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Elena Paoletta C


La notte del 24 febbraio a Los Angeles verranno assegnati gli Oscar. Quest'anno nella categoria animazione c'è Mirai di Mamoru Hosoda. Riuscirà il regista giapponese a prevalere sull'ennesima vittoria Disney?




Per leggere la recensione dell'opera, cliccate sul link https://www.otakusjournal.it/mirai/

Elena Paoletta C

Mirai è il nuovo anime del regista Mamoru Hosoda che ha conquistato la critica di Cannes lo scorso maggio, dove è stato proiettato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalizateurs 2018 e che è stato in programmazione nelle sale cinematografiche italiane il 15-16-17 ottobre.




Il film conferma il fatto che quasi tutte le opere di Hosoda sono fortemente influenzate dalla sua vita. Nel 2006 La ragazza che saltava nel tempo, vedeva la protagonista sfidare il tempo tornando nel suo passato per poi lasciarsi raggiungere dal presente e questo rifletteva lo stato mentale del regista che in quel momento si apprestava a diventare indipendente e a sposarsi. L’avvicinamento di Hosoda agli emergenti social network può ravvisarsi in Summer Wars del 2009, mentre in Wolf Children tutto il suo dolore per la perdita della cara madre è ben rappresentato dall’ululato del Lupo-Ame che echeggia tra le montagne. Nel 2015, dopo la nascita del figlio, con The Boy & The Best sosteneva che la responsabilità di tramandare conoscenze ed esperienze alle giovani generazioni risiede negli adulti.




I temi dell’amore filiale e della relazione genitore-figlio sono il denominatore comune nel lavoro di Mamoru Hosoda, ma in Mirai questi temi appaiono attraverso i modi in cui i personaggi esprimono il loro affetto e crescono insieme. La novità sta nel fatto che il regista affronta questo suo tema preferito attraverso il punto di vista di un bambino di quattro anni, Kun che deve affrontare l’arrivo della sorellina Mirai nella sua famiglia.




Geloso fino alle lacrime, il piccolo cerca, tra capricci e ricatti, di attirare l'attenzione dei genitori monopolizzata dai bisogni primari di Mirai e colma quella che lui avverte come una perdita di affetto, rifugiandosi nel cortile della casa dove un albero genealogico magico lo catapulta in un mondo fantastico in cui il passato e il presente si confondono.




Il giardino e il suo albero sono potenti simboli che legano e intrecciano i temi del cambio delle stagioni, del passare del tempo e della genealogia, perché proprio in quel luogo Kun incontra i suoi parenti in epoche e avventure diverse scoprendo la sua storia e trovando la sua identità. Ogni volta che il bambino si comporta male nei confronti della sorellina o dei genitori, la dimensione realistica del film lascia il campo a quella fantastica. Vede allora la personificazione del suo cane che gli spiega come anche lui abbia sofferto la perdita di attenzioni quando Kun è entrato a far parte della famiglia; viene accompagnato in avventure surreali dalla sorella magicamente diventata adolescente (Mirai significa “futuro”) e quindi più grande di lui; incontra la mamma quando era bambina e può vedere come caratterialmente gli somigli così tanto e il nonno da giovane, nel momento in cui conosce la nonna e dà il via a quella che sarebbe diventata poi la sua famiglia.




Tutto il film si snoda tra i piccoli gesti come scendere le scale, andare in bicicletta, reclamare l'attenzione degli adulti o strillare a perdifiato, con le osservazioni, i comportamenti e le espressioni tipiche dell'infanzia.

Tutto ciò che riguarda la via famigliare è reso da Hosoda con la semplicità delle azioni quotidiane e la maestria dei disegni, ma è necessario un po’ di soprannaturale per intraprendere quel percorso di crescita e di formazione necessario all’intera famiglia. È allora che storia e visivo rendono al meglio; è in quelle scene che si ammirano i disegni e i colori più forti come nella ricostruzione della stazione futurista o dove il passato riesce meglio a spiegare il presente come nell’incontro tra Kun e il nonno. Il potere immaginario del bambino è dunque il punto di forza del film, quello che ne traccia una trama altrimenti chiusa all’interno della normale amministrazione della vita di una giovane famiglia. Ma è la domanda che forse Hosada vuole porre allo spettatore quella che racchiude la sua poetica: come siamo arrivati qui e dove siamo diretti? E la risposta la suggerisce nell’affermazione visiva che ciò che viene tramandato di generazione in generazione non è altro che l’eterna continuità dell’esistenza.




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Elena Paoletta C

万引き家族 Manbiki kazoku (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore-eda, è il film che quest’anno ha vinto a Palma d’oro Cannes. Il regista giapponese è il maestro dei rapporti famigliari ed era già stato molto apprezzato nel 2013 vincendo il Premio della giuria a Cannes con il suo Father & Son

Anche in questa sua ultima opera al centro c’è una famiglia con dei componenti particolari: infatti queste persone, segnate da un doloroso passato, si sono conosciute un po’ per caso e un po’ per scelta e si sono assegnate dei ruoli e dei compiti che vanno al di là di ogni regola civile e di ogni convenzione sociale. Sono quindi una famiglia? Ma cos’è una famiglia? Quando si è una famiglia? Conta di più il legame di sangue o la scelta di affetti?




Il regista sembra avere le idee chiare a tal proposito e senza voler insegnare niente, riesce a mostrare quanto sia difficile catturare la verità nei fatti che veniamo a sapere o che ci sono raccontati, spiazzando e ribaltando ogni pregiudizio. Il film è un girotondo di sentimenti forti, di difficoltà economiche però mai drammatizzate, di momenti familiari spensierati e commoventi, soprattutto due: i fuochi d’artificio osservati con aria sognante da tutta la famiglia insieme e la scoperta del mare negli occhi dei bambini.




Inevitabilmente ci sono situazioni che suscitano perplessità ma che alla fine fanno riflettere con un sorriso, come quando un padre seppur inadeguato riceve uno sguardo affettuoso o quando una nonna morente sussurra al vento il suo “grazie” a quella che per lei è la sua famiglia. Anche se cinematograficamente il tempo è scandito dalla vita all’interno della casa e dai suoi riti quotidiani, quello che costruisce la trama è il tempo dei sentimenti, quelli veri; quelli che in questa famiglia strampalata abbondano, quelli che sono alla base di questo nucleo costruito con una naturalezza che offusca la realtà e avvolge tutto, anche le imperfezioni, con il bisogno di amare.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
Mary e il fiore della strega è il primo film che il regista Hiromasa Yonebayashi ha creato insieme ad altri colleghi nel suo nuovo Studio Ponoc, dopo aver lasciato lo studio Ghibli. In realtà è il suo terzo film perché aveva debuttato nel 2010 con Arrietty, il maggiore incasso del cinema giapponese di quell'anno, seguito poi da Quando c'era Marnie nel 2014 che è stato nominato agli Oscar.




Impossibile guardare Mary e il fiore della strega senza notare omaggi e similitudini con altri film. Quando Mary giunge alla scuola per streghe con tanto di professori, aule e strani corridoi è facile immaginare le atmosfere di Harry Potter descritte da J.K. Rowling, oppure rintracciare nel percorso che la porterà al fiore magico elementi di Alice nel Paese delle Meraviglie.  Nell’opera di Yonebayashi però si cita tanto e soprattutto Miyazaki, partendo dalle atmosfere fantasiose e magnifiche de La città incantata e de Il Castello errante di Howl, fino a Kiki consegne a domicilio dove la streghetta vola con la scopa insieme al suo gatto nero Jiji.




Ma non solo. Tutto il film è pieno di metafore sul volo e sull’ecologia, temi carissimi a Hayao Miyazaki che sicuramente sono rimasti impressi a Yonebayashi dopo vent’anni passati nello Studio Ghibli, come da sua stessa ammissione: «Dopo la chiusura del reparto di produzione dello Studio Ghibli, me ne sono andato da lì con alcuni colleghi. È stato un momento di grande tristezza per chi come me aveva amato lo Studio Ghibli, e anche di delusione, perché dopo aver finito “Quando c'era Marnie”, avevo un solo pensiero in mente: fino a quando ne avrò la possibilità, voglio fare film d'animazione». Con questa motivazione nel 2015 il regista insieme al produttore Yoshiaki Nishimura, entrambi noti per il loro lavoro presso lo Studio Ghibli, portando con sé altri animatori dello stesso Studio, hanno fondato la casa di produzione Ponoc. Il nome deriva da una parola serbo-croata che significa "mezzanotte", ovvero l'inizio di un nuovo giorno, a 100 anni esatti dalla nascita dell'animazione giapponese. «Il momento in cui un giorno finisce e un altro comincia», ha dichiarato Yonebayashi, anche se in un’epoca ricca di animazione digitale, lo studio Ponoc ha voluto mantenere il valore delle immagini “animate come una volta”. 




Mary to Majo no Hana è basato sul romanzo La piccola scopa della scrittrice britannica Mary Stewart, pur mantenendo la struttura di una fiaba. Sicuramente questo non è una novità, ma l’essersi aperti ancora una volta a racconti britannici e non a manga giapponesi per trovare l’idea giusta, denota un’ammirazione verso quella letteratura europea che ha ispirato in passato tanti meisaku, il genere di anime la cui sceneggiatura è sempre ispirata a un romanzo occidentale, reinterpretata in chiave nipponica soprattutto riguardo le psicologie e le interazioni dei personaggi.



Il primo film prodotto dallo Studio Ponoc è quindi la storia di Mary, una bambina come tante alle prese con un mondo magico e una scuola di magia. Trasferitasi prima dei suoi genitori nella casa della prozia Charlotte, circondata da persone anziane e con nulla da fare se non piccole commissioni, Mary si annoia terribilmente mentre trascorre gli ultimi giorni d’estate. Per questo combina pasticci cercando di aiutare gli altri o passa del tempo bighellonando per la campagna.È proprio qui che fa uno strano incontro con due gatti che la introducono in una foresta dove troverà il fiore più raro di tutti. Questo infatti fiorisce una sola volta ogni sette anni ed è capace di donare, se pur per poco tempo, poteri magici. Mary potrà così cavalcare una scopa che la condurrà fino a una misteriosa scuola di magia per aspiranti maghi e streghe, il College Endor, dove però si cela un terribile segreto… 




Non ci sono solo i gatti, ma nel film gli animali hanno tutti un ruolo decisivo perché mettono in moto una serie di eventi che porteranno Mary a mettersi in gioco sfidando poteri ben al di sopra di lei. I bambini e gli animali sono un binomio perfetto: non si contano nella storia dell’animazione le storie di amicizia e tenerezza che riguardano piccoli protagonisti di ogni tipo, così anche Mary si ritroverà a dover fare scelte coraggiose per salvarli.




Da tutti i protagonisti delle storie targate Ghibli, Yonebayashi ha saputo cogliere le migliori sfumature: Mary ha la scopa e il gatto nero di Kiki, i capelli "pel di carota" di Anna dai capelli rossi e Arrietty, ha dovuto traslocare da poco come le sorelle Satsuki e Mei de Il mio vicino Totoro e, come in Quando c’era Marnie, dovrà confrontarsi con qualcosa accaduto nel passato di una donna della sua famiglia. Arrietty doveva affrontare un ignoto molto più grande di lei; Anna e Marnie dovevano fare i conti con la propria solitudine per poter andare avanti. 




Mary dimostra che il coraggio può superare tutto e capirà che trovare la forza dentro sé stessi è più potente di qualsiasi magia, anche di quella data da un fiore fatato. Un po’ come ha fatto Yonebayashi, che ha deciso di continuare a realizzare film da solo, anche dopo aver perso il sostegno della straordinaria atmosfera dello Studio Ghibli.




Mary e il fiore della Strega è un film per tutti; è una storia di libertà, coraggio e di un’amicizia che fa vincere ogni paura e prendere coscienza delle proprie capacità e dei propri limiti.Mary è un personaggio che sbaglia e fallisce, ma non si scoraggia mai e si rialza ogni volta. È una forza che non si incontra facilmente, neanche tra gli adulti, incapaci nel film di migliorare senza la magia. Yonebayashi dice di Mary: «Vorrei che gli spettatori la vedessero e decidessero di fare come lei, di lottare e andare avanti. Per quanto possibile, vorrei che i bambini pensassero con la loro testa senza condizionamenti, proprio come Mary».Mary si rivela una ragazzina coraggiosa e responsabile, che non lascia nessuno indietro ed è disposta a correre rischi anche per amici appena conosciuti. Quello che Yonebayashi vuole raccontare è la bellezza della crescita interiore, il passaggio da bambini ad adulti, insieme alle sfide che tutto ciò porta: «Le nostre storie raccontano di piccoli eroi, che nonostante le loro debolezze affrontano con grande coraggio i propri problemi».Vivace come la sua protagonista, il film è avvolto da un alone magico simile a quello che contagia Mary quando trova il fiore della strega. Si resta abbagliati soprattutto dai luoghi e dalle creature del film e conquistati dal coraggio di Mary. 




Tutta l’ambientazione è coinvolgente ai fini della storia: dai fondali spettacolari ai colori decisi che contribuiscono fortemente a divertire ed incuriosire sul fantasioso mondo in cui precipita la protagonista tanto da rimanerne affascinati fino ai titoli di coda. Il regista precisa: «Proprio perché sono i bambini a guardare le nostre opere, la ricerca e la preparazione deve essere fatta con la massima cura. Questo è per noi un concetto fondamentale. Anche quando abbiamo creato Mary, nonostante fossimo un'azienda senza molte disponibilità finanziarie, siamo andati di persona a visitare le location. In questo modo, abbiamo potuto catturare le sensazioni di ciò che osservavamo, e le abbiamo portate sullo schermo. Un'altra lezione è quella di non chiudersi dentro l'opera, ma lasciare che gli spettatori raccolgano ciascuno un suo pezzo, un suo tema, e se lo portino via con sé». E questo io l’ho fatto.




Elena Paoletta
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Elena Paoletta C


Il 24 e il 25 ottobre alcuni cinema italiani hanno proiettato nelle loro sale La forma della voce ( 聲の形 Koe no katachi), il nuovo anime della Kyoto Animation scritto da Reiko Yoshida (già sceneggiatrice de La ricompensa del gatto prodotto dallo Studio Ghibli) e diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi. Distribuito da Nexo Digital e Dynit, il film è tratto dal manga di Yoshitoki Oima che è stato acclamato dalla critica, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato molto apprezzato dal pubblico tanto che i sette volumi che compongono la serie completa sono stati venduti in milioni di copie sia in Giappone che all’estero.Spesso per molti l’animazione viene considerata solo come puro intrattenimento o semplice evasione, quando invece tratta anche problemi sociali e argomenti complessi sulla realtà che ci circonda e che ha per protagoniste persone vere, con le loro esperienze di vita, le loro fragilità e i loro sentimenti. Certo ci vuole coraggio, delicatezza e sensibilità per non cadere nella retorica o in toni troppo drammatici, ma soprattutto occorre avere la voglia di raccontare qualcosa non per se stessi ma per qualcun altro. Naoko Yamada è riuscita a realizzare un’opera profonda e realistica sul tema del bullismo a scuola, una piaga sociale che riguarda molti giovani e non solo; probabilmente la mangaka ventottenne Yoshitoki Oima doveva conoscere abbastanza bene questo tema, visto che ha iniziato a scrivere i primi tre volumi quando aveva diciotto anni.La Forma della Voce racconta le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, che diventa vittima del bullismo del suo compagno delle elementari Shoya Ishida, un bulletto amante delle bravate. Il ragazzo è incapace di relazionarsi con lei, che comunica solo scrivendo su un quaderno, e questo lo porta al totale disinteresse, al non volere né conoscere né sapere nulla di chi considera diverso. Questa sua incapacità è un problema che non vuole ammettere perché è più facile incolpare gli altri dei propri limiti che considerarli tali e cercare di correggerli. È più facile vedere fragili gli altri che riconoscere di esserlo: dentro Shoya balena un lampo di odio verso la ragazza e scattano così una serie di molestie e atti di bullismo che poi finiscono con il coinvolgere quasi tutta la classe. Shoku è una ragazza delicata, molto fragile, dolce e timida e all’inizio attira le attenzioni dei nuovi compagni di classe proprio per il suo modo di comunicare.




L'iniziale curiosità e il loro volenteroso sforzo, scrivendo piuttosto che parlando normalmente, inizia però ad affievolirsi presto e, un po’ per volta, le attenzioni che le vengono rivolte diventano di tutt'altra natura, rendendola la vittima preferita di frasi offensive e scherzi pesanti, come quello di strapparle gli apparecchi acustici e gettare i suoi quaderni in una fontana.L’approfondimento dell’argomento di cui tratta l’opera arriva dal personaggio di Shoya Ishida e dai suoi comportamenti prima dell’entrata in classe della sua nuova compagna. L’anime inizia con lui che passeggia lungo un ponte e poi si ferma ad osservare l’acqua sottostante con lo sguardo ipnotico, lasciando intendere che pensa di suicidarsi. I ricordi affollano la sua mente, soprattutto un episodio della sua infanzia che più di tutti ha condizionato il suo modo di essere attuale. Si rivede infatti in quel ragazzino scapestrato che sfidava continuamente gli amici a saltare nel fiume da altezze pericolosissime, sempre ammirato e cercato da tutti. Questo è il punto di partenza su cui verranno a ricomporsi i vari pezzi della sua vita attraverso tutto lo svolgersi del film. L’arrivo in classe della ragazzina silenziosa, fin troppo gentile ed educata, il disagio di Shoya davanti a tutto ciò e il suo conseguente bullismo, non fanno che aumentare il suo ruolo di leader fino a quando tutte le prepotenze superano il limite attirando l’attenzione degli adulti.Shoko è costretta a cambiare scuola e Shoya viene lasciato solo dai suoi compagni, che oltre a scaricargli addosso tutta la responsabilità delle azioni violente, lo fanno diventare la nuova vittima prescelta emarginandolo e costringendolo così a guardare il mondo con occhi diversi. A questo punto l’anime ritorna al presente: in preda ai sensi di colpa che lo hanno accompagnato negli anni successivi, Shoya decide di imparare il linguaggio dei segni, di cercare Shoko per chiederle scusa e farsi perdonare. Questo suo percorso lo porterà anche a incontrare di nuovo i suoi ex compagni di classe, quelli che credeva amici e che invece non si sono rivelati tali. La forma della voce, oltre che ad affrontare il tema del disagio infantile di fronte ad un handicap, è psicologicamente costruito nel tratteggiare la complessa figura del ragazzo bullo. Attraverso piccoli gesti, dettagli e situazioni apparentemente ordinarie, il suo ritratto emerge in tutta la complessità e profondità che lo caratterizza, mentre intorno a lui anche alle figure minori e alle loro relazioni interpersonali viene data la giusta importanza nello svolgimento narrativo.




Sono molte le sfumature che la storia riesce a toccare: la solitudine, la disabilità, la superficialità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, la depressione, la redenzione, i legami con le persone e di come a volte si venga discriminati per cose di cui non si è responsabili e altre volte invece di cui si è colpevoli. Ma La forma della voce è soprattutto una storia di ritorni; un racconto in cui il passato torna costantemente a invadere il presente per affrontare i rimorsi e cercare il modo migliore per liberarsene. Un passato che carica tutti di pesi insostenibili e che incatena tra loro i protagonisti, legandoli ad errori purtroppo commessi ma che si vorrebbero assolutamente cancellare. Sia che si tratti di avere e gestire un handicap, oppure di aver causato del male ad una persona per cattiveria, crudeltà, stupidità o semplice ignoranza, non è però possibile cancellare questi macigni dalle proprie coscienze, né riuscire a dimenticarli. Ognuno ha le sue difficoltà; tutti sembrano bloccati in un eterno presente, impossibilitati ad andare oltre, ad affrontare la vita e il futuro perché i sensi di colpa sono più forti di tutto. Il film riesce a mostrare chiaramente il difficile e doloroso percorso con cui i protagonisti tentano di fare l’atteso passo in avanti che cambierà per sempre le loro vite e il loro modo di essere.La storia di Shoko e Shoya sembra dirci esattamente questo: se non si riesce a comunicare il proprio malessere, il proprio disagio, ad accettare se stessi, a perdonarsi e amarsi per quello che si è, si può finire stritolati da un muro di tristezza e solitudine dal quale neanche una voce può uscire per invocare aiuto, neppure gridando silenziosamente nell’anima. Non è un caso che entrambi inizino a trovare un proprio equilibrio solo quando riescono ad avere il coraggio di confrontarsi con il passato, ritrovare i vecchi compagni che si credevano persi e accettando nuovi amici che aspettavano solo di poter entrare nelle loro vite.




Forse la Yamada è stata influenzata dalle opere di Makoto Shinkai: entrambi immergono le loro storie in un contesto realistico affrontando tematiche contemporanee che mettono al centro l’uomo e il suo voler trovare il coraggio nel guardare avanti; entrambi optano per una regia attenta ai dettagli, che si avvale del montaggio per evidenziare la particolare sceneggiatura; entrambi sanno dare i giusti tempi emozionali alternando le immagini più sofferte a quelle più poetiche e distensive, sfruttando inoltre una colonna sonora alquanto coinvolgente.Molto efficaci sono alcuni tratti distintivi del manga utilizzati anche nel film, come l’uso del linguaggio dei segni e le grandi X che coprono il volto di alcuni personaggi a sottolineare lo sguardo indifferente del bullo Shoya verso il prossimo. Quando il ragazzo prenderà coscienza dei vari comportamenti e soprattutto capirà le problematiche degli altri liberandosi delle sue, le grandi X inizieranno a cadere perché lui finalmente osserva i volti delle persone che incrociano il suo cammino, non resta più chiuso nei suoi cupi pensieri ma si apre ad un futuro più luminoso che include anche il rispetto per gli altri.




Gli animatori della Kyoto Animation hanno saputo valorizzare la bellezza dei fondali adottando colori luminosi, scegliendo con cura le ambientazioni e i dettagli di ogni tipo; ogni aspetto della costruzione visiva dell'anime è particolarmente ricercato e apprezzato, grazie anche al character designer Futoshi Nishiya che si ispira ai tratti originali del manga di Ōima. Dal canto suo la regista Yamada tratta la storia con grande senso di responsabilità, gestendo i tempi con le dovute pause ed un ritmo dilatato che lascia allo spettatore il tempo di assimilare e riflettere: come accade in tanti anime, anche ne La forma della voce l’amore per la vita è l’unica arma per affrontarla con coraggio.




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