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Elena Paoletta C



Ogni Paese ha la sua magia del Natale ognuna ricca di significati e di eventi. È interessante scoprire come nel mondo si festeggia questo giorno tanto atteso da tutti… Andiamo a scoprire come si festeggia in Giappone!

Cliccate qui  http://www.otakusjournal.it/natale-in-giappone/






Elena Paoletta C

万引き家族 Manbiki kazoku (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore-eda, è il film che quest’anno ha vinto a Palma d’oro Cannes. Il regista giapponese è il maestro dei rapporti famigliari ed era già stato molto apprezzato nel 2013 vincendo il Premio della giuria a Cannes con il suo Father & Son

Anche in questa sua ultima opera al centro c’è una famiglia con dei componenti particolari: infatti queste persone, segnate da un doloroso passato, si sono conosciute un po’ per caso e un po’ per scelta e si sono assegnate dei ruoli e dei compiti che vanno al di là di ogni regola civile e di ogni convenzione sociale. Sono quindi una famiglia? Ma cos’è una famiglia? Quando si è una famiglia? Conta di più il legame di sangue o la scelta di affetti?




Il regista sembra avere le idee chiare a tal proposito e senza voler insegnare niente, riesce a mostrare quanto sia difficile catturare la verità nei fatti che veniamo a sapere o che ci sono raccontati, spiazzando e ribaltando ogni pregiudizio. Il film è un girotondo di sentimenti forti, di difficoltà economiche però mai drammatizzate, di momenti familiari spensierati e commoventi, soprattutto due: i fuochi d’artificio osservati con aria sognante da tutta la famiglia insieme e la scoperta del mare negli occhi dei bambini.




Inevitabilmente ci sono situazioni che suscitano perplessità ma che alla fine fanno riflettere con un sorriso, come quando un padre seppur inadeguato riceve uno sguardo affettuoso o quando una nonna morente sussurra al vento il suo “grazie” a quella che per lei è la sua famiglia. Anche se cinematograficamente il tempo è scandito dalla vita all’interno della casa e dai suoi riti quotidiani, quello che costruisce la trama è il tempo dei sentimenti, quelli veri; quelli che in questa famiglia strampalata abbondano, quelli che sono alla base di questo nucleo costruito con una naturalezza che offusca la realtà e avvolge tutto, anche le imperfezioni, con il bisogno di amare.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Lo chiamano Festival dell’Oriente, ma di fatto è un festival del mondo poiché quest’anno riunisce alla Fiera di Roma, dal 22 al 25 aprile e dal 29 aprile al primo maggio, ben cinque festival: ognuno a raccontare universi differenti e lontani in un unico e indimenticabile viaggio.Un giro del mondo tra cultura, arte, tradizioni, folklore, musica e sapori attraverso mostre fotografiche, cerimonie tradizionali, spettacoli, concerti, danze e stand ricchi di prodotti tipici, tutto distribuito in cinque padiglioni interni e tre aree esterne. 




Il Festival dell’Oriente, che occupa due padiglioni interni, trascina il visitatore nella magia dei suoi affascinanti Paesi: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam e molti altri offrono il meglio delle loro atmosfere e delle loro tradizioni. Tra gli stand commerciali si trovano interi spazi dedicati alla salute e al benessere dove sperimentare le terapie tradizionali o quelle bionaturali come lo yoga, lo shiatsu, l’ayurvedica. Per la prima volta è presente un Festival delle Arti Marziali con il suo connubio di disciplina, potenza e spiritualità.




Imperdibile lo spettacolo dei tamburi giapponesi offerto dai Masa Daiko, uno dei gruppi più rappresentativi del genere a livello internazionale. In Giappone originariamente il tamburo veniva usato durante le battaglie per intimidire i nemici e per inviare comandi; in seguito divenne uno strumento utile nell’esecuzione di musiche popolari e per questo molto apprezzato. I Masa Daiko, pur suonando pezzi della tradizione giapponese, sono riusciti a mantenere l’antica cultura del tamburo di guerra imponendo ugualmente forza e vigore ma dando anche una rappresentazione estetica che riesce a trascinare e coinvolgere il pubblico.




La mia amica Fabiana ed io ci siamo molto soffermate in questi due padiglioni dedicati all’Oriente, soprattutto sugli stand del Giappone con le spezie di ogni tipo, le varietà di tè, i kimoni, i costumi da samurai e una grande quantità di oggettistica. Mi è sembrato di tornare indietro di un anno e trovarmi di nuovo nell’affascinante terra del Sol Levante.



Un’atmosfera di allegria e divertimento si respira al Festival Irlandese dove il pubblico, oltre a bere birra, può partecipare a molte attività tra cui rievocazioni storiche, festose danze celtiche e tipici giochi come il tiro alla fune. Gli stand gastronomici offrono zuppe tradizionali, stinco alla birra scura, salmone affumicato, formaggi alle erbe e dolci alle mele accompagnati da distillati irlandesi, mentre alcuni gruppi musicali tra i più rappresentativi dell’Irlanda trasmettono gioia e buonumore.




Novità di quest’anno è poi il Festival Country tra speroni lucidi, indiani d’America, atmosfere rurali, cappelli a larghe falde, balli e gruppi musicali. Un padiglione interno è completamente allestito con le tipiche tende indiane, i carri e pagliericci recintati dove riposano pecore e pony.Divertente è il Western Horse show, un evento dedicato a gare di monta americana e esibizioni di splendidi cavalli.




That’s America è invece un tour tra le mitiche atmosfere americane dagli anni ’50 fino agli anni ’80. Un viaggio tra auto e moto storiche, drive in, fast-food, juke-box e sosia di Elvis Presley, per un’immersione totale nelle atmosfere americane di quei tempi.




Travolgente risulta il Festival dell’America Latina con i colori, i suoni, i profumi e il cibo del Brasile, dell’Argentina, di Cuba, del Messico e tanti altri splendidi Paesi. In un’area all’aperto il ritmo e il folklore latino trovano spazio tra storia e cultura di popoli che vantano millenarie tradizioni.In un’aerea all’aperto c’è anche l’Holi Festival dedicato alla tradizione spirituale e religiosa induista che celebra sentimenti ed emozioni positive ed intense. Si balla, si canta e ci si diverte lanciandosi polveri colorate, un modo simbolico per rendersi tutti uguali e per creare un momento di gioia tra amici e sconosciuti. Senza la paura di sporcarsi tutti abbandonano ogni sentimento negativo e aprono il cuore e l’anima all’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli.Si svolge sempre all’esterno il Festival Spagnolo caratterizzato da esibizioni di flamenco, concerti dal vivo e gastronomia tipica. Un nuovo evento con spettacoli tipici del folklore spagnolo che rievocano le feste in strada, con le esibizioni degli splendidi cavalli andalusi e le canzoni struggenti accompagnate dalla malinconica chitarra spagnola.Naturalmente viaggiando tra tutti questi eventi, si trova sempre qualche souvenir ;)




Quest’anno il Festival dell’Oriente è dunque un vero e proprio giro del mondo da non perdere assolutamente!
Potete vedere altre foto del Festival cliccando sulla mia pagina https://www.facebook.com/WonderlandTales/




Per chi invece avesse voglia di emozionarsi un po’ con la potenza dei tamburi giapponesi, ecco un mio video che può rendere l’idea…





Roma, 22/04/2018



Pictures © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C

Al Palazzo delle Esposizioni a Roma c'è ancora per poco la mostra Mangasia...Io ci sono andata questa mattina e mi sono emozionata nel vedere esposti alcuni degli argomenti trattati nella mia tesi di laurea magistrale ''La comunicazione artistica degli anime''. Mi sono divertita e ho trovato tutto molto interessante!


Chi vuole vedere le foto della mostra può cliccare nel mio album Mangasia


Elena Paoletta

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Elena Paoletta C



Fino ad ora conoscevo solamente ''La Grande Onda'' del maestro Hokusai ma non sapevo niente della sua vita. 

Grazie alla mostra a lui dedicata all'Ara Pacis a Roma, ho avuto modo di scoprire un artista eccentrico e meticoloso e sono rimasta affascinata dal suo meraviglioso amore per l'arte, la natura e la vita.

«Hokusai non è solo un artista fra tanti nel mondo fluttuante, è un'isola, un continente, da solo un mondo». (Edgar Degas)

Hokusai è stato fonte di ispirazione per molti artisti impressionisti e post-impressionisti e ha insegnato a tutti che non c'è un'età in cui si deve per forza essere al meglio delle proprie capacità, ma ogni giorno si può e si deve migliorare. Esiste quindi un percorso artistico che va vissuto al meglio e con convinzione dall'inizio alla fine per poter raggiungere la perfezione.

«Solo ora, a settantatré anni ho capito pressappoco la conformazione degli animali, delle erbe, degli alberi e degli uccelli, dei pesci e degli insetti; a ottant'anni avrò fatto progressi ancora maggiori; a novanta penetrerò il mistero delle cose; a cento raggiungerò il grado puro della meraviglia; a centodieci, nella mia opera, tutto, anche una semplice linea o punto, sarà una cosa viva».




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C
È finalmente arrivato al cinema Never-Ending Man – Hayao Miyazaki diretto da Kaku Arakawa un regista della TV giapponese NHK, ed è stato proiettato nelle sale solo per un giorno come evento speciale il 14 novembre, dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games, ma richiesto a gran voce dai fan e quindi di nuovo nelle sale il 23 di questo mese.



La macchina da presa di Kaku Arakawa segue Hayao Miyazaki nel privato della sua abitazione sul posto di lavoro e nello Studio Ghibli, che torna a essere popolato dopo l’annuncio dell’artista del proprio definitivo ritiro dalle scene. Già Il regno dei sogni e della follia, il documentario del 2013 della regista Mami Sunada, ci aveva fatto conoscere e amare l'uomo Hayao Miyazaki; avevamo compreso il suo carattere chiuso e contraddittorio, ma anche il sorriso e la tenerezza con cui crea. Never Ending Man entra nella vita privata di Miyazaki, mostrando i suoi dubbi etici e professionali e documentando il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione dopo la sofferta decisione di ritirarsi prima che la concentrazione o il disegno richiedano uno sforzo psicofisico impossibile da sostenere alla sua età. Arakawa diviene così testimone del cambiamento che sopraggiunge, con l'impossibilità per Miyazaki di restare fermo. Le potenzialità della computer graphics, che permettono di realizzare cose impossibili con il solo disegno manuale e da sempre rifiutate, diventano la spinta per un cambiamento anche interiore. Lo Studio Ghibli riprende così vita, con un team tutto nuovo, portando avanti quell’etica del lavoro rigorosa ma efficace che da sempre lo ha contraddistinto. Nell’aprile del 1984 Miyazaki e Isao Takahata, dopo aver lavorato per anni sempre insieme in diversi Studi di animazione, si misero in proprio a Suginami Ward in un locale che chiamarono Nibariki, cioè “due cavalli”, come l’auto di Miyazaki, da lui tanto adorata.Il regista aveva una sua visione, diversa da quella commerciale e del tempo, più avanzata e più profonda; un forte bisogno di concentrare energia e talento e di avere spazio creativo, senza scontrarsi con una dirigenza che rischiava di non comprenderlo e di rallentarlo.Takahata restò al suo fianco moltiplicando gli sforzi e un anno dopo, grazie all'aiuto della Tokuma Shoten una casa editrice giapponese, i due riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli a Kichijouji, Musashino City, vicino Tokyo. I lungometraggi realizzati da quel momento in poi contengono riferimenti chiari alla gioia di essere riuscito a realizzare finalmente un proprio Studio: per esempio in Kiki – Consegne a domicilio, quando Kiki arriva nella città di Koriko, rischia di essere investita da un bus che porta sulla fiancata la scritta “Studio Ghibli”. Si salva solo perché si rivela al mondo per quello che è e quello che sa fare meglio: volare. Salta sulla sua scopa e dice: «E ora…vola!», speranza rivolta allo Studio appena avviato.




Nel 1991, mentre lavorava a Porco Rosso, un anime elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca di Michael Curtiz, Miyazaki ritenne che fosse necessario dare allo Studio una struttura più stabile e, nonostante le difficoltà economiche dell’impresa, cominciò a disegnare personalmente i progetti, a scegliere i materiali e a definire ogni dettaglio costruttivo per assicurarsi che l’edificio rispecchiasse l’immagine che aveva in mente. Un anno dopo, sia Porco Rosso che il nuovo Studio, trasferito a Koganei alla periferia di Tokyo, erano terminati.L’area in cui venne eretto il nuovo Studio, chiamato Studio 1, si sviluppa su circa mille metri quadrati e il piano terra della costruzione occupa l’intera area. L’edificio comprende un piano interrato e tre piani rialzati. Il primo piano è occupato dai reparti di disegno e computer grafica e dal team per le immagini digitali, il secondo da quello di animazione e produzione, mentre il terzo è riservato al reparto amministrativo. Il piano interrato ospita il reparto fotografia. Al primo piano c’è uno spazio comune per lo staff che serve da sala riunioni e una mensa o sala per occasioni ed eventi speciali. Lo Studio possiede un giardino pensile che si affaccia su un vivaio, costruito su precisa volontà di Miyazaki, che ritiene fondamentale avere un roof garden dove le persone possano uscire e prendersi una pausa dal lavoro. L’area di parcheggio è stata concepita volutamente piccola per scoraggiare l’uso di auto private; il parcheggio delle biciclette invece è stato progettato anche come ricovero in caso di sisma. I collaboratori non vengono ormai reclutati per un singolo progetto, ma assunti a tempo pieno ed inseriti in un programma di aggiornamento professionale. Nello Studio lavorano in egual numero e con pari entusiasmo uomini e donne; Miyazaki ha creato intorno a sé una bottega di artisti ed un vivaio di talenti. L’atmosfera di lavoro all’interno dello Studio Ghibli è stata sempre decisamente anomala, specie se raffrontata ai rapporti di lavoro ferocemente gerarchici tipici del Giappone. Miyazaki ama cucinare per i dipendenti, talora offre loro sollievo con dei massaggi e pratica insieme a loro degli esercizi ginnici per sgranchirsi dal lavoro sedentario; ha progettato perfino un originale sistema di toilettes di fortuna, occultate in botole poste sotto il parcheggio delle biciclette. A questo clima quasi idilliaco da un punto di vista umano, fanno riscontro sul piano professionale un’intransigenza e uno spirito accentratore che non favoriscono la continuità artistica, principale problema dello Studio.




Takahata e Miyazaki si scambieranno ruolo in molti progetti, producendo l’uno i film diretti dall’altro. La differenza sostanziale è che Takahata non è un disegnatore e ciò lo porterà inevitabilmente ad essere meno fantasioso ed innovatore da un punto di vista grafico e ad orientarsi verso una dimensione più realistica. I film di Takahata sono una trasposizione animata del cinema dal vero: sono intimisti e drammatici, legati alla realtà e al racconto del quotidiano. Quelli di Miyazaki sono epici, avventurosi, legati in modo imprescindibile alla sfera del fantastico. I due autori si differenziano dunque in maniera radicale per stile, approccio e mentalità, tanto da diventare, con il passare degli anni, più distanti anche sul piano personale. Eppure restano complementari: affrontano infatti in maniera diversa le stesse tematiche.Nel 1997 Miyazaki produce il suo lavoro più solenne, Mononoke-hime (Principessa Mononoke), uno spettacolo crudele, affascinante e profondamente commovente. La produzione di Principessa Mononoke risulta però molto faticosa. Allo Studio Ghibli regnava un’atmosfera molto pesante, dominata dalla tensione e il livello di aggressività era sempre più alto; tutti i collaboratori erano costantemente messi a dura prova, sotto pressione per finire in tempo il lavoro e molti ebbero un esaurimento nervoso. Lo stesso Miyazaki subì un forte esaurimento fisico e nervoso, lottò con se stesso per finire il film, ma contemporaneamente annunciò il suo ritiro. Il film riscosse un successo che andava al di là delle più rosee aspettative e a Miyazaki tornò la voglia di lavorare ad un nuovo progetto, più leggero e positivo che non portasse via però tutte le sue energie.Nel 1998 disegna e costruisce, vicino all’edificio principale dello Studio Ghibli, una struttura nata per ospitare la “vecchia” Nibariki che diventa però la sua casa sul posto di lavoro. Le linee richiamano fortemente quello dello Studio Ghibli, ma si vede l’idea di realizzare un riparo che diventerà il suo secondo Studio, il suo atelier delle idee. Fuori dal suo ufficio resta la Citroen 2cv, l’auto della gioventù che, non a caso, è quella di Lupin, altro suo indimenticabile lavoro. La casa viene chiamata buta-ya, casa del maiale, un chiaro riferimento al suo Porco Rosso, coraggiosa parodia di se stesso.



La vasta produzione dello Studio Ghibli, che comprendeva anche cortometraggi, serie televisive, videoclip e spot pubblicitari, portò nella primavera del 1999 alla costruzione di un altro stabile, lo Studio 2, di fronte allo Studio 1, poi nel marzo del 2001 è stato aggiunto lo Studio 3; tutti gli edifici sono stati disegnati da Miyazaki. Le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, creano un’atmosfera calda e confortevole: al primo piano dello Studio 2 c’è il reparto commerciale, mentre il secondo piano è occupato dal reparto direttori dei dipinti e le sale di montaggio e quelle di proiezione si trovano nel piano interrato. Lo Studio 3 è occupato dal reparto pubblicitario e da un gruppo variabile di persone che lavorano a progetti speciali, oltre che da alcuni componenti dello staff del Museo Ghibli, costruito sempre nel 2001 nel bosco di Mitaka, a quindici chilometri da Tokyo.




Gli anni Duemila vedono Miyazaki e lo Studio Ghibli impegnati in una serie di capolavori che vanno da La città incantata premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003, passando per Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera, fino all’ultima opera Si alza il vento, il più grande successo del 2013 al botteghino giapponese e acclamato dalla critica cinematografica mondiale. Questo anime ha regalato, oltre all'annuncio del regista di voler lavorare per altri dieci anni magari realizzando solo cortometraggi, anche le sue lacrime durante l’anteprima della proiezione; un’opera che lo ha visto attraversato dai dubbi su come affrontare una materia così delicata e così autobiografica e il cui messaggio «Bisogna tentare di vivere» è un monito a rimanere se stessi e andare sempre avanti, nonostante le avversità.Non bisogna dimenticare che dalla sua fondazione, lo Studio Ghibli ha prodotto anche opere di altri autori come I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō, più volte indicato come l’erede di Miyazaki, ma scomparso prematuramente; Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento di Hiromasa Yonebayashi; I racconti di Terramare e La collina dei papaveri diretti da Gorō Miyazaki e Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi.




Lo Studio Ghibli e il Ghibli Museum rappresentano la definizione dello spazio di Miyazaki, che non è solo esigenza estetica, ma strategia concettuale. Dietro la favola dei suoi film c’è un ferreo meccanismo fatto di regole rigide; una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo, quello spingersi oltre i propri limiti. Il bello per Miyazaki non è un dono che arriva, ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi. La perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Anche questo è lo Studio Ghibli: il duro allenamento dietro la poesia. Per la prima volta ne Il Regno dei sogni e della follia viene offerto un affascinante e indimenticabile viaggio all'interno del favoloso Studio Ghibli, immortalato nella sua routine di lavoro, durante la preparazione delle due ultime sofferte opere: Si alza il vento di Miyazaki e La storia della Principessa Splendente di Takahata. Tutto si concentra sul creativo Miyazaki, che tra una battuta ironica e l'altra, realizza ciò in cui crede e lo storico manager Suzuki che, per quanto sia un produttore sui generis, fa sì che la macchina organizzativa proceda perfettamente; resta quasi costantemente fuoricampo Takahata, l'uomo schivo e refrattario a scadenze e pianificazioni, che ormai conduce il suo team dalla parte opposta di Tokyo.Nella prefazione di Never-Ending Man – Hayao Miyazaki è Suzuki ad introdurre l’argomento del documentario, a ringraziare gli spettatori, a sottolineare quanto lui e il regista si siano divertiti durante un loro viaggio in Italia e a lasciar intendere che il maestro tornerà sul grande schermo con un’opera nuova. Di fronte alla scelta tra ritirarsi e rimettersi in gioco e rivivere un doloroso processo di sacrificio, frustrazione e infine gioia, l'artista sembra infatti aver scelto l'ultima opzione grazie a “Boro il bruco”.




Dagli schizzi a matita ai primi approcci con la computer grafica, il documentario segue la preparazione di questo cortometraggio destinato esclusivamente alla proiezione interna del Museo Ghibli e che il maestro ha realizzato per la prima volta con il supporto di giovani animatori di CGI. Miyazaki, da sempre amante del disegno a mano libera, ha incontrato diversi ostacoli e si è confrontato con la computer graphic e l’animazione in CGI, restandone a volte meravigliato, altre alquanto imbarazzato e turbato.




Ne scaturisce un ritratto intimo ed emozionante del maestro, preso da tanti dubbi lavorativi e non, dal voler creare qualcosa di più grande di un corto e la paura di non riuscirci. Emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si trova il tempo per fare piccoli esercizi di ginnastica senza neanche togliere il grembiulone bianco pieno di matite colorate, prepararsi in solitudine la cena o una tazza di tè o salire in terrazza a guardare il cielo mentre si coltivavano sogni, con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Trasformare “Boro il bruco” in un lungometraggio sembra dunque essere la nuova sfida, perché come dice lo stesso Miyazaki: «Nonostante sia consapevole del fatto che potrei morire a metà strada di questo lavoro. È meglio morire mentre, che senza».





 Elena Paoletta 

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Elena Paoletta C


Il fatto sorprendente della caotica Tokyo è l’assenza di rumori assordanti e di cattivi odori. Niente traffico frenetico, né fastidiosi clacson e l’unica cosa che colpisce l’olfatto è il mix di profumi speziati del cibo cotto in strada. La pulizia, soprattutto nelle stazioni delle metropolitane, sorprende da subito il turista occidentale e lo fa riflettere sul vero significato della parola civiltà. Nella grande metropoli si trovano poi vere e proprie oasi di pace e tranquillità, dove il verde dei giardini e il silenzio interrotto soltanto dallo scorrere dell’acqua dei vari laghetti, invitano alla riflessione e alla meditazione. Uno di questi luoghi incantevoli si trova a Mitaka dove ha sede il Museo Ghibli, costruito nel 2001 su espresso volere del maestro Hayao Miyazaki che lo ha disegnato personalmente usando la stessa tecnica che adotta come regista, ovvero con una sceneggiatura in divenire. Il progetto del parco ha preso vita partendo da una serie di tavole nelle quali l’artista ha schizzato le prime stanze, per poi suddividere gli spazi interni: è partito dai dettagli per arrivare all’insieme e l’edificio stesso che ospita il Museo è divenuto così l’attrazione principale. Per esaudire il mio sogno di visitare il Museo Ghibli è stato necessario comprare i biglietti tre mesi prima del mio arrivo a Tokyo, vista la grande richiesta da ogni parte del mondo.




La scelta del nome Ghibli fu fatta dallo stesso Miyazaki nel 1985 quando riuscì a realizzare il suo sogno di fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli. Infatti il Ghibli o Caproni Ca.309, era un aereo della Regia Aeronautica del Regno d’Italia concepito per operare in nord Africa con l'aviazione coloniale e il regista, appassionato di aviazione, scelse questo nome sia per il suo amore per il volo che per significare l'entusiasmo e la determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell'animazione giapponese.Ghibli è una parola che deriva dall’arabo, lingua in cui significa “nella direzione della Mecca”, ovvero est, mentre in italiano il suo nome indica il vento caldo tipico del deserto.La nascita dello Studio Ghibli sottolineava quindi anche l’esigenza di portare un soffio di aria fresca per l’industria degli anime e voleva dire creare una produzione per tutti i suoi film e sogni, anche architettonici.Infatti lo spazio è cruciale, soprattutto nella ricerca di Miyazaki che lo intende non come limite, ma come orizzonte da aprire alla sua fantasia, senza mai farla sentire costretta. Per questo progettò personalmente gli spazi dello Studio nei quali doveva muoversi e le architetture risultavano così come uscite dai suoi film, diventando prosecuzioni del suo immaginario, la prova concreta che i sogni possono diventare realtà. L’animazione è arte, ogni prodotto animato è un’opera di ingegno e di talento e Miyazaki vuole che il Ghibli Museum venga inteso proprio come museo d’arte: «Questo è il tipo di museo che voglio fare!» Dichiarò all’epoca il regista. «Un museo interessante che rilassi l’anima, un museo dove ci sia molto da scoprire, un museo basato su una filosofia chiara e articolata, un museo dove coloro che cercano divertimento possano divertirsi, coloro che vogliono riflettere possano riflettere e coloro che vogliono emozionarsi possano emozionarsi, un museo che quando esci ti faccia sentire più ricco di quando sei entrato». Chiarite le ambizioni, Miyazaki dettò le sue regole: il suo Museo doveva avere ambienti che consentivano di vivere insieme la visita come se si stesse guardando un film; non doveva avere architetture oppressive o arroganti, ma spazi nei quali sentirsi a proprio agio; doveva essere gestito in modo da far sentire i bambini come adulti e viceversa, i membri dello staff soddisfatti e fieri del loro lavoro e soprattutto essere per tutti.




Il colorato Ghibli Museum è dunque uno spaccato dell’universo fantasioso di Miyazaki e si propone come percorso creativo ed esperienza: la scritta all’entrata suggerisce infatti “Perdiamoci insieme”. Si scende poi verso il basso, attraverso un itinerario labirintico che sollecita il piacere dell’esplorazione e ci si ritrova in una vasta hall attraversata da ponti e piani, sfalsati su vari livelli, dove lo sguardo e il cammino si sollevano verso l’alto. È lo stesso itinerario che compiono generalmente i protagonisti dei film di Miyazaki: basti pensare a Chichiro, che ne La città incantata prima scende verso le caldaie e poi risale verso i piani superiori dell’edificio termale.




Ad accogliere i visitatori nella hall è il monumentale Totoro in peluche. Il capolavoro miyazakianoTonari no Totoro (Il mio vicino Totoro, 1988) è un racconto intriso di tenerezza, un film che resta tutt’oggi uno dei maggiori successi del cinema giapponese e che ha visto il profilo dell’animale immaginario Totoro diventare il logo dello Studio Ghibli e avere l’onore di apparire in altre produzioni come in Toy Story 3, ne I Simpson e in South Park. I giapponesi amano Totoro come gli americani amano Topolino; per loro rappresenta il riconoscimento mondiale dell’animazione giapponese. Totoro è una sorta di spirito benevolo della foresta e si fa vedere solo da chi crede in lui. Le bambine protagoniste dell’anime vivono una situazione eccezionale carica di responsabilità a causa del ricovero in ospedale della loro mamma e hanno quindi un urgente bisogno di credere nella sua magia e nella sua protezione. Il film esprime anche il contatto con il cambiamento, con lo sconosciuto, con il diverso; con tutto ciò che può arrivare alla mente aperta dei più giovani e possa così aiutarli a fare quel salto, quel passo avanti nella vita in maniera sana. Tutti gli elementi necessari al percorso di crescita sono racchiusi in questo simpatico animale che offre protezione e trova le soluzioni ai problemi.Nella hall del Museo una porta si apre nella stanza delle meraviglie dove le vetrate, realizzate con forme e colori dei personaggi dei film, producono affascinanti giochi di luce a creare un’atmosfera da sogno. La stessa atmosfera si può ritrovare nei bagni meticolosamente curati e puliti.




Il soffitto della hall è affrescato e riproduce un sole luminoso in mezzo ad un cielo terso; il tetto diventa così un ostacolo relativo, una finzione che l’uomo ha imposto a se stesso per giustificare la propria paura di puntare in alto. Guardando bene si possono intravedere i vari personaggi di Miyazaki, tutti festosi in volo; non importa se si guarda con gli occhi o con il cuore, il messaggio è che tutto è possibile all’interno di questo spazio, senza promettere più meraviglie di quelle che ognuno può cogliere.Con grande emozione ho riconosciuto subito la piccola strega Kiki (Kiki consegne a domicilio, 1988) che parte sulla sua scopa per iniziare un addestramento lontano da casa. Pensando di trovare quel mondo che si era idealizzata, si scontra presto con le difficoltà della vita: tutti ostacoli che la introducono però all’amicizia, all’impegno e alle responsabilità della vita vera.




Il piano terra ospita anche una stanza dove i temi musicali dei più importanti film accompagnano il visitatore a soffermarsi su una sorta di casetta in penombra le cui finestre rappresentano con dei fotogrammi, ognuna l’anno di uscita dei vari anime di Miyazaki. Per gli appassionati del genere è una cosa da brividi e lacrime!La sorpresa più grande è stata quella di trovare un po’ ovunque la sagoma dell’indimenticabile protagonista di Porco Rosso, perfino sulla lavagnetta del menu del bar in terrazza.




Porco Rosso è un anime del 1991 elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca. Porco Rosso rispecchia la linea di pensiero di Miyazaki: il voler vivere libero senza ostruzioni e oppressioni. Ogni cosa che il protagonista dice diventa una citazione epica e lo avvolge in un alone di mistero che porta lo spettatore ad essere attento ad ogni battuta per cercare di capire il suo passato e la sua psiche, chi ama, chi odia e chi rispetta e qual è il suo obiettivo, il suo scopo. Nulla si sa di preciso e tutti questi misteri arricchiscono il protagonista e fanno muovere sia sottotrame che tutti gli altri personaggi intorno a lui. Nell’ironia di Porco Rosso, si legge un odio per la guerra e il fascismo, elementi dannosi per la libertà dell’uomo: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale». Con questa frase il protagonista inneggia alla totale libertà nella vita: preferirebbe rimanere l’unico maiale antropomorfo nel mondo, piuttosto che stare sotto una dittatura che di sicuro gli imporrebbe dei limiti. Questa è forse la spiegazione al perché della costruzione dello Studio Ghibli.I film dello Studio infatti non sono mai fini a se stessi; vedere una sola volta un qualsiasi anime, può essere limitante per il pubblico che non può coglierne istantaneamente tutti i significati inseriti, più o meno esplicitamente, all’interno della storia. Miyazaki infatti costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza di gravità della tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. Le sue critiche feroci alla società, espresse attraverso i suoi film, oscillano sempre fra la sua compassione per l’umanità e la preoccupazione per il futuro dell’uomo, ma il regista lo fa in modo artistico e non lanciando messaggi banali o morali. Sebbene tutti i suoi capolavori siano squisitamente giapponesi, per quanto riguarda la sensibilità e i sentimenti, l’estetica e l’intensità drammatica sono universali.Su una delle porte che introducono alle varie sale del Museo, spicca il poster di Principessa Mononoke (Mononoke Hime, 1997), un anime crudele, affascinante e profondamente commovente, che trasmette un monito attento sul discorso ecologico tanto caro a Miyazaki.




«In tempi remoti la Terra era ricoperta di foreste, in cui sotto le sembianze di immensi animali si aggiravano da sempre gli spiriti della natura. Uomini e animali allora vivevano in armonia».Il film è carico di una voluta violenza per riproporre la tematica che ogni tentativo dell’uomo di rubare prepotentemente la scena alle forze naturali e soprannaturali e dirigere così il corso degli eventi, è solo fonte di rovina: per raggiungere la pace e l’armonia del mondo è necessario trovare un equilibrio. È un Miyazaki combattuto tra il pessimismo sulle azioni dell’uomo e l’ottimismo che ancora qualcosa può fare per salvare il mondo in cui vive. La sala principale del Museo Ghibli, dominata da un lucernario con ventilatore a pala, è animata da scale a chiocciola e passaggi nascosti, uno scenario perfetto per ambientare una favola e soprattutto per far percepire il movimento, come immagine e come “brezza”, tanto cara a Miyazaki.Il vento è infatti l’elemento simbolico della sua intera carriera come dimostra il suo ultimo film Si alza il vento (2013). Il vento è l’elemento che indica all’uomo la rotta della sua creatività per abbattere ogni pregiudizio, bigottismo e menefreghismo verso il nostro stesso mondo.Il Museo Ghibli è una sorta di guida al fantastico, perfino nei particolari biglietti per la sala proiezione che raccontano una brevissima storia. Sono infatti frame di pellicole in 35mm dei vari film di Miyazaki; basta puntarli verso la luce per vedere quale scena il destino abbia riservato ad ogni visitatore. A me è capitato quello de La città incantata :)




Il Museo ospita infatti una sala cinema da ottanta posti che ha il soffitto dipinto per celebrare le luci e il buio della notte. Vi si possono vedere cortometraggi esclusivi, che non hanno diffusione al di fuori del cinema stesso e quando le luci si accendono, la magia rivela i suoi trucchi, mettendo in mostra il proiettore. Ho visto un corto molto carino e delicato che, attraverso due animaletti di uno stagno, spiegava come si possono superare le diversità con l’aiuto proprio di chi consideriamo diverso, liberando la mente da pregiudizi e guardando il mondo dal suo punto di vista. Tutto il lavoro di Miyazaki è un tributo al potere di un’immaginazione straordinaria. Il primo piano del Museo ospita la mostra permanente sulla nascita di un film di animazione. La prima stanza è quella di un ragazzo, con un tavolo da disegno, schizzi, libri e giocattoli. È il rifugio dove il regista ha riunito gli oggetti simbolo delle sue passioni, le icone amate, modellini di aeroplani inclusi. È proprio quella forse la stanza più importante, senza età, che più che un luogo fisico è il luogo metafisico della memoria, dove si riuniscono voci, sensazioni, accenni e spunti. Il passato come motore è lì in quella serie di vecchie foto e schizzi, che dal pavimento arrivano fino al soffitto, a suggerire la ricchezza della fantasia e i colori dell’inconscio: dalla teoria alla pratica.La stanza che però mi ha emozionato più di tutti è stata quella che rappresenta il luogo di lavoro di Hayao Miyazaki: per chi come me è amante del disegnare e colorare, vedere sulla scrivania i suoi strumenti di lavoro, posizionati proprio come se lui fosse lì ad usarli durante un suo processo creativo, è entusiasmante e svela lati inediti della sua personalità. Il caffè, il posacenere pieno di mozziconi di sigarette insieme alle matite colorate, agli schizzi, alle foto, ai libri lasciati aperti a sottolineare le ispirazioni, convivono con ironia e semplicità e danno una visuale del mondo lavorativo sensibile e umana, un ritratto intimo del maestro Miyazaki che mi ha veramente commosso. Peccato che dentro al Museo sia assolutamente vietato fotografare; si è controllati praticamente a vista dai numerosi membri dello staff, quindi le foto si scattano con gli occhi e restano nella memoria del cuore. Un’altra sala è dedicata completamente ai gadget da acquistare. Come non approfittarne? *__*




Il percorso del Museo vuole essere sia di crescita che culturale, così Miyazaki ha fatto costruire la Mitaka, o Tri Hawks, una biblioteca per ragazzi con libri suggeriti da lui stesso. La collezione del Museo include anche rodovetri e stampe di scene dei film e tra le attrazioni c’è, solo per gli under dodici, il Gattobus in peluche. Personaggio del film Totoro, il Gattobus è una sorta di autobus che solo la fantasia dei bambini riesce a vedere e che li trasporta velocemente da un luogo a un altro del bosco incantato dove vive Totoro. Questa grande attrazione occupa un’intera sala del secondo piano e intrattiene allegramente i piccoli visitatori che si divertono ad entrarci. Nessun effetto speciale, solo la possibilità di realizzare il desiderio di toccare con mano l’illusione.Una scala a chiocciola conduce allo splendido giardino pensile su cui campeggia la statua in bronzo alta cinque metri, opera dell’artista Kunio Shachimaru, che raffigura uno dei Robot Soldato di Laputa, il castello nel cielo, custode di quel parco segreto. Fortunatamente negli spazi aperti del Museo si può fotografare, così ho potuto scattare alcune foto ricordo.




L’anime Laputa (1986), ispirato ai Viaggi di Gulliver e ai testi futuristici di Jules Verne, insegna dei valori basilari e importantissimi come l’amicizia, i piccoli amori, ma anche la cattiveria dell’uomo, la vita del mondo reale con le varie sfaccettature, una caratteristica che sarà sempre presente nei film futuri di Miyazaki. Laputa incarna tutte le passioni e i sogni del regista e non solo: tutti desideriamo di poter volare, di essere liberi, di raggiungere qualcosa di impossibile e di più avanzato rispetto a noi. Questo misterioso castello riassume tutti questi sogni e per questo tutti desiderano raggiungerlo, ma solo chi se lo merita può avere l’onore di vedere il mondo da lassù. Il protagonista maschile, rivolgendosi alla protagonista femminile, dice: «Quando sei scesa dal cielo mi sono emozionato. Doveva essere per forza l’inizio di qualcosa di straordinario», sicuramente è un riferimento alla nascita dello Studio Ghibli, visto che Laputa è stato il primo film prodotto dallo Studio. Impressionante è la cura meticolosa dedicata ad ogni pianta, o ramoscello che sia, negli spazi aperti: ho visto personalmente una donna dello staff controllare, foglia per foglia, una siepe e togliere delicatamente quelle secche.




Secondo Miyazaki la perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Questo ferreo meccanismo fatto di regole rigide e una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo oltre i propri limiti, nascondono il duro allenamento dietro la poesia, perché il bello non è un dono che arriva ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi.Ispirate a Il Castello Errante di Howl (2004), tanto da riproporre le atmosfere steampunk, sono una serie di oggetti in ferro o in ottone sparsi lungo tutto il percorso del Museo perché, se questo accende la fantasia, bisogna che poi il fantastico contamini lo sguardo in ogni luogo. Nei suoi toni cupi e invecchiati, i tombini, la fontana, la vasca, le borchie, i lampioni, rivelano il tesoro di una fucina in movimento, come fosse il dietro le quinte del Castello, a spiegare alla gente come e perché la magia va avanti.




D’altra parte Howl può intendersi come la personificazione dell’aspetto creativo di Miyazaki, del suo parallelismo con la vita di tutti i giorni, il suo contrasto fra ottimismo solare e cupo pessimismo, fra il desiderio di rinnovarsi e il bisogno di rimanere fedele al proprio mondo poetico. La scena in cui la fiamma di Calcifer torna nel petto di Howl viene sottolineata da Miyazaki con la frase: «Non sono mai cambiato dalla mia infanzia», ad evidenziare il contatto vitale fra creazione e memoria, tra i sogni dell’infanzia e la loro realizzazione attraverso la passione artistica.Howl dice: «Senza la bellezza che senso ha vivere?» e porta con sé una grande verità. Senza la bellezza di questi anime, senza maiali a bordo di idrovolanti e la libertà nel cielo; senza i sogni e le speranze dei bambini e senza quei mondi così caratteristici e particolari; senza le leggende, i misteri, i mostri, le maledizioni, le trasformazioni, i paesaggi e le creature fantastiche ma cariche di poesia, la bellezza non esisterebbe. L’emozione, i brividi e i sussulti al cuore che regala la visita al Museo Ghibli, diventano un tutt’uno con quelli che regala l’animazione del maestro Miyazaki.Dalla visita al Museo Ghibli emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si possono vedere i sogni realizzati con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Il mio ultimo giorno in Giappone non poteva essere più bello, degna conclusione di un viaggio meraviglioso e tanto desiderato! ❤




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Elena Paoletta C
Per chi ama i manga e gli anime essere a Tokyo è come stare nel Paese delle Meraviglie. Per esempio, passeggiare lungo i viali del giardino Shinjuku Gyoen vuol dire entrare direttamente nel film di Makoto Shinkai Il Giardino delle Parole (言の葉の庭 Kotonoha no niwa). Questo giardino pubblico nel cuore della metropoli si è rivelato una vera e propria gioia per gli occhi, con i salici, i glicini, le pietre, il ponticello e il gazebo in legno dove i protagonisti del film si incontravano. Tutto rievocava le immagini poetiche di Shinkai con un’unica differenza: i sakura in fiore. Il film è infatti ambientato durante la stagione delle piogge mentre io ci sono stata in primavera, ma questo non ha fatto altro che aumentare le mie emozioni perché lo spettacolo che offre è veramente stupendo e indimenticabile.





Nel quartiere di Shinjuku, una delle aeree di Tokyo più moderne e con molti grattacieli, ho percorso la stessa strada e rivissuto le stesse atmosfere di alcune scene di Death Note sentendomi proprio un personaggio di quel manga che tanto mi aveva appassionato. L’edificio simbolo di questo quartiere è senza dubbio il Tokyo Metropolitan Government Building, che sostanzialmente è il municipio di Tokyo anche se esce fuori da ogni idea che abbiamo riguardo a come è un municipio. Questo immenso palazzo composto da due torri progettate dal famoso architetto Kenzo Tange offre, al quarantacinquesimo piano, una panoramica su Tokyo mozzafiato presente in molti film ed è veramente suggestiva.




Il momento più eclatante è stato però quello vissuto ad Akihabara, il famoso quartiere di Tokyo conosciuto soprattutto per i tanti negozi di manga e di tecnologia.Incarnazione di tutto ciò che è pensabile riguardo anime e manga, ad Akihabara la realtà supera l’immaginazione!



Si vive a stretto contatto con un mondo surreale ed è lì che ho fatto l’esperienza che da tempo desideravo, quella del Maid Cafè, un particolare tipo di caffetteria a tema nata agli inizi del XXI secolo in Giappone, ma che nel corso degli anni ha acquistato una sua propria identità. Il primo vero e proprio Maid Café è stato probabilmente il Cure Maid Café, aperto proprio ad Akihabara nel maggio 2001.Pensati inizialmente solo per la clientela di appassionati di manga e anime che frequenta il famoso quartiere, questi locali hanno incuriosito piano piano anche salarymen, cosplayer e otaku, riscuotendo un crescente successo e una certa notorietà e coinvolgendo in seguito un pubblico sempre più vasto, che comprende anche liceali, mamme con bambini, riuscendo perfino ad uscire ai confini nazionali. Infatti molti Maid Café si possono trovare anche in Europa e negli Stati Uniti.




«Okaerinasaimase Goshujin-sama, Ojou-sama» (“Bentornati a casa Signori e Signore”) è la frase che viene rivolta ai clienti all’ingresso del locale da parte di una graziosa maid, una cameriera vestita in modo impeccabile con trine e merletti sull’abito corto e con le maniche a palloncino, proprio come è vestita Ayuzawa Misaki la protagonista del manga Maid-sama!, quando segretamente svolge il suo lavoro di maid. Nessuno deve infatti sapere che Misaki è quel particolare tipo di cameriera poiché a scuola è diventata un modello di serietà, educazione e di intransigenza all'indisciplina dei suoi compagni, mentre il suo abbigliamento e i suoi modi di fare cambiano radicalmente svolgendo questo tipo di lavoro. Infatti, vista la particolarità del locale, la ragazza deve comportarsi in maniera diametralmente opposta alla sua regolare vita da studentessa: deve indossare accessori eccentrici, recitare con una vocina kawaii frasi che apparentemente non hanno un senso, fare mossettine buffe per divertire i clienti, essere gentile e dolce con loro, ma anche vivere con il continuo timore di essere prima o poi scoperta da qualche studente di passaggio in quel maid café.




La mia esperienza al Maid Cafè è stata divertentissima e mi ha emozionata proprio tanto! Mi è sembrato per un po’ di vivere dentro uno dei tanti manga che ho letto.Una volta varcata la soglia di questi locali, ci si trova in un mondo impensabile. Gli arredi interni non sono uguali per tutti i maid; alcuni hanno uno stile semplice e sobrio, come un comune café occidentale, ma altri lasciano davvero senza fiato. I più curati e ricercati presentano uno stile “casetta di Hello Kitty”, con un trionfo di colori pastello che spaziano dalle pareti al pavimento. Le sedie sono ornate con soffici cuscini dall’aspetto spumeggiante, possibilmente di colore rosa o fucsia. Alle pareti foto di cuccioli o di personaggi dei fumetti, senza dimenticare lustrini e piumaggi vari, sempre in tinta con il resto degli arredi. Altri ancora prediligono i colori accesi, senza eccedere con le tonalità stucchevoli del rosa, in un delirante mix di fantasie astratte o di motivi anni Settanta.Per chiamare al tavolo la maid c’è una campanella in stile vittoriano; una volta illustrato il menu e scelte le consumazioni, la maid porta il cibo in tavola pronunciando la frase di rito: «Oishii kunare, moe moe kyun», mentre muove le mani su ciò che si è ordinato. È un incantesimo necessario a migliorare il sapore dei cibi, che vengono guarniti direttamente al tavolo con disegni di animaletti fatti con il ketchup o con la cioccolata.




Ho fatto tutto come da copione, cerchietto con orecchie da coniglietta in testa compreso e devo aver pronunciato bene la frase dell’incantesimo che serve a migliorare il sapore del cibo ordinato perché il mio gelato era squisito!




Mi sono molto divertita a salire sul palco del locale e ripetere le frasi che la maid proponeva accompagnate da gesti rigorosamente kawaii e ormai “Moe Moe” è entrato a far parte dei miei ricordi più cari, di quelli da raccontare anche ai futuri nipotini :)




Non è difficile trovare un maid café: basta girare per le strade e farsi attirare dalle ragazze in costume maid che reclamizzano il locale dove lavorano e loro molto allegramente ti guidano alla meta. Ce ne sono di tutti i tipi anche in altri quartieri di Tokyo: Kiki & Lala Café, è il locale pop-up che ha servito deliziosi manicaretti dedicati ai Little Twin Stars, i famosi gemellini Sanrio, fino alla sua chiusura; My Melody Café, all’interno del centro commerciale Parco Shibuya, serve adorabili piatti a tema per tutti i gusti, dai dolcetti alle insalate, con in regalo sottobicchieri, tovagliette e, in alcuni casi, una carinissima tazza.Anche l’adorato Rilakkumma, l’orsetto in stile anime, ha il suo maid pop-up omonimo a Shibuya; oltre a poter assaggiare dolci, cappuccini e un invitante riso al curry a forma rigorosamente di orsetto, i clienti possono visitare una speciale esposizione dedicata a Rilakkuma e acquistare gli accessori in edizione limitata della linea Rilakkuma Factory.Durante i mesi estivi, per attirare i turisti a Fujisawa, vengono servite al Chara-Cre di Marion Crepes, le deliziose crepes dolci o salate dedicate ai personaggi di Hello Kitty; mentre al Pompompurin Café, al Cute Cube di Harajuku, si possono assaggiare gli spaghetti al curry con bevande e dolci a tema, senza farsi mancare gli onnipresenti gadgets, come t-shirt e shopper bag.Non è raro infatti trovare all’interno dell’edificio che ospita il maid, anche una sorta di museo in tema o negozi di gadget.




Dedicati esclusivamente alle donne sono i Butler’s Café, in cui il personale che serve ai tavoli è solo maschile. Il butler, ovvero maggiordomo, riprende lo stereotipo del domestico inglese, dando molta importanza alla sua cura esteriore, in particolar modo quella dell’essere riconoscibile dalle belle mani. Un Butler Café molto popolare tra le giapponesi si trova a Shibuya, dove i camerieri/maggiordomi sono stranieri; probabilmente perché le donne giapponesi assegnano il ruolo dell’uomo galante agli occidentali, in quanto l’Occidente è visto come il Paese del “first ladies”. In effetti anche l’anime di successo Kuroshitsuji (Black Butler), che ha tra i protagonisti l’ormai famoso maggiordomo Sebastian, è ambientato nell’Inghilterra vittoriana. Al prossimo viaggio mi sono ripromessa di andarci…




In Giappone per le persone che amano gli animali domestici e in particolare i gatti, ma che a causa di regolamenti condominiali severi non possono tenerne in casa, sono stati realizzati i Neko Café (Cat Café), una catena di locali di tendenza davvero unici nel loro genere. All’interno dei Neko Café, oltre che sorseggiare un buon caffè o tè, si possono anche coccolare i tanti gatti presenti nel locale. Si tratta semplicemente di un luogo rilassante dove, insieme ai camerieri, ci sono circa una ventina di gatti che offrono la propria compagnia. È fondamentale precisare che i gatti non sono a completa disposizione della clientela, ma devono essere rispettati e non possono essere sollevati da terra per essere spostati all’interno della stanza, poiché devono essere liberi di muoversi come desiderano. I clienti devono prima lavare e disinfettare con cura le mani e poi possono giocare, accarezzare e stare in compagnia dei loro animali preferiti. Tra i più famosi Neko Café ci sono i Calico Cat Cafè, con grandi salotti ricchi di tavolini, divani e cuscini e i Nekorobi (orecchie di gatto) dove vengono offerti molti servizi tecnologici.

Certo girare a Tokyo non può che suscitare stupore e meraviglia; questa caotica e affascinante metropoli colpisce il turista sicuramente con le sue stravaganze, ma anche e senza ombra di dubbio con la gentilezza e il sorriso di chi ci lavora.



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Si va verso l’estate ma io non potrò mai dimenticare questa primavera 2017…per sempre resterà impressa nei miei pensieri e nel mio cuore con l’immagine icona dei ciliegi in fiore in Giappone.




Dal 31 marzo al 13 aprile ho infatti potuto realizzare quello che da tempo vivevo solo come un sogno: il mio primo viaggio nel Paese del Sol Levante. 

Il Giappone in Italia è conosciuto generalmente come patria di samurai, di geishe, del sushi, del sakè, del karate e purtroppo come vittima dell’esplosione della bomba atomica. È famoso per i prodotti ad alto contenuto tecnologico e associato a precisione, puntualità, serietà e affidabilità, ma per me è soprattutto la patria dei manga e degli anime. Queste sue forme di intrattenimento più popolari hanno esercitato su di me un certo fascino fin da quella che negli anni Novanta venne definita “la pacifica invasione televisiva” dei cartoni animati giapponesi che, attraverso storie e modi di raccontare del tutto innovativi, riuscivano a far scoprire nuovi stili di vita e modi di pensare. Da allora in poi si è sviluppato sempre più il mio interesse verso la cultura e la lingua giapponese, suscitato sia dal mistero che ha sempre circondato questo Paese, che dalla differenza di pensiero e non ultima dalla tanta distanza che ci separa. C’è infatti qualcosa di magico secondo me nel fatto che quando si arriva in questo arcipelago tra le nuvole è come arrivare su un altro pianeta, popolato da persone gentili e disponibili, sorridenti e accoglienti, educate e ordinate. Molti considerano il Giappone come una fredda terra calcolatrice, brutalmente efficiente e governata da una burocrazia opprimente, dove la cultura sociale è disturbata sotto un soffocante strato di gentilezza e formalità, caratterizzato dall’infinito inchinarsi e chiedere scusa e dove i sentimenti non vengono palesemente manifestati. Per me invece ha sempre voluto dire entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti e abituati a vivere. Un mondo dove la calma e l’essere aggraziati accompagnano ogni gesto e modo di fare, dove l’apparente freddezza e l’interiorizzazione non vogliono dire necessariamente essere distaccati. Per tutti questi motivi un Paese assolutamente da vedere e conoscere. L’impatto tra nuovo e antico, il contrasto tra la tradizione e la modernità, la filosofia del kawaii intesa come modo di vivere, di vestire, di truccarsi e anche di mangiare, sono solo alcuni degli aspetti più intriganti e affascinanti di ciò che questo viaggio di esperienze e sensazioni mi ha lasciato. È molto difficile descrivere tutto ciò che ho provato; ho preferito lasciar parlare le immagini che hanno catturato gli attimi e le emozioni del momento che sono state davvero tante ed intense. Ho così realizzato una sorta di reportage fotografico

(visibile qui https://jobok.eu/photo/useralbums/Elena91) che racchiude le varie giornate trascorse in questo meraviglioso e lontanissimo Paese che suscita meraviglia e stupore per i suoi usi e costumi, i diversissimi paesaggi e anche per tutto ciò che da noi viene considerato “stravagante”. Un viaggio attraverso la tradizione di Kyoto con i suoi famosi templi, i centinaia di portali rossi e le altrettante lanterne in pietra; i meravigliosi giardini zen, le storiche vie delle geishe e le strade di Nara dove i cervi girano indisturbati; la pittoresca Osaka con i suoi colorati locali dove provare qualsiasi tipo di cucina giapponese, da quella più ricercata allo street-food più informale e la suggestiva Hiroshima che richiede più di un attimo di riflessione sulla storia dell’umanità; le isole di Miyajima con il portale del santuario Itsukushima che è una delle vedute giapponesi più famose nel mondo e l’isola di Enoshima che regala la veduta del Monte Fuji e l’esperienza ravvicinata dei falchi predatori. E poi Tokyo, tecnologica e caotica quanto si vuole, ma carica di un grande fascino e per me il Paese delle Meraviglie in quanto incarnazione di ogni lettura di manga o visione di anime. Le foto postate forse esprimono meglio tutto ciò: la poesia, la bellezza eterea e la delicatezza che non hanno tempo ma sono sempre attuali in questo forte contrasto tra passato, presente e futuro. Sono lì, eterne e assolute, in un mondo dove volano petali di fiori di ciliegio.




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Elena Paoletta C

Devo preparare la valigia per il mio primo viaggio in Giappone e non è certo cosa da poco. Cosa mettere per non sentirsi troppo diversi ma neanche eccessivamente riconoscibili? Cosa portare per accontentare quello spirito kawaii che aleggia ovunque e si insinua negli animi prima della partenza? 

L’aspetto esteriore del “carino e aggraziato” si percepisce molto nella moda giapponese, soprattutto attraverso la Lolita Fashion. La Moda Lolita (Rorīta fasshon) è un tipo di sottocultura giovanile che ha avuto origine in Giappone negli anni Settanta in pieno clima di rivolte giovanili. Per risolvere questo problema lo Stato giapponese si appellò all’antica coesione sociale che vedeva il bene della comunità sopra quello del singolo individuo. Iniziò così un processo di depersonalizzazione interiore e vennero per questo introdotte divise a scuola, al lavoro o tagli di capelli standardizzati.

La popolazione giapponese, che si vide imporre tutte queste regole, iniziò a cercare degli sfoghi negli eccessi e soprattutto nel campo della moda nacquero le prime stravaganze che definirono poi i vari stili che si trovano ancora oggi nel mercato moderno della moda giapponese.




Ad esempio la divisa scolastica (Jeikei), che forse è ciò che colpisce come prima immagine della studentessa della scuola superiore (Joshikousei) presente negli innumerevoli anime shōjo scolastici,è stata modificata dagli studenti stessi.Circa trent’anni fa andava di moda avere la gonna lunghissima fino ai piedi e le ragazze che avevano la gonna più lunga erano considerate belle e moderne. In seguito l’obbligo era di portare la gonna sotto il ginocchio, ma è arrivata la moda della minigonna e quindi le studentesse per accorciare la gonna della divisa la annodavano, poi quando gli insegnanti le controllavano la facevano tornare della lunghezza normale, finché hanno cominciato tutte ad indossare la gonna il più corta possibile, quella che ora rientra nella normalità.Nonostante la severità dei professori, alcuni studenti che odiavano la divisa avevano iniziato a slacciarsi il primo bottone, che per regola doveva rimanere chiuso; altri, per non sembrare tutti uguali, si sono colorati solo un ciuffo di capelli per poterlo nascondere meglio sotto quelli rigorosamente neri. In alcune scuole, le ragazze che avevano i capelli lunghi sotto le spalle potevano farsi solo dei semplici codini, mentre i maschi che avevano i capelli fino sotto l’orecchio dovevano tagliarli completamente; non si potevano avere piercing o il buco per gli orecchini e neanche dei semplici accessori. Ogni mattina si avvertiva una certa tensione tra gli insegnanti che controllavano le divise e gli studenti scontenti di indossarla; se qualcosa veniva trovato fuori posto venivano chiamati i genitori e i ragazzi subivano delle punizioni. Dato che gli studenti devono fare sempre qualcosa di utile per la scuola, come pulire l’aula, il bagno o i corridoi, a coloro che vengono trovati in difetto sono raddoppiati i normali turni per le pulizie; in molti anime shōjo si vedono episodi del genere.Le divise costano circa tre-quattrocento euro e durano per tre anni. Si indossa una camicetta bianca a maniche corte per quando fa caldo e una con le maniche lunghe per quando fa freddo; bisogna avere almeno tre camicie diverse perché è un indumento che ogni giorno va cambiato, mentre la giacca (burezaa) è unica, solo una per tre anni, così come il fiocco annodato al collo della camicetta delle ragazze che se viene perso deve essere ricomprato a proprie spese, mentre i ragazzi hanno la cravatta. Ci sono anche altre forme di divise: la divisa femminile Sailor fuku, come quella di Sailor Moon a forma di marinaio, mentre la divisa maschile è burezaa o gakuran, provvista di tanti bottoni che iniziano da sotto il mento e la tengono tutta chiusa. Un rito scolastico prevede che il giorno del diploma le ragazze chiedano in regalo al ragazzo che più gli piace il secondo bottone della sua giacca; vogliono il secondo perché è quello più vicino al suo cuore.




La trasformazione delle divise scolastiche è stata influenzata anche dal diffondersi della moda lolita, che all’inizio si basava sull’era vittoriana e anche sui vestiti dell’epoca rococò, ma il suo stile ha avuto man mano una grande diversificazione al di là di questi due tipi di abbigliamento. Il concept si sviluppò principalmente sull’idea della ragazza principessa e moltissime ragazze giapponesi ne furono subito entusiaste. Oggi la moda lolita si è sviluppata in tantissimi rami tutti diversi e grazie ad Internet questo stile ha avuto un boom anche all’estero. Infatti in Paesi come l’Australia, l’America e in tutta l’Europa, sono nate delle community molto famose di persone appassionate a questa moda. Fra la lolita giapponese e quella occidentale c’è però una differenza sostanziale: in Giappone moltissime ragazze mixano diversi stili insieme dando sfogo alla loro creatività; in Occidente ci sono un po’ di regole che vanno seguite altrimenti si può essere additate come “Italoli”, ovvero una lolita non molto piacevole alla vista.  Il fenomeno crescente della moda lolita ha visto nascere anche una rivista importantissima, la Gothic Lolita Bible che presenta, non solo le marche e gli abiti più in voga, ma anche dei tutorial di trucco e degli street snapshot, la moda fotografata per strada. Una lolita può arrivare a spendere dai cento ai cinquecento euro per un solo abito; tuttavia su Internet si trovano moltissimi mercatini dove si possono comprare anche accessori, gonne, petticoat oppure calze bonne, cappellini e altro a prezzi modici.Il termine Lolita all’interno del contesto della moda non ha allusioni di tipo sessuale e il suo uso nella lingua giapponese può essere considerato come wasei-eigo, termine che indica espressioni che superficialmente sembrano provenire dalla lingua inglese. Spesso si considera la nascita di questo stile come reazione contro la crescente percentuale di pelle nuda esposta dai giovani che seguono la moda (specialmente ragazze) nella società odierna, ma coloro che aderiscono al Lolita Fashion preferiscono essere definiti “carini” piuttosto che “sexy”.Nonostante l’origine della moda lolita non sia chiara, si possono rintracciare alla fine degli anni Settanta vestiti definibili odiernamente come “lolita”, prodotti da griffe giapponesi famose nel Paese come Pink House e Milk and Pretty, rinominata poi Angel Pretty. In seguito sono nate molte altre griffe oggi famose tra gli amanti del genere, come Baby, The Stars Shine bright e Metamoprhse temps de fille. Negli anni Novanta la moda lolita ha iniziato a diventare più conosciuta grazie a band musicali molto popolari in quegli anni, come le Princess Princess.




Si pensa che questo stile sia originario dell’area del Kansai, da dove si è diffuso fino a Tokyo per raggiungere poi la notorietà in tutta la popolazione giovanile, tanto che oggi i capi di abbigliamento di questo genere si trovano anche nei grandi magazzini.Il look lolita ha iniziato a distinguersi principalmente per la sua attenzione ai materiali e alla manifattura dei vestiti. La silhouette classica prevede una gonna lunga fino al ginocchio con una forma a campana data da varie sottovesti, ma si è evoluta fino a comprendere gonne lunghe alla caviglia e corsetti. Camicette, calzettoni o calze al ginocchio e copricapo dalle più svariate forme e colori, fanno anch’essi parte degli accessori indispensabili da indossare abitualmente. La moda lolita riesce ad attrarre giovani e non, facendoli sentire in qualche modo parte di una categoria di persone ben definita, per questo si è evoluta in molti differenti sottostili ed è presente come sottocultura giovanile in diverse parti del mondo.È il caso della Gothic Lolita, termine a volte abbreviato in GothLoli (Gosu rori), una moda nata nel 1988 e che ha avuto il suo exploit solo dopo che alcuni gruppi Visual Kei, il particolare tipo di musica rock nipponica, lo ha adottato come stile presentandosi sul palco con i tipici colori e vestiti che ben contraddistinguono la moda Goth. La svolta ufficiale avvenne nel 1999, quando il chitarrista Mana, della band Malice Mizer, fondò la famosa casa di abbigliamento Moi Mème Moitiè che si affermò velocemente come uno dei principali brand della moda lolita. Mana, che si presentava sul palco indossando costumi elaborati, ha inoltre coniato i termini “Elegant Gothic Lolita” (EGL) e “Elegant Gothic Aristocrat” (EGA), per descrivere al meglio gli stili della sua griffe.Da quel momento in poi le Gothic Lolita emergono prepotentemente nel panorama della moda giapponese, facendosi notare nei locali del quartiere Harajuku di Tokyo da sempre fulcro di tutte le subculture nipponiche. Dagli anni Duemila questo particolare stile si è diffuso in tutto il mondo raccogliendo consensi anche in Italia, complice soprattutto il fatto che molti personaggi degli anime più famosi sono a tutti gli effetti delle Loli Goth, come Misato in Nana, Misa Amane in Death Note, Perona in One Piece, Anju in Karin e i manga Black Rose Alice e Red Garden, dove lo stile gothic lolita viene ripreso spesso anche nei disegni delle copertine. In alcuni manga, come Othello, la moda lolita viene proposta come un metodo per distinguersi dagli altri ed essere così meno timidi.




Lo stile è caratterizzato da trucco e vestiti scuri. Il trucco più comune è composto da rossetto rosso e ombretto del tipo “smokey”, anche se non vengono applicati in modo esagerato. Il viso incipriato di bianco, che spesso viene associato al concetto di gothic, è considerato invece di cattivo gusto. Nei vestiti, spesso abbinati a merletti, ricami e fiocchi, vengono usati colori scuri quali il blu notte, il verde smeraldo, lo scarlatto oppure il viola, anche se la combinazione bianco-nero rimane la preferita. Cute, calze, calzini sopra il ginocchio e collant bianchi o neri sono molto comuni. Alcuni degli elementi più caratteristici dello stile sono i cappelli usati, come i mini cilindri o le mini corone e gli accessori ispirati all’epoca vittoriana, come il parasole o le cuffie da neonato. Molto impiegate sono anche le fasce per i capelli con decorazioni fatte di fiocchi, fiori e lacci. Anche i gioielli a forma di croce, zaini e borse a forma di pipistrello o di bara, sono usati come accessori per completare il perfetto look.Il grande magazzino di Tokyo, che è anche il fulcro della moda GothLoli, è il Marui Young a Shinjuku; quattro piani interamente dedicati a questo stile e ai suoi sottogeneri. Molti negozi per acquistare accessori gothic possono trovarsi anche nella zona tra Harajuku e Shibuya.Le gothic lolita, nonostante il look vistoso e trasgressivo, non si oppongono alla società e ai modelli culturali tradizionali giapponesi in modo così netto come spesso si pensa in Occidente, dove si tende anche a confondere questo stile con il cosplay, mentre in realtà sono due cose ben distinte e dai connotati estremamente diversi.Vi sono alcuni sottostili del gothic lolita, come lo Sweet Lolita, conosciuto anche come ama-loli (ama rori), molto influenzato sia dall’epoca rococò che da quella vittoriana ed edoardiana. Focalizzandosi principalmente sull’aspetto infantile della moda lolita, lo stile adotta le linee base del gothic, usando però colori pastello e trucco color pesca, rosa o perla, abbinato ad un rossetto in tinta.




L’abbigliamento si caratterizza per le stampe a tema raffiguranti frutta, dolci, fiori, nastri, pizzi, fiocchi e animali come gattini, cagnolini o coniglietti, per enfatizzarne la graziosità. Sono frequenti i riferimenti alle favole classiche o più frequentemente ad Alice nel Paese delle meraviglie. Gli accessori più apprezzati sono fasce, cuffie e fiocchi, mentre gli zaini e le borse hanno spesso la forma di fragole, cuori o sono peluches, come quelli indossati da P Chan in Curiosando nei cortili del cuore.Il Classic Lolita è uno stile più maturo di lolita e non è scuro come il gothic, né grazioso come lo sweet. È comunemente visto come sofisticato per le sue stampe con pattern poco vistosi e per i colori più sobri; il taglio dei vestiti è a impero per rimarcare la maturità dello stile. Il trucco non è molto enfatizzato e viene preferito un look naturale del viso; le scarpe sono semplici e comode come pure i gioielli e gli altri accessori.Il Punk Lolita (Panku Lolita) aggiunge a questo tipo di moda elementi dell’abbigliamento punk: tessuti strappati o serigrafati, cravatte, catene, borchie, spille da balia, tartan, righe e tagli di capelli androgini, il tutto incorporato nella dolcezza e nell’opulenza del Lolita. Le gonne sono spesso più corte e asimmetriche ed è comune mescolare fantasie, come nel particolarmente utilizzato plaid con le strisce abbinate agli anfibi e alle creepers.Nel tempo sono nate molte altre interpretazioni della moda lolita fuori dai soliti canoni. Questi stili non sono così conosciuti come quelli principali, ma sono la dimostrazione della tendenza alla creatività e dell’attitudine degli appassionati del genere a crearsi una loro propria moda. La Princess Lolita per esempio è un look ispirato alle principesse europee. Solitamente include una gonna dotata di rouches raccolte nella parte posteriore e naturalmente una corona.Il brand lolita si sviluppò principalmente proprio sull’idea della ragazza principessa e moltissime giovani giapponesi ne furono subito entusiaste.




Lo Shiro Lolita, comprende vestiti ed accessori di colorazione unicamente bianca o crema, mentre il Kuro Lolita impone vestiti ed accessori di colorazione nera. Non è raro vedere passeggiare insieme shiro ekuro lolita, il più delle volte per formare volutamente un interessante contrasto. L’Ōji o Ōji-sama (principe) è considerato la controparte maschile della moda lolita. Ovviamente non segue la tipica linea degli abiti femminili, ma si ispira al vestiario dei giovani dell’epoca vittoriana. Include camicie e magliette, pantaloni alla zuava o più corti, calzettoni al ginocchio, cilindri. I colori più comuni sono nero, bianco, blu e rosso vino. Viene indossato anche dalle ragazze e fuori dal Giappone è noto come Kodona.Il Guro Lolita (Lolita Horror) ha elementi horror incorporati ai normali completi lolita, come sangue finto, bende e trucco per apparire feriti. Si ispira all’immagine di una bambola di porcellana rotta e naturalmente predilige il colore bianco che fa spiccare notevolmente il sangue finto sul pallore corporeo.Il Sailor Lolita incorpora elementi del look da marinaio. Include colletti, cravatte e cappelli tipici delle uniformi marinare, da non confondere però con l’uniforme scolastica giapponese femminile o Sailor Fuku. Popolare anche una sua variante, il Pirate Lolita, sempre in tema nautico, che include solitamente vestiti più elaborati, cappelli tricorno, borse a forma di forziere e bende da pirata solo su un occhio. I brand più conosciuti di questo stile sono Alice & The Pirates, un sottobrand della griffe Baby e The Stars Shine Bright altamente specializzato nel genere.Il Country Lolita deriva dallo Sweet Lolita ed è difficile distinguerlo da quest’ultimo per la similitudine delle stampe usate. Può essere riconoscibile però per l’uso di borse, cappelli e cestini, tutti rigorosamente di paglia.Il Wa Lolita o Wa ori combina elementi dei vestiti tradizionali giapponesi con la moda lolita. Il prefisso Wa deriva dal kanji omonimo che viene usato per indicare molte cose di origine giapponese. Solitamente consiste in un kimono o hakama modificati per adattarsi alla classica silhouette lolita. Le scarpe utilizzate sono quelle tradizionali giapponesi, come geta, zōri e okobo, così come gli accessori per capelli quasi sempre kanzashi.




Il Qi Lolita è simile al Wa Lolita ma utilizza abiti tradizionali cinesi al posto di quelli giapponesi, come cheongsam modificati anch’essi per essere adattati alla silhouette lolita. Gli accessori comprendono ferma chignon in stile cinese ed infradito simili agli zōri giapponesi.Fuori dal Giappone la moda Lolita, insieme al cosplay, è visibile ai concerti visual kei o J-rock, a convention di anime e più comunemente alle fiere di manga, anche se non mancano gruppi di lolita che si radunano per dei tea party al solo scopo di chiacchierare e divertirsi.Lo stile non è ancora prodotto in massa al di fuori del Giappone, anche se alcuni piccoli negozi dei maggiori brand, come Baby, Angelic Pretty, The Stars Shine Bright e Moi-même-Moitié, sono stati aperti a Parigi e a San Francisco.Un film di animazione del 2004, ispirato alla moda lolita, è Shimotsuma monogatari (Kamikaze Girls), diretto da Tetsuya Nakashima tratto da un romanzo di Novala Takemoto. La storia ruota intorno a due studentesse di nome Momoko Ryugasaki ed Ichigo Shirayuri detta “Ichiko” perché il suo vero nome significa fragola, dalle personalità diametralmente opposte: la prima è una romantica esponente della moda Lolita, l'altra è una motociclista Yankee rude e violenta.Anche il manga di successo Othello, del 2001, parla di Yaya, una ragazza lolita molto timida che ha una particolarità: quando sbatte la testa o quando si specchia si trasforma in un’altra persona, Nana, con un carattere completamente diverso. Yaya è infatti una teeneger tranquilla e usa la doppia personalità per tirare fuori alcuni aspetti che lei ha dentro come la passione per la musica J-rock, il gothic lolita e il cosplay. Temi importanti del film sono la passione per la musica e la moda, i rapporti scolastici e le questioni sociali come il bullismo.Dalla fashion week giapponese arriva anche la tendenza che vede il make-up protagonista, soprattutto per quel che riguarda il trucco degli occhi: il trend si ispira al mondo dei manga e degli anime che vuole lo sguardo decisamente in primo piano e amplificato all’eccesso.Peter Phillips, direttore creativo e di immagine per Dior Make-Up, ha creato un trucco molto grafico, forte ed emancipato orientato alla cultura manga; quella moda degli occhi grandi introdotta dal padre dei manga Osamu Tezuka e portata avanti da molti mangaka che, quasi per sfida, pur appartenendo ad un popolo con gli occhi a mandorla, disegnano personaggi dagli occhi tondi e talmente grandi da essere sproporzionati con il resto del viso e del corpo.La moda di ingrandire lo sguardo riporta quindi alle eroine di manga ed anime; è un tipo di trucco dal forte impatto visivo che può essere portato tutti i giorni in maniera soft oppure accentuato da linee simmetriche e occhi “drammatici” per un look serale. Alcune compagnie giapponesi hanno creato le circle lenses, lenti a contatto particolari che allargano otticamente l’iride, dando la sensazione di un occhio molto più grande. Sono di tantissimi tipi, colori e vere e proprie fantasie di decorazioni a spirale, a fiori o a farfalla, che donano un effetto differente ogni volta. Il sogno di tutte le donne è di avere ciglia grandi e voluminose, per questo sono stati creati appositi mascara che prendono il nome dai comics giapponesi, come Miss Manga dell’Oréal Paris, che promettono grazie ad uno scovolino a 360 gradi, occhi dolci ma allo stesso tempo ribelli, ciglia lunghe e nerissime per ottenere sguardo e portamento da bambola kawaii. Allora stesso scopo vengono sempre più usate le extension ciglia.




Ho deciso…sicuramente metterò in valigia la camicetta bianca e nera, la mia minigonna scozzese e le immancabili calze con Totoro ^_^




Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91

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