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Elena Paoletta C

Devo preparare la valigia per il mio primo viaggio in Giappone e non è certo cosa da poco. Cosa mettere per non sentirsi troppo diversi ma neanche eccessivamente riconoscibili? Cosa portare per accontentare quello spirito kawaii che aleggia ovunque e si insinua negli animi prima della partenza? 

L’aspetto esteriore del “carino e aggraziato” si percepisce molto nella moda giapponese, soprattutto attraverso la Lolita Fashion. La Moda Lolita (Rorīta fasshon) è un tipo di sottocultura giovanile che ha avuto origine in Giappone negli anni Settanta in pieno clima di rivolte giovanili. Per risolvere questo problema lo Stato giapponese si appellò all’antica coesione sociale che vedeva il bene della comunità sopra quello del singolo individuo. Iniziò così un processo di depersonalizzazione interiore e vennero per questo introdotte divise a scuola, al lavoro o tagli di capelli standardizzati.

La popolazione giapponese, che si vide imporre tutte queste regole, iniziò a cercare degli sfoghi negli eccessi e soprattutto nel campo della moda nacquero le prime stravaganze che definirono poi i vari stili che si trovano ancora oggi nel mercato moderno della moda giapponese.




Ad esempio la divisa scolastica (Jeikei), che forse è ciò che colpisce come prima immagine della studentessa della scuola superiore (Joshikousei) presente negli innumerevoli anime shōjo scolastici,è stata modificata dagli studenti stessi.Circa trent’anni fa andava di moda avere la gonna lunghissima fino ai piedi e le ragazze che avevano la gonna più lunga erano considerate belle e moderne. In seguito l’obbligo era di portare la gonna sotto il ginocchio, ma è arrivata la moda della minigonna e quindi le studentesse per accorciare la gonna della divisa la annodavano, poi quando gli insegnanti le controllavano la facevano tornare della lunghezza normale, finché hanno cominciato tutte ad indossare la gonna il più corta possibile, quella che ora rientra nella normalità.Nonostante la severità dei professori, alcuni studenti che odiavano la divisa avevano iniziato a slacciarsi il primo bottone, che per regola doveva rimanere chiuso; altri, per non sembrare tutti uguali, si sono colorati solo un ciuffo di capelli per poterlo nascondere meglio sotto quelli rigorosamente neri. In alcune scuole, le ragazze che avevano i capelli lunghi sotto le spalle potevano farsi solo dei semplici codini, mentre i maschi che avevano i capelli fino sotto l’orecchio dovevano tagliarli completamente; non si potevano avere piercing o il buco per gli orecchini e neanche dei semplici accessori. Ogni mattina si avvertiva una certa tensione tra gli insegnanti che controllavano le divise e gli studenti scontenti di indossarla; se qualcosa veniva trovato fuori posto venivano chiamati i genitori e i ragazzi subivano delle punizioni. Dato che gli studenti devono fare sempre qualcosa di utile per la scuola, come pulire l’aula, il bagno o i corridoi, a coloro che vengono trovati in difetto sono raddoppiati i normali turni per le pulizie; in molti anime shōjo si vedono episodi del genere.Le divise costano circa tre-quattrocento euro e durano per tre anni. Si indossa una camicetta bianca a maniche corte per quando fa caldo e una con le maniche lunghe per quando fa freddo; bisogna avere almeno tre camicie diverse perché è un indumento che ogni giorno va cambiato, mentre la giacca (burezaa) è unica, solo una per tre anni, così come il fiocco annodato al collo della camicetta delle ragazze che se viene perso deve essere ricomprato a proprie spese, mentre i ragazzi hanno la cravatta. Ci sono anche altre forme di divise: la divisa femminile Sailor fuku, come quella di Sailor Moon a forma di marinaio, mentre la divisa maschile è burezaa o gakuran, provvista di tanti bottoni che iniziano da sotto il mento e la tengono tutta chiusa. Un rito scolastico prevede che il giorno del diploma le ragazze chiedano in regalo al ragazzo che più gli piace il secondo bottone della sua giacca; vogliono il secondo perché è quello più vicino al suo cuore.




La trasformazione delle divise scolastiche è stata influenzata anche dal diffondersi della moda lolita, che all’inizio si basava sull’era vittoriana e anche sui vestiti dell’epoca rococò, ma il suo stile ha avuto man mano una grande diversificazione al di là di questi due tipi di abbigliamento. Il concept si sviluppò principalmente sull’idea della ragazza principessa e moltissime ragazze giapponesi ne furono subito entusiaste. Oggi la moda lolita si è sviluppata in tantissimi rami tutti diversi e grazie ad Internet questo stile ha avuto un boom anche all’estero. Infatti in Paesi come l’Australia, l’America e in tutta l’Europa, sono nate delle community molto famose di persone appassionate a questa moda. Fra la lolita giapponese e quella occidentale c’è però una differenza sostanziale: in Giappone moltissime ragazze mixano diversi stili insieme dando sfogo alla loro creatività; in Occidente ci sono un po’ di regole che vanno seguite altrimenti si può essere additate come “Italoli”, ovvero una lolita non molto piacevole alla vista.  Il fenomeno crescente della moda lolita ha visto nascere anche una rivista importantissima, la Gothic Lolita Bible che presenta, non solo le marche e gli abiti più in voga, ma anche dei tutorial di trucco e degli street snapshot, la moda fotografata per strada. Una lolita può arrivare a spendere dai cento ai cinquecento euro per un solo abito; tuttavia su Internet si trovano moltissimi mercatini dove si possono comprare anche accessori, gonne, petticoat oppure calze bonne, cappellini e altro a prezzi modici.Il termine Lolita all’interno del contesto della moda non ha allusioni di tipo sessuale e il suo uso nella lingua giapponese può essere considerato come wasei-eigo, termine che indica espressioni che superficialmente sembrano provenire dalla lingua inglese. Spesso si considera la nascita di questo stile come reazione contro la crescente percentuale di pelle nuda esposta dai giovani che seguono la moda (specialmente ragazze) nella società odierna, ma coloro che aderiscono al Lolita Fashion preferiscono essere definiti “carini” piuttosto che “sexy”.Nonostante l’origine della moda lolita non sia chiara, si possono rintracciare alla fine degli anni Settanta vestiti definibili odiernamente come “lolita”, prodotti da griffe giapponesi famose nel Paese come Pink House e Milk and Pretty, rinominata poi Angel Pretty. In seguito sono nate molte altre griffe oggi famose tra gli amanti del genere, come Baby, The Stars Shine bright e Metamoprhse temps de fille. Negli anni Novanta la moda lolita ha iniziato a diventare più conosciuta grazie a band musicali molto popolari in quegli anni, come le Princess Princess.




Si pensa che questo stile sia originario dell’area del Kansai, da dove si è diffuso fino a Tokyo per raggiungere poi la notorietà in tutta la popolazione giovanile, tanto che oggi i capi di abbigliamento di questo genere si trovano anche nei grandi magazzini.Il look lolita ha iniziato a distinguersi principalmente per la sua attenzione ai materiali e alla manifattura dei vestiti. La silhouette classica prevede una gonna lunga fino al ginocchio con una forma a campana data da varie sottovesti, ma si è evoluta fino a comprendere gonne lunghe alla caviglia e corsetti. Camicette, calzettoni o calze al ginocchio e copricapo dalle più svariate forme e colori, fanno anch’essi parte degli accessori indispensabili da indossare abitualmente. La moda lolita riesce ad attrarre giovani e non, facendoli sentire in qualche modo parte di una categoria di persone ben definita, per questo si è evoluta in molti differenti sottostili ed è presente come sottocultura giovanile in diverse parti del mondo.È il caso della Gothic Lolita, termine a volte abbreviato in GothLoli (Gosu rori), una moda nata nel 1988 e che ha avuto il suo exploit solo dopo che alcuni gruppi Visual Kei, il particolare tipo di musica rock nipponica, lo ha adottato come stile presentandosi sul palco con i tipici colori e vestiti che ben contraddistinguono la moda Goth. La svolta ufficiale avvenne nel 1999, quando il chitarrista Mana, della band Malice Mizer, fondò la famosa casa di abbigliamento Moi Mème Moitiè che si affermò velocemente come uno dei principali brand della moda lolita. Mana, che si presentava sul palco indossando costumi elaborati, ha inoltre coniato i termini “Elegant Gothic Lolita” (EGL) e “Elegant Gothic Aristocrat” (EGA), per descrivere al meglio gli stili della sua griffe.Da quel momento in poi le Gothic Lolita emergono prepotentemente nel panorama della moda giapponese, facendosi notare nei locali del quartiere Harajuku di Tokyo da sempre fulcro di tutte le subculture nipponiche. Dagli anni Duemila questo particolare stile si è diffuso in tutto il mondo raccogliendo consensi anche in Italia, complice soprattutto il fatto che molti personaggi degli anime più famosi sono a tutti gli effetti delle Loli Goth, come Misato in Nana, Misa Amane in Death Note, Perona in One Piece, Anju in Karin e i manga Black Rose Alice e Red Garden, dove lo stile gothic lolita viene ripreso spesso anche nei disegni delle copertine. In alcuni manga, come Othello, la moda lolita viene proposta come un metodo per distinguersi dagli altri ed essere così meno timidi.




Lo stile è caratterizzato da trucco e vestiti scuri. Il trucco più comune è composto da rossetto rosso e ombretto del tipo “smokey”, anche se non vengono applicati in modo esagerato. Il viso incipriato di bianco, che spesso viene associato al concetto di gothic, è considerato invece di cattivo gusto. Nei vestiti, spesso abbinati a merletti, ricami e fiocchi, vengono usati colori scuri quali il blu notte, il verde smeraldo, lo scarlatto oppure il viola, anche se la combinazione bianco-nero rimane la preferita. Cute, calze, calzini sopra il ginocchio e collant bianchi o neri sono molto comuni. Alcuni degli elementi più caratteristici dello stile sono i cappelli usati, come i mini cilindri o le mini corone e gli accessori ispirati all’epoca vittoriana, come il parasole o le cuffie da neonato. Molto impiegate sono anche le fasce per i capelli con decorazioni fatte di fiocchi, fiori e lacci. Anche i gioielli a forma di croce, zaini e borse a forma di pipistrello o di bara, sono usati come accessori per completare il perfetto look.Il grande magazzino di Tokyo, che è anche il fulcro della moda GothLoli, è il Marui Young a Shinjuku; quattro piani interamente dedicati a questo stile e ai suoi sottogeneri. Molti negozi per acquistare accessori gothic possono trovarsi anche nella zona tra Harajuku e Shibuya.Le gothic lolita, nonostante il look vistoso e trasgressivo, non si oppongono alla società e ai modelli culturali tradizionali giapponesi in modo così netto come spesso si pensa in Occidente, dove si tende anche a confondere questo stile con il cosplay, mentre in realtà sono due cose ben distinte e dai connotati estremamente diversi.Vi sono alcuni sottostili del gothic lolita, come lo Sweet Lolita, conosciuto anche come ama-loli (ama rori), molto influenzato sia dall’epoca rococò che da quella vittoriana ed edoardiana. Focalizzandosi principalmente sull’aspetto infantile della moda lolita, lo stile adotta le linee base del gothic, usando però colori pastello e trucco color pesca, rosa o perla, abbinato ad un rossetto in tinta.




L’abbigliamento si caratterizza per le stampe a tema raffiguranti frutta, dolci, fiori, nastri, pizzi, fiocchi e animali come gattini, cagnolini o coniglietti, per enfatizzarne la graziosità. Sono frequenti i riferimenti alle favole classiche o più frequentemente ad Alice nel Paese delle meraviglie. Gli accessori più apprezzati sono fasce, cuffie e fiocchi, mentre gli zaini e le borse hanno spesso la forma di fragole, cuori o sono peluches, come quelli indossati da P Chan in Curiosando nei cortili del cuore.Il Classic Lolita è uno stile più maturo di lolita e non è scuro come il gothic, né grazioso come lo sweet. È comunemente visto come sofisticato per le sue stampe con pattern poco vistosi e per i colori più sobri; il taglio dei vestiti è a impero per rimarcare la maturità dello stile. Il trucco non è molto enfatizzato e viene preferito un look naturale del viso; le scarpe sono semplici e comode come pure i gioielli e gli altri accessori.Il Punk Lolita (Panku Lolita) aggiunge a questo tipo di moda elementi dell’abbigliamento punk: tessuti strappati o serigrafati, cravatte, catene, borchie, spille da balia, tartan, righe e tagli di capelli androgini, il tutto incorporato nella dolcezza e nell’opulenza del Lolita. Le gonne sono spesso più corte e asimmetriche ed è comune mescolare fantasie, come nel particolarmente utilizzato plaid con le strisce abbinate agli anfibi e alle creepers.Nel tempo sono nate molte altre interpretazioni della moda lolita fuori dai soliti canoni. Questi stili non sono così conosciuti come quelli principali, ma sono la dimostrazione della tendenza alla creatività e dell’attitudine degli appassionati del genere a crearsi una loro propria moda. La Princess Lolita per esempio è un look ispirato alle principesse europee. Solitamente include una gonna dotata di rouches raccolte nella parte posteriore e naturalmente una corona.Il brand lolita si sviluppò principalmente proprio sull’idea della ragazza principessa e moltissime giovani giapponesi ne furono subito entusiaste.




Lo Shiro Lolita, comprende vestiti ed accessori di colorazione unicamente bianca o crema, mentre il Kuro Lolita impone vestiti ed accessori di colorazione nera. Non è raro vedere passeggiare insieme shiro ekuro lolita, il più delle volte per formare volutamente un interessante contrasto. L’Ōji o Ōji-sama (principe) è considerato la controparte maschile della moda lolita. Ovviamente non segue la tipica linea degli abiti femminili, ma si ispira al vestiario dei giovani dell’epoca vittoriana. Include camicie e magliette, pantaloni alla zuava o più corti, calzettoni al ginocchio, cilindri. I colori più comuni sono nero, bianco, blu e rosso vino. Viene indossato anche dalle ragazze e fuori dal Giappone è noto come Kodona.Il Guro Lolita (Lolita Horror) ha elementi horror incorporati ai normali completi lolita, come sangue finto, bende e trucco per apparire feriti. Si ispira all’immagine di una bambola di porcellana rotta e naturalmente predilige il colore bianco che fa spiccare notevolmente il sangue finto sul pallore corporeo.Il Sailor Lolita incorpora elementi del look da marinaio. Include colletti, cravatte e cappelli tipici delle uniformi marinare, da non confondere però con l’uniforme scolastica giapponese femminile o Sailor Fuku. Popolare anche una sua variante, il Pirate Lolita, sempre in tema nautico, che include solitamente vestiti più elaborati, cappelli tricorno, borse a forma di forziere e bende da pirata solo su un occhio. I brand più conosciuti di questo stile sono Alice & The Pirates, un sottobrand della griffe Baby e The Stars Shine Bright altamente specializzato nel genere.Il Country Lolita deriva dallo Sweet Lolita ed è difficile distinguerlo da quest’ultimo per la similitudine delle stampe usate. Può essere riconoscibile però per l’uso di borse, cappelli e cestini, tutti rigorosamente di paglia.Il Wa Lolita o Wa ori combina elementi dei vestiti tradizionali giapponesi con la moda lolita. Il prefisso Wa deriva dal kanji omonimo che viene usato per indicare molte cose di origine giapponese. Solitamente consiste in un kimono o hakama modificati per adattarsi alla classica silhouette lolita. Le scarpe utilizzate sono quelle tradizionali giapponesi, come geta, zōri e okobo, così come gli accessori per capelli quasi sempre kanzashi.




Il Qi Lolita è simile al Wa Lolita ma utilizza abiti tradizionali cinesi al posto di quelli giapponesi, come cheongsam modificati anch’essi per essere adattati alla silhouette lolita. Gli accessori comprendono ferma chignon in stile cinese ed infradito simili agli zōri giapponesi.Fuori dal Giappone la moda Lolita, insieme al cosplay, è visibile ai concerti visual kei o J-rock, a convention di anime e più comunemente alle fiere di manga, anche se non mancano gruppi di lolita che si radunano per dei tea party al solo scopo di chiacchierare e divertirsi.Lo stile non è ancora prodotto in massa al di fuori del Giappone, anche se alcuni piccoli negozi dei maggiori brand, come Baby, Angelic Pretty, The Stars Shine Bright e Moi-même-Moitié, sono stati aperti a Parigi e a San Francisco.Un film di animazione del 2004, ispirato alla moda lolita, è Shimotsuma monogatari (Kamikaze Girls), diretto da Tetsuya Nakashima tratto da un romanzo di Novala Takemoto. La storia ruota intorno a due studentesse di nome Momoko Ryugasaki ed Ichigo Shirayuri detta “Ichiko” perché il suo vero nome significa fragola, dalle personalità diametralmente opposte: la prima è una romantica esponente della moda Lolita, l'altra è una motociclista Yankee rude e violenta.Anche il manga di successo Othello, del 2001, parla di Yaya, una ragazza lolita molto timida che ha una particolarità: quando sbatte la testa o quando si specchia si trasforma in un’altra persona, Nana, con un carattere completamente diverso. Yaya è infatti una teeneger tranquilla e usa la doppia personalità per tirare fuori alcuni aspetti che lei ha dentro come la passione per la musica J-rock, il gothic lolita e il cosplay. Temi importanti del film sono la passione per la musica e la moda, i rapporti scolastici e le questioni sociali come il bullismo.Dalla fashion week giapponese arriva anche la tendenza che vede il make-up protagonista, soprattutto per quel che riguarda il trucco degli occhi: il trend si ispira al mondo dei manga e degli anime che vuole lo sguardo decisamente in primo piano e amplificato all’eccesso.Peter Phillips, direttore creativo e di immagine per Dior Make-Up, ha creato un trucco molto grafico, forte ed emancipato orientato alla cultura manga; quella moda degli occhi grandi introdotta dal padre dei manga Osamu Tezuka e portata avanti da molti mangaka che, quasi per sfida, pur appartenendo ad un popolo con gli occhi a mandorla, disegnano personaggi dagli occhi tondi e talmente grandi da essere sproporzionati con il resto del viso e del corpo.La moda di ingrandire lo sguardo riporta quindi alle eroine di manga ed anime; è un tipo di trucco dal forte impatto visivo che può essere portato tutti i giorni in maniera soft oppure accentuato da linee simmetriche e occhi “drammatici” per un look serale. Alcune compagnie giapponesi hanno creato le circle lenses, lenti a contatto particolari che allargano otticamente l’iride, dando la sensazione di un occhio molto più grande. Sono di tantissimi tipi, colori e vere e proprie fantasie di decorazioni a spirale, a fiori o a farfalla, che donano un effetto differente ogni volta. Il sogno di tutte le donne è di avere ciglia grandi e voluminose, per questo sono stati creati appositi mascara che prendono il nome dai comics giapponesi, come Miss Manga dell’Oréal Paris, che promettono grazie ad uno scovolino a 360 gradi, occhi dolci ma allo stesso tempo ribelli, ciglia lunghe e nerissime per ottenere sguardo e portamento da bambola kawaii. Allora stesso scopo vengono sempre più usate le extension ciglia.




Ho deciso…sicuramente metterò in valigia la camicetta bianca e nera, la mia minigonna scozzese e le immancabili calze con Totoro ^_^




Collages by Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91

Elena Paoletta C

Sicuramente non tutti gli anime prodotti in Giappone arrivano in Occidente. Non si sa di preciso neanche quanti siano, né si conosce il nome di tutti i loro autori ma, grazie ad alcune case di produzione come la Lucky Red, la Dynit, la Yamato Video e la Nexo Digital, si sono potute ammirare anche in Italia alcune delle opere più significative non solo del maestro Hayao Miyazaki ma anche di quelli che vengono definiti i suoi “eredi”. Primo fra tutti Makoto Shinkai conosciuto già in Italia per i suoi film 5 Centimetri al Secondo e Il Giardino delle Parole e ora per il suo nuovo capolavoro Kimi no na wa (Your Name), presentato in Italia come evento e per questo motivo doveva essere proiettato sugli schermi cinematografici solo per tre giorni, ma oltre ogni aspettativa il film ha richiamato un vasto pubblico ed è rimasto in programmazione per diversi giorni.




L’animazione è un genere che al di fuori del Giappone ha purtroppo un destino difficile; molto spesso non viene compresa per le evidenti differenze culturali o viene marcata dall’etichetta “per soli bambini” pensando che sia come tutti i cartoni animati a cui siamo da sempre abituati. La difficoltà sta forse proprio nella non accettazione che storie importanti vengano raccontate attraverso il disegno animato e per questo Makoto Shinkai potrebbe essere uno dei disegnatori e registi capaci di trovare la strada giusta per allargare il target e arrivare così più facilmente a tutti. Prima di dare vita al suo ultimo fenomeno cinematografico, l’autore ha scritto l’omonimo romanzo raccontando la storia che ha poi commosso milioni di spettatori al cinema.

Grazie alla casa editrice J-Pop (etichetta di Edizioni BD) infatti è stata resa disponibile la light novel di Your Name, che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. Nella postfazione Shinkai ha spiegato la nascita della storia e il suo senso profondo:

«Il motivo è perché ha sentito che da qualche parte ci fossero dei ragazzi come Taki e Mitsuha. Questa è ovviamente una storia di fantasia, eppure credo che da qualche parte esistano delle persone che hanno vissuto esperienze simili e provano sentimenti simili ai protagonisti; che hanno perso figure o luoghi importanti e che hanno deciso mentalmente di lottare lo stesso. Persone che continuano a tendere la mano verso qualcosa che ancora non possono incontrare, assolutamente sicure però che un giorno succederà. E poi credo di aver scritto questo libro perché sentivo che ci fosse il bisogno di raccontare questi sentimenti con una serietà diversa rispetto allo splendore del film».




Tra il romanzo e il film non ci sono grosse differenze. Secondo Shinkai è difficile stabilire quale sia l’opera originale, anche se il libro è stato scritto prima di completare il film. 

Nel romanzo la storia è raccontata in prima persona dai due protagonisti secondo il loro punto di vista; nel film viene mostrata dalla telecamera, quindi in terza persona e le scene in cui Taki e Mitsuha non sono presenti (cosa che nel romanzo non succede mai) sono raccontate in maniera veloce.

Il produttore e scrittore Genki Kawamura è stato importantissimo per la stesura del romanzo poiché Shinkai gli aveva chiesto di esprimere un commento in un momento di forti dubbi sullo scriverlo o meno. Kawamura desiderava che la nuova opera del regista fosse “il meglio di Makoto Shinkai”, in modo che chi ancora non lo conoscesse potesse rimanere sorpreso venendo a contatto con i suoi mondi e chi aveva già visto le sue opere potesse nuovamente assistere ai risultati del suo talento. 

Tutte le opere di Shinkai hanno sempre avuto una colonna sonora meravigliosa, per questo anche Your Name doveva essere quanto più possibile musicale. Kawamura chiese a Shinkai se ci fosse un musicista in particolare che gli piacesse e lui nominò i Radwimps. Fatalità il produttore conosceva il frontmen della band e gli scrisse subito una mail; in questo modo Shinkai e Yojiro Noda hanno potuto incontrarsi ed iniziare una collaborazione miracolosa che sembra guidata dal destino. Noda ha preso storia e sceneggiatura e le ha ampliate sotto forma di musica; dall’unione di tutto ciò è nato il romanzo e contemporaneamente è stato completato il film. Shinkai aveva precedentemente dichiarato di non voler scrivere il romanzo ma è stato portato a realizzarlo proprio dalla musica di Noda. Insieme sono riusciti a illustrare una storia in cui due persone si incrociano quasi per caso in un mondo grandissimo: Makoto Shinkai e Yojiro Noda uniti dal destino hanno dato vita a ciò che sembrava impossibile. Ovviamente nel romanzo non può esistere la musica di sottofondo, ma il libro ha subito una forte influenza dei testi dei Radwimps e nel romanzo si riescono a percepire chiaramente le note della rock band giapponese.

La canzone Zenzenzense (Vita Preprecedente) sottolinea in modo magistrale la storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che vogliono lottare in modo splendido in questo mondo crudele, contribuendo senza dubbio a far definire Your Name il più grande capolavoro di Makoto Shinkai:

«Ho iniziato a cercati dalla tua vita preprecedente…

“Sei in ritardo", dici con tono arrabbiato…eppure, sono arrivato il prima possibile

Il mio cuore è arrivato da te prima di me».

Shinkai ha raccontato il ruolo del destino in una storia d’amore, dove due persone si incrociano in mondi stupendi, magnifici, senza tempo e la musica lo conferma:

«Ho iniziato a cercarti tante vite prima che nascessi;

È poggiando lo sguardo su quel sorriso strano, che sono arrivato ad oggi.

Anche se tu dovessi perdere tutto e venissi spazzata via dal vento,

Non dimenticherò più chi sono e inizierei semplicemente a cercarti dal principio.

O forse dovrei ricostruire l'intero universo da zero?…

Ci incontrammo ai confini estremi tra tante galassie;

Come devo afferrarti la mano per evitare che si spezzi?»…

La canzone parla di  questo mondo pieno di incroci legati da un sottile filo; è difficile incontrare la persona del proprio destino e anche se ci si riesce, chi garantisce che sia proprio quella? 

Il filo rosso del destino è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (la versione originale cinese narra che il filo è legato alle caviglie). Questo filo ci lega alla persona a cui siamo destinati, alla propria anima gemella.

Le due persone così unite sono destinate ad incontrarsi; non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze, le distanze che le separano, l’età, la classe sociale o altro, perché il filo rosso sarà lunghissimo e fortissimo e dato che ha la caratteristica di essere indistruttibile non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno. Questo filo lega indissolubilmente due anime gemelle, due amanti, due persone destinate a vivere insieme per sempre. Essendo molto lungo il filo spesso si aggroviglia e crea intrecci strani e nodi che creano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi; ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame.




Uscito in Giappone lo scorso agosto, Your Name si è trasformato in pochissimi mesi in uno dei più grandi successi cinematografici di sempre, l’unico film d’animazione della storia capace di competere con il successo dei più famosi film di Miyazaki come La Città Incantata.

Shinkai è cresciuto col mito e all’ombra del maestro Miyazaki, per sua stessa ammissione: 

«È un enorme fonte di ispirazione. Lui e il suo team hanno praticamente fondato l’intero sistema.

Hanno creato quello che l’animazione giapponese è oggi. É impossibile non essere influenzati dal lavoro del maestro Miyazaki…Io non voglio fare film simili a lui, ma riuscire a suscitare le stesse emozioni che il maestro suscita nelle persone, me compreso».

Lui sostiene di essere un disegnatore mediocre; uno che scrive storie e poi cerca immagini da proporre agli animatori per far vedere loro cosa vorrebbe che disegnassero, in questo modo riesce a creare anime meravigliosi e ad inventare storie ugualmente importanti e coinvolgenti. Viene ormai considerato da tutti un maestro assoluto dell’animazione giapponese, grazie alla sua straordinaria padronanza delle arti visive e alla sua incredibile abilità narrativa.

I suoi panorami iperrealistici e le sue atmosfere malinconiche hanno commosso e incantato in tutto il mondo milioni di appassionati di anime. La sua maestria nel creare e la regia lo hanno consacrato come l’erede di Miyazaki, pur essendo la sua un’animazione molto diversa; l’artista risente inoltre delle influenze della letteratura contemporanea giapponese, in particolare delle opere di Murakami ed è quindi definibile come più matura e concentrata sul mondo reale.

Campione di incassi in Giappone e molto elogiato dalla critica mondiale, Your Name ha portato come conseguenza perfino dei tour che ripercorrono il giro delle location della storia e perfino la biblioteca che appare nel film ha dovuto esporre un regolamento speciale per far fronte all’improvvisa ondata di visitatori. Oltre agli innumerevoli gadget di ogni tipo e al materiale pubblicitario distribuito in ogni luogo, è stato prodotto anche un sakè ispirato ad una delle principali scene del film.

Sebbene la pellicola si presenti come una storia romantica (in gergo shojo) tra un ragazzo e una ragazza che senza un perché si ritrovano l’uno nel corpo dell’altra, Your Name è molto di più. 

L’incipit mostra che dal cielo cade una stella cometa; lenta e inesorabile brucia nell’atmosfera dividendosi in diversi frammenti infuocati. Un ragazzo e una ragazza distanti tra loro, senza sapere di star condividendo lo stesso momento, fissano di notte l’insolito e meraviglioso spettacolo, pervasi da una strana sensazione; a fior di labbra un unico pensiero, un sussurro del cuore: «Quel giorno dal cielo cadde una stella e fu come vivere un sogno, come condividerlo».

Li rivediamo di giorno, ognuno nelle proprie città di appartenenza, risvegliarsi con le lacrime agli occhi e nel cuore e nell’anima la sensazione vivissima di aver perduto qualcosa o qualcuno.

«Ogni tanto, la mattina, appena sveglia, mi capita di ritrovarmi a piangere, senza sapere perché».




I due adolescenti vivono in luoghi ed ambienti molto diversi tra loro, ma entrambi sono insoddisfatti della propria quotidianità, così senza conoscersi si ritrovano a vivere uno la vita dell’altro; una storia che si intreccia tra reale e soprannaturale. I ragazzi, lasciandosi dei messaggi a vicenda, inizieranno a comunicare e a cercare il perché di ciò che sta loro accadendo e di comprendere il legame che li unisce, che si rafforza notte dopo notte, sogno dopo sogno, mentre incombe il passaggio di una misteriosa cometa, quella che in realtà gli spettatori hanno visto nell’incipit.

Mitsuha è una studentessa che vive nel paesino di montagna Itomori. Intrappolata in una vita monotona desidera trasferirsi a Tokyo, la grande metropoli dove ogni sogno si può realizzare. 

Taki è uno studente delle superiori che vive proprio a Tokyo e si mantiene facendo il cameriere in un ristorante italiano che non a caso si chiama “Il Giardino delle Parole”; ha una grande passione per il disegno e vorrebbe un giorno lavorare nel campo dell’arte o dell’architettura.

Mitsuha è costretta a svolgere il compito di sacerdotessa scintoista ereditato dalla madre e un giorno implora il suo dio di farla diventare un bel ragazzo di città, magari in una prossima vita. L’indomani al suo risveglio qualcosa è cambiato inesorabilmente e il suo sogno si è avverato: la ragazza si ritrova infatti in una stanza che non conosce, ha nuovi amici e lo skyline di Tokyo si apre davanti al suo sguardo. Mitsuha si è risvegliata a Tokyo nel corpo di Taki e contemporaneamente il ragazzo si risveglia nel corpo di Mitsuha nella piccola città di montagna mai vista prima.

É un divertente scambio di ruoli che serve a far entrare nella storia lo spettatore e farlo affezionare ai protagonisti. Ci si trova di fronte ad una tipica divertente commedia degli equivoci, come accade spesso in anime di questo genere: ci sono due adolescenti che si scambiano di sesso, con scene che lo raccontano in modo abbastanza esplicito. Per esempio quando Taki capisce di essere nel corpo di Mitsuha e inizia a toccarsi incuriosito il seno o viceversa quando lei, trovandosi improvvisamente ad essere un ragazzo, si guarda scioccata le parti intime. Poi però ci si rende conto che c’è qualcosa che non va, che i particolari della storia non sono messi lì a caso ma devono focalizzare l’attenzione dello spettatore sulle dinamiche narrative.




Taki e Mitsuha non si conoscono, non hanno idea di che cosa stia loro accadendo e, come se non bastasse, ad ogni risveglio non si ricordano l’uno dell’altra. Cosa sta succedendo? Quale sarà il segreto che si cela dietro questi strani sogni incrociati e perché si scambiano i propri corpi mentre la loro personalità resta la stessa?

L’intreccio si complica e il mistero si infittisce perché i due ragazzi quando riprendono possesso dei loro corpi, si ricordano ciò che hanno fatto nella vita dell’altro ma non ne conoscono il nome; non si incontrano mai ma le loro vite si legano indissolubilmente. A dire il vero ci provano a lanciarsi dei segnali per ricordarsi l’uno dell’altra: una scritta sulla mano, il nastro rosso per capelli che Taki riceve da una sconosciuta ragazzina sul treno e soprattutto la richiesta scritta su un foglio...Your Name.

All’inizio quindi entrambi sono sconcertati e capiscono poco e nulla di ciò che sta accadendo, poi giorno dopo giorno, grazie ad una sorta di diario che Taki tiene nel suo cellulare, riescono a capire che lo strano fenomeno avviene in modo casuale e di notte durante i loro sogni.




Anche se non sanno nulla l’uno dell’altra ma apprendono cose della propria personalità tramite le persone che li circondano, i due si affezionano e cominciano così a cercare di comunicare e a lasciare tracce di ciò che accade durante il loro scambio, per poter poi ricordarsene. Entrambi quando assumono il corpo dell’altro/a migliorano le rispettive quotidianità e riescono a vivere esperienze che altrimenti non avrebbero mai potuto fare; questo fragile equilibrio è però destinato ad infrangersi perché qualcosa di minaccioso incombe sulle loro vite. Taki, preso da un presentimento dopo aver saputo del passaggio imminente della cometa, partirà alla ricerca di Mitsuha pur non sapendo né chi sia, né come si chiami, né dove abiti, perché il messaggio del film è proprio questo: qualcuno che tu non hai ancora incontrato, si chiede come potrebbe essere conoscere una persona come te.

C’è il grande sacrificio dell’impegnarsi in prima persona, sfidando i limiti dello spazio e del tempo, anche a costo di rimetterci la carriera scolastica o addirittura la vita: 

«Ovunque tu possa essere nel mondo, io verrò a cercarti».




Ciò che rende questo film un capolavoro è quello che accade da questo momento in avanti reso attraverso una magia di luci, sensazioni ed emozioni. In modo sublime Shinkai porta avanti una grande regia e una straordinaria realizzazione tecnica catturando i colori caldi e freddi che, accompagnati da una entusiasmante colonna sonora, sostengono e sviluppano il rapporto tra i personaggi, trascinando lo spettatore nel senso profondo della storia.

Mentre la prima parte del film è divertente e ritmata, la seconda ha un risvolto del tutto differente: è qui che si riscontrano le amare riflessioni sul terremoto del 2011 e sul disastro di Fukushima. In questo momento nel film gli elementi fantascientifici si intrecciano al naturalismo e al pensiero buddista sul tempo e lo spazio.

Grazie alla bellezza della doppia ambientazione, quella urbana e quella campestre, Shinkai ha potuto dare il meglio nel raccontare i suoi scenari prediletti: la vita nella metropoli e quella in comunione con la natura. In questo suo modo visivo di trasportare luoghi e sensazioni, lo spettatore avverte una serie di emozioni che vanno dalla gioia, al dubbio, alla tristezza fino a un dolce senso di speranza capace di rincuorare anche le più oscure previsioni. 




Your Name è splendido tecnicamente, merita di essere visto anche più di una volta per cogliere al meglio i dettagli e lasciarsi coinvolgere dai sentimenti.

La capacità di Shinkai di enfatizzare la luce creando immagini e situazioni che lasciano senza fiato è ben nota agli appassionati dell’animazione giapponese. Nel suo lavoro Il Giardino delle parole era stato capace di creare probabilmente la migliore pioggia mai vista su un grande schermo. 

Da un semplice pretesto narrativo la storia di Your Name avanza complicandosi fino ad arrivare ad una toccante riflessione sulla meraviglia del destino e dell’amore.

Pur ritrovando le tematiche tanto care a Shinkai, questo film porta però una novità: chiude il capitolo dell’amore destinato a non accadere e apre quello delle anime gemelle, dei legami che vanno oltre il tempo, lo spazio, l’età e l’aspetto fisico.

Per definizione il romantico è colui che è capace di vedere oltre la superficie delle relazioni, delle cose in generale e crea storie protese verso un domani meraviglioso ma disperatamente irrealizzabile. È ciò che Shinkai è in grado di fare e in questo senso si può definire un romantico; le storie che racconta racchiudono un’amara attualità in un animo estremamente sensibile.

Bisogna quindi lasciarsi alle spalle i pregiudizi sull’animazione giapponese e accettare che un romantico artista completo racconti una storia semplice, con la sorpresa e la meraviglia delle illustrazioni, la profondità e il modo delicato e poetico in cui viene narrata, perché questo film fa bene agli occhi, al cuore e rassicura lo spirito.





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Elena Paoletta C

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la classifica, stilata da centosettantasette critici cinematografici proveniente da trentasei Paesi, dei cento film più memorabili dal 2000 ad oggi.

La mia sorpresa più grande è stata quella di trovare piazzato al quarto posto il capolavoro di animazione del maestro giapponese Hayao Miyazaki La città incantata, già premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003.




Da vent'anni a questa parte, Miyazaki è il re del cinema d'animazione giapponese. Dopo essere stato uno dei pionieri del genere, è considerato ancora oggi il migliore e sicuramente è il più conosciuto a livello mondiale. Considerando l'immensa varietà delle sue opere, si può affermare che forse è proprio il suo essere versatile la chiave del suo immenso successo: produttore, scenografo, regista, scrittore e autore, Miyazaki è un vero genio, una delle menti più brillanti della sua generazione.Nella sua lunga carriera ha affrontato vari temi imponendosi come molto più di un semplice cineasta: Miyazaki è un poeta, un trovatore che racconta storie ambientate tra la fine del secolo e l'alba del nuovo millennio. Il suo spirito di sacrificio, il suo rigore, la sua passione per il lavoro lo hanno portato a spingere al limite la sua percezione e le sue potenzialità cinematografiche. È un autentico artigiano, scrupoloso, meticoloso e irremovibile, che ha fatto del suo lavoro un tributo al potere di un'immaginazione straordinaria.Quest’uomo che adora il volo, non sopporta di essere vincolato e costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza esercitata dalla tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. In questo modo riesce a dare diversi significati che rendono i film adatti a ripetute visioni: ogni volta affiora un senso nascosto, un dettaglio sfuggito, una chiave di lettura trascurata.La città incantata racconta di Chihiro, una ragazzina di dieci anni, capricciosa e testarda, convinta che l'intero universo debba sottostare ai suoi bizzarri voleri. Quando i suoi genitori decidono di traslocare, la bambina non fa nulla per nascondere la sua rabbia, ma sulla strada che li porta alla nuova casa sono costretti a fermarsi davanti ad un tunnel che somiglia ad una gigantesca bocca. La curiosità spinge tutti e tre ad addentrarsi a piedi nella galleria, anche se Chihiro è molto riluttante e ben presto si ritrovano in una città fantasma, composta quasi interamente da ristoranti e locali. I genitori si gettano famelici su un suntuoso banchetto e questo gesto snaturato e ignorante li fa trasformare in maiali sotto gli occhi della figlia, mentre si ingozzano in maniera irrefrenabile. Nella filosofia buddista il maiale è l’animale che rappresenta l’ignoranza. Rimasta sola Chihiro si rende conto ben presto di essere in un mondo abitato da antiche divinità e esseri magici, governato da una strega malvagia, l'arpia Yubaba. Apprenderà così che i nuovi arrivati nella città vengono trasformati in animali prima di essere uccisi e mangiati, mentre coloro che riescono a sfuggire a questo tragico destino saranno condannati all'annientamento quando verrà dimostrato che non servono a nulla. Per salvare i genitori, ritardare il più possibile il terribile giorno della resa dei conti e sopravvivere in questo mondo strano e pericoloso, Chihiro dovrà rendersi utile e quindi lavorare nel complesso termale dove incontrerà numerosi e particolari ospiti, tra cui il “senza volto” Kaonashi. Così la ragazzina rinuncerà alla sua pigrizia, ai suoi capricci e a molte altre cose; dovrà cambiare il suo carattere, il suo modo di pensare e persino il suo nome.Tutti i lavori a cui Chihiro viene sottoposta durante la sua permanenza alle Terme, costituiscono il suo percorso che non è di crescita, ma di cambiamento: da bambina annoiata e disinteressata, diventerà curiosa, forte, tenace, volenterosa e amante della natura.





Miyazaki è riuscito a spazzare via quel pregiudizio che vuole i film di animazione destinati ai bambini, giudicati incapaci di cogliere la complessità e l’ambiguità della vita. Il regista invece ripone in loro la giusta fiducia nella capacità innata che hanno di afferrare un’idea senza bisogno di troppe spiegazioni. Trovare questo suo capolavoro così in alto in quella speciale graduatoria mi ha molto sorpreso e mi ha fatto riflettere su ciò che di quel film mi avevano maggiormente colpita. Ad esempio non trovo giusto il fatto che spesso si accusa Miyazaki dell’incapacità di definire personaggi interamente cattivi, anzi di fornire una motivazione alla loro cattiveria. Sarebbe difficile immaginare una produzione Disney senza il suo protagonista cattivo; al contrario i film di Miyazaki sono notevoli proprio per la mancanza di personaggi completamente malvagi, anche se questi si riconoscono dall’aspetto fisico volutamente esagerato. Il pensiero giapponese non prevede che nell’uomo esistano due elementi in costante antagonismo, non c’è l’idea di un Bene e di un Male assoluti. Per ogni comportamento c’è una ragione e una circostanza e, se queste mutano, cambiano anche le reazioni dei personaggi: Miyazaki quindi offre sempre una spiegazione.NeLa città incantata, la strega Yubaba, che pensa solo ai soldi e ad avere il controllo di tutto, è avida e arrogante, ma perde tutta la sua arroganza davanti al figlio, un grande mostruoso neonato che vive rinchiuso in una camera stracolma di giochi. La differenza tra la donna di affari che gestisce al meglio le Terme e la madre amorosa è enorme e repentina. Nella sequenza in cui Yubaba si rassegna a prendere Chihiro al suo servizio, la donna riesce a parlare alla ragazzina con tono sprezzante e allo stesso tempo a sussurrare parole affettuose al figlio. Al contrario sua sorella gemella Zeniba, vive ritirata in una casa di campagna e la sua personalità è unica, solida e compatta. Bada agli aspetti essenziali della vita e ciò le permette di essere rispettata senza bisogno di alzare la voce; le persone stanno bene accanto a lei perché si sentono utili piuttosto che sfruttate. Se Yubaba rappresenta la realtà della maggior parte delle persone obbligate a scindere la vita professionale da quella privata, Zeniba incarna ciò che quasi tutti vorrebbero essere e di come vorrebbero vivere. In questa rappresentazione della doppia identità che ciascuno assume nella vita contemporanea, si manifesta una volta di più il segno della capacità di Miyazaki non solo di osservare la realtà, ma di riprodurla in modo simbolico e universale. 




Se le donne protagoniste dei suoi film sono scisse tra atteggiamenti di compromesso e spirito battagliero, ciò non è dovuto al loro vivere con disagio la femminilità quanto piuttosto al fatto di agire in società incapaci di rendere serenamente possibile la fusione di caratteristiche tradizionalmente separate in femminili e maschili. Non occorre essere un guerriero per essere intrepidi e non occorre essere una donna per rinunciare alla lotta.Il femminismo è uno dei temi più ricorrenti nei film di Miyazaki. Gran parte dei suoi protagonisti sono ragazzine o donne che mandano avanti città intere ed emergono come forza trainante della società. Sono spesso le donne quelle che gestiscono le situazioni più difficili e complicate; sono le figure femminili che, al contrario degli uomini, riescono ad entrare in collegamento con la natura e a comprenderne la forza o la magia. A differenza delle politiche femministe estremiste, le donne di Miyazaki non cercano mai la prevaricazione sugli uomini: primeggiano per la loro autorità, la loro dolcezza o le loro capacità, emergono senza forzature perché sono esseri umani e, come tali, si impongono per le loro caratteristiche naturali.Il cinema di animazione di Miyazaki è riuscito anche a colmare quel vuoto che la maggior parte delle storie, nel descrivere l’infanzia e l’adolescenza, ignorava. Il regista ha privilegiato la fascia di età dai nove agli undici anni, proposta a volte solo attraverso gli occhi e i desideri degli adulti, perché attraverso la lettura di shōjo manga si è reso conto che non c’è nessuno che si preoccupa dei problemi e delle esigenze delle ragazzine. Per questo motivo ha scelto di scrivere qualcosa che arrivasse soprattutto alle future donne; qualcosa a cui le bambine potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro e i loro rapporti con la società e per questo motivo molte di loro sono protagoniste dei suoi film. Miyazaki inoltre popola di creature divine i luoghi meravigliosi in cui svolge le sue storie: sono la cornice ideale per rendere al meglio la sacralità della natura e condannarne la sua profanazione.Ne La città incantata è particolarmente affascinante la divinità vagabonda del “senza volto”, che non ha nessun riferimento con la tradizione giapponese. Attraverso Kaonashi, Miyazaki intende rappresentare il Giappone contemporaneo, quello dove in molti sono convinti che i soldi bastino ad assicurare la felicità. La divinità si trova alle Terme, un luogo in cui Miyazaki immagina si rechino sia gli uomini che gli dei perché presuppone che le divinità del folklore giapponese, proprio come gli uomini d’affari, abbiano bisogno di fortificarsi in acque calde. Il loro percorso termale viene proposto attraverso ambienti favolosi, evocativi, onirici, che si fondono per creare un universo sorprendente e a tratti cupissimo, trasmettendo sensazioni forti e nostalgiche. Naturalmente gli dei desidererebbero rimanere più a lungo in quel tepore, ma sono costretti ad uscire quando si conclude il fine settimana perché, come gli uomini di oggi, sono indaffarati e devono riprendere le loro attività.Kaonashi si trova lì ed elargisce continuamente oro con le sue mani e tutti gli schiavetti rana si accalcano e si calpestano pur di ottenerlo; accecati dalla ricchezza e dal potere dei soldi, si picchierebbero e si ammazzerebbero per possederne la maggior quantità possibile. Hanno solo quello in testa, non gli interessa altro. Il “senza volto” ha però un’altra caratteristica, ovvero mangia qualsiasi cosa ed ha sempre fame, è inarrestabile e quindi arriva a mangiare anche gli schiavetti rana. Miyazaki vuol far capire che inseguendo continuamente la ricchezza tanto da esserne ossessionati senza pensare al resto, si può anche essere divorati dalla stessa fonte che produce quella ricchezza. Kaonashi non è però malvagio, anche se cerca di conquistare Chihiro con dell’oro, ma a lei questo non interessa; vuole solamente salvare i suoi genitori. Il “senza volto”, abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole resta così spiazzato, non capisce come conquistare la bambina e quindi impazzisce e si infuria. Si calmerà solo quando Chihiro, capendo la solitudine della divinità causata dal suo eccessivo potere a discapito di ogni sentimento, gli consentirà di prendere insieme a lei il suggestivo treno sull’acqua per condurlo da Zeniba e trovargli finalmente un posto tranquillo dove stare. 




Il regista dimostra ancora una volta che la ricchezza non è tutto nella vita, che ci sono altri aspetti molto più importanti, come i sentimenti, la gioia delle piccole cose, il senso del sentirsi utili, ma anche l’ecologia ed il rispetto dell’ambiente. A questo proposito introduce quindi alle Terme il personaggio di Okusare-Sama, un demone dal cattivo odore (Kusare in giapponese significa marcio), un mostro sporco e puzzolente che pretende di essere lavato. Una sorta di macchia gigante che nessuno vuole pulire per ribrezzo; solo Chihiro trova questo coraggio. Sotto la melma il demone è composto da lavatrici, frullatori, forni, televisori, tutti elettrodomestici e pezzi di metallo: questi elementi rappresentano il marcio del Giappone, ovvero l’inquinamento e il consumismo. Quando la bambina finirà di pulirlo, scoprirà che sotto tutta quella sporcizia e ammasso di elettrodomestici, c’era lo spirito di un fiume che era stato precedentemente inquinato.Ora finalmente si rivela la parte pulita del Giappone: fiumi incontaminati, bellissimi, perfetti, quella parte del Paese che dovrebbe sempre essere pulita e preservata, nonostante tutti gli elementi che rappresentano il progresso.Anche Haku, un bambino che accompagna ed aiuta Chihiro durante la sua permanenza alle Terme, ha a che fare con la natura. Sottomesso a Yubaba, ne esegue gli ordini segreti trasformato in dragone, ma ha perduto la sua identità, non sa più chi è e questo lo ha portato a perdere anche la sua libertà. Durante un volo sul dorso del dragone, Chihiro ricorda un evento infantile: da piccola era stata salvata mentre stava per annegare in un fiume. Il suo salvatore era stato Nume Kohaku Nigihayami, il dio del fiume che lei riconosce nel suo amico Haku. Ritrovata la propria identità, il ragazzino recupera anche le fattezze umane e si libera dalla schiavitù della strega Yubaba.




Un altro aspetto dei film di Miyazaki che mi ha sempre affascinata, è che molti di questi non si adeguano alla sempre più diffusa abitudine di abbandonare la sala prima del completo scorrimento dei titoli di coda. Il regista infatti aggiunge quasi sempre una piccola storia utilizzando quello spazio per evitare soluzioni scontate e accompagnare gli spettatori verso l’uscita. Il film finisce così con un tono più naturale e realistico fornendo spiegazioni o particolari della trama. Per esempio ne La città incantata, durante i titoli di coda vengono proposti i disegni preparatori dei fondali utilizzati poi per il film. I colori più tenui e le linee sfumate che definiscono i luoghi soprannaturali riportano Chihiro e gli spettatori alle Terme, dove la protagonista ha smesso di essere una bambina debole e capricciosa. Inoltre suggeriscono che quel mondo non è più nel presente di Chihiro, ma si conserva comunque nella sua memoria grazie al nastrino per capelli che lei ha con sè e che è stato intessuto con tanto affetto per lei dai suoi amici della città magica.La classifica stabilita dalla particolare giuria si basa ovviamente sui gusti dei critici interpellati, gusti da cinefili che non comprendono i grandi film da incasso o i blockbuster. Tuttavia ci sono dentro i film di animazione Disney, come Alla ricerca di Nemo al novantaseiesimo posto o Inside Out al quarantunesimo. Tuttavia trovare un anime tra i primi quattro classificati non può che riempire di orgoglio gli appassionati del genere e anche i semplici fan.



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Elena Paoletta C

La mia personale esperienza al ristorante Akira, mi ha ricordato di alcuni appunti che avevo preso per un paragrafo della mia tesi e che riguardavano la cucina giapponese. Ora mi sembra il momento adatto per condividerli.

La cucina giapponese è una vera e propria arte. Solitamente per gli occidentali la cucina è prima di tutto rivolta all’appagamento del gusto, mentre per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco a tavola.

Per questa cucina infatti il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori e di forme che siano complementari ed equilibrate. 

L’occhio poco esperto dell’occidentale non ci fa caso, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze si deve porre attenzione innanzitutto a come sono disposte le geometrie dei cibi e dei piatti, la regolare ed attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi, lo studio del colore di ciò che viene mangiato e perfino la ciotola dove viene servito. Tutto è sicuramente creato per essere guardato e poi assaggiato.

Al pari dei manga e degli anime, la cucina giapponese ha contribuito senza dubbio a far conoscere la cultura di questo lontano Paese, rimasto sconosciuto ai più per molto tempo e che ora vede in Occidente il proliferare di ristoranti tipici, dove il riso è l’alimento base di ogni piatto. 

La pietanza più nota del Giappone è senza dubbio il Sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce e che viene consumato con wasabi, una salsa molto piccante o shoyu, più noto come salsa di soia. Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell'Asia orientale e sud-orientale; talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell'inglese salsa Worcester.

Un altro tipo di salsa molto comune è il teriyaki; termine che si riferisce ai piatti cucinati con il suo impiego e alla tecnica con cui vengono preparati. La salsa e i piatti correlati sono caratteristici della cucina giapponese tradizionale. Tra gli svariati alimenti cucinati con la salsa teriyaki vi sono pollo, manzo, pesce, frutti di mare, tofu e tanti altri. Secondo la tradizione giapponese una pietanza teriyaki va consumata con il riso al vapore e verdure come accompagnamento.

Un piatto tipico è la Tempura, una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, pesci, crostacei e molluschi per poi friggerli, mantenendoli così leggeri e croccanti. 

Conosciuto in Occidente è anche il miso, un condimento ottenuto dalla soia, che serve per la marinatura e il condimento di piatti. Nell’anime Nana si vede cucinare spesso la zuppa di miso, una pietanza che viene servita soprattutto nelle giornate fredde.

Un altro piatto conosciuto fuori dal Giappone e molto apprezzato è il Ramen, che presenta varianti in ogni località nipponica, anche se è di origine cinese. È a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni di maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais. Teuchi, il proprietario del chiosco di ramen della serie animata Naruto, ha un grande rispetto per le arti culinarie e il suo ramen, a detta dello stesso Naruto, è il più buono del mondo. Curioso notare che il nome Naruto è anche quello di un tipo di kamaboko (cipolla) con una caratteristica spirale rosa, usato appunto nel ramen.




C’è un’enorme parte della cucina giapponese che non è però conosciuta; piatti nipponici visti in centinaia di anime e manga, ma difficili o quasi impossibili da trovare nei ristoranti occidentali.Il Nabemono, per esempio, è un piatto caldo il cui funzionamento è simile a quello della fonduta: gli ingredienti crudi come carne, pesce, funghi e verdure vengono immersi nella pentola in cui bolle il brodo e consumati sul momento. Per festeggiare l’inizio della seconda serie, i personaggi dell’anime Gintama decidono di mangiare la nabe, ma il diritto a prenderne il primo boccone darà inizio ad una folle guerra psicologica. Gli Udon sono gustosi “spaghettoni” che vengono serviti in un’infinità di varianti e con porzioni abbondanti. Il personaggio di Mirai dell’anime Kyokai no Kanata, che per mantenere i suoi poteri deve mangiare molto, va a rimpizzarsi in un ristorante dove si può mangiare quanto si vuole fino a scoppiare. Gli amici se ne accorgono perché quando la incontrano le cola il naso a causa del brodo bollente che ha ingurgitato velocemente. I Soba sono spaghetti di grano saraceno che vengono serviti in brodo, asciutti, caldi o freddi. Essendo quasi privi di grassi ma ricchi di vitamine e minerali, sono molto richiesti. Le ragazze del manga K-On, durante il festival scolastico gestiscono un ristorante di pane alla yaki soba, soba cotta alla piastra, che è stato poi realmente commercializzato in Giappone. Il Taiyaki è un tortino dall’inconfondibile forma di pesce. Solitamente è ripieno di anko, una marmellata di fagioli, ma anche di crema o cioccolato. Vista l’innata capacità dei giapponesi di rendere tutto kawaii, ossia grazioso, i takoyaki vengono spesso rappresentati con la boccuccia e gli occhioni.




Il riso al curry è uno dei piatti più amati dai giapponesi; la miscela di curry cremoso, carne, verdure e funghi è solitamente servita con il riso, ma è buonissima anche con gli udon o in un particolare panino fritto come si vede nell’anime Black Butler, dove il maggiordomo Sebastian inventa il panino fritto al curry (Karē pan man/ Curry bread man) per vincere un concorso di gara culinaria di piatti a base di curry. Uno dei motivi di rivalità tra Ranma ½ e Ryoga è proprio il panino al curry che si contendono a pranzo quando sono a scuola. Il riso al curry compare in quasi tutti gli anime diretti da Kunihiko Ikuhara: in Sailor Moon, Usagi e Mamoru aiutavano Chibiusa a cucinarlo e in Mawaru Penguindrum, Ringo lo considera il cibo da mangiare con chi si ama.In molti anime ci sono personaggi golosi di Tamagoyaki, una omelette giapponese molto particolare; le uova infatti vengono sbattute aggiungendo mirin e zucchero o salsa di soia e spezie, a volte anche del sakè, per poi friggere il composto ottenuto in una padella speciale, la makiyakinabe. Il tamagoyaki è uno dei piatti serviti a colazione e spesso viene incluso nel bento, il particolare portapranzo nipponico, sia nella versione dolce che salata. Il Gyudon è un piatto semplice ma saporito, che consiste in straccetti di carne e cipolla conditi con una salsa agrodolce e adagiati sul riso bianco bollito. Come spesso accade nella cucina giapponese, ha il pregio di essere un pasto completo. Okarin in Steins;Gate, una visual novel del 2009 da cui sono stati in seguito creati gli adattamenti manga e anime, si trova spesso a parlare in un ristorante di gyudon e sostiene che un vero guerriero dovrebbe riuscire a mangiarne da solo non un solo piatto, ma tutto quello cucinato. I Gyōza, sono ravioli ripieni di carne di maiale, una variante degli jiaozi cinesi ma con la pasta più sottile, cucinati con un bel po’ di aglio. Si mangiano caldi, conditi a piacere con salsa di soia e aceto di riso. I personaggi degli anime, a causa del loro forte sapore di aglio, iniziano a preoccuparsi quando il loro love interest li ordina ad un appuntamento. Anche se la loro consistenza somiglia ai pancake, gli Okonomiyaki sono definite per comodità “le pizze giapponesi”. Li cucinava Marrabbio, il padre di Licia nella serie animata televisiva Kiss Me Licia (1982), nel suo ristorante, ma si vedono anche in Ranma ½ (1989), quando Ukyo usa un’enorme paletta da okonomiyaki come arma da combattimento o nelle scene in cui lancia queste pizze dietro ai suoi nemici.L’omourice è una frittata di riso fritto. Il suo nome viene dalla parola francese omelette e da quella inglese rice; è molto popolare non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud e a Taiwan. Il piatto è costituito dal riso fritto con pollo, avvolto in uno strato sottile di uovo fritto e condito di solito con il ketchup. I famosi Onigiri, probabilmente il cibo che compare più spesso negli anime, sono la prima cosa che che un appassionato di manga e anime occidentale mangia appena arriva in Giappone. Leggeri e sfiziosi, sono palline di riso avvolte nell’alga nori e farcite di quel che si preferisce. In Sailor Moon la prima volta che Usagi parla a Makoto ne approfitta per mangiare i suoi onigiri fatti in casa che hanno la forma di orsetti, coniglietti, panda e maialini. Infatti il riso si presta particolarmente come alimento per dare forma a diverse figure anime divertenti ed invitanti, come appunto le faccine di animaletti.




Il Katsudon è simile al gyudon, ma sopra al riso ci sono l’uovo e morbide fette di cotoletta di maiale impanata. È di buon auspicio mangiarlo prima di un evento importante, come un esame o una competizione sportiva. I nuotatori dell’anime Free! (2012), la notte prima della staffetta alle regionali, vanno a mangiare tutti insieme il katsudon per esorcizzare la sfortuna. Il Tonkatsu è composto invece da una cotoletta di maiale alta uno o due centimetri, impanata e fritta in abbondante olio. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme al cavolo cappuccio tritato e alla zuppa di miso. La Karaage è una frittura leggermente marinata in salsa di soia, aglio e zenzero. La versione più comune è quella a base di bocconcini di pollo, ma anche di seppie, polpo e manzo. Negli anime il karaage è un tipico elemento dei bento più accurati, i colorati portapranzo che rallegrano le pause scolastiche o lavorative nella gran parte delle storie. Kyaraben sono i bento dei più giovani. Preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime, esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola.




Le Takoyaki sono palline di polpo in pastella, servite con scaglie di tonno essiccato, maionese e salsa otafuku, un condimento denso e dolce di colore scuro. Sono uno spuntino tipico dei matsuri, le feste tradizionali, per questo si vedono negli anime quando ci sono eventi o festival da mostrare. Infilzati in uno spiedo, sono spesso rappresentati in modo kawaii con i grandi occhi e la boccuccia sorridente.In moltissimi anime, come Sailor Moon, nei bento si notano dei piccoli wurstel tagliati a forma di polipetto. Per prepararli si può usare un coltello o delle formine apposite per praticare dei tagli verticali e, mentre si cuociono bollendoli o arrostendoli, questi si aprono e formano i tentacoli. Per fare gli occhi e la bocca del polipetto si usano semi di sesamo nero oppure la fascia di tessuto tradizionale giapponese hachimaki con alga nori. I wurstel possono avere anche la forma di piccoli calamari o granchietti. Anche i dolci hanno un posto importante all’interno di manga e anime. Nella sua classica posizione da seduto con le ginocchia vicino allo stomaco, Elle in Death Note ne divora in ogni momento della giornata e la magica Creamy nella serie animata a lei dedicata, per il suo nome d'arte prende spunto dal sempre affollato chiosco di crepes dei genitori.Impossibile non collegare alla serie animata DoraemonDorayaki, deliziosi panini dolci dall’impasto simile ai pancake e farciti di anko, la marmellata di fagioli rossi (azuki), di cui il famoso gatto robot ne è ghiottissimo. In Occidente, nei numerosi festival e convention dedicati all’Oriente, si possono trovare farciti con la più classica nutella. 




I Mochi sono popolarissimi dolcetti a base di pasta di riso glutinoso; sono tondi o cilindrici, morbidi, colorati e gommosi, molto carini oltre che buoni. Sono i dolci tipici del capodanno ed esistono semplici o farciti ma, data la loro consistenza, il rischio di soffocare è concreto, per questo spesso vengono usati nelle scene di manga e anime a sfondo comico. Un dolce classico è la Kurisumasu keki, la torta natalizia giapponese. Il Natale in Giappone è una festa importata e si è sviluppata per fini commerciali; infatti il 25 dicembre è tradizione andare a cena fuori e scambiarsi regali tra amici e fidanzati, ma non può mancare assolutamente la torta panna e fragole. Nell’anime Nana, Hachi ne prepara una per i suoi amici del complesso Black Stones per festeggiare il loro primo concerto e una torta di fragole, regalata da una fan, addolcisce la fredda notte di Nana e Ren, che se la dividono sotto la neve. Anche l’industria delle caramelle giapponesi è altamente competitiva per quanto riguarda il kawaii, tanto da sfornare nuovi prodotti ogni settimana in tutto il Paese. In questa lotta per conquistare lo spazio sugli scaffali dei negozi, alcune caramelle sono diventate dei classici e sopravvivono da molti decenni. Tra queste molte hanno un disegno carino, come le Apollo Strawberry Chocolate con una forma ispirata al programma spaziale Apollo del 1960 o le Konpeito, un tipo di caramelle a base di zucchero che sono il cibo preferito di una creatura immaginaria nota come “gremlin della fuliggine” (Susuwatari). Se c’è una cosa che affascina del cibo giapponese sono sicuramente gli snack e in particolare la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in uno spuntino da poter confezionare e mangiare al volo.Insoliti, colorati, improbabili, gli snack giapponesi sembrano usciti direttamente da un anime e rappresentano un universo a parte all’interno della complessa cultura culinaria giapponese.Il primo boom degli spuntini in Giappone avvenne nel quindicesimo secolo, quando i samurai inventarono piccoli alimenti da portarsi dietro in previsione di lunghe battaglie. Molti di questi snack sono sopravvissuti fino ad oggi. L’ondata successiva di innovazione degli spuntini arrivò nel 1860, dopo che i mercati giapponesi improvvisamente aprirono i commerci con l’estero. Gli spuntini in stile occidentale furono tra i primi prodotti delle fabbriche giapponesi che annunciarono l’inizio dell’industrializzazione del Giappone. L’industria alimentare degli spuntini è diventata altamente competitiva e le marche più popolari introducono nuovi sapori e nuovi prodotti su base mensile, al fine di ottenere sempre più spazio sugli scaffali di negozi e supermercati. Il problema è che gli spuntini vanno e vengono rapidamente; appena qualcosa inizia ad essere di gradimento comune, ne viene smessa la produzione. In questo ambiente in continuo cambiamento, sono pochi gli snack che hanno resistito nel tempo fino a diventare dei classici intoccabili.Non c’è limite a quello che si può acquistare inserendo una monetina in un distributore automatico di cibi e bevande; i distributori automatici sono una presenza costante per i giapponesi, si trovano ovunque e contengono qualunque cosa.Tra gli snack dolci sono immancabili quelli al cioccolato, ma tra i tanti ce ne sono con varianti alla fragola, al tè verde e all’anguria. Il Kit Kat trova i suoi natali nel Regno Unito ed è probabilmente uno degli snack più “anziani”, considerando che venne alla luce nel lontanissimo 1935 con il nome di Rowntree’s Chocolate Crisp. In Giappone il wafer interno del Kit Kat rimane quello, con la stessa friabilità e croccantezza, ciò che varia è la crema del ripieno e lo strato di copertura esterno. Viene realizzato in decine di gusti e colori diversi tra i quali, quello al cheesecake, alla mela verde, ai fagioli rossi e alla patata dolce. Il kit kat è molto popolare tra i ragazzi giapponesi perché viene considerato un portafortuna per gli esami; infatti il suo nome è molto simile ad una frase che significa “sicuramente vincerai”. I Pocky, che corrispondono ai Mikado occidentali, sono i più popolari dolci da merenda giapponesi. Nascono come un semplice bastoncino di biscotto avvolto per metà da una crema al cioccolato al latte e solo più tardi, nel 1976, vennero aggiunte delle varianti: banana, fragola, cocco, tè verde, mandarino, melone, litchii e ai più impensabili sapori, come quelli al gusto di pizza o di insalata, ma quelli al cioccolato nella confezione rossa sono un classico senza tempo. Varianti più ricche e sostanziose si ritrovano nelle edizioni speciali, molto più simili a veri e propri dessert che a semplici snack per sopprimere la fame tra un pasto e l’altro. La copertura del biscotto è di quantità maggiore e comprende i sapori dei dolci tradizionali di tutto il mondo, come la torta alla fragola, castagne glassate (marron glaces), e anche il tiramisù. Il termine pocky è onomatopeico; si riferisce infatti al suono che fa quando è morso “pokkin”. Restano uno degli snack più popolari tra i teenegers locali e per questo sono spesso rappresentati in manga e anime dedicati alla loro fascia di età. Pocky è uno snack particolarmente amato dai giapponesi sia per la sua forma che per la caratteristica confezione che lo rende uno spuntino facilmente condivisibile con amici o colleghi, quindi adatto alle merende in compagnia, per i viaggi e gite. La confezione stessa è stata studiata per essere pratica e maneggevole, in modo da poter essere portata dovunque occupando il minimo spazio indispensabile. Complice della diffusione del Pocky, anche nel panorama occidentale, è sicuramente il mondo degli appassionati di manga e anime. Non è raro infatti trovare i protagonisti delle loro serie preferite mentre si rilassano sgranocchiando i famosi bastoncini glassati al cioccolato, o intenti a condividerli con i compagni tramite l’ormai celebre Pocky Game, un gioco le cui regole sono semplici e che viene ripreso nella realtà: ogni giocatore prende tra le labbra un’estremità del biscotto e inizia a mangiarla fino a che le due bocche non si incontreranno al centro; chi rompe il bacio perde. Il Tokyo Banana è un dolcetto a forma di banana molto popolare tra i turisti che lo acquistano come souvenir da portare a casa al loro rientro in Patria. Il Tokyo Banana è fatto di pandispagna, con un ripieno cremoso di vari gusti. Molte caratteristiche sono le decorazioni kawaii e soprattutto il modo con cui vengono confezionati.




Tra gli snack salati, gli Umaibo sono quelli più venduti in Giappone. Si trovano al gusto di formaggio, alla pizza, al takoyaki (polpette ripiene di polpo) e al più normale gusto salad. Hanno la forma di bastoncini e la consistenza di patatine al formaggio; sulla loro confezione è raffigurato il gatto protagonista del famoso anime Doraemon. In Giappone le patatine fritte confezionate hanno i gusti più diversi che vanno dalla maionese e capesante, al wasabi, alle alghe, all’umeboshi (prugne salate), al tè verde, al cornetto e al caffè.Ci sono poi snack molto particolari che non trovano riscontro in Occidente come le sfoglie di calamaro essiccato con maionese, i crackers alle alghe o i calamari fritti al cioccolato; tutti rigorosamente confezionati in pacchetti monoporzione, pronti per essere consumati.L’atto di mangiare in Giappone, non è dunque un semplice gesto per nutrirsi, bensì è una parte intrinseca della cultura nipponica. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia, sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata e il suo rispetto per ogni forma di espressione artistica.



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Elena Paoletta C

Oggi vi parlo di un bellissimo manga che racconta una storia d’amore tormentata e che, insieme a Nana, considero tra i miei preferiti: Vampire Knight.

É uscito in Italia nel 2006 ma io l’ho scoperto, sempre grazie a mia sorella, qualche anno dopo nel 2010 quando ancora non leggevo manga (cioè quelli che io chiamavo fumetti, mentre lei aveva già collezionato tutta la serie di Ranma½).

Visto che leggevo poco o niente, mia sorella per invogliarmi alla lettura mi consigliò proprio Vampire Knight, dato che condividiamo la stessa passione per le storie sui vampiri. 

Affascinata da ciò che lei mi raccontava sui personaggi e incuriosita anche dal titolo, decisi di andare in fumetteria per la prima volta ad acquistarlo. Arrivata al pari con i volumi già pubblicati, ho dovuto aspettare però diversi mesi prima di leggere un altro volume perché le uscite andavano a rilento. Questo mi procurava ansia perché non vedevo l’ora di sapere come proseguiva quella storia piuttosto complessa, ma a cui mi ero senza dubbio appassionata.

Vampire Knight mi ha coinvolta ed emozionata dall’inizio alla fine, anche se purtroppo il finale del manga (per quanto in parte credo sia giusto) lascia il lettore con un po' di amarezza perché alcune cose non sono chiarite ma vengono lasciate in sospeso.

Lo ritengo importante perché è stato il primo manga che ho comprato e che ha fatto scattare in me la voglia di leggerne sempre di più e di collezionarli. Mentre lo leggevo ho scoperto che esisteva anche una serie animata e che era stata doppiata in italiano. Sicuramente a livello emozionale l’anime rende di più rispetto al manga, soprattutto grazie alle sigle che con le parole accennano alla storia, mentre la musica gotica di sottofondo sottolinea gli stati d’animo dei personaggi, i loro conflitti interiori e l’atmosfera cupa, carica di tensione di questo bellissimo e misterioso racconto. L’anime è composto da due serie: Vampire Knight e Vampire Knight Guilty e la storia ricopre fino al volume 10 del manga; nel 2009 è stato pubblicato in Italia il primo DVD della serie.



Dopo il successo del manga sono state realizzate anche tre light novel ispirate alla saga, ma non direttamente legate alla storia. Il terzo romanzo, Vampire Knight: Sogno d’argento, uscito in Italia nel 2014 e che io ho acquistato, contiene sei storie che si ricollegano ai fatti avvenuti nel manga e gettano una nuova luce sugli amatissimi personaggi, regalando un inedito punto di vista per rileggere ed apprezzare ancora di più i momenti salienti della storia. Rivelano interessanti retroscena, illustrano buchi narrativi lasciati all’immaginazione, danno delle sicurezze circa le questioni sentimentali e arricchiscono alcuni personaggi, mettendo in evidenza il loro lato più “umano”.

Il grande successo del manga è indubbiamente dovuto anche ai disegni; l’autrice Matsuri Hino si concentra più sui personaggi che sugli sfondi. Le sue illustrazioni hanno subito una grande trasformazione rispetto ai primi volumi. Sono infatti molto cambiati nei tratti, che all’inizio erano più spigolosi e meno morbidi, questo forse per mostrare la crescita dei protagonisti. I personaggi sembrano tutti molto somiglianti anche se le principali differenze si riscontrano negli occhi e nei capelli, che sottolineano le caratteristiche particolari di ognuno e delineano le espressioni attraverso le quali si riesce ad intuire il loro carattere, cosa provano e cosa dicono anche senza parlare.

Vampire Knight è composto da diciannove volumi ed è uno shōjo manga fantasy.

Lo shōjo indica una tipologia di manga rivolto per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici-dodici anni e fino ai diciotto (una fascia d’età compresa tra la fine dell’infanzia e l’inizio della maturità), anche se i maggiori successi vengono comunque letti da persone di età maggiore e di genere maschile.Solitamente lo shōjo introduce un’incantevole storia d’amore romantica, abbellita con elementi fiabeschi dove, nonostante ostacoli e avversità, alla fine è possibile superare tutto ed essere felici, ma in Vampire Knight non è proprio così…Si tratta pur sempre di vampiri!

Dimenticate Twilight, Vampire Knight è una storia più complessa, più cupa, con tinte dark e gotiche, ricca di suspance e colpi di scena. Non è la classica storia sui vampiri che fanno paura o che sono oggetto di attenzioni amorose da parte della bella protagonista, ma pone al centro della narrazione un triangolo amoroso tormentato non tanto per le pene d’amore, ma per il passato dei tre protagonisti che li lega l’uno all’altro per circostanze diverse. I loro sentimenti cambiano e si evolvono man mano che crescono, anche se i loro coinvolgimenti emotivi sono pur sempre quelli di normali adolescenti che conducono una vita apparentemente come quella dei loro coetanei.

Di vampiri si è parlato tanto, ci sono diverse teorie e racconti, ma dopo aver letto questa storia ci si rende conto di come la condizione di essere un vampiro non sia propriamente privilegiata anche se spesso si invidiano i loro poteri e soprattutto la loro immortalità.

Come sempre quando si segue una storia, ognuno ha il proprio personaggio preferito e di conseguenza un proprio punto di vista che propone forse una diversa interpretazione degli eventi. Senza svelarvi particolari o troppi dettagli, vi dirò la mia attraverso le parole dei personaggi e un’analisi del loro sofferto percorso provando a spiegarvi perché questo manga mi ha così emozionata e coinvolta.

«”Vampiro” …Significa belva in forma umana che succhia il sangue delle persone. I vampiri esistono, è solo che tu non te ne rendi conto…. Le persone non si devono avvicinare ai vampiri, se ti avvicini troppo a loro, sarai catturato da quegli occhi…».Con questo incipit vengono introdotti i principali elementi di inquietudine dei tre protagonisti resi ancora più evidenti attraverso gli occhi espressivi, che rispecchiano gli stati d’animo senza bisogno di troppe parole.



Vampire Knight è ambientato principalmente nella Cross Academy, un prestigioso Istituto privato con un’insolita struttura delle classi. Gli studenti sono infatti divisi tra Day Class, composta da ragazzi con la divisa nera che svolgono le lezioni di giorno e Night Class, ragazzi con la divisa bianca che svolgono le lezioni di notte, un’elite di bellissimi geni che in realtà sono tutti vampiri guidati da Kaname Kuran. Gli umani della Day Class ignorano il fatto che gli studenti della Night Class siano vampiri. Di questo segreto ne sono a conoscenza solo tre persone: il fondatore dell’Academy Kaien Cross e i suoi figli adottivi, Yuki Cross e Zero Kiryu. I due ragazzi fanno parte del comitato disciplinare e hanno il compito di assicurare una convivenza pacifica tra umani e vampiri, mantenere ordine e sicurezza nelle vesti di Guardian, ma soprattutto far sì che nessuno venga a conoscenza di quel particolare aspetto della Night Class. La storia è interessante dal punto di vista narrativo perché presenta diversi salti temporali e ha una struttura circolare: la prima parte si svolge all’interno dell’Istituto Cross, mentre la seconda anche al di fuori per poi tornare nuovamente dentro l’Istituto.

Vampire Knight è un manga sensuale ed intrigante, ma con momenti anche comici che servono ad intervallare la drammaticità della storia: ad esempio le scene di vita scolastica soprattutto quelle nel dormitorio della Night Class, i battibecchi quotidiani di Zero e Yuki, oppure quando lei si addormenta durante le lezioni perché ha lavorato come Guardian tutta la notte o quando ha difficoltà nello studio che Zero tenta di farle superare.

É fondamentale sapere come sono suddivise le diverse tipologie di vampiro, perché l’autrice mostra gli sconvolgimenti della loro complessa società, anche attraverso storie di personaggi secondari enigmatici e i loro misteri da svelare. Dimostra attraverso situazioni tese, come un membro della propria famiglia può arrivare a tradire per prendere il potere, come gli amici a volte feriscono e possono diventare nemici, mentre quello che si crede un nemico può diventare il tuo migliore alleato. 

Nella scala gerarchica dei vampiri di Vampire Knight esistono cinque status sociali:

LIVELLO A: Sangue puro. Non hanno alcun tipo di sangue umano nelle vene, sono puri fin dalla nascita. A loro spetta il ruolo di supervisori e di guide dell’intera società dei vampiri. Possono trasformare in vampiro le persone che mordono e se mordono un altro sangue puro ne possono acquisire il potere bevendone il sangue, tirando però a sé una specie di maledizione o di sventura.

LIVELLO B: Classe nobiliare. Anche a loro spetta il compito di sorvegliare le classi inferiori, pur rimanendo comunque dei sottoposti nei confronti dei sangue puro che sono molto più numerosi. Tutti i membri della Night Class sono nobili, ad eccezione del capoclasse Kaname Kuran che è un sangue puro.

LIVELLO C: Vampiri comuni. La stragrande maggioranza dei vampiri rientra in questa categoria; non hanno mansioni speciali ma devono sottostare alle direttive dell’aristocrazia. Appartengono a questa classe anche i vampiri ex-umani che sono riusciti a stabilizzare la sete di sangue. Le loro prerogative sono: forza superiore, velocità e rigenerazione.

LIVELLO D: Vampiri ex-umani. Sono vampiri ormai assetati di sangue tanto da esserne ossessionati. Attaccano gli umani appena ne hanno l’occasione stando attenti a non rischiare di essere scoperti. Quindi pur mantenendo in parte le capacità mentali, non sono ben visti dal resto della società. Vengono considerati solo uno status intermedio prima di abbassarsi al livello E, che possono evitare solo se riescono a bere il sangue del sangue puro che li ha trasformati.

LIVELLO E: Livello End. Termine usato per classificare tutti quei vampiri una volta umani, che sono ormai bestie in preda alla sete di sangue e attaccano gli umani a vista. Non hanno più la capacità cognitiva e spesso sono eliminati nel giro di poco tempo dagli Hunter (associazione di cacciatori apposita) o dalla stessa classe nobiliare perché considerati un disonore.

Come in molti racconti, i vampiri di Vampire Knight appaiono agli occhi umani estremamente belli ed affascinanti, ma si differenziano dai classici vampiri perché al sole non diventano cenere, anche se possono ustionarsi facilmente e sono più deboli rispetto a quando è notte, al punto che hanno bisogno spesso di fare un riposino. Si riflettono negli specchi e possono essere feriti però è molto difficile ucciderli.

Quando un sangue puro viene ucciso si sgretola in cristalli, mentre i vampiri normali si dissolvono in granelli di sabbia. Tutti i vampiri possono essere uccisi con la decapitazione oppure pugnalando il cuore con specifiche armi anti-vampiro. Possono riprodursi sessualmente e tra i sangue puro è consentito, quindi abbastanza frequente, il matrimonio tra fratelli per preservare la razza.

I vampiri di livello A e quelli della classe nobiliare possiedono dei poteri: ad esempio sono in grado di cancellare la memoria, dispongono della telecinesi e alcuni riescono a manipolare gli elementi. Inoltre un vampiro, meno sangue umano possiede nelle vene, più a lungo vive; per questo i livelli A vivono in eterno, i livelli B vivono estremamente a lungo e i vampiri comuni molto a lungo.

Un vampiro può essere dissetato completamente solo bevendo il sangue della persona che ama e questo lo disseta maggiormente se l’amore è ricambiato. Inoltre bere sangue di un altro vampiro, può essere visto come un gesto d’amore.Il sangue dei livelli A è bramato da molti, in quanto sembra dia molto potere; tuttavia anche solo chiedere di berlo è considerato un affronto. Solo i vampiri appartenenti a questo livello possono trasformare gli esseri umani in vampiri, ma se questi poi non bevono il sangue di un sangue puro sono destinati fatalmente a trasformarsi in un livello E.

I vampiri per dissetarsi possono nutrirsi benissimo con delle pasticche chiamate “pastiche ematiche” al sapore di sangue, un po' come gli esseri umani che al posto della carne mangiano solo legumi e verdure o quelli che sostituiscono i pasti con delle barrette iperproteiche.

I personaggi sono tutti, chi più chi meno, tormentati ed emotivi; si intuisce dai loro sguardi e dai discorsi che fanno, dal loro passato, dai monologhi interiori pieni di riflessioni e pensieri intimi e profondi:

«Quando ci si abbandona all’abbraccio delle tenebre è una liberazione, è vero. In quella morsa gelida si annulla ogni dolore. Eppure, continuo a credere che ci sia un modo per uscire tutti quanti, un giorno, da questo bosco scuro intriso di dolore e far sì che i nostri corpi gelidi siano finalmente riscaldati dalla luce del sole».I tre protagonisti intraprendono ognuno un percorso di vita diverso per mettere fine a quel combattimento interno che mina le loro già complesse personalità.



Yuki Cross è la protagonista, una ragazza carina, socievole, affettuosa e sempre sorridente, forse un po' infantile e distratta, ma di indole dolce e gentile, tanto che il padre adottivo le sceglie un nome adeguato:

«Kaname ha detto che le fanciulle sono tutte principesse. Quindi da oggi in poi pensavo di chiamarti Yuki che significa principessa gentile…bello vero?»Il nome giapponese Yuki è infatti una combinazione della parola Yu che significa “gentile” e Ki “principessa”; è interessante notare che Yuki può significare anche “neve”.

Purtroppo lei non ricorda nulla dei suoi primi cinque anni di vita e il suo percorso di crescita si basa proprio sulla ricerca del suo passato. La sua mente sarà presto attanagliata da dubbi e da visioni sanguinose, soprattutto quando scoprirà che Kaname Kuran, il ragazzo di cui è da sempre innamorata, le nasconde un segreto che riguarda proprio la sua infanzia. Yuki è sempre stata legata a quel ragazzo che le ha salvato la vita quando stava per essere uccisa da un vampiro e che poi l’ha sempre protetta, guardandola in lontananza e vegliando silenziosamente su di lei. Fin da bambina Yuki si è sempre confidata con Kaname; gli raccontava ogni cosa che la riguardasse e, anche se ha sempre pensato che gli occhi dei vampiri le facessero paura, non riesce a guardare altro:

«Grazie a te ho aperto gli occhi Kaname e per la prima volta ho scoperto il mondo. Prima tutto nella mia testa era solo bianco…ma la tua presenza ha dato colore alla mia vita».

Kaname è il vampiro più rispettato e temuto dagli altri studenti-vampiri perché appartiene alla stirpe dei "sangue puro". Possiede dei poteri unici e straordinari e tutti gli ubbidiscono da quando ha ordinato di seguire le regole stabilite dagli umani.

Yuki è consapevole di ciò che comporta essere un vampiro, della necessità di sangue e del pericolo che corre, non si spiega però perché lui l’abbia salvata e vuole cercare la verità a tutti i costi. Si renderà conto ben presto che Kaname non le dà risposte perché vuole tenerla al sicuro, lontana da ogni tormento poiché è misteriosamente legato proprio a quei ricordi che lei non riesce a recuperare. Yuki ammira Kaname, le è devota e gli sarà sempre debitrice; per lei rappresenta il suo inizio, il suo destino.

Lei dentro di sé sente che resterà per sempre legata a Kaname e anche se la sua vita cambierà, non cambierà mai il suo amore per lui. Sarà sempre innamorata di quel vampiro di sangue puro che ha sacrificato tutto per lei e senza il quale non esisterebbe:

«I miei ricordi iniziano quel giorno di neve di dieci anni fa…il bianco della neve e il rosso del sangue…poi la paura…ed infine, il ricordo di quel dolce abbraccio».



Kaname Kuran è un personaggio ambiguo e complesso e non tutti riescono a comprenderlo davvero, ma è proprio nella sua complessità che risiede tutta la sua bellezza, perché niente di ciò che lo riguarda è scontato, anche se il suo lato distaccato e calcolatore a volte spaventa. In più occasioni dimostra che il suo amore per Yuki è così grande da volerla possedere a tutti costi anche attraverso il desiderio di bere il sangue della ragazza che ama e trattenersi è per lui una dimostrazione di rispetto e anche una prova d’amore. Si percepisce subito il suo lato protettivo, a tratti ossessivo verso di lei; non vuole lasciarla andare, per questo cerca in ogni modo di rassicurarla e se potesse vorrebbe portarla lontano dai suoi ricordi per paura che questi possano distruggerla, perché lui li conosce nei minimi dettagli.

Kaname agli occhi di tutti rappresenta un mistero. Non si comprende mai ciò che sa e pensa realmente; è spesso subdolo e manipolatore, bugiardo, troppo testardo e fermo sulle sue convinzioni. Per attuare il suo piano di cui nessuno è a conoscenza, sfrutterà tutte le persone e i vampiri che lo circondano come se non gliene importasse nulla delle loro vite, ma in realtà non è proprio così…Appare estremamente egoista ed indifferente a tutto e a tutti e considera gli altri come pedine da manovrare, ma quello che pensa e che fa ha uno scopo ben preciso, tutte le sue azioni sono ragionevolmente ben motivate anche se non se ne viene a conoscenza fino alla fine della storia.

Kaname ha vissuto fin troppo a lungo ed è tremendamente stanco della sua esistenza di vampiro; soffrendo si ritira nella sua solitudine e nel suo silenzio, risultando così più fragile di quanto si possa immaginare. Si percepisce quasi subito, poi è evidente nel corso della storia, che la sua sofferenza e la sua solitudine non avranno mai fine. Ha sempre difeso la razza umana e desiderato restare insieme a Yuki, ma ciò che vuole di più in assoluto è osservare il mondo con gli occhi di un umano e non più con quelli di un vampiro, che conoscono soltanto oscurità. Lui è consapevole fin dall’inizio del suo destino e lo accetta con maturità e responsabilità; Yuki rappresenta la sua sola fonte di luce, perché non ne è mai stata totalmente immersa in quell’oscurità:

«Ascolta Yuki. Non è il mondo che è meraviglioso, ad esserlo è il tuo sguardo. Quando i tuoi occhi si posano sul mondo, il mondo diventa bello».In Yuki vede quindi quello che gli è sempre mancato: voler vivere una vita da essere umano per poter restare al suo fianco quanto più possibile e sapere che i suoi sentimenti sono ricambiati senza più dover soffrire. Questo è ciò che realmente prova, oltre all’affetto sincero e all’amore indiscusso che lo legano alla ragazza. Il loro rapporto può essere inteso come vincolo di appartenenza, un legame unico ed inscindibile che lega due esseri in modo speciale. Questo tipo di legame così forte è basato su eventi, fatti e coinvolgimenti che non è possibile ripetere con altri, perché ciò che Yuki vive con Kaname sono esperienze e sensazioni uniche, che la “costringono” a rimanere attaccata a lui per sempre. Dal canto suo lui fa capire costantemente quanto tiene a Yuki, preoccupandosi profondamente per lei e circondandola di un amore eterno, nel senso più romantico della parola. Lei è preziosa, per lui rappresenta tutto il suo mondo; una persona rara, diversa da tutte quelle che lo circondano. Yuki è una creatura in grado di farlo sentire bene nonostante tutto, che gli dà calore e conforto fin da quando era bambina, quando per lui era forse più facile starle accanto, proteggerla e tenerla lontana da ogni pericolo.

Kaname non ha mai creduto nell’esistenza di una persona come Yuki, qualcuno che lo facesse sentire in quel modo speciale e i ricordi che ha di lei bambina desidera fortemente custodirli per sempre, perché sono quelli che lo rendono felice.

Kaname e Yuki sono vicini ma allo stesso tempo lontani e per quasi tutta la durata della storia i due si allontanano e si respingono, ma non possono fare a meno l’uno dell’altra e cercano sempre un modo per restare insieme. Non smettono mai di cercarsi, di incontrarsi, perché sanno benissimo che si appartengono. Nonostante ciò sanno anche che non potranno mai essere felicemente uniti; ne è consapevole soprattutto Kaname e il loro sentimento viene sempre sottolineato da questa troppo grande, ma inevitabile distanza che li separa e li fa soffrire.

Il loro amore è difficile da accettare e da capire e i loro comportamenti appaiono per certi aspetti irritanti. In più di un’occasione Yuki si rivela troppo testarda ed egoista e con l’avanzare della storia sembra sempre più sottomessa a Kaname. Spesso si caccia in situazioni assurde, un po' forzate, che la fanno risultare troppo ingenua ma ostinata, indifesa e dalla lacrima facile. Kaname invece ha un modo di rapportarsi diverso da tutti, sia per il carattere che per l’educazione ricevuta, sia per il ruolo che ricopre nella società dei vampiri che per le responsabilità che ricadono su di lui.

È sempre calmo, impassibile e lucido, tanto da risultare freddo ed autoritario con i suoi compagni, mentre con Yuki è sempre gentile e dolce, anche se a volte le sorride forzatamente e diventa sfuggente per non soffrire troppo. Il suo linguaggio tagliente e poetico, la sua bellezza e il suo fascino irresistibile, la sua aura misteriosa, la sua intelligenza e logica mista ad ironia, il suo amore e il senso di protezione verso Yuki, il suo bisogno di sentirsi amato, la sua solitudine e malinconia, lo rendono un personaggio unico nel suo genere. All’inizio della storia non rivela il suo tormento ma sembra essere perfetto, soprattutto agli occhi di Yuki che lo idealizza forse troppo. Kaname diventa mano a mano il maschio dominante e riesce a conquistarla grazie alla sua forza, quella che offre riparo e protezione con le sue spalle larghe e i suoi abbracci rassicuranti.

Spesso quando sono soli, lui la tiene stretta a sé e il modo in cui la guarda è carico di amore e dolcezza ma allo stesso tempo di profonda tristezza:

«Vuoi diventare un vampiro? Vuoi trasformarti in un mostro che si nutre di sangue ed essere condannata a vivere al mio fianco per l’eternità?».


 


In questa storia d’amore c’è un altro protagonista: Zero Kiryu, vampiro ex-umano cresciuto insieme a Yuki verso la quale nutre sentimenti fraterni e di affetto sincero, tanto che i due riescono a stringere un’amicizia profonda che li legherà per sempre.

Zero è un vampiro di livello D perché la sua famiglia era umana, una generazione di cacciatori di vampiri ferocemente uccisa da una vampira di sangue puro. Insieme a lui era sopravvissuto solo il fratello gemello che però la donna ha portato via con sé e, proprio per questo motivo, ha sviluppato un profondo odio contro i vampiri, pur essendo stato trasformato lui stesso perché morso durante l’attacco.

Ha un modo di fare avventato, scontroso e scostante che risulta a volte fastidioso e a tratti pesante, difficile da comprendere; in realtà sotto questa apparenza da duro nasconde un animo fragile e sensibile. Spesso è cupo, cinico, schivo, sempre sulla difensiva e può comportarsi in maniera fredda ed ostile quando sembra pensare solo a sé stesso.

All’Istituto impara le tecniche più efficaci contro i vampiri, convinto nel proprio intimo che non potranno mai diventare delle creature buone e gentili, ma che sono e saranno sempre e soltanto mostri assetati da continuo desiderio di sangue, per questo il suo fine ultimo è eliminarli.

La vita di Zero è cambiata irrimediabilmente; a causa della sua terribile infanzia ha costruito barriere intorno a sé e non riesce ad aprirsi agli altri. Si è lasciato travolgere dalla sua solitudine fino al giorno in cui è stato adottato e Yuki lo ha consolato iniziando a stargli vicino, prendendosi cura di e cercando di proteggerlo dai suoi tristi pensieri con la leggerezza dei suoi sorrisi e i suoi goffi tentativi di distrarlo.Zero però all’inizio nasconde a Yuki il fatto di essere un vampiro, anche se questo suo segreto influisce nei suoi atteggiamenti e nei suoi pensieri più profondi. Con il passare del tempo il desiderio di protezione verso gli umani e la comprensione che Yuki gli dimostra preoccupandosi per lui, lo porta ad innamorarsi di lei. I due si trovano però spesso a litigare, il più delle volte perché Zero non sopporta le numerose attenzioni di Kaname nei confronti della ragazza. La gelosia è comunque il tipo di sentimento che accomuna i due vampiri, perché anche Kaname non approva il comportamento di Zero, un livello inferiore che si appropria di ciò che secondo lui gli appartiene.

Zero compie un percorso travagliato che gli logora l’anima anche se Yuki attribuisce questa sofferenza ai tragici eventi familiari senza accorgersi dell’amore che lui prova per lei. Quando scoprirà sulla propria pelle che Zero è un vampiro, allieverà le sue sofferenze donandogli spontaneamente il suo sangue ogni volta che lui ne avrà bisogno. Pur non riuscendo a confessare quello che prova da sempre per Yuki, Zero lotterà per tenerla accanto a sé, perché lei è l’unico rimedio alla sua solitudine, l’unica ragione per non restare immerso nel suo dolore. Per Yuki lui è il “il ragazzo dalle pupille rosso fuoco”, che si posano su di lei e, nonostante il suo sguardo la spaventi, non riesce a sottrarsene e ne è sempre più attratta, tanto che quel legame fatto di debolezze e ricordi li unisce in modo particolare. Sembra non esserci razionalità nei sentimenti che provano, ma soltanto passione e desiderio continuo di donare e bere sangue.

Zero è incapace di gestire ciò che prova ma anche la sua continua sete di sangue, per questo non riesce a controllarsi come vorrebbe e ciò lo fa risultare un personaggio forse più realistico rispetto a Kaname. Questa sua prerogativa umana di fragilità per la continua lotta contro ciò che è diventato, lo fa piacere sicuramente di più rispetto agli altri personaggi; lui incarna lo stereotipo del ragazzo per cui vale la pena rischiare, osare, ma anche perdere o rinunciare a qualcosa per aiutarlo nell’accettazione della sua condizione.

Sia Kaname che Zero hanno alle spalle un passato difficile e tormentato, presentano due caratteri particolari ma diversi anche se a tratti hanno alcune somiglianze, come il fatto di essere due bellissimi ragazzi, di poche parole, con un’espressione indecifrabile sul volto che li fa risultare scostanti e sulle loro.

Ciò che più li accomuna, oltre ad andare contro la loro natura di vampiro, è l’amore e il forte desiderio di proteggere Yuki, la ragazza che amano profondamente, ma in modo diverso. Zero la ama con tutte le sue debolezze umane tra cui la costante paura di perderla; Kaname con tutta la sua indole complessa ma nella convinzione che Yuki tornerà sempre da lui:

«Anche se senti qualcosa per lui, hai comunque detto che resterai accanto a me per sempre…Anche se scegliere solo uno di noi ti farà soffrire per sempre…ed è proprio questa la prova del tuo vero amore per me».Se Zero è centrale nell’opera, tutta la storia è però retta da Kaname; lui è il punto di forza, elegante e composto, una figura inafferrabile al di sopra di tutti anche più di quella del cavaliere, come richiama il titolo del manga, tanto che la stessa Yuki lo chiama “il nobile Kaname”. 



Non nascondo che Kaname Kuran è il mio personaggio preferito, non soltanto per la maturità che mostra di avere, ma perché riesco a comprendere tutta la sua grande tristezza e malinconia per essere quello che è e non poter cambiare le cose. L’ho molto rivalutato anche guardando l’anime, di cui ho apprezzato in particolar modo il doppiaggio italiano che ha reso bene il suo carattere attribuendogli una voce sensuale e più profonda, che rispecchia al meglio la sua forte personalità.

Zero invece è allo stesso livello di Yuki; i due sembrano proprio essere fatti l’uno per l’altra. Insieme a lei prova a superare le disastrose conseguenze del suo passato e grazie al suo affetto e alla sua dedizione può andare avanti e non vuole perderla a causa di Kaname.

Non è preparato all’idea di vederla andare via perché in questo modo deve trovare da solo la forza per perdonare sé stesso, accettare di essere ciò che è diventato e capire che lui non ha colpe se suo malgrado ora è un vampiro; solo così potrà mostrare i suoi veri sentimenti a Yuki e riuscire a stare al suo fianco per sempre finalmente felice insieme a lei. Ci riuscirà?...

C’è un unico momento in cui Zero ha la certezza di poter ricominciare da capo e che il suo amore possa essere da Yuki compreso e se non accolto, comunque ascoltato:

«Non importa se nel tuo cuore c’è anche un altro; io so quali sono i tuoi sentimenti per me, io sono una delle persone che ami e questo mi basta».

Queste sue parole fanno riflettere su quanto tutti e due i protagonisti maschili siano importanti nella vita di Yuki. Zero la protegge dai suoi incubi pur non conoscendo il suo passato e la fa sentire viva, necessaria per la sua vita in quanto lo nutre con il suo sangue e in lui Yuki vede un amore più umano e per questo raggiungibile; Kaname conosce bene il suo passato, vuole tenerla lontano da ogni tormento che questo potrebbe causarle e cerca di farla rimanere il più possibile nel suo mondo incantato, dove non esistono brutti ricordi. Avendole salvato la vita, rappresenta per Yuki l’amore romantico per eccellenza, quel tipo di amore eterno ma impossibile.Si può amare qualcuno che non ti rende felice? Kaname senza Yuki accanto soffrirebbe ancora di più, ma è perfettamente consapevole di ciò che lei prova per Zero e viceversa. Inoltre sa bene che la forza dei suoi sentimenti non può bastare a colmare la distanza che li separa e finirà sempre per far piangere il suo cuore, perché il loro è un amore irrealizzabile. Zero, da parte sua, non potrà mai perdonare al suo rivale il modo in cui ama Yuki proprio perché non le permette di “ridere dal profondo del cuore”.

Rendersi conto di essere legati a qualcuno nonostante il destino avverso, porta in questo caso all’impossibilità di riuscire a stare bene, qualsiasi cosa si provi a fare.

Il destino mette tutti alla prova e fa capire che a volte per vivere felici ci sono cose che è meglio dimenticare e altre che bisogna necessariamente affrontare. Ognuno ha la sua storia, il proprio carattere, le sue ragioni, un proprio scopo e così, come i personaggi di Vampire Knight, ognuno ha un proprio destino.Una storia d’amore intensa e forte, romantica e straziante può mettere in crisi e far perdere la cognizione di sé stessi e di quello che realmente si prova:

«Nessuno può essere il surrogato di un’altra persona. É per questo che gli addii sono sempre difficili».




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Elena Paoletta C
Oggi vi racconto una storia bellissima e molto realistica, di un anime che mi è rimasto nel cuore e che senza dubbio è il mio preferito: Nana.

La serie animata è stata trasmessa sul canale MTV alle ore 15.00 nel corso del 2007, dando l’opportunità di sentir parlare per la prima volta di anime al posto del termine più comune cartoni animati. Ricordo con piacere i pomeriggi trascorsi a guardare la serie insieme a mia sorella, aspettando con ansia l’episodio successivo. Fin dalle prime puntate Nana mi ha colpita, ho percepito qualcosa di profondamente diverso rispetto al solito già visto e l’ho amata subito, tanto che dopo un po’ di tempo ho letto il manga, curiosa di sapere se la storia originale avesse avuto un finale diverso. Nana nasce infatti come un manga di genere josei (pensato cioè per un pubblico femminile che ha superato la maggiore età); è serio e tratta relazioni con sentimenti più veri e non idealizzati, attraverso un linguaggio misurato, senza eccessi e rappresentazioni più esplicite: per questo è considerata un’opera più matura, che tratta temi attuali molto seri e delicati. La serie animata è trasposta in modo da essere uguale alla storia dei ventuno volumi del manga, almeno fino al dodicesimo. Ne sono stati ricavati quarantasette episodi con un finale che non può essere considerato proprio tale in quanto il manga, a causa di gravi problemi di salute dell’autrice Ai Yazawa, non è mai stato portato a termine definitivamente. La stessa autrice ha dichiarato più volte di non sapere se o quando ne riprenderà la lavorazione. Oltre al disegno, Ai Yazawa ha sviluppato una grande passione per la moda, come è facilmente intuibile dai suoi manga costantemente curati e dettagliati nella riproduzione dell'abbigliamento con frequenti richiami alla stilista Vivienne Westwood.




Ciò che colpisce di più in Nana è che si è facilmente coinvolti sia dai personaggi che dalle loro storie, riconoscibilissime nella nostra realtà. L’inizio della vicenda è semplice e apparentemente felice, ma poi tutto si riconduce alla realtà della vita, di questo mondo e di come gli esseri umani sono, pensano e agiscono nelle difficoltà e alle decisioni che devono prendere anche se a volte sono dolorose. Tutti gli episodi si aprono e si chiudono con riflessioni personali molto introspettive: «Nana...ti ricordi la prima volta che ci siamo incontrate? Lo sai, io sono il tipo che crede fermamente nel destino, quindi sono assolutamente convinta che il nostro incontro sia stato voluto dal fato. Ridi pure se vuoi...» È così che ha inizio la storia di Nana. Ambientata nel Giappone contemporaneo, presenta le vicende di due ragazze appena ventenni accomunate dallo stesso nome e dall'uguale decisione di trasferirsi a Tokyo: Nana Komatsu un’entusiasta della vita e Nana Osaki una ragazza di una band punk, i Black Stones. Nella vita di tutte e due ricorre spesso il numero sette, che in giapponese si pronuncia appunto Nana. Le due giovani prendono lo stesso treno diretto a Tokyo ed è lì che si conoscono. Separatesi alla stazione, si incontreranno successivamente per caso in un appartamento che entrambe hanno intenzione di affittare: il 707. Decideranno di essere coinquiline e di dividere insieme la vita quotidiana. Nana Osaki è a Tokyo per tentare la carriera di cantante professionista, dopo che Ren Honjō, il ragazzo che ama, ha lasciato la sua band e si è già trasferito da due anni nella capitale per debuttare con una nuova band pop-rock, i Trapnest, mentre Nana Komatsu ci va inizialmente per raggiungere il suo ragazzo Shoji, con la scusa di volersi iscrivere anche lei all’Accademia delle Belle Arti che lui già frequenta, ma il vero motivo è che vuole staccarsi dalla sua famiglia per diventare una donna indipendente. Nana Komatsu ha sempre cercato di intrecciare relazioni durature, ma per motivi diversi queste poi sono sempre finite male, come la sua ultima vicenda amorosa con un uomo più grande e sposato, per lei difficile da dimenticare. Quando si tratta di uomini, è sempre calcolatrice e debole; non si capisce se è per sfortuna o se è per il suo modo di porsi, a volte troppo infantile e volubile, che risulta agli occhi di molti una ragazza facile con cui divertirsi.




Il punto forte di Nana sono i personaggi e i sentimenti che questi provano, specialmente le due protagoniste. Nana Komatsu è una ragazza carina e semplice, è solare, tenera e sognatrice, vivace e sempre allegra, che sembra un po' frivola ed immatura, ma in realtà è solo molto sensibile. Forse è un po' insicura, sbadata, troppo premurosa, gentile e facile all'innamoramento e questo suo atteggiamento la porta a fare spesso scelte sbagliate. Riesce con facilità a farsi amare e benvolere da chi le sta accanto perché, anche se spesso è capricciosa ed egoista, allo stesso modo è affettuosa e di lei ci si può sicuramente fidare, per questo viene sempre protetta e sostenuta dalle persone che le vogliono bene e che insieme a lei trovano sempre la voglia di sorridere. La sua amica le dà il soprannome Hachi da Hachiko, il nome del famoso cagnolino giapponese simbolo di fedeltà e termine che indica il numero otto, per distinguerla da lei. Nana Osaki è molto diversa dalla sua omonima, è bella e affascinante, calma e riservata; in apparenza risulta una ragazza dura, fredda e distaccata, tutta d’un pezzo, più decisa e sicuramente più matura rispetto alla sua amica proprio perché è dovuta crescere in fretta, ma in realtà nasconde una forte fragilità che le deriva dal suo triste passato lasciandole il cuore spezzato e impedendole di far venire fuori ciò che lei realmente prova. È indipendente perché se l’è dovuta sempre cavare da sola, per questo ha sviluppato un’incredibile ambizione che la determina nelle scelte, ma che la blocca nei sentimenti rendendola introversa e schiva; una sorta di scudo, come il suo giubbetto di pelle nero, caratteristico del suo stile punk che le dà un senso di protezione. É una ragazza razionale ma allo stesso tempo sensibile, che si circonda di un alone misterioso e spesso si isola per difendersi, per tenere a distanza gli altri ed evitare così di soffrire nuovamente. Ha lasciato i Black Stones (abbreviati spesso in Blast) ed è partita, portando con sé solo un pacco di sigarette e una chitarra; tutto per inseguire il suo sogno, diventare una cantante professionista. Il nome della band viene da una marca di sigarette che, a quanto pare, non le piacciono particolarmente anche se lei ne fuma molte. I Blast si ricostituiranno a Tokyo quando tutti i componenti raggiungeranno lì Nana e diventeranno rivali dei Trapnest, dove suona il suo ragazzo Ren. Le vicende di Nana si snodano quindi tutte intorno a queste due band e ai loro componenti, agli intrecci e ai tormenti che ognuno di loro si porta dietro. La convivenza delle due ragazze non risulterà semplice all’inizio poiché presentano caratteri, stili e gusti completamente diversi; hanno vissuti diametralmente opposti, così come completamente differente è il loro modo di fare e di esprimere i propri sentimenti e questo spesso le trascina in divertenti battibecchi. Ciò nonostante vivendo e condividendo la vita quotidiana, impareranno a conoscersi meglio e a volersi bene, instaurando una bellissima amicizia che le aiuterà ad affrontare insieme momenti di sconforto e difficoltà che si presenteranno nel corso della loro storia. Riusciranno a creare un legame profondo e sincero che le porterà a non poter fare a meno l’una dell’altra, tanto che Nana diventerà quasi “possessiva” verso Hachi, risultando a tratti oppressiva nei suoi confronti, tutto per paura di perderla. Ciò che scatena in Nana questi sentimenti è il timore opprimente di soffrire di nuovo perché lei desidera fortemente avere un po’ di stabilità affettiva e sentirsi finalmente accettata: «Ho imparato che non ha importanza quanto e come si ama, tutti noi, uomini e donne, viviamo le nostre vite da soli. Non ha senso volersi appropriare di qualcuno, e nonostante lo sappia, a volte me ne dimentico ancora. Purtroppo non posso fare a meno di pensarci e mi sento così sola e triste». Guardando la serie animata o leggendo il manga, si intraprende un viaggio introspettivo con se stessi, riflettendo molto sullo sviluppo della storia determinato dalle scelte e dalle azioni dei vari personaggi, ognuno con un suo passato, un suo carattere e i propri punti di vista. Viene naturale immedesimarsi in quello che sentiamo a noi più vicino o a cogliere le sfumature caratteriali per farle proprie e percepire molte affinità con loro. Nel corso della storia vengono mano a mano evidenziate tutte le varie fragilità, i diversi sentimenti e le emozioni contrastanti che a volte non riescono a capire neanche gli stessi personaggi, ma oltre alla malinconia ci sono anche tanti bei momenti divertenti passati tutti insieme che rafforzano e rendono unica quell’amicizia. Nana e Hachi mi hanno trasmesso tante belle emozioni e tanta tenerezza. Il loro rapporto è speciale; un’amicizia vera e rara, difficile da trovare e da mantenere, una di quelle che incontri una volta nella vita o forse mai e che diventa con il tempo una grande forma d’amore. Nana vede in Hachi ciò che le è sempre mancato, la dolcezza e la spensieratezza, la gioia di vivere, soprattutto il calore e l’affetto di una famiglia; mentre Hachi ammira Nana per la sua forza e determinazione nel voler inseguire il suo sogno. Se ci rendiamo conto che l’amicizia è importante solo quando rischiamo di perdere la persona a cui siamo legati, lo stesso vale quando dopo tanto tempo la rivediamo e capiamo quanto sia importante per noi il valore della sua presenza. Una storia di rivincita personale all’inseguimento dei propri sogni, lottando per ciò che si desidera, per trovare la strada giusta che possa condurre alla felicità; di cuori infranti dove tutto non è o bianco o nero, ma mostra che esistono diverse tonalità e motivazioni per ogni cosa; soprattutto è la storia di un'amicizia speciale tra le due protagoniste, un legame che tutti vorremmo avere. L’enorme successo della serie portò alla realizzazione di due film live action nel 2005, con una trama molto simile a quella dell'anime e del manga, anche se nel primo film la storia è più concentrata sul personaggio di Nana Osaki, mentre nel secondo su quello di Nana Komatsu. Il finale è nuovo, poiché il manga si interrompe al ventunesimo volume, ma è anche diverso dalla serie anime che non chiariva bene alcuni aspetti comprensibili solo a chi aveva letto il manga.  Per l’ultimo film è stata trovata una soluzione alternativa che chiude la storia nel miglior modo possibile, cercando soprattutto di non scontentare i numerosissimi fan. Degna di nota è la colonna sonora di questi due film: Mika Nakashima, l'attrice/cantante molto somigliante a Nana Osaki, che infatti sembra essere uscita direttamente dall’anime, riesce a dare alle canzoni dei Blast un tono personale molto punk, come in Glamour Sky, canzone scritta dalla stessa autrice Ai Yazawa e da Hyde componente dei L’Arc-en-Ciel, uno dei gruppi musicali alternative-rock di maggior successo in Giappone.




Le canzoni dei Trapnest sono invece un po’ più dolci, con una melodica più lenta e comunque di tutti i brani delle due band sono state fatte diverse cover. In Italia indubbiamente ha avuto più successo la serie animata; i film live action sono usciti solo in DVD, con gli stessi doppiatori dell’anime, ad eccezione del personaggio di Ren e questo emoziona tantissimo soprattutto chi ha già visto la serie animata. Nel film sono state ricreate le atmosfere e le ambientazioni, in particolare quella dell’appartamento 707 che è molto fedele all’originale, ma riascoltare le stesse voci fa vivere sullo schermo i personaggi disegnati incarnandoli in persone vere. In Nana è naturale che la musica abbia un ruolo fondamentale visto che le vicende ruotano intorno a due band, quella dei Black Stones e quella dei Trapnest. Le sigle, sia di apertura che di chiusura dell’anime, sono tutte canzoni originali e per me è stata una vera sorpresa sentirle in giapponese. Dopo anni abituata a sigle televisive rese in italiano allegre e spensierate, queste musiche pop-rock-punk originali ed orecchiabili, come Rose cantata da Nana Osaki, mi hanno affascinato e avvicinato in modo impressionante al mondo di Nana, facendomi apprezzare un genere musicale proposto in modo completamente nuovo. Tutte le musiche, anche quelle di sottofondo, caratterizzano la serie e marcano i pensieri più profondi di Nana o di Hachi: «Se fosse possibile azzerare questa vita piena di errori e ripartire da capo, a cominciare da quale momento correggeresti i tuoi sbagli? Io comincerei dalla notte di neve in cui ci siamo conosciute. Sei l’unica cosa del mio passato che non voglio cancellare».  


Dedico questo post ad una persona che ho sempre ammirato e stimato. Per me è una guida e un esempio da seguire. Conosciamo benissimo i diversi aspetti l’una dell’altra, abbiamo condiviso tante cose e, anche se siamo lontane fisicamente, lei è con me ogni giorno.  Crescendo noto che più faccio progressi e meno sento il bisogno di appoggiarmi a lei, ma so che continuerà a sostenermi e a volermi proteggere, spingendomi a fare sempre meglio perché crede in me. Trovare una persona speciale è raro; qualcuno su cui poter sempre contare che non pretende niente in cambio, a cui non devi dare spiegazioni o giustificazioni. Una persona forte, vera e sincera che sappia tutto di te, che ti legge dentro e non ha bisogno di chiederti nulla per sapere cosa ti passa per la testa, perché capisce all’istante ogni tuo stato d’animo.  Fortunatamente io quella persona l’ho trovata, o meglio ce l’ho da sempre…mia sorella, che ringrazio per avermi fatto scoprire Nana, per avermi aperto la strada al mondo degli anime e dei manga, ma soprattutto per essere sempre la mia migliore amica, la mia Nana.



 

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Elena Paoletta C


La visita guidata al giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura mi ha fatto tornare in mente, per l’atmosfera e i colori, un film d’animazione giapponese del 2013 che ho amato particolarmente, Il Giardino delle Parole (Kotonoha no niwa), diretto da Makoto Shinkai. Mi ha colpito soprattutto il suo riuscire a coniugare disegno animato e nuove tecnologie con una storia emozionante e profonda; in soli quarantacinque minuti racconta la realtà con immagini delicate e poetiche, che fanno riflettere sulla sensazione di continua solitudine che spesso avvertono gli animi più sensibili. Il regista giapponese ha realizzato il film quasi esclusivamente da solo, occupandosi sia della regia che della sceneggiatura, dello storyboard, della fotografia e del montaggio, orchestrando perfino la musica che poeticamente accompagna le immagini.

Il Giardino delle Parole è un anime intenso e sensibile allo stesso tempo che racconta la storia di Takao, un giovane studente quindicenne che sogna in segreto di disegnare e realizzare scarpe. Nelle giornate di pioggia salta la scuola per andare a cercare l’ispirazione in un delizioso e appartato giardino pubblico; è sua la voce narrante che spiega il perché di quel richiamo: «Quando ero piccolo il cielo mi sembrava molto più vicino: per questo mi piace la pioggia, perché porta con sé l’odore del cielo. Nelle mattine piovose non cambio treno e scendo a questa fermata». Qui incontrerà la misteriosa signorina Yukino, una donna di ventisette anni che sembra alla deriva in un mondo nel quale non si riconosce più.




Nonostante la differenza d’età, i due continuano a vedersi sempre e solo nei giorni di pioggia, in un breve periodo di poco più di tre mesi che segnerà però per sempre le loro vite. L’incontro casuale tra i due, inatteso e folgorante per entrambi, si trasformerà in una continua attesa dei giorni di pioggia e il loro rapporto si svilupperà attraverso emozioni forti e reali. Takao è una ragazzo introverso ma più maturo rispetto ai ragazzi della sua età; sa quello che vuole ma non sa come arrivarci e questo gli procura dei timori riguardo al futuro. Yukino è in un periodo difficile della sua vita; non ha più certezze, dubita di se stessa e questo è il motivo per cui rifiuta ogni tipo di contatto. Il rapporto tra Takao e Yukino si sviluppa piano piano grazie ai continui incontri in quello stesso giardino ad ogni giornata piovosa e le loro vite, ancora indefinita quella del ragazzo e confusa quella della donna, prenderanno una grande svolta incamminandosi verso una direzione migliore.

Il regista evidenzia i due personaggi concentrandosi sulle immagini, sui suoni, sulle gocce che cadono dal cielo e toccando terra toccano anche corde delicate dell’animo umano.

La ricchezza di dettagli particolari, presenti in ogni singola scena di questa breve ma grande opera d’animazione, permette allo spettatore di immergersi totalmente nella storia, arrivando quasi a sentire l’odore della pioggia, il vento che soffia tra gli alberi e il brulicare delle persone che si affannano nel prendere la metro, spostandosi da un lato all’altro della città. A questo frenetico movimento si contrappone la calma del giardino; alla speranza di Takao le ombre sul volto di Yukino, in un gioco di equilibri e contrasti, vitali e dirompenti come la natura che si rinnova.



Il giardino giapponese sen’en con i salici, i ciliegi, i glicini, le pietre e il ponticello, diventa il luogo ideale per far trovare la giusta serenità a due animi diversi, per spronarli ad aprirsi e a cercare un rimedio alla propria malinconia. La stagione delle piogge nutre quel giardino delle parole insieme alla bellezza poetica e travolgente, propria dei legami più improbabili e degli universi più distanti e fa nascere un dialogo profondo e complesso.

Un giardino pubblico nel cuore della metropoli, come lo Shinjuku Gyoen della Tokyo in cui è cresciuto il regista, diventa il luogo segreto in cui cercano rifugio le anime solitarie bagnate dalla pioggia, che lava via ogni contatto con il tempo e la realtà, attraverso i cieli annuvolati e il debole suono del tuono.

La strana donna che beve birra e mangia cioccolata, che ripara la sua anima ferita sotto un gazebo, sussurra le parole: «Un rumoreggiare indistinto di tuono nel cielo nuvoloso. Forse verrà a piovere. Nel caso, ti tratterrai con me?», mentre sullo sfondo simbolicamente riluce il lampo di un fulmine. In quella piccola perla verde, rigogliosa sintesi di speranza, un ragazzo quindicenne dall’anima irrequieta risponde alla donna: «Un rumoreggiare indistinto di tuono nel cielo nuvoloso. Quant’anche non dovesse venire a piovere, mi tratterrò comunque con te».  La frase è ripresa dal Man’yoshu, la più antica raccolta di poesie giapponesi, alla quale il regista si è ispirato anche per il significato della pioggia.

Shinkai tratta il tema della solitudine non in modo negativo, ma come tempo che permette di approfondire i propri pensieri e quindi elemento significativo per diventare adulti.




L’importanza delle parole si riscontra spesso nelle brevi frasi pronunciate dai protagonisti, come quando Yukino dice: «Non sono più stata capace di camminare come si deve», quasi a sottolineare la sua momentanea incapacità di vivere e l’importanza del sogno di Takao, quello di realizzare scarpe. In senso figurato il ragazzo la aiuta a camminare lungo la strada della vita e, a sua volta, è aiutato da lei nella sua scelta: «Farò delle scarpe che facciano nascere in lei il desiderio di camminare sempre: è questa la mia decisione».

La solitudine non viene considerata come un qualcosa da superare, ma soltanto un tempo trascorso da soli che consente di cercare poi, con convinzione maggiore, la compagnia di altre persone.

Il giardino delle parole è un film sia visivo che sonoro, dove il rumore della pioggia, dei passi, i suoni ambientali e i brevi dialoghi creano un’atmosfera di impatto e le musiche del compositore Daisuke Kashiwa mettono in risalto i colori ambientali, i paesaggi e l’armonia che i personaggi condividono con gli sfondi magistralmente resi e che restano la parte caratterizzante dell’opera.

In questo giardino le parole si perdono sotto il rumore della pioggia; qui non valgono le leggi dello scorrere del tempo e del vivere quotidiano, ma solo l’incanto che unisce i due personaggi, sottolineato dallo struggente ritmo della colonna sonora e dalla canzone Rain, scritta e interpretata da Senri Oe nel 1988 e riarrangiata e interpretata da Motohiro Hata appositamente per il film. La sua voce si adatta perfettamente a quella del protagonista, un ragazzo che si sente ancora insicuro e ha la sensazione che il posto in cui vive non sia quello in cui dovrebbe essere. La sensazione di incompletezza è rappresentata dal musicista con questo splendido pezzo al pianoforte; bello, ma anche drammatico, che alterna momenti di intensità e altri in cui sembra finire nel silenzio, anche se la musica al pianoforte continua. Rain avvolge l’intero film e gli dà un’anima; è una musica molto raffinata che ha il merito di trasmettere malinconia ma anche speranza, di comunicare una sensibilità tipicamente giapponese, molto delicata e attenta ai mutamenti dell’animo.

Le parole raccontano come l’amicizia, i legami e gli affetti siano importanti, soprattutto quando si pensa di essere soli e incompresi e si indirizzano i propri sentimenti verso qualcuno che non li corrisponde, ma che diventa una persona importantissima nel proprio percorso di crescita e per questo indimenticabile: «Lady, sei avvolta nella pioggia. Non mi importa di restare imprigionato nell’acquazzone. Non mi importa di diventare bagnato fradicio. Sospirando ti seguo, per afferrare il cielo che è sul punto di piangere […] Lady, mi hai guardato negli occhi per un po’ […] Come se avessi colpito l’acqua sotto ai tuoi piedi, sei sparita. Non andare, non andare, così dissi. La pioggia si è placata trasformandosi in pioviggine […] Lady, anche adesso continui ad andare avanti in questo modo, non avendo nemmeno un piccolo ombrello […] Nonostante ti abbia compreso fin troppo bene, come nella sera in cui ci incontrammo per la prima volta. Non andare, non andare, così dissi».





 Dedicato a tutti gli animi sensibili…




Elena Paoletta

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