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Elena Paoletta C



5 cm al secondo è la velocità con cui cadono i fiori di ciliegio, belli ed effimeri come la giovinezza.


Il film vi aspetta al cinema nelle sale italiane il 13, 14 e 15 maggio.


Se siete curiosi leggete il mio articolo https://www.otakusjournal.it/5-cm-al-secondo-un-amore-fiorito-tra-i-ciliegi/

Elena Paoletta C


La notte del 24 febbraio a Los Angeles verranno assegnati gli Oscar. Quest'anno nella categoria animazione c'è Mirai di Mamoru Hosoda. Riuscirà il regista giapponese a prevalere sull'ennesima vittoria Disney?




Per leggere la recensione dell'opera, cliccate sul link https://www.otakusjournal.it/mirai/

Elena Paoletta C

Mirai è il nuovo anime del regista Mamoru Hosoda che ha conquistato la critica di Cannes lo scorso maggio, dove è stato proiettato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalizateurs 2018 e che è stato in programmazione nelle sale cinematografiche italiane il 15-16-17 ottobre.




Il film conferma il fatto che quasi tutte le opere di Hosoda sono fortemente influenzate dalla sua vita. Nel 2006 La ragazza che saltava nel tempo, vedeva la protagonista sfidare il tempo tornando nel suo passato per poi lasciarsi raggiungere dal presente e questo rifletteva lo stato mentale del regista che in quel momento si apprestava a diventare indipendente e a sposarsi. L’avvicinamento di Hosoda agli emergenti social network può ravvisarsi in Summer Wars del 2009, mentre in Wolf Children tutto il suo dolore per la perdita della cara madre è ben rappresentato dall’ululato del Lupo-Ame che echeggia tra le montagne. Nel 2015, dopo la nascita del figlio, con The Boy & The Best sosteneva che la responsabilità di tramandare conoscenze ed esperienze alle giovani generazioni risiede negli adulti.




I temi dell’amore filiale e della relazione genitore-figlio sono il denominatore comune nel lavoro di Mamoru Hosoda, ma in Mirai questi temi appaiono attraverso i modi in cui i personaggi esprimono il loro affetto e crescono insieme. La novità sta nel fatto che il regista affronta questo suo tema preferito attraverso il punto di vista di un bambino di quattro anni, Kun che deve affrontare l’arrivo della sorellina Mirai nella sua famiglia.




Geloso fino alle lacrime, il piccolo cerca, tra capricci e ricatti, di attirare l'attenzione dei genitori monopolizzata dai bisogni primari di Mirai e colma quella che lui avverte come una perdita di affetto, rifugiandosi nel cortile della casa dove un albero genealogico magico lo catapulta in un mondo fantastico in cui il passato e il presente si confondono.




Il giardino e il suo albero sono potenti simboli che legano e intrecciano i temi del cambio delle stagioni, del passare del tempo e della genealogia, perché proprio in quel luogo Kun incontra i suoi parenti in epoche e avventure diverse scoprendo la sua storia e trovando la sua identità. Ogni volta che il bambino si comporta male nei confronti della sorellina o dei genitori, la dimensione realistica del film lascia il campo a quella fantastica. Vede allora la personificazione del suo cane che gli spiega come anche lui abbia sofferto la perdita di attenzioni quando Kun è entrato a far parte della famiglia; viene accompagnato in avventure surreali dalla sorella magicamente diventata adolescente (Mirai significa “futuro”) e quindi più grande di lui; incontra la mamma quando era bambina e può vedere come caratterialmente gli somigli così tanto e il nonno da giovane, nel momento in cui conosce la nonna e dà il via a quella che sarebbe diventata poi la sua famiglia.




Tutto il film si snoda tra i piccoli gesti come scendere le scale, andare in bicicletta, reclamare l'attenzione degli adulti o strillare a perdifiato, con le osservazioni, i comportamenti e le espressioni tipiche dell'infanzia.

Tutto ciò che riguarda la via famigliare è reso da Hosoda con la semplicità delle azioni quotidiane e la maestria dei disegni, ma è necessario un po’ di soprannaturale per intraprendere quel percorso di crescita e di formazione necessario all’intera famiglia. È allora che storia e visivo rendono al meglio; è in quelle scene che si ammirano i disegni e i colori più forti come nella ricostruzione della stazione futurista o dove il passato riesce meglio a spiegare il presente come nell’incontro tra Kun e il nonno. Il potere immaginario del bambino è dunque il punto di forza del film, quello che ne traccia una trama altrimenti chiusa all’interno della normale amministrazione della vita di una giovane famiglia. Ma è la domanda che forse Hosada vuole porre allo spettatore quella che racchiude la sua poetica: come siamo arrivati qui e dove siamo diretti? E la risposta la suggerisce nell’affermazione visiva che ciò che viene tramandato di generazione in generazione non è altro che l’eterna continuità dell’esistenza.




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Elena Paoletta C

万引き家族 Manbiki kazoku (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore-eda, è il film che quest’anno ha vinto a Palma d’oro Cannes. Il regista giapponese è il maestro dei rapporti famigliari ed era già stato molto apprezzato nel 2013 vincendo il Premio della giuria a Cannes con il suo Father & Son

Anche in questa sua ultima opera al centro c’è una famiglia con dei componenti particolari: infatti queste persone, segnate da un doloroso passato, si sono conosciute un po’ per caso e un po’ per scelta e si sono assegnate dei ruoli e dei compiti che vanno al di là di ogni regola civile e di ogni convenzione sociale. Sono quindi una famiglia? Ma cos’è una famiglia? Quando si è una famiglia? Conta di più il legame di sangue o la scelta di affetti?




Il regista sembra avere le idee chiare a tal proposito e senza voler insegnare niente, riesce a mostrare quanto sia difficile catturare la verità nei fatti che veniamo a sapere o che ci sono raccontati, spiazzando e ribaltando ogni pregiudizio. Il film è un girotondo di sentimenti forti, di difficoltà economiche però mai drammatizzate, di momenti familiari spensierati e commoventi, soprattutto due: i fuochi d’artificio osservati con aria sognante da tutta la famiglia insieme e la scoperta del mare negli occhi dei bambini.




Inevitabilmente ci sono situazioni che suscitano perplessità ma che alla fine fanno riflettere con un sorriso, come quando un padre seppur inadeguato riceve uno sguardo affettuoso o quando una nonna morente sussurra al vento il suo “grazie” a quella che per lei è la sua famiglia. Anche se cinematograficamente il tempo è scandito dalla vita all’interno della casa e dai suoi riti quotidiani, quello che costruisce la trama è il tempo dei sentimenti, quelli veri; quelli che in questa famiglia strampalata abbondano, quelli che sono alla base di questo nucleo costruito con una naturalezza che offusca la realtà e avvolge tutto, anche le imperfezioni, con il bisogno di amare.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
Mary e il fiore della strega è il primo film che il regista Hiromasa Yonebayashi ha creato insieme ad altri colleghi nel suo nuovo Studio Ponoc, dopo aver lasciato lo studio Ghibli. In realtà è il suo terzo film perché aveva debuttato nel 2010 con Arrietty, il maggiore incasso del cinema giapponese di quell'anno, seguito poi da Quando c'era Marnie nel 2014 che è stato nominato agli Oscar.




Impossibile guardare Mary e il fiore della strega senza notare omaggi e similitudini con altri film. Quando Mary giunge alla scuola per streghe con tanto di professori, aule e strani corridoi è facile immaginare le atmosfere di Harry Potter descritte da J.K. Rowling, oppure rintracciare nel percorso che la porterà al fiore magico elementi di Alice nel Paese delle Meraviglie.  Nell’opera di Yonebayashi però si cita tanto e soprattutto Miyazaki, partendo dalle atmosfere fantasiose e magnifiche de La città incantata e de Il Castello errante di Howl, fino a Kiki consegne a domicilio dove la streghetta vola con la scopa insieme al suo gatto nero Jiji.




Ma non solo. Tutto il film è pieno di metafore sul volo e sull’ecologia, temi carissimi a Hayao Miyazaki che sicuramente sono rimasti impressi a Yonebayashi dopo vent’anni passati nello Studio Ghibli, come da sua stessa ammissione: «Dopo la chiusura del reparto di produzione dello Studio Ghibli, me ne sono andato da lì con alcuni colleghi. È stato un momento di grande tristezza per chi come me aveva amato lo Studio Ghibli, e anche di delusione, perché dopo aver finito “Quando c'era Marnie”, avevo un solo pensiero in mente: fino a quando ne avrò la possibilità, voglio fare film d'animazione». Con questa motivazione nel 2015 il regista insieme al produttore Yoshiaki Nishimura, entrambi noti per il loro lavoro presso lo Studio Ghibli, portando con sé altri animatori dello stesso Studio, hanno fondato la casa di produzione Ponoc. Il nome deriva da una parola serbo-croata che significa "mezzanotte", ovvero l'inizio di un nuovo giorno, a 100 anni esatti dalla nascita dell'animazione giapponese. «Il momento in cui un giorno finisce e un altro comincia», ha dichiarato Yonebayashi, anche se in un’epoca ricca di animazione digitale, lo studio Ponoc ha voluto mantenere il valore delle immagini “animate come una volta”. 




Mary to Majo no Hana è basato sul romanzo La piccola scopa della scrittrice britannica Mary Stewart, pur mantenendo la struttura di una fiaba. Sicuramente questo non è una novità, ma l’essersi aperti ancora una volta a racconti britannici e non a manga giapponesi per trovare l’idea giusta, denota un’ammirazione verso quella letteratura europea che ha ispirato in passato tanti meisaku, il genere di anime la cui sceneggiatura è sempre ispirata a un romanzo occidentale, reinterpretata in chiave nipponica soprattutto riguardo le psicologie e le interazioni dei personaggi.



Il primo film prodotto dallo Studio Ponoc è quindi la storia di Mary, una bambina come tante alle prese con un mondo magico e una scuola di magia. Trasferitasi prima dei suoi genitori nella casa della prozia Charlotte, circondata da persone anziane e con nulla da fare se non piccole commissioni, Mary si annoia terribilmente mentre trascorre gli ultimi giorni d’estate. Per questo combina pasticci cercando di aiutare gli altri o passa del tempo bighellonando per la campagna.È proprio qui che fa uno strano incontro con due gatti che la introducono in una foresta dove troverà il fiore più raro di tutti. Questo infatti fiorisce una sola volta ogni sette anni ed è capace di donare, se pur per poco tempo, poteri magici. Mary potrà così cavalcare una scopa che la condurrà fino a una misteriosa scuola di magia per aspiranti maghi e streghe, il College Endor, dove però si cela un terribile segreto… 




Non ci sono solo i gatti, ma nel film gli animali hanno tutti un ruolo decisivo perché mettono in moto una serie di eventi che porteranno Mary a mettersi in gioco sfidando poteri ben al di sopra di lei. I bambini e gli animali sono un binomio perfetto: non si contano nella storia dell’animazione le storie di amicizia e tenerezza che riguardano piccoli protagonisti di ogni tipo, così anche Mary si ritroverà a dover fare scelte coraggiose per salvarli.




Da tutti i protagonisti delle storie targate Ghibli, Yonebayashi ha saputo cogliere le migliori sfumature: Mary ha la scopa e il gatto nero di Kiki, i capelli "pel di carota" di Anna dai capelli rossi e Arrietty, ha dovuto traslocare da poco come le sorelle Satsuki e Mei de Il mio vicino Totoro e, come in Quando c’era Marnie, dovrà confrontarsi con qualcosa accaduto nel passato di una donna della sua famiglia. Arrietty doveva affrontare un ignoto molto più grande di lei; Anna e Marnie dovevano fare i conti con la propria solitudine per poter andare avanti. 




Mary dimostra che il coraggio può superare tutto e capirà che trovare la forza dentro sé stessi è più potente di qualsiasi magia, anche di quella data da un fiore fatato. Un po’ come ha fatto Yonebayashi, che ha deciso di continuare a realizzare film da solo, anche dopo aver perso il sostegno della straordinaria atmosfera dello Studio Ghibli.




Mary e il fiore della Strega è un film per tutti; è una storia di libertà, coraggio e di un’amicizia che fa vincere ogni paura e prendere coscienza delle proprie capacità e dei propri limiti.Mary è un personaggio che sbaglia e fallisce, ma non si scoraggia mai e si rialza ogni volta. È una forza che non si incontra facilmente, neanche tra gli adulti, incapaci nel film di migliorare senza la magia. Yonebayashi dice di Mary: «Vorrei che gli spettatori la vedessero e decidessero di fare come lei, di lottare e andare avanti. Per quanto possibile, vorrei che i bambini pensassero con la loro testa senza condizionamenti, proprio come Mary».Mary si rivela una ragazzina coraggiosa e responsabile, che non lascia nessuno indietro ed è disposta a correre rischi anche per amici appena conosciuti. Quello che Yonebayashi vuole raccontare è la bellezza della crescita interiore, il passaggio da bambini ad adulti, insieme alle sfide che tutto ciò porta: «Le nostre storie raccontano di piccoli eroi, che nonostante le loro debolezze affrontano con grande coraggio i propri problemi».Vivace come la sua protagonista, il film è avvolto da un alone magico simile a quello che contagia Mary quando trova il fiore della strega. Si resta abbagliati soprattutto dai luoghi e dalle creature del film e conquistati dal coraggio di Mary. 




Tutta l’ambientazione è coinvolgente ai fini della storia: dai fondali spettacolari ai colori decisi che contribuiscono fortemente a divertire ed incuriosire sul fantasioso mondo in cui precipita la protagonista tanto da rimanerne affascinati fino ai titoli di coda. Il regista precisa: «Proprio perché sono i bambini a guardare le nostre opere, la ricerca e la preparazione deve essere fatta con la massima cura. Questo è per noi un concetto fondamentale. Anche quando abbiamo creato Mary, nonostante fossimo un'azienda senza molte disponibilità finanziarie, siamo andati di persona a visitare le location. In questo modo, abbiamo potuto catturare le sensazioni di ciò che osservavamo, e le abbiamo portate sullo schermo. Un'altra lezione è quella di non chiudersi dentro l'opera, ma lasciare che gli spettatori raccolgano ciascuno un suo pezzo, un suo tema, e se lo portino via con sé». E questo io l’ho fatto.




Elena Paoletta
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Al Palazzo delle Esposizioni a Roma c'è ancora per poco la mostra Mangasia...Io ci sono andata questa mattina e mi sono emozionata nel vedere esposti alcuni degli argomenti trattati nella mia tesi di laurea magistrale ''La comunicazione artistica degli anime''. Mi sono divertita e ho trovato tutto molto interessante!


Chi vuole vedere le foto della mostra può cliccare nel mio album Mangasia


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Elena Paoletta C



Fino ad ora conoscevo solamente ''La Grande Onda'' del maestro Hokusai ma non sapevo niente della sua vita. 

Grazie alla mostra a lui dedicata all'Ara Pacis a Roma, ho avuto modo di scoprire un artista eccentrico e meticoloso e sono rimasta affascinata dal suo meraviglioso amore per l'arte, la natura e la vita.

«Hokusai non è solo un artista fra tanti nel mondo fluttuante, è un'isola, un continente, da solo un mondo». (Edgar Degas)

Hokusai è stato fonte di ispirazione per molti artisti impressionisti e post-impressionisti e ha insegnato a tutti che non c'è un'età in cui si deve per forza essere al meglio delle proprie capacità, ma ogni giorno si può e si deve migliorare. Esiste quindi un percorso artistico che va vissuto al meglio e con convinzione dall'inizio alla fine per poter raggiungere la perfezione.

«Solo ora, a settantatré anni ho capito pressappoco la conformazione degli animali, delle erbe, degli alberi e degli uccelli, dei pesci e degli insetti; a ottant'anni avrò fatto progressi ancora maggiori; a novanta penetrerò il mistero delle cose; a cento raggiungerò il grado puro della meraviglia; a centodieci, nella mia opera, tutto, anche una semplice linea o punto, sarà una cosa viva».




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
È finalmente arrivato al cinema Never-Ending Man – Hayao Miyazaki diretto da Kaku Arakawa un regista della TV giapponese NHK, ed è stato proiettato nelle sale solo per un giorno come evento speciale il 14 novembre, dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games, ma richiesto a gran voce dai fan e quindi di nuovo nelle sale il 23 di questo mese.



La macchina da presa di Kaku Arakawa segue Hayao Miyazaki nel privato della sua abitazione sul posto di lavoro e nello Studio Ghibli, che torna a essere popolato dopo l’annuncio dell’artista del proprio definitivo ritiro dalle scene. Già Il regno dei sogni e della follia, il documentario del 2013 della regista Mami Sunada, ci aveva fatto conoscere e amare l'uomo Hayao Miyazaki; avevamo compreso il suo carattere chiuso e contraddittorio, ma anche il sorriso e la tenerezza con cui crea. Never Ending Man entra nella vita privata di Miyazaki, mostrando i suoi dubbi etici e professionali e documentando il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione dopo la sofferta decisione di ritirarsi prima che la concentrazione o il disegno richiedano uno sforzo psicofisico impossibile da sostenere alla sua età. Arakawa diviene così testimone del cambiamento che sopraggiunge, con l'impossibilità per Miyazaki di restare fermo. Le potenzialità della computer graphics, che permettono di realizzare cose impossibili con il solo disegno manuale e da sempre rifiutate, diventano la spinta per un cambiamento anche interiore. Lo Studio Ghibli riprende così vita, con un team tutto nuovo, portando avanti quell’etica del lavoro rigorosa ma efficace che da sempre lo ha contraddistinto. Nell’aprile del 1984 Miyazaki e Isao Takahata, dopo aver lavorato per anni sempre insieme in diversi Studi di animazione, si misero in proprio a Suginami Ward in un locale che chiamarono Nibariki, cioè “due cavalli”, come l’auto di Miyazaki, da lui tanto adorata.Il regista aveva una sua visione, diversa da quella commerciale e del tempo, più avanzata e più profonda; un forte bisogno di concentrare energia e talento e di avere spazio creativo, senza scontrarsi con una dirigenza che rischiava di non comprenderlo e di rallentarlo.Takahata restò al suo fianco moltiplicando gli sforzi e un anno dopo, grazie all'aiuto della Tokuma Shoten una casa editrice giapponese, i due riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli a Kichijouji, Musashino City, vicino Tokyo. I lungometraggi realizzati da quel momento in poi contengono riferimenti chiari alla gioia di essere riuscito a realizzare finalmente un proprio Studio: per esempio in Kiki – Consegne a domicilio, quando Kiki arriva nella città di Koriko, rischia di essere investita da un bus che porta sulla fiancata la scritta “Studio Ghibli”. Si salva solo perché si rivela al mondo per quello che è e quello che sa fare meglio: volare. Salta sulla sua scopa e dice: «E ora…vola!», speranza rivolta allo Studio appena avviato.




Nel 1991, mentre lavorava a Porco Rosso, un anime elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca di Michael Curtiz, Miyazaki ritenne che fosse necessario dare allo Studio una struttura più stabile e, nonostante le difficoltà economiche dell’impresa, cominciò a disegnare personalmente i progetti, a scegliere i materiali e a definire ogni dettaglio costruttivo per assicurarsi che l’edificio rispecchiasse l’immagine che aveva in mente. Un anno dopo, sia Porco Rosso che il nuovo Studio, trasferito a Koganei alla periferia di Tokyo, erano terminati.L’area in cui venne eretto il nuovo Studio, chiamato Studio 1, si sviluppa su circa mille metri quadrati e il piano terra della costruzione occupa l’intera area. L’edificio comprende un piano interrato e tre piani rialzati. Il primo piano è occupato dai reparti di disegno e computer grafica e dal team per le immagini digitali, il secondo da quello di animazione e produzione, mentre il terzo è riservato al reparto amministrativo. Il piano interrato ospita il reparto fotografia. Al primo piano c’è uno spazio comune per lo staff che serve da sala riunioni e una mensa o sala per occasioni ed eventi speciali. Lo Studio possiede un giardino pensile che si affaccia su un vivaio, costruito su precisa volontà di Miyazaki, che ritiene fondamentale avere un roof garden dove le persone possano uscire e prendersi una pausa dal lavoro. L’area di parcheggio è stata concepita volutamente piccola per scoraggiare l’uso di auto private; il parcheggio delle biciclette invece è stato progettato anche come ricovero in caso di sisma. I collaboratori non vengono ormai reclutati per un singolo progetto, ma assunti a tempo pieno ed inseriti in un programma di aggiornamento professionale. Nello Studio lavorano in egual numero e con pari entusiasmo uomini e donne; Miyazaki ha creato intorno a sé una bottega di artisti ed un vivaio di talenti. L’atmosfera di lavoro all’interno dello Studio Ghibli è stata sempre decisamente anomala, specie se raffrontata ai rapporti di lavoro ferocemente gerarchici tipici del Giappone. Miyazaki ama cucinare per i dipendenti, talora offre loro sollievo con dei massaggi e pratica insieme a loro degli esercizi ginnici per sgranchirsi dal lavoro sedentario; ha progettato perfino un originale sistema di toilettes di fortuna, occultate in botole poste sotto il parcheggio delle biciclette. A questo clima quasi idilliaco da un punto di vista umano, fanno riscontro sul piano professionale un’intransigenza e uno spirito accentratore che non favoriscono la continuità artistica, principale problema dello Studio.




Takahata e Miyazaki si scambieranno ruolo in molti progetti, producendo l’uno i film diretti dall’altro. La differenza sostanziale è che Takahata non è un disegnatore e ciò lo porterà inevitabilmente ad essere meno fantasioso ed innovatore da un punto di vista grafico e ad orientarsi verso una dimensione più realistica. I film di Takahata sono una trasposizione animata del cinema dal vero: sono intimisti e drammatici, legati alla realtà e al racconto del quotidiano. Quelli di Miyazaki sono epici, avventurosi, legati in modo imprescindibile alla sfera del fantastico. I due autori si differenziano dunque in maniera radicale per stile, approccio e mentalità, tanto da diventare, con il passare degli anni, più distanti anche sul piano personale. Eppure restano complementari: affrontano infatti in maniera diversa le stesse tematiche.Nel 1997 Miyazaki produce il suo lavoro più solenne, Mononoke-hime (Principessa Mononoke), uno spettacolo crudele, affascinante e profondamente commovente. La produzione di Principessa Mononoke risulta però molto faticosa. Allo Studio Ghibli regnava un’atmosfera molto pesante, dominata dalla tensione e il livello di aggressività era sempre più alto; tutti i collaboratori erano costantemente messi a dura prova, sotto pressione per finire in tempo il lavoro e molti ebbero un esaurimento nervoso. Lo stesso Miyazaki subì un forte esaurimento fisico e nervoso, lottò con se stesso per finire il film, ma contemporaneamente annunciò il suo ritiro. Il film riscosse un successo che andava al di là delle più rosee aspettative e a Miyazaki tornò la voglia di lavorare ad un nuovo progetto, più leggero e positivo che non portasse via però tutte le sue energie.Nel 1998 disegna e costruisce, vicino all’edificio principale dello Studio Ghibli, una struttura nata per ospitare la “vecchia” Nibariki che diventa però la sua casa sul posto di lavoro. Le linee richiamano fortemente quello dello Studio Ghibli, ma si vede l’idea di realizzare un riparo che diventerà il suo secondo Studio, il suo atelier delle idee. Fuori dal suo ufficio resta la Citroen 2cv, l’auto della gioventù che, non a caso, è quella di Lupin, altro suo indimenticabile lavoro. La casa viene chiamata buta-ya, casa del maiale, un chiaro riferimento al suo Porco Rosso, coraggiosa parodia di se stesso.



La vasta produzione dello Studio Ghibli, che comprendeva anche cortometraggi, serie televisive, videoclip e spot pubblicitari, portò nella primavera del 1999 alla costruzione di un altro stabile, lo Studio 2, di fronte allo Studio 1, poi nel marzo del 2001 è stato aggiunto lo Studio 3; tutti gli edifici sono stati disegnati da Miyazaki. Le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, creano un’atmosfera calda e confortevole: al primo piano dello Studio 2 c’è il reparto commerciale, mentre il secondo piano è occupato dal reparto direttori dei dipinti e le sale di montaggio e quelle di proiezione si trovano nel piano interrato. Lo Studio 3 è occupato dal reparto pubblicitario e da un gruppo variabile di persone che lavorano a progetti speciali, oltre che da alcuni componenti dello staff del Museo Ghibli, costruito sempre nel 2001 nel bosco di Mitaka, a quindici chilometri da Tokyo.




Gli anni Duemila vedono Miyazaki e lo Studio Ghibli impegnati in una serie di capolavori che vanno da La città incantata premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003, passando per Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera, fino all’ultima opera Si alza il vento, il più grande successo del 2013 al botteghino giapponese e acclamato dalla critica cinematografica mondiale. Questo anime ha regalato, oltre all'annuncio del regista di voler lavorare per altri dieci anni magari realizzando solo cortometraggi, anche le sue lacrime durante l’anteprima della proiezione; un’opera che lo ha visto attraversato dai dubbi su come affrontare una materia così delicata e così autobiografica e il cui messaggio «Bisogna tentare di vivere» è un monito a rimanere se stessi e andare sempre avanti, nonostante le avversità.Non bisogna dimenticare che dalla sua fondazione, lo Studio Ghibli ha prodotto anche opere di altri autori come I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō, più volte indicato come l’erede di Miyazaki, ma scomparso prematuramente; Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento di Hiromasa Yonebayashi; I racconti di Terramare e La collina dei papaveri diretti da Gorō Miyazaki e Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi.




Lo Studio Ghibli e il Ghibli Museum rappresentano la definizione dello spazio di Miyazaki, che non è solo esigenza estetica, ma strategia concettuale. Dietro la favola dei suoi film c’è un ferreo meccanismo fatto di regole rigide; una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo, quello spingersi oltre i propri limiti. Il bello per Miyazaki non è un dono che arriva, ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi. La perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Anche questo è lo Studio Ghibli: il duro allenamento dietro la poesia. Per la prima volta ne Il Regno dei sogni e della follia viene offerto un affascinante e indimenticabile viaggio all'interno del favoloso Studio Ghibli, immortalato nella sua routine di lavoro, durante la preparazione delle due ultime sofferte opere: Si alza il vento di Miyazaki e La storia della Principessa Splendente di Takahata. Tutto si concentra sul creativo Miyazaki, che tra una battuta ironica e l'altra, realizza ciò in cui crede e lo storico manager Suzuki che, per quanto sia un produttore sui generis, fa sì che la macchina organizzativa proceda perfettamente; resta quasi costantemente fuoricampo Takahata, l'uomo schivo e refrattario a scadenze e pianificazioni, che ormai conduce il suo team dalla parte opposta di Tokyo.Nella prefazione di Never-Ending Man – Hayao Miyazaki è Suzuki ad introdurre l’argomento del documentario, a ringraziare gli spettatori, a sottolineare quanto lui e il regista si siano divertiti durante un loro viaggio in Italia e a lasciar intendere che il maestro tornerà sul grande schermo con un’opera nuova. Di fronte alla scelta tra ritirarsi e rimettersi in gioco e rivivere un doloroso processo di sacrificio, frustrazione e infine gioia, l'artista sembra infatti aver scelto l'ultima opzione grazie a “Boro il bruco”.




Dagli schizzi a matita ai primi approcci con la computer grafica, il documentario segue la preparazione di questo cortometraggio destinato esclusivamente alla proiezione interna del Museo Ghibli e che il maestro ha realizzato per la prima volta con il supporto di giovani animatori di CGI. Miyazaki, da sempre amante del disegno a mano libera, ha incontrato diversi ostacoli e si è confrontato con la computer graphic e l’animazione in CGI, restandone a volte meravigliato, altre alquanto imbarazzato e turbato.




Ne scaturisce un ritratto intimo ed emozionante del maestro, preso da tanti dubbi lavorativi e non, dal voler creare qualcosa di più grande di un corto e la paura di non riuscirci. Emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si trova il tempo per fare piccoli esercizi di ginnastica senza neanche togliere il grembiulone bianco pieno di matite colorate, prepararsi in solitudine la cena o una tazza di tè o salire in terrazza a guardare il cielo mentre si coltivavano sogni, con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Trasformare “Boro il bruco” in un lungometraggio sembra dunque essere la nuova sfida, perché come dice lo stesso Miyazaki: «Nonostante sia consapevole del fatto che potrei morire a metà strada di questo lavoro. È meglio morire mentre, che senza».





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Un gradito omaggio al Maestro Hayao Miyazaki, alla sua arte, al suo modo di pensare, di essere e di lavorare. Un instancabile artista che pur dovendo fare i conti con la realtà dell'età che avanza, insegue ancora i suoi sogni e presto ci regalerà un nuovo capolavoro!

Miyazaki sensei, arigato ❤



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Elena Paoletta C
Ho sempre amato gli impressionisti, in particolar modo Claude Monet, quindi andare a vedere ieri la mostra a lui dedicata è stato un piacere immenso (a parte la lunga fila per entrare). Davanti alle sue opere mi sono veramente commossa e non nascondo di aver pensato alle atmosfere di alcuni fondali dei più famosi anime, primo fra tutti Il Giardino delle Parole di Makoto Shinkai.




La mostra Monet, ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma, propone al pubblico sessanta opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, che l’artista conservava nella sua ultima dimora e che il figlio Michel donò al Museo.




Da sempre definito il pittore che dipingeva en plein air, “all’aria aperta”, dal 1883 Claude Monet si trasferì a Giverny, una città situata sulla riva destra della Senna in Normandia, dove poi acquistò una proprietà e visse lì fino alla sua morte, avvenuta nel 1926.In quel luogo Monet dipinse molte delle sue più celebri tele e coltivò la sua passione per l’acqua, continuando la ricerca di effetti ricchi di colore e luce.




A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, a Parigi e in tutta la Francia si diffuse la moda della cultura giapponese e Monet fu affascinato dalla particolare filosofia di vita che arrivava dal Sol Levante, che univa la visione della natura alla propria spiritualità. Il suo giardino di Giverny esprime proprio questo: per il suo laghetto fece arrivare i semi delle ninfee dal Giappone, sulle sponde coltivò delle piante esotiche, fece piantare dei salici piangenti e costruire un ponte in stile giapponese, tutto per il piacere di meditare ammirando le bellezze e i colori della natura.








Le ninfee poi rappresentarono per lui icone di un pensiero che andava oltre il dipinto, quella visione astratta della natura che divenne il manifesto dell’Impressionismo e di cui Monet fu il fondatore.L’artista scrisse nel 1912: «No, non sono un grande pittore. Grande poeta nemmeno. Io so solamente che faccio quanto è nelle mie possibilità per rendere ciò che provo davanti alla natura e che più spesso, per arrivare a rendere ciò che sento, dimentico le regole più elementari della pittura».A rievocare Monet nella mostra del Vittoriano, oltre alle sue opere, ci sono i suoi occhiali tondi con le lenti ambrate di giallo, la pipa e la tavolozza con i colori che sembrano essere lì da poco, come se l’artista li avesse lasciati così, per ricordare forse che dietro tutta quell’eterea bellezza dipinta c’è una figura umana.





Dipinte in piena luce solare, con la nebbia o con la pioggia fitta, i soggetti delle sue tele spiccano tra tutte le varianti atmosferiche attraverso pennellate spontanee, che li rendono astratti ma allo stesso tempo carichi di energia tanto da abbagliare con i loro colori e donare un senso di bellezza e serenità.«Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare». (Monet)




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