti, per enfatizzarne la graziosità. Sono frequenti i riferimenti alle favole classiche o più frequentemente ad Alice nel Paese delle meraviglie. Gli accessori più apprezzati sono fasce, cuffie e fiocchi, mentre gli zaini e le borse hanno spesso la forma di fragole, cuori o sono peluches, come quelli indossati da P Chan in Curiosando nei cortili del cuore.Il Classic Lolita è uno stile più maturo di lolita e non è scuro come il gothic, né grazioso come lo sweet. È comunemente visto come sofisticato per le sue stampe con pattern poco vistosi e per i colori più sobri; il taglio dei vestiti è a impero per rimarcare la maturità dello stile. Il trucco non è molto enfatizzato e viene preferito un look naturale del viso; le scarpe sono semplici e comode come pure i gioielli e gli altri accessori.Il Punk Lolita (Panku Lolita) aggiunge a questo tipo di moda elementi dell’abbigliamento punk: tessuti strappati o serigrafati, cravatte, catene, borchie, spille da balia, tartan, righe e tagli di capelli androgini, il tutto incorporato nella dolcezza e nell’opulenza del Lolita. Le gonne sono spesso più corte e asimmetriche ed è comune mescolare fantasie, come nel particolarmente utilizzato plaid con le strisce abbinate agli anfibi e alle creepers.Nel tempo sono nate molte altre interpretazioni della moda lolita fuori dai soliti canoni. Questi stili non sono così conosciuti come quelli principali, ma sono la dimostrazione della tendenza alla creatività e dell’attitudine degli appassionati del genere a crearsi una loro propria moda. La Princess Lolita per esempio è un look ispirato alle principesse europee. Solitamente include una gonna dotata di rouches raccolte nella parte posteriore e naturalmente una corona.Il brand lolita si sviluppò principalmente proprio sull’idea della ragazza principessa e moltissime giovani giapponesi ne furono subito entusiaste.




Lo Shiro Lolita, comprende vestiti ed accessori di colorazione unicamente bianca o crema, mentre il Kuro Lolita impone vestiti ed accessori di colorazione nera. Non è raro vedere passeggiare insieme shiro ekuro lolita, il più delle volte per formare volutamente un interessante contrasto. L’Ōji o Ōji-sama (principe) è considerato la controparte maschile della moda lolita. Ovviamente non segue la tipica linea degli abiti femminili, ma si ispira al vestiario dei giovani dell’epoca vittoriana. Include camicie e magliette, pantaloni alla zuava o più corti, calzettoni al ginocchio, cilindri. I colori più comuni sono nero, bianco, blu e rosso vino. Viene indossato anche dalle ragazze e fuori dal Giappone è noto come Kodona.Il Guro Lolita (Lolita Horror) ha elementi horror incorporati ai normali completi lolita, come sangue finto, bende e trucco per apparire feriti. Si ispira all’immagine di una bambola di porcellana rotta e naturalmente predilige il colore bianco che fa spiccare notevolmente il sangue finto sul pallore corporeo.Il Sailor Lolita incorpora elementi del look da marinaio. Include colletti, cravatte e cappelli tipici delle uniformi marinare, da non confondere però con l’uniforme scolastica giapponese femminile o Sailor Fuku. Popolare anche una sua variante, il Pirate Lolita, sempre in tema nautico, che include solitamente vestiti più elaborati, cappelli tricorno, borse a forma di forziere e bende da pirata solo su un occhio. I brand più conosciuti di questo stile sono Alice & The Pirates, un sottobrand della griffe Baby e The Stars Shine Bright altamente specializzato nel genere.Il Country Lolita deriva dallo Sweet Lolita ed è difficile distinguerlo da quest’ultimo per la similitudine delle stampe usate. Può essere riconoscibile però per l’uso di borse, cappelli e cestini, tutti rigorosamente di paglia.Il Wa Lolita o Wa ori combina elementi dei vestiti tradizionali giapponesi con la moda lolita. Il prefisso Wa deriva dal kanji omonimo che viene usato per indicare molte cose di origine giapponese. Solitamente consiste in un kimono o hakama modificati per adattarsi alla classica silhouette lolita. Le scarpe utilizzate sono quelle tradizionali giapponesi, come geta, zōri e okobo, così come gli accessori per capelli quasi sempre kanzashi.




Il Qi Lolita è simile al Wa Lolita ma utilizza abiti tradizionali cinesi al posto di quelli giapponesi, come cheongsam modificati anch’essi per essere adattati alla silhouette lolita. Gli accessori comprendono ferma chignon in stile cinese ed infradito simili agli zōri giapponesi.Fuori dal Giappone la moda Lolita, insieme al cosplay, è visibile ai concerti visual kei o J-rock, a convention di anime e più comunemente alle fiere di manga, anche se non mancano gruppi di lolita che si radunano per dei tea party al solo scopo di chiacchierare e divertirsi.Lo stile non è ancora prodotto in massa al di fuori del Giappone, anche se alcuni piccoli negozi dei maggiori brand, come Baby, Angelic Pretty, The Stars Shine Bright e Moi-même-Moitié, sono stati aperti a Parigi e a San Francisco.Un film di animazione del 2004, ispirato alla moda lolita, è Shimotsuma monogatari (Kamikaze Girls), diretto da Tetsuya Nakashima tratto da un romanzo di Novala Takemoto. La storia ruota intorno a due studentesse di nome Momoko Ryugasaki ed Ichigo Shirayuri detta “Ichiko” perché il suo vero nome significa fragola, dalle personalità diametralmente opposte: la prima è una romantica esponente della moda Lolita, l'altra è una motociclista Yankee rude e violenta.Anche il manga di successo Othello, del 2001, parla di Yaya, una ragazza lolita molto timida che ha una particolarità: quando sbatte la testa o quando si specchia si trasforma in un’altra persona, Nana, con un carattere completamente diverso. Yaya è infatti una teeneger tranquilla e usa la doppia personalità per tirare fuori alcuni aspetti che lei ha dentro come la passione per la musica J-rock, il gothic lolita e il cosplay. Temi importanti del film sono la passione per la musica e la moda, i rapporti scolastici e le questioni sociali come il bullismo.Dalla fashion week giapponese arriva anche la tendenza che vede il make-up protagonista, soprattutto per quel che riguarda il trucco degli occhi: il trend si ispira al mondo dei manga e degli anime che vuole lo sguardo decisamente in primo piano e amplificato all’eccesso.Peter Phillips, direttore creativo e di immagine per Dior Make-Up, ha creato un trucco molto grafico, forte ed emancipato orientato alla cultura manga; quella moda degli occhi grandi introdotta dal padre dei manga Osamu Tezuka e portata avanti da molti mangaka che, quasi per sfida, pur appartenendo ad un popolo con gli occhi a mandorla, disegnano personaggi dagli occhi tondi e talmente grandi da essere sproporzionati con il resto del viso e del corpo.La moda di ingrandire lo sguardo riporta quindi alle eroine di manga ed anime; è un tipo di trucco dal forte impatto visivo che può essere portato tutti i giorni in maniera soft oppure accentuato da linee simmetriche e occhi “drammatici” per un look serale. Alcune compagnie giapponesi hanno creato le circle lenses, lenti a contatto particolari che allargano otticamente l’iride, dando la sensazione di un occhio molto più grande. Sono di tantissimi tipi, colori e vere e proprie fantasie di decorazioni a spirale, a fiori o a farfalla, che donano un effetto differente ogni volta. Il sogno di tutte le donne è di avere ciglia grandi e voluminose, per questo sono stati creati appositi mascara che prendono il nome dai comics giapponesi, come Miss Manga dell’Oréal Paris, che promettono grazie ad uno scovolino a 360 gradi, occhi dolci ma allo stesso tempo ribelli, ciglia lunghe e nerissime per ottenere sguardo e portamento da bambola kawaii. Allora stesso scopo vengono sempre più usate le extension ciglia.






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Sicuramente non tutti gli anime prodotti in Giappone arrivano in Occidente. Non si sa di preciso neanche quanti siano, né si conosce il nome di tutti i loro autori ma, grazie ad alcune case di produzione come la Lucky Red, la Dynit, la Yamato Video e la Nexo Digital, si sono potute ammirare anche in Italia alcune delle opere più significative non solo del maestro Hayao Miyazaki ma anche di quelli che vengono definiti i suoi “eredi”. Primo fra tutti Makoto Shinkai conosciuto già in Italia per i suoi film 5 Centimetri al Secondo e Il Giardino delle Parole e ora per il suo nuovo capolavoro Kimi no na wa (Your Name), presentato in Italia come evento e per questo motivo doveva essere proiettato sugli schermi cinematografici solo per tre giorni, ma oltre ogni aspettativa il film ha richiamato un vasto pubblico ed è rimasto in programmazione per diversi giorni.




L’animazione è un genere che al di fuori del Giappone ha purtroppo un destino difficile; molto spesso non viene compresa per le evidenti differenze culturali o viene marcata dall’etichetta “per soli bambini” pensando che sia come tutti i cartoni animati a cui siamo da sempre abituati. La difficoltà sta forse proprio nella non accettazione che storie importanti vengano raccontate attraverso il disegno animato e per questo Makoto Shinkai potrebbe essere uno dei disegnatori e registi capaci di trovare la strada giusta per allargare il target e arrivare così più facilmente a tutti. Prima di dare vita al suo ultimo fenomeno cinematografico, l’autore ha scritto l’omonimo romanzo raccontando la storia che ha poi commosso milioni di spettatori al cinema.

Grazie alla casa editrice J-Pop (etichetta di Edizioni BD) infatti è stata resa disponibile la light novel di Your Name, che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. Nella postfazione Shinkai ha spiegato la nascita della storia e il suo senso profondo:

«Il motivo è perché ha sentito che da qualche parte ci fossero dei ragazzi come Taki e Mitsuha. Questa è ovviamente una storia di fantasia, eppure credo che da qualche parte esistano delle persone che hanno vissuto esperienze simili e provano sentimenti simili ai protagonisti; che hanno perso figure o luoghi importanti e che hanno deciso mentalmente di lottare lo stesso. Persone che continuano a tendere la mano verso qualcosa che ancora non possono incontrare, assolutamente sicure però che un giorno succederà. E poi credo di aver scritto questo libro perché sentivo che ci fosse il bisogno di raccontare questi sentimenti con una serietà diversa rispetto allo splendore del film».




Tra il romanzo e il film non ci sono grosse differenze. Secondo Shinkai è difficile stabilire quale sia l’opera originale, anche se il libro è stato scritto prima di completare il film. 

Nel romanzo la storia è raccontata in prima persona dai due protagonisti secondo il loro punto di vista; nel film viene mostrata dalla telecamera, quindi in terza persona e le scene in cui Taki e Mitsuha non sono presenti (cosa che nel romanzo non succede mai) sono raccontate in maniera veloce.

Il produttore e scrittore Genki Kawamura è stato importantissimo per la stesura del romanzo poiché Shinkai gli aveva chiesto di esprimere un commento in un momento di forti dubbi sullo scriverlo o meno. Kawamura desiderava che la nuova opera del regista fosse “il meglio di Makoto Shinkai”, in modo che chi ancora non lo conoscesse potesse rimanere sorpreso venendo a contatto con i suoi mondi e chi aveva già visto le sue opere potesse nuovamente assistere ai risultati del suo talento. 

Tutte le opere di Shinkai hanno sempre avuto una colonna sonora meravigliosa, per questo anche Your Name doveva essere quanto più possibile musicale. Kawamura chiese a Shinkai se ci fosse un musicista in particolare che gli piacesse e lui nominò i Radwimps. Fatalità il produttore conosceva il frontmen della band e gli scrisse subito una mail; in questo modo Shinkai e Yojiro Noda hanno potuto incontrarsi ed iniziare una collaborazione miracolosa che sembra guidata dal destino. Noda ha preso storia e sceneggiatura e le ha ampliate sotto forma di musica; dall’unione di tutto ciò è nato il romanzo e contemporaneamente è stato completato il film. Shinkai aveva precedentemente dichiarato di non voler scrivere il romanzo ma è stato portato a realizzarlo proprio dalla musica di Noda. Insieme sono riusciti a illustrare una storia in cui due persone si incrociano quasi per caso in un mondo grandissimo: Makoto Shinkai e Yojiro Noda uniti dal destino hanno dato vita a ciò che sembrava impossibile. Ovviamente nel romanzo non può esistere la musica di sottofondo, ma il libro ha subito una forte influenza dei testi dei Radwimps e nel romanzo si riescono a percepire chiaramente le note della rock band giapponese.

La canzone Zenzenzense (Vita Preprecedente) sottolinea in modo magistrale la storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che vogliono lottare in modo splendido in questo mondo crudele, contribuendo senza dubbio a far definire Your Name il più grande capolavoro di Makoto Shinkai:

«Ho iniziato a cercati dalla tua vita preprecedente…

“Sei in ritardo", dici con tono arrabbiato…eppure, sono arrivato il prima possibile

Il mio cuore è arrivato da te prima di me».

Shinkai ha raccontato il ruolo del destino in una storia d’amore, dove due persone si incrociano in mondi stupendi, magnifici, senza tempo e la musica lo conferma:

«Ho iniziato a cercarti tante vite prima che nascessi;

È poggiando lo sguardo su quel sorriso strano, che sono arrivato ad oggi.

Anche se tu dovessi perdere tutto e venissi spazzata via dal vento,

Non dimenticherò più chi sono e inizierei semplicemente a cercarti dal principio.

O forse dovrei ricostruire l'intero universo da zero?…

Ci incontrammo ai confini estremi tra tante galassie;

Come devo afferrarti la mano per evitare che si spezzi?»…

La canzone parla di  questo mondo pieno di incroci legati da un sottile filo; è difficile incontrare la persona del proprio destino e anche se ci si riesce, chi garantisce che sia proprio quella? 

Il filo rosso del destino è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (la versione originale cinese narra che il filo è legato alle caviglie). Questo filo ci lega alla persona a cui siamo destinati, alla propria anima gemella.

Le due persone così unite sono destinate ad incontrarsi; non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze, le distanze che le separano, l’età, la classe sociale o altro, perché il filo rosso sarà lunghissimo e fortissimo e dato che ha la caratteristica di essere indistruttibile non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno. Questo filo lega indissolubilmente due anime gemelle, due amanti, due persone destinate a vivere insieme per sempre. Essendo molto lungo il filo spesso si aggroviglia e crea intrecci strani e nodi che creano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi; ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame.




Uscito in Giappone lo scorso agosto, Your Name si è trasformato in pochissimi mesi in uno dei più grandi successi cinematografici di sempre, l’unico film d’animazione della storia capace di competere con il successo dei più famosi film di Miyazaki come La Città Incantata.

Shinkai è cresciuto col mito e all’ombra del maestro Miyazaki, per sua stessa ammissione: 

«È un enorme fonte di ispirazione. Lui e il suo team hanno praticamente fondato l’intero sistema.

Hanno creato quello che l’animazione giapponese è oggi. É impossibile non essere influenzati dal lavoro del maestro Miyazaki…Io non voglio fare film simili a lui, ma riuscire a suscitare le stesse emozioni che il maestro suscita nelle persone, me compreso».

Lui sostiene di essere un disegnatore mediocre; uno che scrive storie e poi cerca immagini da proporre agli animatori per far vedere loro cosa vorrebbe che disegnassero, in questo modo riesce a creare anime meravigliosi e ad inventare storie ugualmente importanti e coinvolgenti. Viene ormai considerato da tutti un maestro assoluto dell’animazione giapponese, grazie alla sua straordinaria padronanza delle arti visive e alla sua incredibile abilità narrativa.

I suoi panorami iperrealistici e le sue atmosfere malinconiche hanno commosso e incantato in tutto il mondo milioni di appassionati di anime. La sua maestria nel creare e la regia lo hanno consacrato come l’erede di Miyazaki, pur essendo la sua un’animazione molto diversa; l’artista risente inoltre delle influenze della letteratura contemporanea giapponese, in particolare delle opere di Murakami ed è quindi definibile come più matura e concentrata sul mondo reale.

Campione di incassi in Giappone e molto elogiato dalla critica mondiale, Your Name ha portato come conseguenza perfino dei tour che ripercorrono il giro delle location della storia e perfino la biblioteca che appare nel film ha dovuto esporre un regolamento speciale per far fronte all’improvvisa ondata di visitatori. Oltre agli innumerevoli gadget di ogni tipo e al materiale pubblicitario distribuito in ogni luogo, è stato prodotto anche un sakè ispirato ad una delle principali scene del film.

Sebbene la pellicola si presenti come una storia romantica (in gergo shojo) tra un ragazzo e una ragazza che senza un perché si ritrovano l’uno nel corpo dell’altra, Your Name è molto di più. 

L’incipit mostra che dal cielo cade una stella cometa; lenta e inesorabile brucia nell’atmosfera dividendosi in diversi frammenti infuocati. Un ragazzo e una ragazza distanti tra loro, senza sapere di star condividendo lo stesso momento, fissano di notte l’insolito e meraviglioso spettacolo, pervasi da una strana sensazione; a fior di labbra un unico pensiero, un sussurro del cuore: «Quel giorno dal cielo cadde una stella e fu come vivere un sogno, come condividerlo».

Li rivediamo di giorno, ognuno nelle proprie città di appartenenza, risvegliarsi con le lacrime agli occhi e nel cuore e nell’anima la sensazione vivissima di aver perduto qualcosa o qualcuno.

«Ogni tanto, la mattina, appena sveglia, mi capita di ritrovarmi a piangere, senza sapere perché».




I due adolescenti vivono in luoghi ed ambienti molto diversi tra loro, ma entrambi sono insoddisfatti della propria quotidianità, così senza conoscersi si ritrovano a vivere uno la vita dell’altro; una storia che si intreccia tra reale e soprannaturale. I ragazzi, lasciandosi dei messaggi a vicenda, inizieranno a comunicare e a cercare il perché di ciò che sta loro accadendo e di comprendere il legame che li unisce, che si rafforza notte dopo notte, sogno dopo sogno, mentre incombe il passaggio di una misteriosa cometa, quella che in realtà gli spettatori hanno visto nell’incipit.

Mitsuha è una studentessa che vive nel paesino di montagna Itomori. Intrappolata in una vita monotona desidera trasferirsi a Tokyo, la grande metropoli dove ogni sogno si può realizzare. 

Taki è uno studente delle superiori che vive proprio a Tokyo e si mantiene facendo il cameriere in un ristorante italiano che non a caso si chiama “Il Giardino delle Parole”; ha una grande passione per il disegno e vorrebbe un giorno lavorare nel campo dell’arte o dell’architettura.

Mitsuha è costretta a svolgere il compito di sacerdotessa scintoista ereditato dalla madre e un giorno implora il suo dio di farla diventare un bel ragazzo di città, magari in una prossima vita. L’indomani al suo risveglio qualcosa è cambiato inesorabilmente e il suo sogno si è avverato: la ragazza si ritrova infatti in una stanza che non conosce, ha nuovi amici e lo skyline di Tokyo si apre davanti al suo sguardo. Mitsuha si è risvegliata a Tokyo nel corpo di Taki e contemporaneamente il ragazzo si risveglia nel corpo di Mitsuha nella piccola città di montagna mai vista prima.

É un divertente scambio di ruoli che serve a far entrare nella storia lo spettatore e farlo affezionare ai protagonisti. Ci si trova di fronte ad una tipica divertente commedia degli equivoci, come accade spesso in anime di questo genere: ci sono due adolescenti che si scambiano di sesso, con scene che lo raccontano in modo abbastanza esplicito. Per esempio quando Taki capisce di essere nel corpo di Mitsuha e inizia a toccarsi incuriosito il seno o viceversa quando lei, trovandosi improvvisamente ad essere un ragazzo, si guarda scioccata le parti intime. Poi però ci si rende conto che c’è qualcosa che non va, che i particolari della storia non sono messi lì a caso ma devono focalizzare l’attenzione dello spettatore sulle dinamiche narrative.




Taki e Mitsuha non si conoscono, non hanno idea di che cosa stia loro accadendo e, come se non bastasse, ad ogni risveglio non si ricordano l’uno dell’altra. Cosa sta succedendo? Quale sarà il segreto che si cela dietro questi strani sogni incrociati e perché si scambiano i propri corpi mentre la loro personalità resta la stessa?

L’intreccio si complica e il mistero si infittisce perché i due ragazzi quando riprendono possesso dei loro corpi, si ricordano ciò che hanno fatto nella vita dell’altro ma non ne conoscono il nome; non si incontrano mai ma le loro vite si legano indissolubilmente. A dire il vero ci provano a lanciarsi dei segnali per ricordarsi l’uno dell’altra: una scritta sulla mano, il nastro rosso per capelli che Taki riceve da una sconosciuta ragazzina sul treno e soprattutto la richiesta scritta su un foglio...Your Name.

All’inizio quindi entrambi sono sconcertati e capiscono poco e nulla di ciò che sta accadendo, poi giorno dopo giorno, grazie ad una sorta di diario che Taki tiene nel suo cellulare, riescono a capire che lo strano fenomeno avviene in modo casuale e di notte durante i loro sogni.




Anche se non sanno nulla l’uno dell’altra ma apprendono cose della propria personalità tramite le persone che li circondano, i due si affezionano e cominciano così a cercare di comunicare e a lasciare tracce di ciò che accade durante il loro scambio, per poter poi ricordarsene. Entrambi quando assumono il corpo dell’altro/a migliorano le rispettive quotidianità e riescono a vivere esperienze che altrimenti non avrebbero mai potuto fare; questo fragile equilibrio è però destinato ad infrangersi perché qualcosa di minaccioso incombe sulle loro vite. Taki, preso da un presentimento dopo aver saputo del passaggio imminente della cometa, partirà alla ricerca di Mitsuha pur non sapendo né chi sia, né come si chiami, né dove abiti, perché il messaggio del film è proprio questo: qualcuno che tu non hai ancora incontrato, si chiede come potrebbe essere conoscere una persona come te.

C’è il grande sacrificio dell’impegnarsi in prima persona, sfidando i limiti dello spazio e del tempo, anche a costo di rimetterci la carriera scolastica o addirittura la vita: 

«Ovunque tu possa essere nel mondo, io verrò a cercarti».




Ciò che rende questo film un capolavoro è quello che accade da questo momento in avanti reso attraverso una magia di luci, sensazioni ed emozioni. In modo sublime Shinkai porta avanti una grande regia e una straordinaria realizzazione tecnica catturando i colori caldi e freddi che, accompagnati da una entusiasmante colonna sonora, sostengono e sviluppano il rapporto tra i personaggi, trascinando lo spettatore nel senso profondo della storia.

Mentre la prima parte del film è divertente e ritmata, la seconda ha un risvolto del tutto differente: è qui che si riscontrano le amare riflessioni sul terremoto del 2011 e sul disastro di Fukushima. In questo momento nel film gli elementi fantascientifici si intrecciano al naturalismo e al pensiero buddista sul tempo e lo spazio.

Grazie alla bellezza della doppia ambientazione, quella urbana e quella campestre, Shinkai ha potuto dare il meglio nel raccontare i suoi scenari prediletti: la vita nella metropoli e quella in comunione con la natura. In questo suo modo visivo di trasportare luoghi e sensazioni, lo spettatore avverte una serie di emozioni che vanno dalla gioia, al dubbio, alla tristezza fino a un dolce senso di speranza capace di rincuorare anche le più oscure previsioni. 




Your Name è splendido tecnicamente, merita di essere visto anche più di una volta per cogliere al meglio i dettagli e lasciarsi coinvolgere dai sentimenti.

La capacità di Shinkai di enfatizzare la luce creando immagini e situazioni che lasciano senza fiato è ben nota agli appassionati dell’animazione giapponese. Nel suo lavoro Il Giardino delle parole era stato capace di creare probabilmente la migliore pioggia mai vista su un grande schermo. 

Da un semplice pretesto narrativo la storia di Your Name avanza complicandosi fino ad arrivare ad una toccante riflessione sulla meraviglia del destino e dell’amore.

Pur ritrovando le tematiche tanto care a Shinkai, questo film porta però una novità: chiude il capitolo dell’amore destinato a non accadere e apre quello delle anime gemelle, dei legami che vanno oltre il tempo, lo spazio, l’età e l’aspetto fisico.

Per definizione il romantico è colui che è capace di vedere oltre la superficie delle relazioni, delle cose in generale e crea storie protese verso un domani meraviglioso ma disperatamente irrealizzabile. È ciò che Shinkai è in grado di fare e in questo senso si può definire un romantico; le storie che racconta racchiudono un’amara attualità in un animo estremamente sensibile.

Bisogna quindi lasciarsi alle spalle i pregiudizi sull’animazione giapponese e accettare che un romantico artista completo racconti una storia semplice, con la sorpresa e la meraviglia delle illustrazioni, la profondità e il modo delicato e poetico in cui viene narrata, perché questo film fa bene agli occhi, al cuore e rassicura lo spirito.





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Elena Paoletta C

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la classifica, stilata da centosettantasette critici cinematografici proveniente da trentasei Paesi, dei cento film più memorabili dal 2000 ad oggi.

La mia sorpresa più grande è stata quella di trovare piazzato al quarto posto il capolavoro di animazione del maestro giapponese Hayao Miyazaki La città incantata, già premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003.




Da vent'anni a questa parte, Miyazaki è il re del cinema d'animazione giapponese. Dopo essere stato uno dei pionieri del genere, è considerato ancora oggi il migliore e sicuramente è il più conosciuto a livello mondiale. Considerando l'immensa varietà delle sue opere, si può affermare che forse è proprio il suo essere versatile la chiave del suo immenso successo: produttore, scenografo, regista, scrittore e autore, Miyazaki è un vero genio, una delle menti più brillanti della sua generazione.Nella sua lunga carriera ha affrontato vari temi imponendosi come molto più di un semplice cineasta: Miyazaki è un poeta, un trovatore che racconta storie ambientate tra la fine del secolo e l'alba del nuovo millennio. Il suo spirito di sacrificio, il suo rigore, la sua passione per il lavoro lo hanno portato a spingere al limite la sua percezione e le sue potenzialità cinematografiche. È un autentico artigiano, scrupoloso, meticoloso e irremovibile, che ha fatto del suo lavoro un tributo al potere di un'immaginazione straordinaria.Quest’uomo che adora il volo, non sopporta di essere vincolato e costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza esercitata dalla tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. In questo modo riesce a dare diversi significati che rendono i film adatti a ripetute visioni: ogni volta affiora un senso nascosto, un dettaglio sfuggito, una chiave di lettura trascurata.La città incantata racconta di Chihiro, una ragazzina di dieci anni, capricciosa e testarda, convinta che l'intero universo debba sottostare ai suoi bizzarri voleri. Quando i suoi genitori decidono di traslocare, la bambina non fa nulla per nascondere la sua rabbia, ma sulla strada che li porta alla nuova casa sono costretti a fermarsi davanti ad un tunnel che somiglia ad una gigantesca bocca. La curiosità spinge tutti e tre ad addentrarsi a piedi nella galleria, anche se Chihiro è molto riluttante e ben presto si ritrovano in una città fantasma, composta quasi interamente da ristoranti e locali. I genitori si gettano famelici su un suntuoso banchetto e questo gesto snaturato e ignorante li fa trasformare in maiali sotto gli occhi della figlia, mentre si ingozzano in maniera irrefrenabile. Nella filosofia buddista il maiale è l’animale che rappresenta l’ignoranza. Rimasta sola Chihiro si rende conto ben presto di essere in un mondo abitato da antiche divinità e esseri magici, governato da una strega malvagia, l'arpia Yubaba. Apprenderà così che i nuovi arrivati nella città vengono trasformati in animali prima di essere uccisi e mangiati, mentre coloro che riescono a sfuggire a questo tragico destino saranno condannati all'annientamento quando verrà dimostrato che non servono a nulla. Per salvare i genitori, ritardare il più possibile il terribile giorno della resa dei conti e sopravvivere in questo mondo strano e pericoloso, Chihiro dovrà rendersi utile e quindi lavorare nel complesso termale dove incontrerà numerosi e particolari ospiti, tra cui il “senza volto” Kaonashi. Così la ragazzina rinuncerà alla sua pigrizia, ai suoi capricci e a molte altre cose; dovrà cambiare il suo carattere, il suo modo di pensare e persino il suo nome.Tutti i lavori a cui Chihiro viene sottoposta durante la sua permanenza alle Terme, costituiscono il suo percorso che non è di crescita, ma di cambiamento: da bambina annoiata e disinteressata, diventerà curiosa, forte, tenace, volenterosa e amante della natura.





Miyazaki è riuscito a spazzare via quel pregiudizio che vuole i film di animazione destinati ai bambini, giudicati incapaci di cogliere la complessità e l’ambiguità della vita. Il regista invece ripone in loro la giusta fiducia nella capacità innata che hanno di afferrare un’idea senza bisogno di troppe spiegazioni. Trovare questo suo capolavoro così in alto in quella speciale graduatoria mi ha molto sorpreso e mi ha fatto riflettere su ciò che di quel film mi avevano maggiormente colpita. Ad esempio non trovo giusto il fatto che spesso si accusa Miyazaki dell’incapacità di definire personaggi interamente cattivi, anzi di fornire una motivazione alla loro cattiveria. Sarebbe difficile immaginare una produzione Disney senza il suo protagonista cattivo; al contrario i film di Miyazaki sono notevoli proprio per la mancanza di personaggi completamente malvagi, anche se questi si riconoscono dall’aspetto fisico volutamente esagerato. Il pensiero giapponese non prevede che nell’uomo esistano due elementi in costante antagonismo, non c’è l’idea di un Bene e di un Male assoluti. Per ogni comportamento c’è una ragione e una circostanza e, se queste mutano, cambiano anche le reazioni dei personaggi: Miyazaki quindi offre sempre una spiegazione.NeLa città incantata, la strega Yubaba, che pensa solo ai soldi e ad avere il controllo di tutto, è avida e arrogante, ma perde tutta la sua arroganza davanti al figlio, un grande mostruoso neonato che vive rinchiuso in una camera stracolma di giochi. La differenza tra la donna di affari che gestisce al meglio le Terme e la madre amorosa è enorme e repentina. Nella sequenza in cui Yubaba si rassegna a prendere Chihiro al suo servizio, la donna riesce a parlare alla ragazzina con tono sprezzante e allo stesso tempo a sussurrare parole affettuose al figlio. Al contrario sua sorella gemella Zeniba, vive ritirata in una casa di campagna e la sua personalità è unica, solida e compatta. Bada agli aspetti essenziali della vita e ciò le permette di essere rispettata senza bisogno di alzare la voce; le persone stanno bene accanto a lei perché si sentono utili piuttosto che sfruttate. Se Yubaba rappresenta la realtà della maggior parte delle persone obbligate a scindere la vita professionale da quella privata, Zeniba incarna ciò che quasi tutti vorrebbero essere e di come vorrebbero vivere. In questa rappresentazione della doppia identità che ciascuno assume nella vita contemporanea, si manifesta una volta di più il segno della capacità di Miyazaki non solo di osservare la realtà, ma di riprodurla in modo simbolico e universale. 




Se le donne protagoniste dei suoi film sono scisse tra atteggiamenti di compromesso e spirito battagliero, ciò non è dovuto al loro vivere con disagio la femminilità quanto piuttosto al fatto di agire in società incapaci di rendere serenamente possibile la fusione di caratteristiche tradizionalmente separate in femminili e maschili. Non occorre essere un guerriero per essere intrepidi e non occorre essere una donna per rinunciare alla lotta.Il femminismo è uno dei temi più ricorrenti nei film di Miyazaki. Gran parte dei suoi protagonisti sono ragazzine o donne che mandano avanti città intere ed emergono come forza trainante della società. Sono spesso le donne quelle che gestiscono le situazioni più difficili e complicate; sono le figure femminili che, al contrario degli uomini, riescono ad entrare in collegamento con la natura e a comprenderne la forza o la magia. A differenza delle politiche femministe estremiste, le donne di Miyazaki non cercano mai la prevaricazione sugli uomini: primeggiano per la loro autorità, la loro dolcezza o le loro capacità, emergono senza forzature perché sono esseri umani e, come tali, si impongono per le loro caratteristiche naturali.Il cinema di animazione di Miyazaki è riuscito anche a colmare quel vuoto che la maggior parte delle storie, nel descrivere l’infanzia e l’adolescenza, ignorava. Il regista ha privilegiato la fascia di età dai nove agli undici anni, proposta a volte solo attraverso gli occhi e i desideri degli adulti, perché attraverso la lettura di shōjo manga si è reso conto che non c’è nessuno che si preoccupa dei problemi e delle esigenze delle ragazzine. Per questo motivo ha scelto di scrivere qualcosa che arrivasse soprattutto alle future donne; qualcosa a cui le bambine potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro e i loro rapporti con la società e per questo motivo molte di loro sono protagoniste dei suoi film. Miyazaki inoltre popola di creature divine i luoghi meravigliosi in cui svolge le sue storie: sono la cornice ideale per rendere al meglio la sacralità della natura e condannarne la sua profanazione.Ne La città incantata è particolarmente affascinante la divinità vagabonda del “senza volto”, che non ha nessun riferimento con la tradizione giapponese. Attraverso Kaonashi, Miyazaki intende rappresentare il Giappone contemporaneo, quello dove in molti sono convinti che i soldi bastino ad assicurare la felicità. La divinità si trova alle Terme, un luogo in cui Miyazaki immagina si rechino sia gli uomini che gli dei perché presuppone che le divinità del folklore giapponese, proprio come gli uomini d’affari, abbiano bisogno di fortificarsi in acque calde. Il loro percorso termale viene proposto attraverso ambienti favolosi, evocativi, onirici, che si fondono per creare un universo sorprendente e a tratti cupissimo, trasmettendo sensazioni forti e nostalgiche. Naturalmente gli dei desidererebbero rimanere più a lungo in quel tepore, ma sono costretti ad uscire quando si conclude il fine settimana perché, come gli uomini di oggi, sono indaffarati e devono riprendere le loro attività.Kaonashi si trova lì ed elargisce continuamente oro con le sue mani e tutti gli schiavetti rana si accalcano e si calpestano pur di ottenerlo; accecati dalla ricchezza e dal potere dei soldi, si picchierebbero e si ammazzerebbero per possederne la maggior quantità possibile. Hanno solo quello in testa, non gli interessa altro. Il “senza volto” ha però un’altra caratteristica, ovvero mangia qualsiasi cosa ed ha sempre fame, è inarrestabile e quindi arriva a mangiare anche gli schiavetti rana. Miyazaki vuol far capire che inseguendo continuamente la ricchezza tanto da esserne ossessionati senza pensare al resto, si può anche essere divorati dalla stessa fonte che produce quella ricchezza. Kaonashi non è però malvagio, anche se cerca di conquistare Chihiro con dell’oro, ma a lei questo non interessa; vuole solamente salvare i suoi genitori. Il “senza volto”, abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole resta così spiazzato, non capisce come conquistare la bambina e quindi impazzisce e si infuria. Si calmerà solo quando Chihiro, capendo la solitudine della divinità causata dal suo eccessivo potere a discapito di ogni sentimento, gli consentirà di prendere insieme a lei il suggestivo treno sull’acqua per condurlo da Zeniba e trovargli finalmente un posto tranquillo dove stare. 




Il regista dimostra ancora una volta che la ricchezza non è tutto nella vita, che ci sono altri aspetti molto più importanti, come i sentimenti, la gioia delle piccole cose, il senso del sentirsi utili, ma anche l’ecologia ed il rispetto dell’ambiente. A questo proposito introduce quindi alle Terme il personaggio di Okusare-Sama, un demone dal cattivo odore (Kusare in giapponese significa marcio), un mostro sporco e puzzolente che pretende di essere lavato. Una sorta di macchia gigante che nessuno vuole pulire per ribrezzo; solo Chihiro trova questo coraggio. Sotto la melma il demone è composto da lavatrici, frullatori, forni, televisori, tutti elettrodomestici e pezzi di metallo: questi elementi rappresentano il marcio del Giappone, ovvero l’inquinamento e il consumismo. Quando la bambina finirà di pulirlo, scoprirà che sotto tutta quella sporcizia e ammasso di elettrodomestici, c’era lo spirito di un fiume che era stato precedentemente inquinato.Ora finalmente si rivela la parte pulita del Giappone: fiumi incontaminati, bellissimi, perfetti, quella parte del Paese che dovrebbe sempre essere pulita e preservata, nonostante tutti gli elementi che rappresentano il progresso.Anche Haku, un bambino che accompagna ed aiuta Chihiro durante la sua permanenza alle Terme, ha a che fare con la natura. Sottomesso a Yubaba, ne esegue gli ordini segreti trasformato in dragone, ma ha perduto la sua identità, non sa più chi è e questo lo ha portato a perdere anche la sua libertà. Durante un volo sul dorso del dragone, Chihiro ricorda un evento infantile: da piccola era stata salvata mentre stava per annegare in un fiume. Il suo salvatore era stato Nume Kohaku Nigihayami, il dio del fiume che lei riconosce nel suo amico Haku. Ritrovata la propria identità, il ragazzino recupera anche le fattezze umane e si libera dalla schiavitù della strega Yubaba.




Un altro aspetto dei film di Miyazaki che mi ha sempre affascinata, è che molti di questi non si adeguano alla sempre più diffusa abitudine di abbandonare la sala prima del completo scorrimento dei titoli di coda. Il regista infatti aggiunge quasi sempre una piccola storia utilizzando quello spazio per evitare soluzioni scontate e accompagnare gli spettatori verso l’uscita. Il film finisce così con un tono più naturale e realistico fornendo spiegazioni o particolari della trama. Per esempio ne La città incantata, durante i titoli di coda vengono proposti i disegni preparatori dei fondali utilizzati poi per il film. I colori più tenui e le linee sfumate che definiscono i luoghi soprannaturali riportano Chihiro e gli spettatori alle Terme, dove la protagonista ha smesso di essere una bambina debole e capricciosa. Inoltre suggeriscono che quel mondo non è più nel presente di Chihiro, ma si conserva comunque nella sua memoria grazie al nastrino per capelli che lei ha con sè e che è stato intessuto con tanto affetto per lei dai suoi amici della città magica.La classifica stabilita dalla particolare giuria si basa ovviamente sui gusti dei critici interpellati, gusti da cinefili che non comprendono i grandi film da incasso o i blockbuster. Tuttavia ci sono dentro i film di animazione Disney, come Alla ricerca di Nemo al novantaseiesimo posto o Inside Out al quarantunesimo. Tuttavia trovare un anime tra i primi quattro classificati non può che riempire di orgoglio gli appassionati del genere e anche i semplici fan.



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Elena Paoletta C

La mia personale esperienza al ristorante Akira, mi ha ricordato di alcuni appunti che avevo preso per un paragrafo della mia tesi e che riguardavano la cucina giapponese. Ora mi sembra il momento adatto per condividerli.

La cucina giapponese è una vera e propria arte. Solitamente per gli occidentali la cucina è prima di tutto rivolta all’appagamento del gusto, mentre per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco a tavola.

Per questa cucina infatti il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori e di forme che siano complementari ed equilibrate. 

L’occhio poco esperto dell’occidentale non ci fa caso, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze si deve porre attenzione innanzitutto a come sono disposte le geometrie dei cibi e dei piatti, la regolare ed attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi, lo studio del colore di ciò che viene mangiato e perfino la ciotola dove viene servito. Tutto è sicuramente creato per essere guardato e poi assaggiato.

Al pari dei manga e degli anime, la cucina giapponese ha contribuito senza dubbio a far conoscere la cultura di questo lontano Paese, rimasto sconosciuto ai più per molto tempo e che ora vede in Occidente il proliferare di ristoranti tipici, dove il riso è l’alimento base di ogni piatto. 

La pietanza più nota del Giappone è senza dubbio il Sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce e che viene consumato con wasabi, una salsa molto piccante o shoyu, più noto come salsa di soia. Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell'Asia orientale e sud-orientale; talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell'inglese salsa Worcester.

Un altro tipo di salsa molto comune è il teriyaki; termine che si riferisce ai piatti cucinati con il suo impiego e alla tecnica con cui vengono preparati. La salsa e i piatti correlati sono caratteristici della cucina giapponese tradizionale. Tra gli svariati alimenti cucinati con la salsa teriyaki vi sono pollo, manzo, pesce, frutti di mare, tofu e tanti altri. Secondo la tradizione giapponese una pietanza teriyaki va consumata con il riso al vapore e verdure come accompagnamento.

Un piatto tipico è la Tempura, una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, pesci, crostacei e molluschi per poi friggerli, mantenendoli così leggeri e croccanti. 

Conosciuto in Occidente è anche il miso, un condimento ottenuto dalla soia, che serve per la marinatura e il condimento di piatti. Nell’anime Nana si vede cucinare spesso la zuppa di miso, una pietanza che viene servita soprattutto nelle giornate fredde.

Un altro piatto conosciuto fuori dal Giappone e molto apprezzato è il Ramen, che presenta varianti in ogni località nipponica, anche se è di origine cinese. È a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni di maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais. Teuchi, il proprietario del chiosco di ramen della serie animata Naruto, ha un grande rispetto per le arti culinarie e il suo ramen, a detta dello stesso Naruto, è il più buono del mondo. Curioso notare che il nome Naruto è anche quello di un tipo di kamaboko (cipolla) con una caratteristica spirale rosa, usato appunto nel ramen.




C’è un’enorme parte della cucina giapponese che non è però conosciuta; piatti nipponici visti in centinaia di anime e manga, ma difficili o quasi impossibili da trovare nei ristoranti occidentali.Il Nabemono, per esempio, è un piatto caldo il cui funzionamento è simile a quello della fonduta: gli ingredienti crudi come carne, pesce, funghi e verdure vengono immersi nella pentola in cui bolle il brodo e consumati sul momento. Per festeggiare l’inizio della seconda serie, i personaggi dell’anime Gintama decidono di mangiare la nabe, ma il diritto a prenderne il primo boccone darà inizio ad una folle guerra psicologica. Gli Udon sono gustosi “spaghettoni” che vengono serviti in un’infinità di varianti e con porzioni abbondanti. Il personaggio di Mirai dell’anime Kyokai no Kanata, che per mantenere i suoi poteri deve mangiare molto, va a rimpizzarsi in un ristorante dove si può mangiare quanto si vuole fino a scoppiare. Gli amici se ne accorgono perché quando la incontrano le cola il naso a causa del brodo bollente che ha ingurgitato velocemente. I Soba sono spaghetti di grano saraceno che vengono serviti in brodo, asciutti, caldi o freddi. Essendo quasi privi di grassi ma ricchi di vitamine e minerali, sono molto richiesti. Le ragazze del manga K-On, durante il festival scolastico gestiscono un ristorante di pane alla yaki soba, soba cotta alla piastra, che è stato poi realmente commercializzato in Giappone. Il Taiyaki è un tortino dall’inconfondibile forma di pesce. Solitamente è ripieno di anko, una marmellata di fagioli, ma anche di crema o cioccolato. Vista l’innata capacità dei giapponesi di rendere tutto kawaii, ossia grazioso, i takoyaki vengono spesso rappresentati con la boccuccia e gli occhioni.




Il riso al curry è uno dei piatti più amati dai giapponesi; la miscela di curry cremoso, carne, verdure e funghi è solitamente servita con il riso, ma è buonissima anche con gli udon o in un particolare panino fritto come si vede nell’anime Black Butler, dove il maggiordomo Sebastian inventa il panino fritto al curry (Karē pan man/ Curry bread man) per vincere un concorso di gara culinaria di piatti a base di curry. Uno dei motivi di rivalità tra Ranma ½ e Ryoga è proprio il panino al curry che si contendono a pranzo quando sono a scuola. Il riso al curry compare in quasi tutti gli anime diretti da Kunihiko Ikuhara: in Sailor Moon, Usagi e Mamoru aiutavano Chibiusa a cucinarlo e in Mawaru Penguindrum, Ringo lo considera il cibo da mangiare con chi si ama.In molti anime ci sono personaggi golosi di Tamagoyaki, una omelette giapponese molto particolare; le uova infatti vengono sbattute aggiungendo mirin e zucchero o salsa di soia e spezie, a volte anche del sakè, per poi friggere il composto ottenuto in una padella speciale, la makiyakinabe. Il tamagoyaki è uno dei piatti serviti a colazione e spesso viene incluso nel bento, il particolare portapranzo nipponico, sia nella versione dolce che salata. Il Gyudon è un piatto semplice ma saporito, che consiste in straccetti di carne e cipolla conditi con una salsa agrodolce e adagiati sul riso bianco bollito. Come spesso accade nella cucina giapponese, ha il pregio di essere un pasto completo. Okarin in Steins;Gate, una visual novel del 2009 da cui sono stati in seguito creati gli adattamenti manga e anime, si trova spesso a parlare in un ristorante di gyudon e sostiene che un vero guerriero dovrebbe riuscire a mangiarne da solo non un solo piatto, ma tutto quello cucinato. I Gyōza, sono ravioli ripieni di carne di maiale, una variante degli jiaozi cinesi ma con la pasta più sottile, cucinati con un bel po’ di aglio. Si mangiano caldi, conditi a piacere con salsa di soia e aceto di riso. I personaggi degli anime, a causa del loro forte sapore di aglio, iniziano a preoccuparsi quando il loro love interest li ordina ad un appuntamento. Anche se la loro consistenza somiglia ai pancake, gli Okonomiyaki sono definite per comodità “le pizze giapponesi”. Li cucinava Marrabbio, il padre di Licia nella serie animata televisiva Kiss Me Licia (1982), nel suo ristorante, ma si vedono anche in Ranma ½ (1989), quando Ukyo usa un’enorme paletta da okonomiyaki come arma da combattimento o nelle scene in cui lancia queste pizze dietro ai suoi nemici.L’omourice è una frittata di riso fritto. Il suo nome viene dalla parola francese omelette e da quella inglese rice; è molto popolare non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud e a Taiwan. Il piatto è costituito dal riso fritto con pollo, avvolto in uno strato sottile di uovo fritto e condito di solito con il ketchup. I famosi Onigiri, probabilmente il cibo che compare più spesso negli anime, sono la prima cosa che che un appassionato di manga e anime occidentale mangia appena arriva in Giappone. Leggeri e sfiziosi, sono palline di riso avvolte nell’alga nori e farcite di quel che si preferisce. In Sailor Moon la prima volta che Usagi parla a Makoto ne approfitta per mangiare i suoi onigiri fatti in casa che hanno la forma di orsetti, coniglietti, panda e maialini. Infatti il riso si presta particolarmente come alimento per dare forma a diverse figure anime divertenti ed invitanti, come appunto le faccine di animaletti.




Il Katsudon è simile al gyudon, ma sopra al riso ci sono l’uovo e morbide fette di cotoletta di maiale impanata. È di buon auspicio mangiarlo prima di un evento importante, come un esame o una competizione sportiva. I nuotatori dell’anime Free! (2012), la notte prima della staffetta alle regionali, vanno a mangiare tutti insieme il katsudon per esorcizzare la sfortuna. Il Tonkatsu è composto invece da una cotoletta di maiale alta uno o due centimetri, impanata e fritta in abbondante olio. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme al cavolo cappuccio tritato e alla zuppa di miso. La Karaage è una frittura leggermente marinata in salsa di soia, aglio e zenzero. La versione più comune è quella a base di bocconcini di pollo, ma anche di seppie, polpo e manzo. Negli anime il karaage è un tipico elemento dei bento più accurati, i colorati portapranzo che rallegrano le pause scolastiche o lavorative nella gran parte delle storie. Kyaraben sono i bento dei più giovani. Preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime, esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola.




Le Takoyaki sono palline di polpo in pastella, servite con scaglie di tonno essiccato, maionese e salsa otafuku, un condimento denso e dolce di colore scuro. Sono uno spuntino tipico dei matsuri, le feste tradizionali, per questo si vedono negli anime quando ci sono eventi o festival da mostrare. Infilzati in uno spiedo, sono spesso rappresentati in modo kawaii con i grandi occhi e la boccuccia sorridente.In moltissimi anime, come Sailor Moon, nei bento si notano dei piccoli wurstel tagliati a forma di polipetto. Per prepararli si può usare un coltello o delle formine apposite per praticare dei tagli verticali e, mentre si cuociono bollendoli o arrostendoli, questi si aprono e formano i tentacoli. Per fare gli occhi e la bocca del polipetto si usano semi di sesamo nero oppure la fascia di tessuto tradizionale giapponese hachimaki con alga nori. I wurstel possono avere anche la forma di piccoli calamari o granchietti. Anche i dolci hanno un posto importante all’interno di manga e anime. Nella sua classica posizione da seduto con le ginocchia vicino allo stomaco, Elle in Death Note ne divora in ogni momento della giornata e la magica Creamy nella serie animata a lei dedicata, per il suo nome d'arte prende spunto dal sempre affollato chiosco di crepes dei genitori.Impossibile non collegare alla serie animata DoraemonDorayaki, deliziosi panini dolci dall’impasto simile ai pancake e farciti di anko, la marmellata di fagioli rossi (azuki), di cui il famoso gatto robot ne è ghiottissimo. In Occidente, nei numerosi festival e convention dedicati all’Oriente, si possono trovare farciti con la più classica nutella. 




I Mochi sono popolarissimi dolcetti a base di pasta di riso glutinoso; sono tondi o cilindrici, morbidi, colorati e gommosi, molto carini oltre che buoni. Sono i dolci tipici del capodanno ed esistono semplici o farciti ma, data la loro consistenza, il rischio di soffocare è concreto, per questo spesso vengono usati nelle scene di manga e anime a sfondo comico. Un dolce classico è la Kurisumasu keki, la torta natalizia giapponese. Il Natale in Giappone è una festa importata e si è sviluppata per fini commerciali; infatti il 25 dicembre è tradizione andare a cena fuori e scambiarsi regali tra amici e fidanzati, ma non può mancare assolutamente la torta panna e fragole. Nell’anime Nana, Hachi ne prepara una per i suoi amici del complesso Black Stones per festeggiare il loro primo concerto e una torta di fragole, regalata da una fan, addolcisce la fredda notte di Nana e Ren, che se la dividono sotto la neve. Anche l’industria delle caramelle giapponesi è altamente competitiva per quanto riguarda il kawaii, tanto da sfornare nuovi prodotti ogni settimana in tutto il Paese. In questa lotta per conquistare lo spazio sugli scaffali dei negozi, alcune caramelle sono diventate dei classici e sopravvivono da molti decenni. Tra queste molte hanno un disegno carino, come le Apollo Strawberry Chocolate con una forma ispirata al programma spaziale Apollo del 1960 o le Konpeito, un tipo di caramelle a base di zucchero che sono il cibo preferito di una creatura immaginaria nota come “gremlin della fuliggine” (Susuwatari). Se c’è una cosa che affascina del cibo giapponese sono sicuramente gli snack e in particolare la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in uno spuntino da poter confezionare e mangiare al volo.Insoliti, colorati, improbabili, gli snack giapponesi sembrano usciti direttamente da un anime e rappresentano un universo a parte all’interno della complessa cultura culinaria giapponese.Il primo boom degli spuntini in Giappone avvenne nel quindicesimo secolo, quando i samurai inventarono piccoli alimenti da portarsi dietro in previsione di lunghe battaglie. Molti di questi snack sono sopravvissuti fino ad oggi. L’ondata successiva di innovazione degli spuntini arrivò nel 1860, dopo che i mercati giapponesi improvvisamente aprirono i commerci con l’estero. Gli spuntini in stile occidentale furono tra i primi prodotti delle fabbriche giapponesi che annunciarono l’inizio dell’industrializzazione del Giappone. L’industria alimentare degli spuntini è diventata altamente competitiva e le marche più popolari introducono nuovi sapori e nuovi prodotti su base mensile, al fine di ottenere sempre più spazio sugli scaffali di negozi e supermercati. Il problema è che gli spuntini vanno e vengono rapidamente; appena qualcosa inizia ad essere di gradimento comune, ne viene smessa la produzione. In questo ambiente in continuo cambiamento, sono pochi gli snack che hanno resistito nel tempo fino a diventare dei classici intoccabili.Non c’è limite a quello che si può acquistare inserendo una monetina in un distributore automatico di cibi e bevande; i distributori automatici sono una presenza costante per i giapponesi, si trovano ovunque e contengono qualunque cosa.Tra gli snack dolci sono immancabili quelli al cioccolato, ma tra i tanti ce ne sono con varianti alla fragola, al tè verde e all’anguria. Il Kit Kat trova i suoi natali nel Regno Unito ed è probabilmente uno degli snack più “anziani”, considerando che venne alla luce nel lontanissimo 1935 con il nome di Rowntree’s Chocolate Crisp. In Giappone il wafer interno del Kit Kat rimane quello, con la stessa friabilità e croccantezza, ciò che varia è la crema del ripieno e lo strato di copertura esterno. Viene realizzato in decine di gusti e colori diversi tra i quali, quello al cheesecake, alla mela verde, ai fagioli rossi e alla patata dolce. Il kit kat è molto popolare tra i ragazzi giapponesi perché viene considerato un portafortuna per gli esami; infatti il suo nome è molto simile ad una frase che significa “sicuramente vincerai”. I Pocky, che corrispondono ai Mikado occidentali, sono i più popolari dolci da merenda giapponesi. Nascono come un semplice bastoncino di biscotto avvolto per metà da una crema al cioccolato al latte e solo più tardi, nel 1976, vennero aggiunte delle varianti: banana, fragola, cocco, tè verde, mandarino, melone, litchii e ai più impensabili sapori, come quelli al gusto di pizza o di insalata, ma quelli al cioccolato nella confezione rossa sono un classico senza tempo. Varianti più ricche e sostanziose si ritrovano nelle edizioni speciali, molto più simili a veri e propri dessert che a semplici snack per sopprimere la fame tra un pasto e l’altro. La copertura del biscotto è di quantità maggiore e comprende i sapori dei dolci tradizionali di tutto il mondo, come la torta alla fragola, castagne glassate (marron glaces), e anche il tiramisù. Il termine pocky è onomatopeico; si riferisce infatti al suono che fa quando è morso “pokkin”. Restano uno degli snack più popolari tra i teenegers locali e per questo sono spesso rappresentati in manga e anime dedicati alla loro fascia di età. Pocky è uno snack particolarmente amato dai giapponesi sia per la sua forma che per la caratteristica confezione che lo rende uno spuntino facilmente condivisibile con amici o colleghi, quindi adatto alle merende in compagnia, per i viaggi e gite. La confezione stessa è stata studiata per essere pratica e maneggevole, in modo da poter essere portata dovunque occupando il minimo spazio indispensabile. Complice della diffusione del Pocky, anche nel panorama occidentale, è sicuramente il mondo degli appassionati di manga e anime. Non è raro infatti trovare i protagonisti delle loro serie preferite mentre si rilassano sgranocchiando i famosi bastoncini glassati al cioccolato, o intenti a condividerli con i compagni tramite l’ormai celebre Pocky Game, un gioco le cui regole sono semplici e che viene ripreso nella realtà: ogni giocatore prende tra le labbra un’estremità del biscotto e inizia a mangiarla fino a che le due bocche non si incontreranno al centro; chi rompe il bacio perde. Il Tokyo Banana è un dolcetto a forma di banana molto popolare tra i turisti che lo acquistano come souvenir da portare a casa al loro rientro in Patria. Il Tokyo Banana è fatto di pandispagna, con un ripieno cremoso di vari gusti. Molte caratteristiche sono le decorazioni kawaii e soprattutto il modo con cui vengono confezionati.




Tra gli snack salati, gli Umaibo sono quelli più venduti in Giappone. Si trovano al gusto di formaggio, alla pizza, al takoyaki (polpette ripiene di polpo) e al più normale gusto salad. Hanno la forma di bastoncini e la consistenza di patatine al formaggio; sulla loro confezione è raffigurato il gatto protagonista del famoso anime Doraemon. In Giappone le patatine fritte confezionate hanno i gusti più diversi che vanno dalla maionese e capesante, al wasabi, alle alghe, all’umeboshi (prugne salate), al tè verde, al cornetto e al caffè.Ci sono poi snack molto particolari che non trovano riscontro in Occidente come le sfoglie di calamaro essiccato con maionese, i crackers alle alghe o i calamari fritti al cioccolato; tutti rigorosamente confezionati in pacchetti monoporzione, pronti per essere consumati.L’atto di mangiare in Giappone, non è dunque un semplice gesto per nutrirsi, bensì è una parte intrinseca della cultura nipponica. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia, sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata e il suo rispetto per ogni forma di espressione artistica.



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