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Elena Paoletta C

17/06/2018 - Domenica al mercatino giapponese con le mie amiche Gioia e Fabiana ^__^



Rivedo sempre con piacere l'organizzatrice di questi deliziosi mercatini! ^^

あ り が と う ご ざ い ま す ❤ またね ! 





I miei acquisti al mercatino giapponese!


Ringrazio ancora https://www.instagram.com/il_mercatino_di_micia/ per tutte queste cosine super kawaii!!!





Sono molto contenta di aver vinto il giveaway e di aver ricevuto come sorpresa questo fantastico portachiavi di uno dei miei personaggi manga preferiti! Ringrazio di nuovo tantissimo https://www.instagram.com/il_mercatino_di_micia/



E questa non potevo non averla... I ❤ NANA!



Roma, 17/06/2018



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Lo chiamano Festival dell’Oriente, ma di fatto è un festival del mondo poiché quest’anno riunisce alla Fiera di Roma, dal 22 al 25 aprile e dal 29 aprile al primo maggio, ben cinque festival: ognuno a raccontare universi differenti e lontani in un unico e indimenticabile viaggio.Un giro del mondo tra cultura, arte, tradizioni, folklore, musica e sapori attraverso mostre fotografiche, cerimonie tradizionali, spettacoli, concerti, danze e stand ricchi di prodotti tipici, tutto distribuito in cinque padiglioni interni e tre aree esterne. 




Il Festival dell’Oriente, che occupa due padiglioni interni, trascina il visitatore nella magia dei suoi affascinanti Paesi: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam e molti altri offrono il meglio delle loro atmosfere e delle loro tradizioni. Tra gli stand commerciali si trovano interi spazi dedicati alla salute e al benessere dove sperimentare le terapie tradizionali o quelle bionaturali come lo yoga, lo shiatsu, l’ayurvedica. Per la prima volta è presente un Festival delle Arti Marziali con il suo connubio di disciplina, potenza e spiritualità.




Imperdibile lo spettacolo dei tamburi giapponesi offerto dai Masa Daiko, uno dei gruppi più rappresentativi del genere a livello internazionale. In Giappone originariamente il tamburo veniva usato durante le battaglie per intimidire i nemici e per inviare comandi; in seguito divenne uno strumento utile nell’esecuzione di musiche popolari e per questo molto apprezzato. I Masa Daiko, pur suonando pezzi della tradizione giapponese, sono riusciti a mantenere l’antica cultura del tamburo di guerra imponendo ugualmente forza e vigore ma dando anche una rappresentazione estetica che riesce a trascinare e coinvolgere il pubblico.




La mia amica Fabiana ed io ci siamo molto soffermate in questi due padiglioni dedicati all’Oriente, soprattutto sugli stand del Giappone con le spezie di ogni tipo, le varietà di tè, i kimoni, i costumi da samurai e una grande quantità di oggettistica. Mi è sembrato di tornare indietro di un anno e trovarmi di nuovo nell’affascinante terra del Sol Levante.



Un’atmosfera di allegria e divertimento si respira al Festival Irlandese dove il pubblico, oltre a bere birra, può partecipare a molte attività tra cui rievocazioni storiche, festose danze celtiche e tipici giochi come il tiro alla fune. Gli stand gastronomici offrono zuppe tradizionali, stinco alla birra scura, salmone affumicato, formaggi alle erbe e dolci alle mele accompagnati da distillati irlandesi, mentre alcuni gruppi musicali tra i più rappresentativi dell’Irlanda trasmettono gioia e buonumore.




Novità di quest’anno è poi il Festival Country tra speroni lucidi, indiani d’America, atmosfere rurali, cappelli a larghe falde, balli e gruppi musicali. Un padiglione interno è completamente allestito con le tipiche tende indiane, i carri e pagliericci recintati dove riposano pecore e pony.Divertente è il Western Horse show, un evento dedicato a gare di monta americana e esibizioni di splendidi cavalli.




That’s America è invece un tour tra le mitiche atmosfere americane dagli anni ’50 fino agli anni ’80. Un viaggio tra auto e moto storiche, drive in, fast-food, juke-box e sosia di Elvis Presley, per un’immersione totale nelle atmosfere americane di quei tempi.




Travolgente risulta il Festival dell’America Latina con i colori, i suoni, i profumi e il cibo del Brasile, dell’Argentina, di Cuba, del Messico e tanti altri splendidi Paesi. In un’area all’aperto il ritmo e il folklore latino trovano spazio tra storia e cultura di popoli che vantano millenarie tradizioni.In un’aerea all’aperto c’è anche l’Holi Festival dedicato alla tradizione spirituale e religiosa induista che celebra sentimenti ed emozioni positive ed intense. Si balla, si canta e ci si diverte lanciandosi polveri colorate, un modo simbolico per rendersi tutti uguali e per creare un momento di gioia tra amici e sconosciuti. Senza la paura di sporcarsi tutti abbandonano ogni sentimento negativo e aprono il cuore e l’anima all’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli.Si svolge sempre all’esterno il Festival Spagnolo caratterizzato da esibizioni di flamenco, concerti dal vivo e gastronomia tipica. Un nuovo evento con spettacoli tipici del folklore spagnolo che rievocano le feste in strada, con le esibizioni degli splendidi cavalli andalusi e le canzoni struggenti accompagnate dalla malinconica chitarra spagnola.Naturalmente viaggiando tra tutti questi eventi, si trova sempre qualche souvenir ;)




Quest’anno il Festival dell’Oriente è dunque un vero e proprio giro del mondo da non perdere assolutamente!
Potete vedere altre foto del Festival cliccando sulla mia pagina https://www.facebook.com/WonderlandTales/




Per chi invece avesse voglia di emozionarsi un po’ con la potenza dei tamburi giapponesi, ecco un mio video che può rendere l’idea…





Roma, 22/04/2018



Pictures © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C

Nell’est dell’Inghilterra, nella contea del Cambridgeshire, a 137 km da Londra, si trova sulle rive del fiume Nene la cittadina di Peterborough. 

Nel centro di questa City si erge l’imponente Cattedrale gotica dalla particolare triplice facciata dedicata a San Pietro, San Paolo e Sant’Andrea. In origine era un monastero che poi venne consacrato e divenne la Cattedrale della città. Qui vi hanno trovato sepoltura ben due regine: Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico VIII e Maria Stuarda, le cui spoglie però furono trasferite nell’abbazia di Westminster a Londra per volere del figlio Giacomo I in occasione della sua incoronazione. La cattedrale ha ispirato lo scrittore Ken Follet per il romanzo “I Pilastri della Terra”.





Nella piazza principale di Peterborough si erge, su un colonnato che forma un portico, la magnifica costruzione settecentesca Guildhall, un tempo sede di varie bancarelle alimentari oggi trasferite nel luogo una volta adibito al mercato di bestiame. In origine denominata Piazza del Mercato proprio per le attività che vi si svolgevano, oggi la piazza deve il suo nome attuale alla più famosa Cattedrale che si trova proprio lì davanti.




A Peterborough vi è un’altra importante e maestosa costruzione: è la St. John the Baptist Church che si trova sempre in Cathedral Square e dista solo pochi minuti a piedi dalla Cattedrale stessa.

Questo perché in origine la cattedrale era riservata esclusivamente ai monaci, mentre la chiesa era per i cittadini e per questo la St. John Baptist Church è ufficialmente la chiesa parrocchiale di Peterborough.




Accanto alle bellezze storiche c’è una Peterborough moderna: importante nodo ferroviario oltre che capitale dello shopping per la presenza del grande centro commerciale Queensgate, uno dei più grandi di tutta l’Inghilterra, o del più piccolo ma accogliente Rivergate.




È molto piacevole passeggiare per le vie di Peterborough, tra i curati giardini, i negozi, le golose gelaterie, i molti ristoranti e il rilassante lungofiume: si può apprezzare un’emozionante città cosmopolita dove viene rispettato l’ambiente e allo stesso tempo organizzati eventi interessanti e approfonditi in ogni dettaglio.




La City infatti vanta un intenso programma di festeggiamenti che si svolgono durante tutto l’arco dell’anno: dal Peterborough Festival che si tiene in estate e porta concerti, spettacoli e performance artistiche, al Peterborough Folk Festival che riempie di musica le strade della città, per non parlare della Peterborough Comi-con che per la prima volta quest’anno ha visto la partecipazione di tanti ragazzi e non solo, appassionati di cosplay, manga e fumetti. https://elenapaoletta.tumblr.com/post/173227181700/viaggio-a-peterborough




Ma Peterborugh ha un’altra particolarità: è considerata anche la città dei fantasmi. Molti sono infatti i racconti che si possono ascoltare riguardo a misteriose morti e presenze inquietanti, tanto è vero che è stato organizzato anche un tour per visitare i luoghi dove avverrebbero queste apparizioni.

Quando vengo qui a trovare mia sorella, ho sempre la sensazione di camminare per le vie di Storybrooke, la cittadina famosa agli appassionati della serie televisiva “Once upon a time”, per l’atmosfera un po’ fiabesca e coinvolgente che rende questa città molto speciale. 

Se capitate dalle parti di Londra vale veramente la pena visitare Peterborough❤




21/03/2018


Chi vuole vedere altre foto del Romics può visitare la mia pagina Wonderland Tales ^__^


Pictures © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C






Un gradito omaggio al Maestro Hayao Miyazaki, alla sua arte, al suo modo di pensare, di essere e di lavorare. Un instancabile artista che pur dovendo fare i conti con la realtà dell'età che avanza, insegue ancora i suoi sogni e presto ci regalerà un nuovo capolavoro!

Miyazaki sensei, arigato ❤



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Tratto dall’omonimo manga di Keiji Nakazawa, questo anime è stato distribuito in sala da Nexo Digital in collaborazione con Dynit per soli due giorni, il 19 e il 20 settembre. Pur essendo fuori dai consolidati schemi del mercato dell’animazione, In questo angolo di mondo ha vinto il premio “Animation of the year” ai Japan Academy Prize, battendo il più conosciuto Your Name di Makoto Shinkai, e il premio della giuria al Festival Internazionale del film di animazione di Annecy ottenendo eccellenti risultati anche al botteghino. Sunao Katabuchi, il regista del film, viene dallo Studio Ghibli; il suo primo lavoro infatti è stato quello di assistente alla regia per Kiki, consegne a domicilio (1989). In questo angolo di mondo porta con sé tutto l’insegnamento dello Studio Ghibli: dal character design, alle musiche e allo sviluppo dei personaggi, caratteristica di Miyazaki, ma anche la scelta cromatica soffusa, quasi acquarellata, che si ispira agli ultimi lavori del maestro Isao Takahata, come La storia della principessa splendente (2013). Molti hanno paragonatoIn questo angolo di mondo con Una tomba per le lucciole (1988) ma forse solo per il fatto che trattano argomenti simili ovvero i drammatici giorni del conflitto che hanno segnato in maniera profonda e indelebile la storia del Giappone. Il film di Takahata viaggia però su una linea ideologica pessimista, mentre In questo angolo di mondo offre una narrazione drammatica ma aperta al futuro.È l’inizio degli anni Trenta e a Hiroshima la giovane Suzu Urano è ancora una bambina felice, spensierata, con la testa tra le nuvole; una sognatrice a cui piace disegnare e inventare storie per la sua sorellina.




La vita scorre serena per la famiglia Urano, mentre il mondo si avvia a grandi passi verso la guerra mettendo a dura prova la vita di tutti. Il primo di una serie di traumi Suzu lo vive quando nel 1944, il giovane Shusaku Hojo, funzionario della marina imperiale, la chiede in sposa. Suzu deve lasciare la sua famiglia e la sua città natale per questo matrimonio combinato e, senza mai aver visto il suo futuro marito, si trasferisce in un paese che non le appartiene, dove anche il paesaggio è differente: dalla tranquillità di Hiroshima a Kure, una cittadina con un porto militare. Inizia così una nuova vita tra molte difficoltà, soprattutto quelle relative all’integrazione nel nuovo nucleo familiare e il suo modo di essere un po’ distratta ed impacciata, porta Suzu a scontrarsi spesso con la cognata, una giovane vedova con una figlia piccola che vive immersa nella realtà e proprio per questo si rivelerà poi un ottimo aiuto per la piccola sognatrice. A peggiorare le cose ci sono la guerra e i continui bombardamenti statunitensi che rendono quasi impossibile l’esistenza per gli abitanti di Kure, impotenti e costretti a rintanarsi nel sottosuolo a ogni richiamo delle sirene antiaeree. Anche la vita di Suzu è sconvolta e la sua filosofia di vita “resta ordinaria e resta sana” la fa apparire fragile e inadatta alle difficoltà della vita, ma con tenacia, perseveranza, senso del dovere, un pizzico di creatività e tanto coraggio, riesce sempre a ottenere il massimo con gli scarsi mezzi a sua disposizione. Emergono dettagli di vita sociale e quotidiana; in particolar modo, il regista si sofferma sulle abitudini alimentari giapponesi con ricette di piatti tipici e piccoli trucchi per renderli più appetitosi e abbondanti in un tempo in cui il cibo scarseggiava.




Tutta la storia è basata su sentimenti contrastanti che non si focalizzano solo sulle vicende della giovane Suzu e sul suo modo bellissimo di ridisegnare la realtà ma, grazie ai personaggi di contorno  molto caratterizzati, viene offerto uno sguardo particolare sulla vita in tempo di guerra. Con la povertà imperante e le operazioni militari in sottofondo, viene reso perfino un triste omaggio alla leggendaria Yamato, la più grande nave da guerra giapponese.Il film è costantemente pervaso da una toccante amarezza che lascia comunque spazio alla speranza, riservando nella narrazione degli eventi tutta la forza di spirito del popolo nipponico di fronte alla realtà dei bombardamenti aerei fino al più devastante evento della bomba atomica. Suzu è l’emblema della guerra: la tranquillità di poter camminare guardando il cielo, la libertà di potersi sedere davanti al fiume con la sua matita a disegnare, la spensieratezza delle sue giornate, vengono sostituite da un cielo che fa paura, dall’insicurezza del domani, dalle lunghe file per avere un pezzo di pane che il più delle volte però è finito. Suzu resta intrappolata nella guerra, nella fame, nella sofferenza, nei sensi di colpa, ma soprattutto nella consapevolezza di non poter fare niente.




Tutto sembra vano e senza senso, ma non si può tornare indietro e non si potrà più avere quello che si è perso, tranne forse che l’atteggiamento positivo nei confronti della vita. Suzu è giapponese…non si spezza; stringe i denti e decide di voler essere forte, di rialzarsi e di ricominciare a sorridere. Vuole tornare a essere spensierata, a camminare guardando in su, a ricominciare a vivere “in questo angolo di mondo” in cui tutto ciò sembra ora impossibile.Un anime visivamente emozionante grazie anche ad uno stile grafico di grande fascino, con tratti semplici ma incisivi e una cura per i dettagli che immergono immediatamente nelle atmosfere e in un realismo impressionante.




La tanta luminosità delle scene contrasta con l’oscurità del dramma e trasforma la violenza della guerra in un amaro sogno ad occhi aperti. In una vicenda ricca di dolore e ansia, con l'ultima parte altamente drammatica, il regista lascia spazio alla tenerezza, alla semplicità dei piccoli gesti, lanciando un messaggio di speranza: la Storia è crudele ma l’amore e la poesia possono salvare l’uomo dalla sua stessa follia.



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

 Diploma di Laurea Magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale



  Che soddisfazione! 



  Ragazze del Dams



  Io e la mia amica/sorella Giorgia ❤



  Congratulazioni!



   HAPPY ME!!!  ❤❤❤



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Il mio video di Ren & Nana ha superato le diecimila visualizzazioni!!!

Grazie a tutti e ora andiamo verso un nuovo traguardo! ;)

https://www.youtube.com/channel/UClOupzGzjSzZLs7gf3BfsSQ

Elena Paoletta C


Il fatto sorprendente della caotica Tokyo è l’assenza di rumori assordanti e di cattivi odori. Niente traffico frenetico, né fastidiosi clacson e l’unica cosa che colpisce l’olfatto è il mix di profumi speziati del cibo cotto in strada. La pulizia, soprattutto nelle stazioni delle metropolitane, sorprende da subito il turista occidentale e lo fa riflettere sul vero significato della parola civiltà. Nella grande metropoli si trovano poi vere e proprie oasi di pace e tranquillità, dove il verde dei giardini e il silenzio interrotto soltanto dallo scorrere dell’acqua dei vari laghetti, invitano alla riflessione e alla meditazione. Uno di questi luoghi incantevoli si trova a Mitaka dove ha sede il Museo Ghibli, costruito nel 2001 su espresso volere del maestro Hayao Miyazaki che lo ha disegnato personalmente usando la stessa tecnica che adotta come regista, ovvero con una sceneggiatura in divenire. Il progetto del parco ha preso vita partendo da una serie di tavole nelle quali l’artista ha schizzato le prime stanze, per poi suddividere gli spazi interni: è partito dai dettagli per arrivare all’insieme e l’edificio stesso che ospita il Museo è divenuto così l’attrazione principale. Per esaudire il mio sogno di visitare il Museo Ghibli è stato necessario comprare i biglietti tre mesi prima del mio arrivo a Tokyo, vista la grande richiesta da ogni parte del mondo.




La scelta del nome Ghibli fu fatta dallo stesso Miyazaki nel 1985 quando riuscì a realizzare il suo sogno di fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli. Infatti il Ghibli o Caproni Ca.309, era un aereo della Regia Aeronautica del Regno d’Italia concepito per operare in nord Africa con l'aviazione coloniale e il regista, appassionato di aviazione, scelse questo nome sia per il suo amore per il volo che per significare l'entusiasmo e la determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell'animazione giapponese.Ghibli è una parola che deriva dall’arabo, lingua in cui significa “nella direzione della Mecca”, ovvero est, mentre in italiano il suo nome indica il vento caldo tipico del deserto.La nascita dello Studio Ghibli sottolineava quindi anche l’esigenza di portare un soffio di aria fresca per l’industria degli anime e voleva dire creare una produzione per tutti i suoi film e sogni, anche architettonici.Infatti lo spazio è cruciale, soprattutto nella ricerca di Miyazaki che lo intende non come limite, ma come orizzonte da aprire alla sua fantasia, senza mai farla sentire costretta. Per questo progettò personalmente gli spazi dello Studio nei quali doveva muoversi e le architetture risultavano così come uscite dai suoi film, diventando prosecuzioni del suo immaginario, la prova concreta che i sogni possono diventare realtà. L’animazione è arte, ogni prodotto animato è un’opera di ingegno e di talento e Miyazaki vuole che il Ghibli Museum venga inteso proprio come museo d’arte: «Questo è il tipo di museo che voglio fare!» Dichiarò all’epoca il regista. «Un museo interessante che rilassi l’anima, un museo dove ci sia molto da scoprire, un museo basato su una filosofia chiara e articolata, un museo dove coloro che cercano divertimento possano divertirsi, coloro che vogliono riflettere possano riflettere e coloro che vogliono emozionarsi possano emozionarsi, un museo che quando esci ti faccia sentire più ricco di quando sei entrato». Chiarite le ambizioni, Miyazaki dettò le sue regole: il suo Museo doveva avere ambienti che consentivano di vivere insieme la visita come se si stesse guardando un film; non doveva avere architetture oppressive o arroganti, ma spazi nei quali sentirsi a proprio agio; doveva essere gestito in modo da far sentire i bambini come adulti e viceversa, i membri dello staff soddisfatti e fieri del loro lavoro e soprattutto essere per tutti.




Il colorato Ghibli Museum è dunque uno spaccato dell’universo fantasioso di Miyazaki e si propone come percorso creativo ed esperienza: la scritta all’entrata suggerisce infatti “Perdiamoci insieme”. Si scende poi verso il basso, attraverso un itinerario labirintico che sollecita il piacere dell’esplorazione e ci si ritrova in una vasta hall attraversata da ponti e piani, sfalsati su vari livelli, dove lo sguardo e il cammino si sollevano verso l’alto. È lo stesso itinerario che compiono generalmente i protagonisti dei film di Miyazaki: basti pensare a Chichiro, che ne La città incantata prima scende verso le caldaie e poi risale verso i piani superiori dell’edificio termale.




Ad accogliere i visitatori nella hall è il monumentale Totoro in peluche. Il capolavoro miyazakianoTonari no Totoro (Il mio vicino Totoro, 1988) è un racconto intriso di tenerezza, un film che resta tutt’oggi uno dei maggiori successi del cinema giapponese e che ha visto il profilo dell’animale immaginario Totoro diventare il logo dello Studio Ghibli e avere l’onore di apparire in altre produzioni come in Toy Story 3, ne I Simpson e in South Park. I giapponesi amano Totoro come gli americani amano Topolino; per loro rappresenta il riconoscimento mondiale dell’animazione giapponese. Totoro è una sorta di spirito benevolo della foresta e si fa vedere solo da chi crede in lui. Le bambine protagoniste dell’anime vivono una situazione eccezionale carica di responsabilità a causa del ricovero in ospedale della loro mamma e hanno quindi un urgente bisogno di credere nella sua magia e nella sua protezione. Il film esprime anche il contatto con il cambiamento, con lo sconosciuto, con il diverso; con tutto ciò che può arrivare alla mente aperta dei più giovani e possa così aiutarli a fare quel salto, quel passo avanti nella vita in maniera sana. Tutti gli elementi necessari al percorso di crescita sono racchiusi in questo simpatico animale che offre protezione e trova le soluzioni ai problemi.Nella hall del Museo una porta si apre nella stanza delle meraviglie dove le vetrate, realizzate con forme e colori dei personaggi dei film, producono affascinanti giochi di luce a creare un’atmosfera da sogno. La stessa atmosfera si può ritrovare nei bagni meticolosamente curati e puliti.




Il soffitto della hall è affrescato e riproduce un sole luminoso in mezzo ad un cielo terso; il tetto diventa così un ostacolo relativo, una finzione che l’uomo ha imposto a se stesso per giustificare la propria paura di puntare in alto. Guardando bene si possono intravedere i vari personaggi di Miyazaki, tutti festosi in volo; non importa se si guarda con gli occhi o con il cuore, il messaggio è che tutto è possibile all’interno di questo spazio, senza promettere più meraviglie di quelle che ognuno può cogliere.Con grande emozione ho riconosciuto subito la piccola strega Kiki (Kiki consegne a domicilio, 1988) che parte sulla sua scopa per iniziare un addestramento lontano da casa. Pensando di trovare quel mondo che si era idealizzata, si scontra presto con le difficoltà della vita: tutti ostacoli che la introducono però all’amicizia, all’impegno e alle responsabilità della vita vera.




Il piano terra ospita anche una stanza dove i temi musicali dei più importanti film accompagnano il visitatore a soffermarsi su una sorta di casetta in penombra le cui finestre rappresentano con dei fotogrammi, ognuna l’anno di uscita dei vari anime di Miyazaki. Per gli appassionati del genere è una cosa da brividi e lacrime!La sorpresa più grande è stata quella di trovare un po’ ovunque la sagoma dell’indimenticabile protagonista di Porco Rosso, perfino sulla lavagnetta del menu del bar in terrazza.




Porco Rosso è un anime del 1991 elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca. Porco Rosso rispecchia la linea di pensiero di Miyazaki: il voler vivere libero senza ostruzioni e oppressioni. Ogni cosa che il protagonista dice diventa una citazione epica e lo avvolge in un alone di mistero che porta lo spettatore ad essere attento ad ogni battuta per cercare di capire il suo passato e la sua psiche, chi ama, chi odia e chi rispetta e qual è il suo obiettivo, il suo scopo. Nulla si sa di preciso e tutti questi misteri arricchiscono il protagonista e fanno muovere sia sottotrame che tutti gli altri personaggi intorno a lui. Nell’ironia di Porco Rosso, si legge un odio per la guerra e il fascismo, elementi dannosi per la libertà dell’uomo: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale». Con questa frase il protagonista inneggia alla totale libertà nella vita: preferirebbe rimanere l’unico maiale antropomorfo nel mondo, piuttosto che stare sotto una dittatura che di sicuro gli imporrebbe dei limiti. Questa è forse la spiegazione al perché della costruzione dello Studio Ghibli.I film dello Studio infatti non sono mai fini a se stessi; vedere una sola volta un qualsiasi anime, può essere limitante per il pubblico che non può coglierne istantaneamente tutti i significati inseriti, più o meno esplicitamente, all’interno della storia. Miyazaki infatti costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza di gravità della tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. Le sue critiche feroci alla società, espresse attraverso i suoi film, oscillano sempre fra la sua compassione per l’umanità e la preoccupazione per il futuro dell’uomo, ma il regista lo fa in modo artistico e non lanciando messaggi banali o morali. Sebbene tutti i suoi capolavori siano squisitamente giapponesi, per quanto riguarda la sensibilità e i sentimenti, l’estetica e l’intensità drammatica sono universali.Su una delle porte che introducono alle varie sale del Museo, spicca il poster di Principessa Mononoke (Mononoke Hime, 1997), un anime crudele, affascinante e profondamente commovente, che trasmette un monito attento sul discorso ecologico tanto caro a Miyazaki.




«In tempi remoti la Terra era ricoperta di foreste, in cui sotto le sembianze di immensi animali si aggiravano da sempre gli spiriti della natura. Uomini e animali allora vivevano in armonia».Il film è carico di una voluta violenza per riproporre la tematica che ogni tentativo dell’uomo di rubare prepotentemente la scena alle forze naturali e soprannaturali e dirigere così il corso degli eventi, è solo fonte di rovina: per raggiungere la pace e l’armonia del mondo è necessario trovare un equilibrio. È un Miyazaki combattuto tra il pessimismo sulle azioni dell’uomo e l’ottimismo che ancora qualcosa può fare per salvare il mondo in cui vive. La sala principale del Museo Ghibli, dominata da un lucernario con ventilatore a pala, è animata da scale a chiocciola e passaggi nascosti, uno scenario perfetto per ambientare una favola e soprattutto per far percepire il movimento, come immagine e come “brezza”, tanto cara a Miyazaki.Il vento è infatti l’elemento simbolico della sua intera carriera come dimostra il suo ultimo film Si alza il vento (2013). Il vento è l’elemento che indica all’uomo la rotta della sua creatività per abbattere ogni pregiudizio, bigottismo e menefreghismo verso il nostro stesso mondo.Il Museo Ghibli è una sorta di guida al fantastico, perfino nei particolari biglietti per la sala proiezione che raccontano una brevissima storia. Sono infatti frame di pellicole in 35mm dei vari film di Miyazaki; basta puntarli verso la luce per vedere quale scena il destino abbia riservato ad ogni visitatore. A me è capitato quello de La città incantata :)




Il Museo ospita infatti una sala cinema da ottanta posti che ha il soffitto dipinto per celebrare le luci e il buio della notte. Vi si possono vedere cortometraggi esclusivi, che non hanno diffusione al di fuori del cinema stesso e quando le luci si accendono, la magia rivela i suoi trucchi, mettendo in mostra il proiettore. Ho visto un corto molto carino e delicato che, attraverso due animaletti di uno stagno, spiegava come si possono superare le diversità con l’aiuto proprio di chi consideriamo diverso, liberando la mente da pregiudizi e guardando il mondo dal suo punto di vista. Tutto il lavoro di Miyazaki è un tributo al potere di un’immaginazione straordinaria. Il primo piano del Museo ospita la mostra permanente sulla nascita di un film di animazione. La prima stanza è quella di un ragazzo, con un tavolo da disegno, schizzi, libri e giocattoli. È il rifugio dove il regista ha riunito gli oggetti simbolo delle sue passioni, le icone amate, modellini di aeroplani inclusi. È proprio quella forse la stanza più importante, senza età, che più che un luogo fisico è il luogo metafisico della memoria, dove si riuniscono voci, sensazioni, accenni e spunti. Il passato come motore è lì in quella serie di vecchie foto e schizzi, che dal pavimento arrivano fino al soffitto, a suggerire la ricchezza della fantasia e i colori dell’inconscio: dalla teoria alla pratica.La stanza che però mi ha emozionato più di tutti è stata quella che rappresenta il luogo di lavoro di Hayao Miyazaki: per chi come me è amante del disegnare e colorare, vedere sulla scrivania i suoi strumenti di lavoro, posizionati proprio come se lui fosse lì ad usarli durante un suo processo creativo, è entusiasmante e svela lati inediti della sua personalità. Il caffè, il posacenere pieno di mozziconi di sigarette insieme alle matite colorate, agli schizzi, alle foto, ai libri lasciati aperti a sottolineare le ispirazioni, convivono con ironia e semplicità e danno una visuale del mondo lavorativo sensibile e umana, un ritratto intimo del maestro Miyazaki che mi ha veramente commosso. Peccato che dentro al Museo sia assolutamente vietato fotografare; si è controllati praticamente a vista dai numerosi membri dello staff, quindi le foto si scattano con gli occhi e restano nella memoria del cuore. Un’altra sala è dedicata completamente ai gadget da acquistare. Come non approfittarne? *__*




Il percorso del Museo vuole essere sia di crescita che culturale, così Miyazaki ha fatto costruire la Mitaka, o Tri Hawks, una biblioteca per ragazzi con libri suggeriti da lui stesso. La collezione del Museo include anche rodovetri e stampe di scene dei film e tra le attrazioni c’è, solo per gli under dodici, il Gattobus in peluche. Personaggio del film Totoro, il Gattobus è una sorta di autobus che solo la fantasia dei bambini riesce a vedere e che li trasporta velocemente da un luogo a un altro del bosco incantato dove vive Totoro. Questa grande attrazione occupa un’intera sala del secondo piano e intrattiene allegramente i piccoli visitatori che si divertono ad entrarci. Nessun effetto speciale, solo la possibilità di realizzare il desiderio di toccare con mano l’illusione.Una scala a chiocciola conduce allo splendido giardino pensile su cui campeggia la statua in bronzo alta cinque metri, opera dell’artista Kunio Shachimaru, che raffigura uno dei Robot Soldato di Laputa, il castello nel cielo, custode di quel parco segreto. Fortunatamente negli spazi aperti del Museo si può fotografare, così ho potuto scattare alcune foto ricordo.




L’anime Laputa (1986), ispirato ai Viaggi di Gulliver e ai testi futuristici di Jules Verne, insegna dei valori basilari e importantissimi come l’amicizia, i piccoli amori, ma anche la cattiveria dell’uomo, la vita del mondo reale con le varie sfaccettature, una caratteristica che sarà sempre presente nei film futuri di Miyazaki. Laputa incarna tutte le passioni e i sogni del regista e non solo: tutti desideriamo di poter volare, di essere liberi, di raggiungere qualcosa di impossibile e di più avanzato rispetto a noi. Questo misterioso castello riassume tutti questi sogni e per questo tutti desiderano raggiungerlo, ma solo chi se lo merita può avere l’onore di vedere il mondo da lassù. Il protagonista maschile, rivolgendosi alla protagonista femminile, dice: «Quando sei scesa dal cielo mi sono emozionato. Doveva essere per forza l’inizio di qualcosa di straordinario», sicuramente è un riferimento alla nascita dello Studio Ghibli, visto che Laputa è stato il primo film prodotto dallo Studio. Impressionante è la cura meticolosa dedicata ad ogni pianta, o ramoscello che sia, negli spazi aperti: ho visto personalmente una donna dello staff controllare, foglia per foglia, una siepe e togliere delicatamente quelle secche.




Secondo Miyazaki la perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Questo ferreo meccanismo fatto di regole rigide e una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo oltre i propri limiti, nascondono il duro allenamento dietro la poesia, perché il bello non è un dono che arriva ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi.Ispirate a Il Castello Errante di Howl (2004), tanto da riproporre le atmosfere steampunk, sono una serie di oggetti in ferro o in ottone sparsi lungo tutto il percorso del Museo perché, se questo accende la fantasia, bisogna che poi il fantastico contamini lo sguardo in ogni luogo. Nei suoi toni cupi e invecchiati, i tombini, la fontana, la vasca, le borchie, i lampioni, rivelano il tesoro di una fucina in movimento, come fosse il dietro le quinte del Castello, a spiegare alla gente come e perché la magia va avanti.




D’altra parte Howl può intendersi come la personificazione dell’aspetto creativo di Miyazaki, del suo parallelismo con la vita di tutti i giorni, il suo contrasto fra ottimismo solare e cupo pessimismo, fra il desiderio di rinnovarsi e il bisogno di rimanere fedele al proprio mondo poetico. La scena in cui la fiamma di Calcifer torna nel petto di Howl viene sottolineata da Miyazaki con la frase: «Non sono mai cambiato dalla mia infanzia», ad evidenziare il contatto vitale fra creazione e memoria, tra i sogni dell’infanzia e la loro realizzazione attraverso la passione artistica.Howl dice: «Senza la bellezza che senso ha vivere?» e porta con sé una grande verità. Senza la bellezza di questi anime, senza maiali a bordo di idrovolanti e la libertà nel cielo; senza i sogni e le speranze dei bambini e senza quei mondi così caratteristici e particolari; senza le leggende, i misteri, i mostri, le maledizioni, le trasformazioni, i paesaggi e le creature fantastiche ma cariche di poesia, la bellezza non esisterebbe. L’emozione, i brividi e i sussulti al cuore che regala la visita al Museo Ghibli, diventano un tutt’uno con quelli che regala l’animazione del maestro Miyazaki.Dalla visita al Museo Ghibli emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si possono vedere i sogni realizzati con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Il mio ultimo giorno in Giappone non poteva essere più bello, degna conclusione di un viaggio meraviglioso e tanto desiderato! ❤




Pictures © Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91


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