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Elena Paoletta C


Lo chiamano Festival dell’Oriente, ma di fatto è un festival del mondo poiché quest’anno riunisce alla Fiera di Roma, dal 22 al 25 aprile e dal 29 aprile al primo maggio, ben cinque festival: ognuno a raccontare universi differenti e lontani in un unico e indimenticabile viaggio.Un giro del mondo tra cultura, arte, tradizioni, folklore, musica e sapori attraverso mostre fotografiche, cerimonie tradizionali, spettacoli, concerti, danze e stand ricchi di prodotti tipici, tutto distribuito in cinque padiglioni interni e tre aree esterne. 




Il Festival dell’Oriente, che occupa due padiglioni interni, trascina il visitatore nella magia dei suoi affascinanti Paesi: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam e molti altri offrono il meglio delle loro atmosfere e delle loro tradizioni. Tra gli stand commerciali si trovano interi spazi dedicati alla salute e al benessere dove sperimentare le terapie tradizionali o quelle bionaturali come lo yoga, lo shiatsu, l’ayurvedica. Per la prima volta è presente un Festival delle Arti Marziali con il suo connubio di disciplina, potenza e spiritualità.




Imperdibile lo spettacolo dei tamburi giapponesi offerto dai Masa Daiko, uno dei gruppi più rappresentativi del genere a livello internazionale. In Giappone originariamente il tamburo veniva usato durante le battaglie per intimidire i nemici e per inviare comandi; in seguito divenne uno strumento utile nell’esecuzione di musiche popolari e per questo molto apprezzato. I Masa Daiko, pur suonando pezzi della tradizione giapponese, sono riusciti a mantenere l’antica cultura del tamburo di guerra imponendo ugualmente forza e vigore ma dando anche una rappresentazione estetica che riesce a trascinare e coinvolgere il pubblico.




La mia amica Fabiana ed io ci siamo molto soffermate in questi due padiglioni dedicati all’Oriente, soprattutto sugli stand del Giappone con le spezie di ogni tipo, le varietà di tè, i kimoni, i costumi da samurai e una grande quantità di oggettistica. Mi è sembrato di tornare indietro di un anno e trovarmi di nuovo nell’affascinante terra del Sol Levante.



Un’atmosfera di allegria e divertimento si respira al Festival Irlandese dove il pubblico, oltre a bere birra, può partecipare a molte attività tra cui rievocazioni storiche, festose danze celtiche e tipici giochi come il tiro alla fune. Gli stand gastronomici offrono zuppe tradizionali, stinco alla birra scura, salmone affumicato, formaggi alle erbe e dolci alle mele accompagnati da distillati irlandesi, mentre alcuni gruppi musicali tra i più rappresentativi dell’Irlanda trasmettono gioia e buonumore.




Novità di quest’anno è poi il Festival Country tra speroni lucidi, indiani d’America, atmosfere rurali, cappelli a larghe falde, balli e gruppi musicali. Un padiglione interno è completamente allestito con le tipiche tende indiane, i carri e pagliericci recintati dove riposano pecore e pony.Divertente è il Western Horse show, un evento dedicato a gare di monta americana e esibizioni di splendidi cavalli.




That’s America è invece un tour tra le mitiche atmosfere americane dagli anni ’50 fino agli anni ’80. Un viaggio tra auto e moto storiche, drive in, fast-food, juke-box e sosia di Elvis Presley, per un’immersione totale nelle atmosfere americane di quei tempi.




Travolgente risulta il Festival dell’America Latina con i colori, i suoni, i profumi e il cibo del Brasile, dell’Argentina, di Cuba, del Messico e tanti altri splendidi Paesi. In un’area all’aperto il ritmo e il folklore latino trovano spazio tra storia e cultura di popoli che vantano millenarie tradizioni.In un’aerea all’aperto c’è anche l’Holi Festival dedicato alla tradizione spirituale e religiosa induista che celebra sentimenti ed emozioni positive ed intense. Si balla, si canta e ci si diverte lanciandosi polveri colorate, un modo simbolico per rendersi tutti uguali e per creare un momento di gioia tra amici e sconosciuti. Senza la paura di sporcarsi tutti abbandonano ogni sentimento negativo e aprono il cuore e l’anima all’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli.Si svolge sempre all’esterno il Festival Spagnolo caratterizzato da esibizioni di flamenco, concerti dal vivo e gastronomia tipica. Un nuovo evento con spettacoli tipici del folklore spagnolo che rievocano le feste in strada, con le esibizioni degli splendidi cavalli andalusi e le canzoni struggenti accompagnate dalla malinconica chitarra spagnola.Naturalmente viaggiando tra tutti questi eventi, si trova sempre qualche souvenir ;)




Quest’anno il Festival dell’Oriente è dunque un vero e proprio giro del mondo da non perdere assolutamente!
Potete vedere altre foto del Festival cliccando sulla mia pagina https://www.facebook.com/WonderlandTales/




Per chi invece avesse voglia di emozionarsi un po’ con la potenza dei tamburi giapponesi, ecco un mio video che può rendere l’idea…





Roma, 22/04/2018



Pictures © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C

Nell’est dell’Inghilterra, nella contea del Cambridgeshire, a 137 km da Londra, si trova sulle rive del fiume Nene la cittadina di Peterborough. 

Nel centro di questa City si erge l’imponente Cattedrale gotica dalla particolare triplice facciata dedicata a San Pietro, San Paolo e Sant’Andrea. In origine era un monastero che poi venne consacrato e divenne la Cattedrale della città. Qui vi hanno trovato sepoltura ben due regine: Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico VIII e Maria Stuarda, le cui spoglie però furono trasferite nell’abbazia di Westminster a Londra per volere del figlio Giacomo I in occasione della sua incoronazione. La cattedrale ha ispirato lo scrittore Ken Follet per il romanzo “I Pilastri della Terra”.





Nella piazza principale di Peterborough si erge, su un colonnato che forma un portico, la magnifica costruzione settecentesca Guildhall, un tempo sede di varie bancarelle alimentari oggi trasferite nel luogo una volta adibito al mercato di bestiame. In origine denominata Piazza del Mercato proprio per le attività che vi si svolgevano, oggi la piazza deve il suo nome attuale alla più famosa Cattedrale che si trova proprio lì davanti.




A Peterborough vi è un’altra importante e maestosa costruzione: è la St. John the Baptist Church che si trova sempre in Cathedral Square e dista solo pochi minuti a piedi dalla Cattedrale stessa.

Questo perché in origine la cattedrale era riservata esclusivamente ai monaci, mentre la chiesa era per i cittadini e per questo la St. John Baptist Church è ufficialmente la chiesa parrocchiale di Peterborough.




Accanto alle bellezze storiche c’è una Peterborough moderna: importante nodo ferroviario oltre che capitale dello shopping per la presenza del grande centro commerciale Queensgate, uno dei più grandi di tutta l’Inghilterra, o del più piccolo ma accogliente Rivergate.




È molto piacevole passeggiare per le vie di Peterborough, tra i curati giardini, i negozi, le golose gelaterie, i molti ristoranti e il rilassante lungofiume: si può apprezzare un’emozionante città cosmopolita dove viene rispettato l’ambiente e allo stesso tempo organizzati eventi interessanti e approfonditi in ogni dettaglio.




La City infatti vanta un intenso programma di festeggiamenti che si svolgono durante tutto l’arco dell’anno: dal Peterborough Festival che si tiene in estate e porta concerti, spettacoli e performance artistiche, al Peterborough Folk Festival che riempie di musica le strade della città, per non parlare della Peterborough Comi-con che per la prima volta quest’anno ha visto la partecipazione di tanti ragazzi e non solo, appassionati di cosplay, manga e fumetti. https://elenapaoletta.tumblr.com/post/173227181700/viaggio-a-peterborough




Ma Peterborugh ha un’altra particolarità: è considerata anche la città dei fantasmi. Molti sono infatti i racconti che si possono ascoltare riguardo a misteriose morti e presenze inquietanti, tanto è vero che è stato organizzato anche un tour per visitare i luoghi dove avverrebbero queste apparizioni.

Quando vengo qui a trovare mia sorella, ho sempre la sensazione di camminare per le vie di Storybrooke, la cittadina famosa agli appassionati della serie televisiva “Once upon a time”, per l’atmosfera un po’ fiabesca e coinvolgente che rende questa città molto speciale. 

Se capitate dalle parti di Londra vale veramente la pena visitare Peterborough❤




21/03/2018


Chi vuole vedere altre foto del Romics può visitare la mia pagina Wonderland Tales ^__^


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Elena Paoletta C


Una delle prime cose che uno straniero nota nel visitare il Giappone è che tutti leggono manga.La spiegazione si può far risalire al padre dei manga, Osamu Tezuka, che viene ricordato soprattutto per le sue storie comiche e di avventure, ma anche per aver dato forma all’idea che il dramma serio e i temi adulti potevano essere raccontati con i disegni. Il fatto di alzare il livello dei manga, fino allora ritenuti adatti solo ai bambini, ha contribuito a farli diventare una lettura per tutti e ha originato una vasta gamma di generi e sottogeneri; i primi servono a suddividere il pubblico cui si rivolgono per sesso ed età, mentre i secondi il tipo di contenuto trattato.Il genere Kodomo (“bambino”) indica i manga destinati ai bambini. I kodomo prevedono trame semplici, il più delle volte formati da una serie di episodi autoconclusivi o comunque da archi narrativi molto brevi. I protagonisti di solito sono bambini delle elementari o simpatici animaletti parlanti. I disegni tendono ad essere molto semplici senza troppi particolari e con linee molto morbide. Esempi di kodomo sono Hamtaro e Mirmo.Un sottogenere usato per lo più nei kodomo è l’Aniparo (Anime parody), la cui caratteristica peculiare sono i personaggi in stile super deformed, cioè ridisegnati per assumere le proporzioni e la fisionomia di neonati: occhi enormi, corpo tozzo e rotondeggiante, la testa che occupa un terzo dell’altezza corporea. A volte vengono aggiunti particolari come orecchie da gatto o code da volpe, una qualsiasi stravaganza, per dar vita a tutti quei personaggi bizzarri che sono molto accattivanti per i bambini. L’Aniparo da luogo infatti ad un merchandising di notevoli dimensioni, costituito per lo più dai gadget dei protagonisti super deformed (portachiavi, pupazzi, magliette ecc.).Altro sottogenere dei kodomo è il Fantasī basato su storie e personaggi di fantasia, spesso ambientate nel Giappone contemporaneo, nel quale arrivano extraterrestri o simpatici mostri. Lo stile è quello tipico dei kodomo dove prevalgono il tratto spesso e le linee morbide. Gli esempi più famosi sono senza dubbio Carletto il Principe dei Mostri e Doraemon.




Oltre al genere Kodomo si trovano gli Shōjo (“ragazza”), i manga rivolti per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici o dodici anni e fino ai diciotto. I maggiori successi di questo genere vengono comunque fruiti trasversalmente anche da persone di età maggiore e di genere maschile. Fino alla fine degli anni Sessanta gli shōjo manga erano stati creati soprattutto da autori uomini; in seguito cominciarono ad essere realizzati principalmente da donne, che ne modificarono profondamente tematiche e grafica. Inizialmente confinati su temi sentimentali (Ren'ai, storie d'amore), con ambientazioni europee e personaggi idealizzati ma dalle emozioni esplicite in situazioni melodrammatiche, gli shōjo ampliano con il trascorrere degli anni i loro soggetti, spaziando dall'horror al mistero (Psychic Detective Yakumo), dallo sport (Mila e Shiro) al fantasy (Vampire Knight) e allo storico (Lady Oscar) fino alla più comune commedia scolastica (Le situazioni di lui e lei).




Dal punto di vista grafico si distinguono per un'impaginazione libera, un ampio uso di elementi simbolici per esprimere gli stati d'animo (celebri le decorazioni floreali), personaggi dai fisici eterei e gli occhi dalle dimensioni pronunciate. Tuttavia negli anni più recenti, autrici come Naoko Takeuchi, Moyoco Anno o Kyoko Okazaki hanno preferito una grafica più veloce, volutamente scarna e sgradevole, lontana dagli idealismi dei manga shōjo classici, nel tentativo di dipingere con maggior realismo l'alienazione contemporanea. Il protagonista coincide con il pubblico a cui si rivolge, quindi nella maggior parte degli shōjo è una ragazza adolescente, con tratti in genere più spigolosi ed occhi e ciglia più grandi rispetto a quelli dei disegni degli altri generi. In particolare negli occhi spesso si possono notare i riflessi della luce ben definiti per mettere maggiormente in risalto l’aspetto romantico del personaggio. 

Tra i sottogeneri particolarmente fiorenti e notevoli dello shōjo troviamo il Mahō shōjo oMajokko (in italiano “fanciulla magica”), che fonde elementi fantasy, in particolare la magia, con la commedia e il sentimentalismo tipici di quel genere (Bia-la sfida della magia, L’incantevole Creamy, Magica DoReMi, Yui ragazza virtuale, Ransie la strega e Sailor Moon).




Il Romakome (Romantic Comedy) è invece la tipica commedia d’amore scolastica molto diffusa e apprezzata (Marmalade Boy, Kodomo no omocha/Rossana, Special A, Lovely Complex).

Con la parola Smut (dall’inglese “osceno”) i fan occidentali indicano i manga shōjo ad alto contenuto erotico esplicito anche se hanno solo una finalità di completamento all’amore a volte troppo platonico tra due personaggi di sesso diverso (Say I love you, Inferno Blu e Black Bird).




Forse il genere più diffuso di manga è quello degli Shōnen (“ragazzo”), rivolto principalmente ad un pubblico maschile di età compresa tra i dodici e i diciotto anni.

Gli shōnen si focalizzano principalmente sull'azione, come il seguitissimo Shingeki no kyojin/L’attacco dei giganti. La trama si snoda intorno ad alcune prove, con cui i protagonisti devono continuamente confrontarsi; ogni serie è quindi formata da un obiettivo principale, che di solito è il traguardo che il protagonista si è imposto di raggiungere e che viene conseguito solo alla conclusione della storia, come ad esempio vincere un prestigioso torneo sportivo o sconfiggere un nemico ritenuto imbattibile. Ne sono esempi eclatanti: Saiyuki, Naruto, Fairy Tail e Bleach.

Nella trama degli shōnen tutta una serie di sfide intermedie, oltre a sbloccare la strada verso la meta finale, permettono al protagonista di prepararsi allo scontro decisivo, migliorando le proprie capacità oppure ottenendo elementi necessari alla vittoria finale. L'ambientazione tipica è un universo dedicato con elementi magici e/o tecnologie fantascientifiche, come in Dragon Ball e One Piece, anche se un sottogenere molto diffuso è lo Spokon, ambientato nel mondo dello sport giovanile nell'epoca contemporanea (Mimi e la nazionale di pallavolo e Holly e Benji).




Il tema amoroso è assente o viene messo in secondo piano, anche se esistono alcune eccezioni di rilievo (Video Girl Ai). Si tende a compensarne l’assenza con ragazze dalle forme ben definite e con l’inserimento di fanservice, scene di nudo, parziale o totale, inserite tra una vignetta e l'altra per soddisfare le richieste del pubblico maschile come in Hentai ōji to warawanai neko. Rientrano negli shōnen anche Lamu e Ranma1/2.




Due dei sottogeneri più diffusi tra gli shōnen sono SF Fantascienza e Fantasī, storie fantastiche o fantasy che seguono delle tappe obbligatorie. 

Nella maggior parte dei fantasī il protagonista parte all’avventura per raggiungere un suo obiettivo e durante il viaggio incontra dei compagni che lo aiuteranno nella sua impresa. Spesso si troverà a lottare contro forze malvagie per salvare persone indifese o sconfiggere un potente nemico che vuole conquistare il mondo per assoggettare tutto e tutti al proprio volere. Nelle varie storie è ampiamente presente l’elemento magico o quello soprannaturale, anche se molti di essi sviluppano temi diversi: mistero, azione, horror, storico, drammatico, romantico, scolastico, oppure historical dark fantasy come Kuroshitsuji/Black Butler, che vede nel famoso Sebastian, maggiordomo diabolico dell’antica e potente casata londinese Phantomhive nell’epoca vittoriana, uno dei personaggi più apprezzati dai fan.




Nei fantasī con il progredire della narrazione aumenta anche il livello dei combattimenti (Inuyasha). In alcuni casi le avventure sono ambientate in paesi medioevali ed hanno storie drammatiche intrise di violenza; in altri possono invece predominare situazioni comiche o romantiche, oppure incentrate su una realtà virtuale ricca di avventura e azione, come avviene nell’acclamato Sword art online, il cui protagonista, genio della programmazione, entra in un gioco di ruolo in rete da dove è possibile uscire sol da vincitori, poiché non completare il gioco equivale a morte certa. 

Gli SF Fantascienza sono per lo più ambientati in universi paralleli (Dr. Slump e Arale) e si mescolano con alcune suggestive leggende nipponiche, contaminandosi pian piano con la corrente cyberpunk che vuole il mondo in piena decadenza a causa dello smodato uso della tecnologia (Ghost in the shell).




Si vedono allora universi dove nessuno è eroe fino in fondo, ma tutti cercano giustizia e libertà e dove si trovano i principali temi della fantascienza, come l’invasione aliena ma anche il classico viaggio iniziatico in cerca di qualcosa (La corazzata Yamato, Capitan Harlock, Galaxy Express 999), oppure società futuribili dove le cose sono andate di male in peggio, mondi ipertecnologici ma rimandati indietro ad un’epoca preindustriale a causa di una catastrofe nucleare (Akira). 

Simile al cyberpunk è lo Steampunk, la fantascienza del passato, dove è preponderante l’uso di macchinari a vapore e le cui opere sono ambientate sempre in universi paralleli ma intorno al XIX secolo (Il mistero della pietra azzurra e Full Metal Alchemist).

Alcune volte gli SF Fantascienza possono avere altre ambientazioni, magari appartenenti alla vita quotidiana, come nel caso de La malinconia di Haruhi Suzumiya, una divertente commedia scolastica, in cui la protagonista possiede poteri immensi e sconosciuti che le consentirebbero di fare qualsiasi cosa, compreso distruggere e ricostruire l’universo.




Con il termine Mecha si individua il genere fantascientifico robotico comeNeo Genesis Evangelion e Full Metal Panic che ha come caratteristica principale la presenza dei cosiddetti robot giganti, solitamente pilotati da umani. Per i fan di manga c’è una distinzione fra due "classi” di mecha: i Real Robot, ovvero i mezzi caratterizzati da un certo realismo tecnologico, spesso prodotti in serie e considerati come macchine comuni per quanto costose (Gundam) e i Super Robot, esemplari unici dai poteri praticamente illimitati che rappresentano i veri protagonisti della serie (Mazinga Z, Grande Mazinga, Mazinkaiser o Goldrake). La maggior parte dei mecha sono diretti ad un pubblico molto giovane, soprattutto i Mecha Trasformabili, i famosissimi Transformers, protagonisti di alcune serie animate e di film dal vivo, i cui modellini hanno invaso i negozi di giocattoli di tutto il mondo.




Il Meitantei (“investigatore”) è invece un sottogenere degli shōnen che si basa su storie da romanzo giallo. Il protagonista è infatti un investigatore che porta a termine i casi che gli vengono sottoposti, oppure un ladro che cerca di mettere a segno i suoi colpi. È un sottogenere realistico che però lascia ampio spazio alla fantasia dell’autore, che deve creare sempre nuovi casi da risolvere cercando di stupire il più possibile. In Italia hanno avuto fortuna Lupin III, Occhi di gatto, City Hunter, Detective Conan e Il fiuto di Sherlock Holmes.

Il genere Josei (“donna”) è pensato per un pubblico femminile che ormai ha superato la maggiore età. Più serio e pacato dello shōjo, il josei tratta relazioni meno idealizzate con linguaggio e rappresentazioni più espliciti; le trame sono più verosimili, sia nella scelta degli argomenti trattati, che nello sviluppo delle vicende. In genere il batticuore del primo amore lascia il posto a storie più complesse con tradimenti, relazioni finite o difficoltose e l'ambiente tipo non è più la scuola superiore, ma il posto di lavoro come la redazione giornalistica in Tokyo Style o la stanza di una mangaka come in Spicy Pink. I sentimenti non sono più assoluti e sconvolgenti, ma pacati e smorzati dall'esperienza e dalla necessità di confrontarsi con i problemi e le esigenze della vita adulta. L'eroina di un josei è spesso laureata, lavora, ha una carriera più che soddisfacente, portata avanti però a discapito della vita sentimentale; è invischiata in una storia d'amore problematica o è single da molto tempo e ha perso la fiducia negli uomini. Nel josei si avverte maggiormente l’attenzione data alle emozioni perché la psicologia dei personaggi è molto delineata. Il tratto dei disegni è più realistico e pulito rispetto ai generi dedicati agli adolescenti, con proporzioni corporee che non lasciano spazio agli artifici e fanno a meno anche dei grandi occhi scintillanti, pur mantenendo una certa influenza nella cura dei dettagli. A volte presentano nella trama elementi soprannaturali, come in Midnight Secretary, dove la protagonista, pur rispecchiando la donna adulta che lavora, è la segretaria di un vampiro. I josei hanno avuto un grande successo di pubblico soprattutto grazie a Cortili del cuore, Paradise Kiss e il famosissimo Nana.




Con il termine Seinen (“maggiorenne”) si indica il genere manga e anime indirizzato ad un pubblico maschile adulto o comunque oltre i diciotto anni. Pur essendo notevolmente più seri degli shōnen, si adattano a varie e complesse tematiche che danno ampio spazio allo studio psicologico. Gran parte dei seinen sono molto violenti e per questa ragione non di rado vengono censurati. Il loro stile è volutamente sporco per rendere il disegno il più realistico possibile, ma ciò non toglie il fatto che sia ben curato e particolareggiato. Alcuni illustri esempi sono: Liar Game, Tokyo Ghoul e Welcome to the NHK.




Un sottogenere dei seinen è il Gekiga, termine giapponese che significa “immagini drammatiche”, le cui caratteristiche sono: incremento del fattore psicologico; realismo delle descrizioni grafiche; riduzione o abolizione dell'elemento umoristico e comico; orientamento del prodotto verso un pubblico giovane o adulto e non più infantile (Black Bizzard/Tempesta nera).

IlSuriraa è il sottogenere seinen che spesso viene affiancato dal fantasy o dal poliziesco. È assimilabile al thriller cinematografico, con storie a sfondo psicologico e spesso basato su indagini che vedono coinvolti la CIA e l’FBI. La psicologia dei personaggi è ben curata e spesso presenta una gran quantità di ragionamenti che possono renderne complessa la lettura. Infatti il suriraa non è adatto a chi ama una lettura veloce ma si presenta adeguato per un pubblico più maturo e interessato. Titoli noti sono: Monster, Death Note e Mirai Nikki – Future Diary.




Gore, Kyoufu o Horā (dall’inglese “splatter”, sottogenere del cinema horror), è un altro sottogenere tipico dei seinen che tratta storie violente, del terrore o dell'orrore; spesso affiancato da una storia fantasy, è il più cruento tra i manga (Berserk, Gantz, Battle Royale e Another). 

La parola Hentai (“anormale”), che in Giappone si utilizza soprattutto con il significato di “sessualmente perverso”, indica un particolare genere pornografico giapponese contenenti riferimenti sessuali espliciti. Negli hentai le trame diventano secondarie e i personaggi possono essere ritratti come timidi o senza pensieri fino a che non vengono inseriti in una situazione nella quale sono stimolati ed eccitati. Può anche accadere che una donna venga usata contro la sua volontà solo per i fini propriamente sessuali e carnali dell’uomo, ma ci sono anche rappresentazioni di sesso consensuale tra coppie, così come di donne che prendono l’iniziativa sessuale come in Futari Ecchi.




Al genere pornografico hentai appartiene il termine ecchi o etchi, che deriva dalla pronuncia del nome inglese della consonante "H”, sinonimo di ero (eros), che però ha un significato più attenuato.

In Giappone il termineecchi può essere utilizzato per indicare proprio il rapporto sessuale nello specifico (la frase “ecchi shiyo-ze” in italiano viene tradotta con “facciamo sesso”). Nei fanservice, per rendere ancor più divertente e leggera tutta la situazione si fa uso di questo termine soprattutto nelle gag dove di solito la testa di uno dei personaggi maschili va a finire tra i seni di un procace personaggio femminile, magari durante il loro primo incontro, oppure quando uniformi, costumi o abiti, tutti rigorosamente attillati, che possono essere provocatori, vengono indossati come abbigliamento quotidiano da parte del personaggio. Nel genere ecchi c’è dunque del sesso, ma non è così esplicito come nell’hentai e non si vede il nudo integrale.

Ai manga per adulti appartengono anche i generi Yaoi e Yuri, che al loro interno presentano una vasta gamma di sottogeneri, dal drammatico al comico, dallo storico al fantasy.

Negli Yaoi, noti anche come Boy’s Love (Bōizu Rabu), generalmente i protagonisti sono maschi ambigui, sia nell'aspetto che nei comportamenti. Questi maschi sono detti bishōnen, che letteralmente significa “bel ragazzo” e vengono raffigurati magri, non molto muscolosi, con un mento affusolato e un’apparenza effeminata o androgina.




Il motivo dell'androginia è che il pubblico degli yaoi è principalmente composto da femmine, ma è anche molto apprezzato da alcuni maschi omosessuali. Spesso negli yaoi la sessualità è esplicita e i protagonisti finalizzano le proprie relazioni solo ai rapporti sessuali, anche se la trama viene focalizzata su relazioni fisico-romantiche omosessuali (amicizia romantica), più o meno idealizzate, nella stragrande maggioranza dei casi con protagonisti ragazzi e studenti poco più che adolescenti (Il tiranno innamorato). 

Nello yaoi, il rapporto sessuale è uno dei modi primari per esprimere anche l’impegno sociale nei confronti del partner e la violenza apparente entro cui si consuma l’atto, è una misura della reciproca passione: 

i ragazzi che vengono amati e posseduti sono ancora del tutto imbevuti di un’innocenza quasi angelica (Love Stage!!). Quasi tutti i Boy’s Love esplorano le diverse fasi del romanticismo sottolineando e soffermandosi spesso sull'interiorità e la psicologia dei personaggi come ad esempio in Junjō Romantica e Sekai-ichi hatsukoi.





Anche se spesso confuso con l'etichetta generica di yaoi, il vero e proprio manga a tematica gay (GEI Comi) è chiamato Bara (letteralmente “rosa") o Men’s Love (Menzu Rabu). Esso si rivolge ad un pubblico gay maschile e tende inoltre ad essere prodotto principalmente da autori maschi omosessuali o in alternativa bisessuali e serializzato per riviste espressamente gay. 

Il bara viene considerato ufficialmente un sottogenere dell'hentai, ovvero manga per adulti, assomiglia cioè molto più ai fumetti per soli uomini di stampo erotico piuttosto che a quelli shōjo o josei.

Il genere Yuri anche conosciuto come Girl’s Love (Gāruzu Rabu), è molto simile allo yaoi e si focalizza su relazioni omosessuali femminili. Le femmine negli yuri sono conosciute come bishōjo, che è sostanzialmente traducibile come “bella ragazza”. È un termine giapponese utilizzato per fare riferimento a giovani e belle ragazze di solito al di sotto dell’età universitaria. 

Gli Yuri enfatizzano sia la parte sessuale che quella romantica-emotiva delle relazioni tra donne. 

Il termine yuri letteralmente ha il significato di giglio ed è esattamente come molti altri nomi di fiori, piuttosto comune come nome personale femminile.

Le opere yuri si soffermano più sul rapporto fisico come inHaru yo, Simoun, Hanjuku Joshi e Girl friends.




Col termine gergale harem (hāremu) o hāremumono, si vuole descrivere un sottogenere comune a più generi di manga in cui un protagonista maschile si trova “amorosamente” circondato da tre o più membri del sesso opposto (Rosario + Vampire).

Di solito il protagonista è timido e imbranato ed è conteso da tante belle ragazze che provano sentimenti per lui, ma che creano spesso situazioni buffe, imbarazzanti e divertenti. Ci sono anche harem con toni più seri e drammatici e altri che presentano scene ecchi, ma che non sono per forza pornografiche (Love Hina). 

Quando il senso viene invertito, cioè una protagonista femminile è circondata da maschi, si parla di gyakuhāremu (reverse harem) come in Ouran Host Club e Perfect Girl Evolution.

In questo tipo di storie una ragazza dolce e ingenua e senza nessuna rivale, è circondata da un gruppo di bei ragazzi che la corteggiano contemporaneamente, come nello shojo Diabolik Lovers.




I manga in Giappone fanno quindi parte di una cultura dominante proprio perché, mano a mano che i giovani lettori crescono, si spostano naturalmente verso il genere più adatto alla loro età e ai loro gusti, trovando tutta una vasta gamma di sottogeneri che soddisfa ogni esigenza. In questo modo le case editrici hanno un pubblico che si rinnova sempre e che gli resta fedele per decenni.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

Al Palazzo delle Esposizioni a Roma c'è ancora per poco la mostra Mangasia...Io ci sono andata questa mattina e mi sono emozionata nel vedere esposti alcuni degli argomenti trattati nella mia tesi di laurea magistrale ''La comunicazione artistica degli anime''. Mi sono divertita e ho trovato tutto molto interessante!


Chi vuole vedere le foto della mostra può cliccare nel mio album Mangasia


Elena Paoletta

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Elena Paoletta C



Fino ad ora conoscevo solamente ''La Grande Onda'' del maestro Hokusai ma non sapevo niente della sua vita. 

Grazie alla mostra a lui dedicata all'Ara Pacis a Roma, ho avuto modo di scoprire un artista eccentrico e meticoloso e sono rimasta affascinata dal suo meraviglioso amore per l'arte, la natura e la vita.

«Hokusai non è solo un artista fra tanti nel mondo fluttuante, è un'isola, un continente, da solo un mondo». (Edgar Degas)

Hokusai è stato fonte di ispirazione per molti artisti impressionisti e post-impressionisti e ha insegnato a tutti che non c'è un'età in cui si deve per forza essere al meglio delle proprie capacità, ma ogni giorno si può e si deve migliorare. Esiste quindi un percorso artistico che va vissuto al meglio e con convinzione dall'inizio alla fine per poter raggiungere la perfezione.

«Solo ora, a settantatré anni ho capito pressappoco la conformazione degli animali, delle erbe, degli alberi e degli uccelli, dei pesci e degli insetti; a ottant'anni avrò fatto progressi ancora maggiori; a novanta penetrerò il mistero delle cose; a cento raggiungerò il grado puro della meraviglia; a centodieci, nella mia opera, tutto, anche una semplice linea o punto, sarà una cosa viva».




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
Ho sempre amato gli impressionisti, in particolar modo Claude Monet, quindi andare a vedere ieri la mostra a lui dedicata è stato un piacere immenso (a parte la lunga fila per entrare). Davanti alle sue opere mi sono veramente commossa e non nascondo di aver pensato alle atmosfere di alcuni fondali dei più famosi anime, primo fra tutti Il Giardino delle Parole di Makoto Shinkai.




La mostra Monet, ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma, propone al pubblico sessanta opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, che l’artista conservava nella sua ultima dimora e che il figlio Michel donò al Museo.




Da sempre definito il pittore che dipingeva en plein air, “all’aria aperta”, dal 1883 Claude Monet si trasferì a Giverny, una città situata sulla riva destra della Senna in Normandia, dove poi acquistò una proprietà e visse lì fino alla sua morte, avvenuta nel 1926.In quel luogo Monet dipinse molte delle sue più celebri tele e coltivò la sua passione per l’acqua, continuando la ricerca di effetti ricchi di colore e luce.




A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, a Parigi e in tutta la Francia si diffuse la moda della cultura giapponese e Monet fu affascinato dalla particolare filosofia di vita che arrivava dal Sol Levante, che univa la visione della natura alla propria spiritualità. Il suo giardino di Giverny esprime proprio questo: per il suo laghetto fece arrivare i semi delle ninfee dal Giappone, sulle sponde coltivò delle piante esotiche, fece piantare dei salici piangenti e costruire un ponte in stile giapponese, tutto per il piacere di meditare ammirando le bellezze e i colori della natura.








Le ninfee poi rappresentarono per lui icone di un pensiero che andava oltre il dipinto, quella visione astratta della natura che divenne il manifesto dell’Impressionismo e di cui Monet fu il fondatore.L’artista scrisse nel 1912: «No, non sono un grande pittore. Grande poeta nemmeno. Io so solamente che faccio quanto è nelle mie possibilità per rendere ciò che provo davanti alla natura e che più spesso, per arrivare a rendere ciò che sento, dimentico le regole più elementari della pittura».A rievocare Monet nella mostra del Vittoriano, oltre alle sue opere, ci sono i suoi occhiali tondi con le lenti ambrate di giallo, la pipa e la tavolozza con i colori che sembrano essere lì da poco, come se l’artista li avesse lasciati così, per ricordare forse che dietro tutta quell’eterea bellezza dipinta c’è una figura umana.





Dipinte in piena luce solare, con la nebbia o con la pioggia fitta, i soggetti delle sue tele spiccano tra tutte le varianti atmosferiche attraverso pennellate spontanee, che li rendono astratti ma allo stesso tempo carichi di energia tanto da abbagliare con i loro colori e donare un senso di bellezza e serenità.«Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare». (Monet)




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


A Terracina, caratteristica cittadina in provincia di Latina nel Lazio, ho potuto visitare Il tempio di Giove Anxur; un tempio romano del I secolo a.C. sulla sommità del monte Sant’Angelo. Di recente, attraverso il ritrovamento di nuovi reperti archeologici, si è scoperto che il tempio in realtà non era dedicato al protettore della città Jupiter Anxur (Giove fanciullo), ma alla dea Venere.




Le imponenti arcate del tempio formano una grande terrazza affacciata sul mare che offre un suggestivo panorama dei luoghi legati alla maga Circe. Tutto il sito infatti, pur essendo di architettura romana, mi ha ricordato una scenografia molto vicina alle leggende omeriche e mi ha fatto respirare un’atmosfera altamente mitologica.


Terracina, 2/09/2017


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Elena Paoletta C

Presso l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra ad ingresso gratuito Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi, che resterà in programma fino al 19 aprile 2017.

La mostra, oltre ad esporre alcune opere d’arte e riproduzioni di stampe a tema, dove il cibo è riprodotto in scene classiche o satiriche risalenti alla seconda metà del XIX secolo, ha un divertente settore con riproduzioni in plastica delle più note pietanze giapponesi.

Il Washoku è la cultura alimentare tradizionale salutista dei giapponesi; il menu tradizionale prevede miso, misoshiru o zuppa, ma il piatto forte è il riso mescolato con verdura, carne e pesce di ogni tipo con combinazioni che sprigionano il loro sapore. Si tratta di uno stile alimentare che punta al massimo sulla valorizzazione del riso, l’ingrediente fondamentale della cultura gastronomica, sempre presente nel pasto e che si accompagna essenzialmente a brodo o zuppa, al pesce, alle verdure, ai legumi e anche ai dolci.




Il Washoku racconta come la cucina nipponica sia molto più dell’ormai noto sushi; comprende tecniche di lavorazione volte alla conservazione e valorizzazione dei prodotti, nel pieno rispetto della tradizione, della provenienza e della stagionalità in analogia alla dieta mediterranea e alla cucina italiana. Soprattutto per quanto riguarda le verdure e i legumi, si riconoscono tra le principali modalità di lavorazione: la fermentazione, l’essiccazione, la frittura e la cottura in stufato, ognuna delle quali vuole enfatizzare e mettere in risalto le diverse caratteristiche dei prodotti. 

Tutto è pensato per soddisfare il fabbisogno nutrizionale ed energetico della famiglia, ma anche per appagare il senso estetico; infatti l’eleganza delle preparazioni culinarie, l’attenzione al dettaglio nella presentazione e nelle stoviglie utilizzate, il rispetto per il cibo e l’effetto benefico dei pasti, sono tra gli elementi che fanno della cucina giapponese una delle più apprezzate e sane. 

Va ricordato che il popolo giapponese cura particolarmente la qualità dei suoi prodotti e tiene molto all’alimentazione sana; nei piatti preparati amorevolmente non ci sono mai troppi grassi, carne e pesce vengono utilizzati in egual modo e c’è grande uso di legumi, verdure e alghe. 

Una delle sezioni della mostra che mi è piaciuta di più si sofferma sul menù tradizionale giapponese, momento importante nella vita quotidiana scandito da precise regole di comportamento.

Come sempre in Giappone, nulla è lasciato al caso ed ogni minimo dettaglio e comportamento è codificato: le ciotole con le pietanze hanno una loro posizione, così come le bacchette hashi che vengono disposte in modo da avere le punte rivolte a sinistra. 




Due parole sono molto importanti per l’etichetta a tavola: itadakimasu e gochisousama

Itadakimasu, detta prima di iniziare a mangiare, letteralmente significa “ricevere” o “accettare”, ma in questo contesto è ormai divenuta un rito dai connotati quasi spirituali, intesa proprio come una preghiera prima del pasto, un momento riservato alla meditazione e al ringraziamento. Questa parola ha una valenza fortissima; molti erroneamente traducono come “buon appetito” ma in realtà è il ringraziamento che l’essere umano rivolge al cibo che mangia e che gli consente di vivere e che a sua volta era stato essere o elemento vitale. Il sacrificio di animali ma anche di vegetali e legumi avviene nella consapevolezza che il flusso vitale si trasforma e nulla viene sacrificato invano. Da qui ne discende che nulla deve andare sprecato e non si devono lasciare avanzi nelle ciotole o nei piattini, al limite è meglio servirsi poco alla volta.

Gochisousama, ha il significato di “grazie per il cibo” viene invece detta alla fine di un pasto, quando si lascia o si sta per lasciare la tavola ed è rivolta a chi ha preparato il piatto, sia che ci si trovi al ristorante o come ospiti a casa di qualcuno.

I giapponesi nutrono profondo rispetto per una natura così ricca di doni, ponendo in relazione il cibo al culto degli antenati e delle divinità e dando un significato profondo al legame con la terra e la famiglia. Infine c'è il colore e la sua brillantezza: questi piatti della cucina giapponese sono bellissimi da vedere perché realizzati ad arte con un profondo senso del kawaii. Per appagare i due sensi della cucina giapponese: vista e gusto. 

A proposito a chi fosse interessato vi rimando al mio post Vista e gusto…I due sensi della cucina giapponese https://jobok.eu/blogs/58 e alle mie foto della mostra nell'album Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi.




 Roma, 18/02/2017


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Elena Paoletta C

All’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra itinerante della Japan Foundation “Le bambole del Giappone: forme di preghiera, espressioni d’amore”.

Vi sono esposte bambole di ogni genere soprattutto quelle più rappresentative della cultura nipponica, fortemente impregnata di simbolismo e spiritualità che spazia, otre alle varianti regionali, dal folklore (Hinaningyō e Gogatsu ningyō) alla vita quotidiana, dalle antiche arti performative (Nō ningyō o Bunraku/Kabuki ningyō) all’arte contemporanea. Le bambole giapponesi infatti riflettono le abitudini del Giappone e le aspirazioni della sua gente e nel corso dei secoli sono andate sviluppandosi e modificandosi pur restando sempre fedeli alla filosofia prettamente giapponese del kawaii

Kawaii è un termine importante per i giapponesi che oggi ha assunto il significato dell’esteticamente bello, come il nostro “carino” o il cute “inglese”.

Nel suono di questa parola è racchiuso però un universo molto più complesso e profondo che nasce dalla capacità di alcuni oggetti, immagini o persone, di innescare in chi li guarda un incontenibile senso di tenerezza. Nel suo significato classico indica anche i concetti di “timido” ed “imbarazzato”, ma può voler dire “adorabile”, “caro”, “amabile” e “piccolo”, accezioni secondarie che i giovani però hanno preso come primarie. 

Molti anni fa il kawaii era considerato un sentimento che poteva portare a forme di immaturità e infantilismo, perché distraeva dagli obiettivi e dai comportamenti primari pretesi dalla società giapponese.

La cultura kawaii si presenta quindi con molte facce e ha molti livelli di profondità. Il primo è sicuramente l’aspetto visivo che si riflette su significati più sottili: i giapponesi più giovani abbinano il termine e l’immagine all’infanzia, all’innocenza, ad un’unione molto naïve con il mondo della natura, talvolta ad una quasi assenza di pensiero razionale e adulto. Più intimamente, il termine viene associato con l’idea di impaccio del proprio corpo e di conseguenza all’inadeguatezza che si può provare nella vita di tutti i giorni. La causa e allo stesso tempo l’effetto di ciò, si riscontra forse nell’aspetto fisico e nell’atteggiamento bambinesco dei personaggi kawaii dei manga e degli anime, a volte così impacciati nei loro fisici tozzi, con la testa grossa e di età spesso infantile, che rispecchiano appunto la difficoltà dei giovani di sentirsi adeguati alla società. 

Al contrario gli uomini e le donne tra i diciotto e i trent’anni, vivono il sentimento kawaii come una sorta di nostalgia del passato, dei bei tempi infantili ormai andati, una sorta di rimpianto che non riesce a far godere loro del presente. 

L’estetica del kawaii è dunque insita nella cultura giapponese dove c’è sempre un posto per le cose belle, come le bambole, che in questa ottica assumono un’importanza e un significato profondo, legato alle molteplici funzioni che svolgono. Infatti oltre a rallegrare i giochi infantili, le bambole hanno valenza di talismani o di oggetti sacri legati a scopi di protezione o di purificazione e per questo popolano le case nipponiche. A loro le famiglie giapponesi con bambine dedicano una festa il 3 marzo di ogni anno, lo Hina Matsuri, di tradizione millenaria. 




L’origine delle bambole è molto antica e risale al periodo compreso tra il 10000 a. C. e il 300 a. C. chiamato periodo Jomon. Solo tra il Seicento e l’Ottocento la loro diffusione sul territorio divenne capillare e si svilupparono diverse forme e varietà contraddistinte dai dettagli, dagli abiti, dagli accessori e dalle acconciature delle diverse epoche storiche. Il Giappone notoriamente produce un’enorme quantità di bambole; quelle più conosciute, considerate universalmente kawaii, appaiono spesso in manga e anime e aiutano noi occidentali a definire meglio la cultura giapponese. Le bambole maggiormente diffuse sono le Kokeshi, le Hakata e le Daruma.Le Daruma sono rappresentazioni, altamente stilizzate, del patriarca del buddismo Bodhidharma, considerate portafortuna, che vengono vendute nei templi e non solo. Di solito vengono acquistate all'interno o nelle vicinanze dei templi buddisti giapponesi e hanno dimensioni variabili tra i 5 ai 60 cm d'altezza. Se la bambola Daruma è stata comprata all'interno del tempio, il proprietario può riportarla in quel luogo per bruciarla. Le bambole comprate presso un tempio spesso sono marchiate e la maggior parte dei templi rifiutano di bruciare bambole che non hanno il loro marchio. Solitamente vengono bruciate alla fine dell'anno; è un rituale propiziatorio e di purificazione per far sì che la divinità che riceve questo omaggio sappia che la persona che ha espresso un desiderio non ha desistito se questo non si è ancora avverato, ma è su un'altra via per realizzarlo.La Daruma è una bambola senza braccia e senza gambe; ha un volto stilizzato da uomo con barba e baffi. I suoi colori più comuni sono il rosso, il giallo, il verde, ma gli occhi sono dei cerchi bianchi. Usando dell'inchiostro nero bisogna disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi verrà disegnato anche il secondo occhio. Alcune bambole recano delle scritte sulle guance che descrivono il desiderio che il proprietario ha espresso, che può anche essere una richiesta di protezione per i propri cari, mentre il cognome del proprietario può essere scritto sul mento. È consigliato possedere una singola Daruma per volta e fino a che il desiderio non è esaudito, la bambola viene esposta in un punto sollevato della casa, di solito vicino ad altri oggetti importanti come il Butsudan, un altare domestico buddista. A causa del loro basso centro di gravità, alcuni modelli di bambola Daruma si raddrizzano da sole dopo essere state spinte da un lato e per questo motivo sono diventate un simbolo di ottimismo, costanza e forte determinazione. Queste bambole derivano da un modello più antico che si raddrizzava da sola e che era nota come il "piccolo monaco rotondetto" o "piccolo monaco sempre-in-piedi" (Okiagari-kobōshi). Una filastrocca per bambini del XVII secolo, descrive le bambole Daruma dell'epoca in modo assai simile alle loro raffigurazioni moderne: «Hi ni! fu ni! Fundan Daruma ga. Akai zukin kaburi sunmaita!» (Una volta! Due volte! Sempre il Daruma di rosso vestito. Incurante torna seduto!).Le Kokeshi sono bambole tradizionali di legno del nord del Giappone e hanno un design molto semplice che non prevede né braccia né gambe. Realizzate manualmente, hanno un busto semplice cilindrico e una larga testa sferica e i particolari del viso sono dipinti con un segno grafico stilizzato, che suggerisce un’idea di semplicità ed essenzialità. All'inizio del Novecento divennero talmente famose che in Russia furono prese a modello dall'inventore della prima matrioska. Oltre a decorare le case giapponesi, sono ritenute di buon auspicio contro la cattiva sorte e considerate un raffinato oggetto da collezione da regalare a persone molto speciali. Le più conosciute in Occidente sono le contemporanee Kimmidoll, ognuna di un colore diverso a rappresentare i vari valori positivi della vita. 




Le bambole Hakata sono invece realizzate in terracotta e si distinguono dalle altre bambole per l’attenzione alle proporzioni della figura umana e dei dettagli dipinti, tanto da essere riconosciute come opere d’arte alla fine dell’Ottocento.Particolarmente interessanti sono le bambole Ningyō (figura umana) che, da quando hanno iniziato a diffondersi, sono andate incontro ad uno sviluppo di forme, colori e materiali particolarmente eclettico. Bambole di legno, di carta, d’avorio, di canna e di ceramica, bambole con stoffe e tessuti dipinti con motivi e dettagli estremamente curati che rivelano la qualità della manodopera.Nella mostra sono presenti anche le Hagoita, palette rettangolari usate per giocare a hanetsuki, un gioco tipo il nostro volano, ma spesso hanno anche solo scopo ornamentale. Sono in genere dipinte a lacca con simboli di buon auspicio, oppure decorate di elaborati collage di seta. Questa tradizione risale al XVII secolo e, sebbene il gioco dell’hanetsuki non sia più molto popolare, l’artigianato delle hagoita è ancora molto presente in Giappone. In genere le palette sono vendute alle fiere tradizionali che hanno luogo nel mese di dicembre, mentre a Tokyo si possono trovare nei santuari.




Le Karakuri ningyō sono letteralmente bambole meccaniche (dove il termine karakuri significa sì meccanismo, ma anche trucco o inganno) che incontrarono un'ampia diffusione durante il periodo Edo. Come suggerisce il nome, sono delle piccole bambole dotate di un meccanismo nascosto al loro interno che gli permette di muoversi.Esistono tre diversi tipi di Karakuri ningyō. Le Dashi Karakuri, cioè quelle utilizzate nelle feste religiose (i famosi matsuri), che si muovevano su piccoli carri di legno divisi su tre livelli e si ispiravano al Bunraku, il teatro classico dei burattini. Sul livello più alto, si muovevano due o tre bambole che ricreavano storie o miti, mentre in quello intermedio si trovavano i burattinai e in quello più basso i musicisti che accompagnavano lo spettacolo suonando flauti e tamburi.Le Butai Karakuri, ("butai" significa teatro, palcoscenico), venivano usate per dar forma a veri e propri spettacoli teatrali. Molti forse non sanno che in realtà, gesti ed espressioni considerati tipici delle più classiche forme teatrali giapponesi, come il o ilKabuki, sono invece vere e proprie imitazioni o mimiche di queste bambole. I copioni stessi, usati in molti di questi teatri erano stati inizialmente scritti per gli spettacoli di Karakuri e successivamente riadattati per essere interpretati da attori in carne ed ossa.Una forma più piccola di Karakuri sono le Zashiki Karakuri, destinate ad un uso prevalentemente domestico. Erano generalmente considerate articoli di lusso destinati agli antichi feudatari e tecnicamente molto più complesse e preziose delle loro "sorelle" più grandi. La più famosa era senza dubbio la Chahakobi Ningyō, la bambola che serve il tè. Si trattava di una piccola bambola che teneva tra le mani un vassoio; quando il padrone poggiava una tazza di tè sul vassoio, la bambola si metteva in moto camminando nella direzione dell'ospite. Appena questi prendeva la tazzina si fermava per rimuoversi soltanto quando, finito di bere, l’ospite la riposava sul vassoio; allora la bambola si girava e tornava dal suo padrone.Un'altra Zashiki molto famosa è la Yumihiki-Doji, la bambola arciere che, seduta su un piccolo piedistallo di 30 centimetri, afferrava una freccia, puntava il bersaglio e la scagliava, ripetendo quest'azione per quattro volte consecutive. Oggi queste bambole non vengono più utilizzate, ma hanno tutt'ora un peso fondamentale nell'evoluzione delle arti e della tecnologia giapponese e se ne possono ammirare alcuni esemplari solo nei musei.La mostra propone quindi delle vere e proprie opere d’arte, che si contraddistinguono per lo stile e la cura del dettaglio grazie alla bravura degli artigiani che le realizzano e che aiutano il visitatore a capire meglio ed apprezzare vari aspetti della cultura del Giappone. Potrà essere visitata fino al 28 dicembre 2016, è ad ingresso libero e con visite guidate gratuite.




 Roma, 4/10/2016


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Elena Paoletta C

La mia personale esperienza al ristorante Akira, mi ha ricordato di alcuni appunti che avevo preso per un paragrafo della mia tesi e che riguardavano la cucina giapponese. Ora mi sembra il momento adatto per condividerli.

La cucina giapponese è una vera e propria arte. Solitamente per gli occidentali la cucina è prima di tutto rivolta all’appagamento del gusto, mentre per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco a tavola.

Per questa cucina infatti il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori e di forme che siano complementari ed equilibrate. 

L’occhio poco esperto dell’occidentale non ci fa caso, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze si deve porre attenzione innanzitutto a come sono disposte le geometrie dei cibi e dei piatti, la regolare ed attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi, lo studio del colore di ciò che viene mangiato e perfino la ciotola dove viene servito. Tutto è sicuramente creato per essere guardato e poi assaggiato.

Al pari dei manga e degli anime, la cucina giapponese ha contribuito senza dubbio a far conoscere la cultura di questo lontano Paese, rimasto sconosciuto ai più per molto tempo e che ora vede in Occidente il proliferare di ristoranti tipici, dove il riso è l’alimento base di ogni piatto. 

La pietanza più nota del Giappone è senza dubbio il Sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce e che viene consumato con wasabi, una salsa molto piccante o shoyu, più noto come salsa di soia. Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell'Asia orientale e sud-orientale; talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell'inglese salsa Worcester.

Un altro tipo di salsa molto comune è il teriyaki; termine che si riferisce ai piatti cucinati con il suo impiego e alla tecnica con cui vengono preparati. La salsa e i piatti correlati sono caratteristici della cucina giapponese tradizionale. Tra gli svariati alimenti cucinati con la salsa teriyaki vi sono pollo, manzo, pesce, frutti di mare, tofu e tanti altri. Secondo la tradizione giapponese una pietanza teriyaki va consumata con il riso al vapore e verdure come accompagnamento.

Un piatto tipico è la Tempura, una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, pesci, crostacei e molluschi per poi friggerli, mantenendoli così leggeri e croccanti. 

Conosciuto in Occidente è anche il miso, un condimento ottenuto dalla soia, che serve per la marinatura e il condimento di piatti. Nell’anime Nana si vede cucinare spesso la zuppa di miso, una pietanza che viene servita soprattutto nelle giornate fredde.

Un altro piatto conosciuto fuori dal Giappone e molto apprezzato è il Ramen, che presenta varianti in ogni località nipponica, anche se è di origine cinese. È a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni di maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais. Teuchi, il proprietario del chiosco di ramen della serie animata Naruto, ha un grande rispetto per le arti culinarie e il suo ramen, a detta dello stesso Naruto, è il più buono del mondo. Curioso notare che il nome Naruto è anche quello di un tipo di kamaboko (cipolla) con una caratteristica spirale rosa, usato appunto nel ramen.




C’è un’enorme parte della cucina giapponese che non è però conosciuta; piatti nipponici visti in centinaia di anime e manga, ma difficili o quasi impossibili da trovare nei ristoranti occidentali.Il Nabemono, per esempio, è un piatto caldo il cui funzionamento è simile a quello della fonduta: gli ingredienti crudi come carne, pesce, funghi e verdure vengono immersi nella pentola in cui bolle il brodo e consumati sul momento. Per festeggiare l’inizio della seconda serie, i personaggi dell’anime Gintama decidono di mangiare la nabe, ma il diritto a prenderne il primo boccone darà inizio ad una folle guerra psicologica. Gli Udon sono gustosi “spaghettoni” che vengono serviti in un’infinità di varianti e con porzioni abbondanti. Il personaggio di Mirai dell’anime Kyokai no Kanata, che per mantenere i suoi poteri deve mangiare molto, va a rimpizzarsi in un ristorante dove si può mangiare quanto si vuole fino a scoppiare. Gli amici se ne accorgono perché quando la incontrano le cola il naso a causa del brodo bollente che ha ingurgitato velocemente. I Soba sono spaghetti di grano saraceno che vengono serviti in brodo, asciutti, caldi o freddi. Essendo quasi privi di grassi ma ricchi di vitamine e minerali, sono molto richiesti. Le ragazze del manga K-On, durante il festival scolastico gestiscono un ristorante di pane alla yaki soba, soba cotta alla piastra, che è stato poi realmente commercializzato in Giappone. Il Taiyaki è un tortino dall’inconfondibile forma di pesce. Solitamente è ripieno di anko, una marmellata di fagioli, ma anche di crema o cioccolato. Vista l’innata capacità dei giapponesi di rendere tutto kawaii, ossia grazioso, i takoyaki vengono spesso rappresentati con la boccuccia e gli occhioni.




Il riso al curry è uno dei piatti più amati dai giapponesi; la miscela di curry cremoso, carne, verdure e funghi è solitamente servita con il riso, ma è buonissima anche con gli udon o in un particolare panino fritto come si vede nell’anime Black Butler, dove il maggiordomo Sebastian inventa il panino fritto al curry (Karē pan man/ Curry bread man) per vincere un concorso di gara culinaria di piatti a base di curry. Uno dei motivi di rivalità tra Ranma ½ e Ryoga è proprio il panino al curry che si contendono a pranzo quando sono a scuola. Il riso al curry compare in quasi tutti gli anime diretti da Kunihiko Ikuhara: in Sailor Moon, Usagi e Mamoru aiutavano Chibiusa a cucinarlo e in Mawaru Penguindrum, Ringo lo considera il cibo da mangiare con chi si ama.In molti anime ci sono personaggi golosi di Tamagoyaki, una omelette giapponese molto particolare; le uova infatti vengono sbattute aggiungendo mirin e zucchero o salsa di soia e spezie, a volte anche del sakè, per poi friggere il composto ottenuto in una padella speciale, la makiyakinabe. Il tamagoyaki è uno dei piatti serviti a colazione e spesso viene incluso nel bento, il particolare portapranzo nipponico, sia nella versione dolce che salata. Il Gyudon è un piatto semplice ma saporito, che consiste in straccetti di carne e cipolla conditi con una salsa agrodolce e adagiati sul riso bianco bollito. Come spesso accade nella cucina giapponese, ha il pregio di essere un pasto completo. Okarin in Steins;Gate, una visual novel del 2009 da cui sono stati in seguito creati gli adattamenti manga e anime, si trova spesso a parlare in un ristorante di gyudon e sostiene che un vero guerriero dovrebbe riuscire a mangiarne da solo non un solo piatto, ma tutto quello cucinato. I Gyōza, sono ravioli ripieni di carne di maiale, una variante degli jiaozi cinesi ma con la pasta più sottile, cucinati con un bel po’ di aglio. Si mangiano caldi, conditi a piacere con salsa di soia e aceto di riso. I personaggi degli anime, a causa del loro forte sapore di aglio, iniziano a preoccuparsi quando il loro love interest li ordina ad un appuntamento. Anche se la loro consistenza somiglia ai pancake, gli Okonomiyaki sono definite per comodità “le pizze giapponesi”. Li cucinava Marrabbio, il padre di Licia nella serie animata televisiva Kiss Me Licia (1982), nel suo ristorante, ma si vedono anche in Ranma ½ (1989), quando Ukyo usa un’enorme paletta da okonomiyaki come arma da combattimento o nelle scene in cui lancia queste pizze dietro ai suoi nemici.L’omourice è una frittata di riso fritto. Il suo nome viene dalla parola francese omelette e da quella inglese rice; è molto popolare non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud e a Taiwan. Il piatto è costituito dal riso fritto con pollo, avvolto in uno strato sottile di uovo fritto e condito di solito con il ketchup. I famosi Onigiri, probabilmente il cibo che compare più spesso negli anime, sono la prima cosa che che un appassionato di manga e anime occidentale mangia appena arriva in Giappone. Leggeri e sfiziosi, sono palline di riso avvolte nell’alga nori e farcite di quel che si preferisce. In Sailor Moon la prima volta che Usagi parla a Makoto ne approfitta per mangiare i suoi onigiri fatti in casa che hanno la forma di orsetti, coniglietti, panda e maialini. Infatti il riso si presta particolarmente come alimento per dare forma a diverse figure anime divertenti ed invitanti, come appunto le faccine di animaletti.




Il Katsudon è simile al gyudon, ma sopra al riso ci sono l’uovo e morbide fette di cotoletta di maiale impanata. È di buon auspicio mangiarlo prima di un evento importante, come un esame o una competizione sportiva. I nuotatori dell’anime Free! (2012), la notte prima della staffetta alle regionali, vanno a mangiare tutti insieme il katsudon per esorcizzare la sfortuna. Il Tonkatsu è composto invece da una cotoletta di maiale alta uno o due centimetri, impanata e fritta in abbondante olio. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme al cavolo cappuccio tritato e alla zuppa di miso. La Karaage è una frittura leggermente marinata in salsa di soia, aglio e zenzero. La versione più comune è quella a base di bocconcini di pollo, ma anche di seppie, polpo e manzo. Negli anime il karaage è un tipico elemento dei bento più accurati, i colorati portapranzo che rallegrano le pause scolastiche o lavorative nella gran parte delle storie. Kyaraben sono i bento dei più giovani. Preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime, esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola.




Le Takoyaki sono palline di polpo in pastella, servite con scaglie di tonno essiccato, maionese e salsa otafuku, un condimento denso e dolce di colore scuro. Sono uno spuntino tipico dei matsuri, le feste tradizionali, per questo si vedono negli anime quando ci sono eventi o festival da mostrare. Infilzati in uno spiedo, sono spesso rappresentati in modo kawaii con i grandi occhi e la boccuccia sorridente.In moltissimi anime, come Sailor Moon, nei bento si notano dei piccoli wurstel tagliati a forma di polipetto. Per prepararli si può usare un coltello o delle formine apposite per praticare dei tagli verticali e, mentre si cuociono bollendoli o arrostendoli, questi si aprono e formano i tentacoli. Per fare gli occhi e la bocca del polipetto si usano semi di sesamo nero oppure la fascia di tessuto tradizionale giapponese hachimaki con alga nori. I wurstel possono avere anche la forma di piccoli calamari o granchietti. Anche i dolci hanno un posto importante all’interno di manga e anime. Nella sua classica posizione da seduto con le ginocchia vicino allo stomaco, Elle in Death Note ne divora in ogni momento della giornata e la magica Creamy nella serie animata a lei dedicata, per il suo nome d'arte prende spunto dal sempre affollato chiosco di crepes dei genitori.Impossibile non collegare alla serie animata DoraemonDorayaki, deliziosi panini dolci dall’impasto simile ai pancake e farciti di anko, la marmellata di fagioli rossi (azuki), di cui il famoso gatto robot ne è ghiottissimo. In Occidente, nei numerosi festival e convention dedicati all’Oriente, si possono trovare farciti con la più classica nutella. 




I Mochi sono popolarissimi dolcetti a base di pasta di riso glutinoso; sono tondi o cilindrici, morbidi, colorati e gommosi, molto carini oltre che buoni. Sono i dolci tipici del capodanno ed esistono semplici o farciti ma, data la loro consistenza, il rischio di soffocare è concreto, per questo spesso vengono usati nelle scene di manga e anime a sfondo comico. Un dolce classico è la Kurisumasu keki, la torta natalizia giapponese. Il Natale in Giappone è una festa importata e si è sviluppata per fini commerciali; infatti il 25 dicembre è tradizione andare a cena fuori e scambiarsi regali tra amici e fidanzati, ma non può mancare assolutamente la torta panna e fragole. Nell’anime Nana, Hachi ne prepara una per i suoi amici del complesso Black Stones per festeggiare il loro primo concerto e una torta di fragole, regalata da una fan, addolcisce la fredda notte di Nana e Ren, che se la dividono sotto la neve. Anche l’industria delle caramelle giapponesi è altamente competitiva per quanto riguarda il kawaii, tanto da sfornare nuovi prodotti ogni settimana in tutto il Paese. In questa lotta per conquistare lo spazio sugli scaffali dei negozi, alcune caramelle sono diventate dei classici e sopravvivono da molti decenni. Tra queste molte hanno un disegno carino, come le Apollo Strawberry Chocolate con una forma ispirata al programma spaziale Apollo del 1960 o le Konpeito, un tipo di caramelle a base di zucchero che sono il cibo preferito di una creatura immaginaria nota come “gremlin della fuliggine” (Susuwatari). Se c’è una cosa che affascina del cibo giapponese sono sicuramente gli snack e in particolare la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in uno spuntino da poter confezionare e mangiare al volo.Insoliti, colorati, improbabili, gli snack giapponesi sembrano usciti direttamente da un anime e rappresentano un universo a parte all’interno della complessa cultura culinaria giapponese.Il primo boom degli spuntini in Giappone avvenne nel quindicesimo secolo, quando i samurai inventarono piccoli alimenti da portarsi dietro in previsione di lunghe battaglie. Molti di questi snack sono sopravvissuti fino ad oggi. L’ondata successiva di innovazione degli spuntini arrivò nel 1860, dopo che i mercati giapponesi improvvisamente aprirono i commerci con l’estero. Gli spuntini in stile occidentale furono tra i primi prodotti delle fabbriche giapponesi che annunciarono l’inizio dell’industrializzazione del Giappone. L’industria alimentare degli spuntini è diventata altamente competitiva e le marche più popolari introducono nuovi sapori e nuovi prodotti su base mensile, al fine di ottenere sempre più spazio sugli scaffali di negozi e supermercati. Il problema è che gli spuntini vanno e vengono rapidamente; appena qualcosa inizia ad essere di gradimento comune, ne viene smessa la produzione. In questo ambiente in continuo cambiamento, sono pochi gli snack che hanno resistito nel tempo fino a diventare dei classici intoccabili.Non c’è limite a quello che si può acquistare inserendo una monetina in un distributore automatico di cibi e bevande; i distributori automatici sono una presenza costante per i giapponesi, si trovano ovunque e contengono qualunque cosa.Tra gli snack dolci sono immancabili quelli al cioccolato, ma tra i tanti ce ne sono con varianti alla fragola, al tè verde e all’anguria. Il Kit Kat trova i suoi natali nel Regno Unito ed è probabilmente uno degli snack più “anziani”, considerando che venne alla luce nel lontanissimo 1935 con il nome di Rowntree’s Chocolate Crisp. In Giappone il wafer interno del Kit Kat rimane quello, con la stessa friabilità e croccantezza, ciò che varia è la crema del ripieno e lo strato di copertura esterno. Viene realizzato in decine di gusti e colori diversi tra i quali, quello al cheesecake, alla mela verde, ai fagioli rossi e alla patata dolce. Il kit kat è molto popolare tra i ragazzi giapponesi perché viene considerato un portafortuna per gli esami; infatti il suo nome è molto simile ad una frase che significa “sicuramente vincerai”. I Pocky, che corrispondono ai Mikado occidentali, sono i più popolari dolci da merenda giapponesi. Nascono come un semplice bastoncino di biscotto avvolto per metà da una crema al cioccolato al latte e solo più tardi, nel 1976, vennero aggiunte delle varianti: banana, fragola, cocco, tè verde, mandarino, melone, litchii e ai più impensabili sapori, come quelli al gusto di pizza o di insalata, ma quelli al cioccolato nella confezione rossa sono un classico senza tempo. Varianti più ricche e sostanziose si ritrovano nelle edizioni speciali, molto più simili a veri e propri dessert che a semplici snack per sopprimere la fame tra un pasto e l’altro. La copertura del biscotto è di quantità maggiore e comprende i sapori dei dolci tradizionali di tutto il mondo, come la torta alla fragola, castagne glassate (marron glaces), e anche il tiramisù. Il termine pocky è onomatopeico; si riferisce infatti al suono che fa quando è morso “pokkin”. Restano uno degli snack più popolari tra i teenegers locali e per questo sono spesso rappresentati in manga e anime dedicati alla loro fascia di età. Pocky è uno snack particolarmente amato dai giapponesi sia per la sua forma che per la caratteristica confezione che lo rende uno spuntino facilmente condivisibile con amici o colleghi, quindi adatto alle merende in compagnia, per i viaggi e gite. La confezione stessa è stata studiata per essere pratica e maneggevole, in modo da poter essere portata dovunque occupando il minimo spazio indispensabile. Complice della diffusione del Pocky, anche nel panorama occidentale, è sicuramente il mondo degli appassionati di manga e anime. Non è raro infatti trovare i protagonisti delle loro serie preferite mentre si rilassano sgranocchiando i famosi bastoncini glassati al cioccolato, o intenti a condividerli con i compagni tramite l’ormai celebre Pocky Game, un gioco le cui regole sono semplici e che viene ripreso nella realtà: ogni giocatore prende tra le labbra un’estremità del biscotto e inizia a mangiarla fino a che le due bocche non si incontreranno al centro; chi rompe il bacio perde. Il Tokyo Banana è un dolcetto a forma di banana molto popolare tra i turisti che lo acquistano come souvenir da portare a casa al loro rientro in Patria. Il Tokyo Banana è fatto di pandispagna, con un ripieno cremoso di vari gusti. Molte caratteristiche sono le decorazioni kawaii e soprattutto il modo con cui vengono confezionati.




Tra gli snack salati, gli Umaibo sono quelli più venduti in Giappone. Si trovano al gusto di formaggio, alla pizza, al takoyaki (polpette ripiene di polpo) e al più normale gusto salad. Hanno la forma di bastoncini e la consistenza di patatine al formaggio; sulla loro confezione è raffigurato il gatto protagonista del famoso anime Doraemon. In Giappone le patatine fritte confezionate hanno i gusti più diversi che vanno dalla maionese e capesante, al wasabi, alle alghe, all’umeboshi (prugne salate), al tè verde, al cornetto e al caffè.Ci sono poi snack molto particolari che non trovano riscontro in Occidente come le sfoglie di calamaro essiccato con maionese, i crackers alle alghe o i calamari fritti al cioccolato; tutti rigorosamente confezionati in pacchetti monoporzione, pronti per essere consumati.L’atto di mangiare in Giappone, non è dunque un semplice gesto per nutrirsi, bensì è una parte intrinseca della cultura nipponica. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia, sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata e il suo rispetto per ogni forma di espressione artistica.



Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at http://jobok.eu/user/Elena91


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