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Elena Paoletta C

 Pictures © Elena Paoletta



Gli amanti del Giappone, o semplici curiosi, non possono mancare al prossimo appuntamento con il mercatino giapponese che propone a Roma due giorni di festa natalizia ricca di eventi. The Christmas City Mercatino Giapponese & V Market, offre un'occasione da non perdere per chi ancora non ha le idee chiare sui regali di Natale…
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Elena Paoletta C


Una delle prime cose che uno straniero nota nel visitare il Giappone è che tutti leggono manga.La spiegazione si può far risalire al padre dei manga, Osamu Tezuka, che viene ricordato soprattutto per le sue storie comiche e di avventure, ma anche per aver dato forma all’idea che il dramma serio e i temi adulti potevano essere raccontati con i disegni. Il fatto di alzare il livello dei manga, fino allora ritenuti adatti solo ai bambini, ha contribuito a farli diventare una lettura per tutti e ha originato una vasta gamma di generi e sottogeneri; i primi servono a suddividere il pubblico cui si rivolgono per sesso ed età, mentre i secondi il tipo di contenuto trattato.Il genere Kodomo (“bambino”) indica i manga destinati ai bambini. I kodomo prevedono trame semplici, il più delle volte formati da una serie di episodi autoconclusivi o comunque da archi narrativi molto brevi. I protagonisti di solito sono bambini delle elementari o simpatici animaletti parlanti. I disegni tendono ad essere molto semplici senza troppi particolari e con linee molto morbide. Esempi di kodomo sono Hamtaro e Mirmo.Un sottogenere usato per lo più nei kodomo è l’Aniparo (Anime parody), la cui caratteristica peculiare sono i personaggi in stile super deformed, cioè ridisegnati per assumere le proporzioni e la fisionomia di neonati: occhi enormi, corpo tozzo e rotondeggiante, la testa che occupa un terzo dell’altezza corporea. A volte vengono aggiunti particolari come orecchie da gatto o code da volpe, una qualsiasi stravaganza, per dar vita a tutti quei personaggi bizzarri che sono molto accattivanti per i bambini. L’Aniparo da luogo infatti ad un merchandising di notevoli dimensioni, costituito per lo più dai gadget dei protagonisti super deformed (portachiavi, pupazzi, magliette ecc.).Altro sottogenere dei kodomo è il Fantasī basato su storie e personaggi di fantasia, spesso ambientate nel Giappone contemporaneo, nel quale arrivano extraterrestri o simpatici mostri. Lo stile è quello tipico dei kodomo dove prevalgono il tratto spesso e le linee morbide. Gli esempi più famosi sono senza dubbio Carletto il Principe dei Mostri e Doraemon.




Oltre al genere Kodomo si trovano gli Shōjo (“ragazza”), i manga rivolti per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici o dodici anni e fino ai diciotto. I maggiori successi di questo genere vengono comunque fruiti trasversalmente anche da persone di età maggiore e di genere maschile. Fino alla fine degli anni Sessanta gli shōjo manga erano stati creati soprattutto da autori uomini; in seguito cominciarono ad essere realizzati principalmente da donne, che ne modificarono profondamente tematiche e grafica. Inizialmente confinati su temi sentimentali (Ren'ai, storie d'amore), con ambientazioni europee e personaggi idealizzati ma dalle emozioni esplicite in situazioni melodrammatiche, gli shōjo ampliano con il trascorrere degli anni i loro soggetti, spaziando dall'horror al mistero (Psychic Detective Yakumo), dallo sport (Mila e Shiro) al fantasy (Vampire Knight) e allo storico (Lady Oscar) fino alla più comune commedia scolastica (Le situazioni di lui e lei).




Dal punto di vista grafico si distinguono per un'impaginazione libera, un ampio uso di elementi simbolici per esprimere gli stati d'animo (celebri le decorazioni floreali), personaggi dai fisici eterei e gli occhi dalle dimensioni pronunciate. Tuttavia negli anni più recenti, autrici come Naoko Takeuchi, Moyoco Anno o Kyoko Okazaki hanno preferito una grafica più veloce, volutamente scarna e sgradevole, lontana dagli idealismi dei manga shōjo classici, nel tentativo di dipingere con maggior realismo l'alienazione contemporanea. Il protagonista coincide con il pubblico a cui si rivolge, quindi nella maggior parte degli shōjo è una ragazza adolescente, con tratti in genere più spigolosi ed occhi e ciglia più grandi rispetto a quelli dei disegni degli altri generi. In particolare negli occhi spesso si possono notare i riflessi della luce ben definiti per mettere maggiormente in risalto l’aspetto romantico del personaggio. 

Tra i sottogeneri particolarmente fiorenti e notevoli dello shōjo troviamo il Mahō shōjo oMajokko (in italiano “fanciulla magica”), che fonde elementi fantasy, in particolare la magia, con la commedia e il sentimentalismo tipici di quel genere (Bia-la sfida della magia, L’incantevole Creamy, Magica DoReMi, Yui ragazza virtuale, Ransie la strega e Sailor Moon).




Il Romakome (Romantic Comedy) è invece la tipica commedia d’amore scolastica molto diffusa e apprezzata (Marmalade Boy, Kodomo no omocha/Rossana, Special A, Lovely Complex).

Con la parola Smut (dall’inglese “osceno”) i fan occidentali indicano i manga shōjo ad alto contenuto erotico esplicito anche se hanno solo una finalità di completamento all’amore a volte troppo platonico tra due personaggi di sesso diverso (Say I love you, Inferno Blu e Black Bird).




Forse il genere più diffuso di manga è quello degli Shōnen (“ragazzo”), rivolto principalmente ad un pubblico maschile di età compresa tra i dodici e i diciotto anni.

Gli shōnen si focalizzano principalmente sull'azione, come il seguitissimo Shingeki no kyojin/L’attacco dei giganti. La trama si snoda intorno ad alcune prove, con cui i protagonisti devono continuamente confrontarsi; ogni serie è quindi formata da un obiettivo principale, che di solito è il traguardo che il protagonista si è imposto di raggiungere e che viene conseguito solo alla conclusione della storia, come ad esempio vincere un prestigioso torneo sportivo o sconfiggere un nemico ritenuto imbattibile. Ne sono esempi eclatanti: Saiyuki, Naruto, Fairy Tail e Bleach.

Nella trama degli shōnen tutta una serie di sfide intermedie, oltre a sbloccare la strada verso la meta finale, permettono al protagonista di prepararsi allo scontro decisivo, migliorando le proprie capacità oppure ottenendo elementi necessari alla vittoria finale. L'ambientazione tipica è un universo dedicato con elementi magici e/o tecnologie fantascientifiche, come in Dragon Ball e One Piece, anche se un sottogenere molto diffuso è lo Spokon, ambientato nel mondo dello sport giovanile nell'epoca contemporanea (Mimi e la nazionale di pallavolo e Holly e Benji).




Il tema amoroso è assente o viene messo in secondo piano, anche se esistono alcune eccezioni di rilievo (Video Girl Ai). Si tende a compensarne l’assenza con ragazze dalle forme ben definite e con l’inserimento di fanservice, scene di nudo, parziale o totale, inserite tra una vignetta e l'altra per soddisfare le richieste del pubblico maschile come in Hentai ōji to warawanai neko. Rientrano negli shōnen anche Lamu e Ranma1/2.




Due dei sottogeneri più diffusi tra gli shōnen sono SF Fantascienza e Fantasī, storie fantastiche o fantasy che seguono delle tappe obbligatorie. 

Nella maggior parte dei fantasī il protagonista parte all’avventura per raggiungere un suo obiettivo e durante il viaggio incontra dei compagni che lo aiuteranno nella sua impresa. Spesso si troverà a lottare contro forze malvagie per salvare persone indifese o sconfiggere un potente nemico che vuole conquistare il mondo per assoggettare tutto e tutti al proprio volere. Nelle varie storie è ampiamente presente l’elemento magico o quello soprannaturale, anche se molti di essi sviluppano temi diversi: mistero, azione, horror, storico, drammatico, romantico, scolastico, oppure historical dark fantasy come Kuroshitsuji/Black Butler, che vede nel famoso Sebastian, maggiordomo diabolico dell’antica e potente casata londinese Phantomhive nell’epoca vittoriana, uno dei personaggi più apprezzati dai fan.




Nei fantasī con il progredire della narrazione aumenta anche il livello dei combattimenti (Inuyasha). In alcuni casi le avventure sono ambientate in paesi medioevali ed hanno storie drammatiche intrise di violenza; in altri possono invece predominare situazioni comiche o romantiche, oppure incentrate su una realtà virtuale ricca di avventura e azione, come avviene nell’acclamato Sword art online, il cui protagonista, genio della programmazione, entra in un gioco di ruolo in rete da dove è possibile uscire sol da vincitori, poiché non completare il gioco equivale a morte certa. 

Gli SF Fantascienza sono per lo più ambientati in universi paralleli (Dr. Slump e Arale) e si mescolano con alcune suggestive leggende nipponiche, contaminandosi pian piano con la corrente cyberpunk che vuole il mondo in piena decadenza a causa dello smodato uso della tecnologia (Ghost in the shell).




Si vedono allora universi dove nessuno è eroe fino in fondo, ma tutti cercano giustizia e libertà e dove si trovano i principali temi della fantascienza, come l’invasione aliena ma anche il classico viaggio iniziatico in cerca di qualcosa (La corazzata Yamato, Capitan Harlock, Galaxy Express 999), oppure società futuribili dove le cose sono andate di male in peggio, mondi ipertecnologici ma rimandati indietro ad un’epoca preindustriale a causa di una catastrofe nucleare (Akira). 

Simile al cyberpunk è lo Steampunk, la fantascienza del passato, dove è preponderante l’uso di macchinari a vapore e le cui opere sono ambientate sempre in universi paralleli ma intorno al XIX secolo (Il mistero della pietra azzurra e Full Metal Alchemist).

Alcune volte gli SF Fantascienza possono avere altre ambientazioni, magari appartenenti alla vita quotidiana, come nel caso de La malinconia di Haruhi Suzumiya, una divertente commedia scolastica, in cui la protagonista possiede poteri immensi e sconosciuti che le consentirebbero di fare qualsiasi cosa, compreso distruggere e ricostruire l’universo.




Con il termine Mecha si individua il genere fantascientifico robotico comeNeo Genesis Evangelion e Full Metal Panic che ha come caratteristica principale la presenza dei cosiddetti robot giganti, solitamente pilotati da umani. Per i fan di manga c’è una distinzione fra due "classi” di mecha: i Real Robot, ovvero i mezzi caratterizzati da un certo realismo tecnologico, spesso prodotti in serie e considerati come macchine comuni per quanto costose (Gundam) e i Super Robot, esemplari unici dai poteri praticamente illimitati che rappresentano i veri protagonisti della serie (Mazinga Z, Grande Mazinga, Mazinkaiser o Goldrake). La maggior parte dei mecha sono diretti ad un pubblico molto giovane, soprattutto i Mecha Trasformabili, i famosissimi Transformers, protagonisti di alcune serie animate e di film dal vivo, i cui modellini hanno invaso i negozi di giocattoli di tutto il mondo.




Il Meitantei (“investigatore”) è invece un sottogenere degli shōnen che si basa su storie da romanzo giallo. Il protagonista è infatti un investigatore che porta a termine i casi che gli vengono sottoposti, oppure un ladro che cerca di mettere a segno i suoi colpi. È un sottogenere realistico che però lascia ampio spazio alla fantasia dell’autore, che deve creare sempre nuovi casi da risolvere cercando di stupire il più possibile. In Italia hanno avuto fortuna Lupin III, Occhi di gatto, City Hunter, Detective Conan e Il fiuto di Sherlock Holmes.

Il genere Josei (“donna”) è pensato per un pubblico femminile che ormai ha superato la maggiore età. Più serio e pacato dello shōjo, il josei tratta relazioni meno idealizzate con linguaggio e rappresentazioni più espliciti; le trame sono più verosimili, sia nella scelta degli argomenti trattati, che nello sviluppo delle vicende. In genere il batticuore del primo amore lascia il posto a storie più complesse con tradimenti, relazioni finite o difficoltose e l'ambiente tipo non è più la scuola superiore, ma il posto di lavoro come la redazione giornalistica in Tokyo Style o la stanza di una mangaka come in Spicy Pink. I sentimenti non sono più assoluti e sconvolgenti, ma pacati e smorzati dall'esperienza e dalla necessità di confrontarsi con i problemi e le esigenze della vita adulta. L'eroina di un josei è spesso laureata, lavora, ha una carriera più che soddisfacente, portata avanti però a discapito della vita sentimentale; è invischiata in una storia d'amore problematica o è single da molto tempo e ha perso la fiducia negli uomini. Nel josei si avverte maggiormente l’attenzione data alle emozioni perché la psicologia dei personaggi è molto delineata. Il tratto dei disegni è più realistico e pulito rispetto ai generi dedicati agli adolescenti, con proporzioni corporee che non lasciano spazio agli artifici e fanno a meno anche dei grandi occhi scintillanti, pur mantenendo una certa influenza nella cura dei dettagli. A volte presentano nella trama elementi soprannaturali, come in Midnight Secretary, dove la protagonista, pur rispecchiando la donna adulta che lavora, è la segretaria di un vampiro. I josei hanno avuto un grande successo di pubblico soprattutto grazie a Cortili del cuore, Paradise Kiss e il famosissimo Nana.




Con il termine Seinen (“maggiorenne”) si indica il genere manga e anime indirizzato ad un pubblico maschile adulto o comunque oltre i diciotto anni. Pur essendo notevolmente più seri degli shōnen, si adattano a varie e complesse tematiche che danno ampio spazio allo studio psicologico. Gran parte dei seinen sono molto violenti e per questa ragione non di rado vengono censurati. Il loro stile è volutamente sporco per rendere il disegno il più realistico possibile, ma ciò non toglie il fatto che sia ben curato e particolareggiato. Alcuni illustri esempi sono: Liar Game, Tokyo Ghoul e Welcome to the NHK.




Un sottogenere dei seinen è il Gekiga, termine giapponese che significa “immagini drammatiche”, le cui caratteristiche sono: incremento del fattore psicologico; realismo delle descrizioni grafiche; riduzione o abolizione dell'elemento umoristico e comico; orientamento del prodotto verso un pubblico giovane o adulto e non più infantile (Black Bizzard/Tempesta nera).

IlSuriraa è il sottogenere seinen che spesso viene affiancato dal fantasy o dal poliziesco. È assimilabile al thriller cinematografico, con storie a sfondo psicologico e spesso basato su indagini che vedono coinvolti la CIA e l’FBI. La psicologia dei personaggi è ben curata e spesso presenta una gran quantità di ragionamenti che possono renderne complessa la lettura. Infatti il suriraa non è adatto a chi ama una lettura veloce ma si presenta adeguato per un pubblico più maturo e interessato. Titoli noti sono: Monster, Death Note e Mirai Nikki – Future Diary.




Gore, Kyoufu o Horā (dall’inglese “splatter”, sottogenere del cinema horror), è un altro sottogenere tipico dei seinen che tratta storie violente, del terrore o dell'orrore; spesso affiancato da una storia fantasy, è il più cruento tra i manga (Berserk, Gantz, Battle Royale e Another). 

La parola Hentai (“anormale”), che in Giappone si utilizza soprattutto con il significato di “sessualmente perverso”, indica un particolare genere pornografico giapponese contenenti riferimenti sessuali espliciti. Negli hentai le trame diventano secondarie e i personaggi possono essere ritratti come timidi o senza pensieri fino a che non vengono inseriti in una situazione nella quale sono stimolati ed eccitati. Può anche accadere che una donna venga usata contro la sua volontà solo per i fini propriamente sessuali e carnali dell’uomo, ma ci sono anche rappresentazioni di sesso consensuale tra coppie, così come di donne che prendono l’iniziativa sessuale come in Futari Ecchi.




Al genere pornografico hentai appartiene il termine ecchi o etchi, che deriva dalla pronuncia del nome inglese della consonante "H”, sinonimo di ero (eros), che però ha un significato più attenuato.

In Giappone il termineecchi può essere utilizzato per indicare proprio il rapporto sessuale nello specifico (la frase “ecchi shiyo-ze” in italiano viene tradotta con “facciamo sesso”). Nei fanservice, per rendere ancor più divertente e leggera tutta la situazione si fa uso di questo termine soprattutto nelle gag dove di solito la testa di uno dei personaggi maschili va a finire tra i seni di un procace personaggio femminile, magari durante il loro primo incontro, oppure quando uniformi, costumi o abiti, tutti rigorosamente attillati, che possono essere provocatori, vengono indossati come abbigliamento quotidiano da parte del personaggio. Nel genere ecchi c’è dunque del sesso, ma non è così esplicito come nell’hentai e non si vede il nudo integrale.

Ai manga per adulti appartengono anche i generi Yaoi e Yuri, che al loro interno presentano una vasta gamma di sottogeneri, dal drammatico al comico, dallo storico al fantasy.

Negli Yaoi, noti anche come Boy’s Love (Bōizu Rabu), generalmente i protagonisti sono maschi ambigui, sia nell'aspetto che nei comportamenti. Questi maschi sono detti bishōnen, che letteralmente significa “bel ragazzo” e vengono raffigurati magri, non molto muscolosi, con un mento affusolato e un’apparenza effeminata o androgina.




Il motivo dell'androginia è che il pubblico degli yaoi è principalmente composto da femmine, ma è anche molto apprezzato da alcuni maschi omosessuali. Spesso negli yaoi la sessualità è esplicita e i protagonisti finalizzano le proprie relazioni solo ai rapporti sessuali, anche se la trama viene focalizzata su relazioni fisico-romantiche omosessuali (amicizia romantica), più o meno idealizzate, nella stragrande maggioranza dei casi con protagonisti ragazzi e studenti poco più che adolescenti (Il tiranno innamorato). 

Nello yaoi, il rapporto sessuale è uno dei modi primari per esprimere anche l’impegno sociale nei confronti del partner e la violenza apparente entro cui si consuma l’atto, è una misura della reciproca passione: 

i ragazzi che vengono amati e posseduti sono ancora del tutto imbevuti di un’innocenza quasi angelica (Love Stage!!). Quasi tutti i Boy’s Love esplorano le diverse fasi del romanticismo sottolineando e soffermandosi spesso sull'interiorità e la psicologia dei personaggi come ad esempio in Junjō Romantica e Sekai-ichi hatsukoi.





Anche se spesso confuso con l'etichetta generica di yaoi, il vero e proprio manga a tematica gay (GEI Comi) è chiamato Bara (letteralmente “rosa") o Men’s Love (Menzu Rabu). Esso si rivolge ad un pubblico gay maschile e tende inoltre ad essere prodotto principalmente da autori maschi omosessuali o in alternativa bisessuali e serializzato per riviste espressamente gay. 

Il bara viene considerato ufficialmente un sottogenere dell'hentai, ovvero manga per adulti, assomiglia cioè molto più ai fumetti per soli uomini di stampo erotico piuttosto che a quelli shōjo o josei.

Il genere Yuri anche conosciuto come Girl’s Love (Gāruzu Rabu), è molto simile allo yaoi e si focalizza su relazioni omosessuali femminili. Le femmine negli yuri sono conosciute come bishōjo, che è sostanzialmente traducibile come “bella ragazza”. È un termine giapponese utilizzato per fare riferimento a giovani e belle ragazze di solito al di sotto dell’età universitaria. 

Gli Yuri enfatizzano sia la parte sessuale che quella romantica-emotiva delle relazioni tra donne. 

Il termine yuri letteralmente ha il significato di giglio ed è esattamente come molti altri nomi di fiori, piuttosto comune come nome personale femminile.

Le opere yuri si soffermano più sul rapporto fisico come inHaru yo, Simoun, Hanjuku Joshi e Girl friends.




Col termine gergale harem (hāremu) o hāremumono, si vuole descrivere un sottogenere comune a più generi di manga in cui un protagonista maschile si trova “amorosamente” circondato da tre o più membri del sesso opposto (Rosario + Vampire).

Di solito il protagonista è timido e imbranato ed è conteso da tante belle ragazze che provano sentimenti per lui, ma che creano spesso situazioni buffe, imbarazzanti e divertenti. Ci sono anche harem con toni più seri e drammatici e altri che presentano scene ecchi, ma che non sono per forza pornografiche (Love Hina). 

Quando il senso viene invertito, cioè una protagonista femminile è circondata da maschi, si parla di gyakuhāremu (reverse harem) come in Ouran Host Club e Perfect Girl Evolution.

In questo tipo di storie una ragazza dolce e ingenua e senza nessuna rivale, è circondata da un gruppo di bei ragazzi che la corteggiano contemporaneamente, come nello shojo Diabolik Lovers.




I manga in Giappone fanno quindi parte di una cultura dominante proprio perché, mano a mano che i giovani lettori crescono, si spostano naturalmente verso il genere più adatto alla loro età e ai loro gusti, trovando tutta una vasta gamma di sottogeneri che soddisfa ogni esigenza. In questo modo le case editrici hanno un pubblico che si rinnova sempre e che gli resta fedele per decenni.




Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

Al Palazzo delle Esposizioni a Roma c'è ancora per poco la mostra Mangasia...Io ci sono andata questa mattina e mi sono emozionata nel vedere esposti alcuni degli argomenti trattati nella mia tesi di laurea magistrale ''La comunicazione artistica degli anime''. Mi sono divertita e ho trovato tutto molto interessante!


Chi vuole vedere le foto della mostra può cliccare nel mio album Mangasia


Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Il 24 e il 25 ottobre alcuni cinema italiani hanno proiettato nelle loro sale La forma della voce ( 聲の形 Koe no katachi), il nuovo anime della Kyoto Animation scritto da Reiko Yoshida (già sceneggiatrice de La ricompensa del gatto prodotto dallo Studio Ghibli) e diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi. Distribuito da Nexo Digital e Dynit, il film è tratto dal manga di Yoshitoki Oima che è stato acclamato dalla critica, ha vinto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato molto apprezzato dal pubblico tanto che i sette volumi che compongono la serie completa sono stati venduti in milioni di copie sia in Giappone che all’estero.Spesso per molti l’animazione viene considerata solo come puro intrattenimento o semplice evasione, quando invece tratta anche problemi sociali e argomenti complessi sulla realtà che ci circonda e che ha per protagoniste persone vere, con le loro esperienze di vita, le loro fragilità e i loro sentimenti. Certo ci vuole coraggio, delicatezza e sensibilità per non cadere nella retorica o in toni troppo drammatici, ma soprattutto occorre avere la voglia di raccontare qualcosa non per se stessi ma per qualcun altro. Naoko Yamada è riuscita a realizzare un’opera profonda e realistica sul tema del bullismo a scuola, una piaga sociale che riguarda molti giovani e non solo; probabilmente la mangaka ventottenne Yoshitoki Oima doveva conoscere abbastanza bene questo tema, visto che ha iniziato a scrivere i primi tre volumi quando aveva diciotto anni.La Forma della Voce racconta le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, che diventa vittima del bullismo del suo compagno delle elementari Shoya Ishida, un bulletto amante delle bravate. Il ragazzo è incapace di relazionarsi con lei, che comunica solo scrivendo su un quaderno, e questo lo porta al totale disinteresse, al non volere né conoscere né sapere nulla di chi considera diverso. Questa sua incapacità è un problema che non vuole ammettere perché è più facile incolpare gli altri dei propri limiti che considerarli tali e cercare di correggerli. È più facile vedere fragili gli altri che riconoscere di esserlo: dentro Shoya balena un lampo di odio verso la ragazza e scattano così una serie di molestie e atti di bullismo che poi finiscono con il coinvolgere quasi tutta la classe. Shoku è una ragazza delicata, molto fragile, dolce e timida e all’inizio attira le attenzioni dei nuovi compagni di classe proprio per il suo modo di comunicare.




L'iniziale curiosità e il loro volenteroso sforzo, scrivendo piuttosto che parlando normalmente, inizia però ad affievolirsi presto e, un po’ per volta, le attenzioni che le vengono rivolte diventano di tutt'altra natura, rendendola la vittima preferita di frasi offensive e scherzi pesanti, come quello di strapparle gli apparecchi acustici e gettare i suoi quaderni in una fontana.L’approfondimento dell’argomento di cui tratta l’opera arriva dal personaggio di Shoya Ishida e dai suoi comportamenti prima dell’entrata in classe della sua nuova compagna. L’anime inizia con lui che passeggia lungo un ponte e poi si ferma ad osservare l’acqua sottostante con lo sguardo ipnotico, lasciando intendere che pensa di suicidarsi. I ricordi affollano la sua mente, soprattutto un episodio della sua infanzia che più di tutti ha condizionato il suo modo di essere attuale. Si rivede infatti in quel ragazzino scapestrato che sfidava continuamente gli amici a saltare nel fiume da altezze pericolosissime, sempre ammirato e cercato da tutti. Questo è il punto di partenza su cui verranno a ricomporsi i vari pezzi della sua vita attraverso tutto lo svolgersi del film. L’arrivo in classe della ragazzina silenziosa, fin troppo gentile ed educata, il disagio di Shoya davanti a tutto ciò e il suo conseguente bullismo, non fanno che aumentare il suo ruolo di leader fino a quando tutte le prepotenze superano il limite attirando l’attenzione degli adulti.Shoko è costretta a cambiare scuola e Shoya viene lasciato solo dai suoi compagni, che oltre a scaricargli addosso tutta la responsabilità delle azioni violente, lo fanno diventare la nuova vittima prescelta emarginandolo e costringendolo così a guardare il mondo con occhi diversi. A questo punto l’anime ritorna al presente: in preda ai sensi di colpa che lo hanno accompagnato negli anni successivi, Shoya decide di imparare il linguaggio dei segni, di cercare Shoko per chiederle scusa e farsi perdonare. Questo suo percorso lo porterà anche a incontrare di nuovo i suoi ex compagni di classe, quelli che credeva amici e che invece non si sono rivelati tali. La forma della voce, oltre che ad affrontare il tema del disagio infantile di fronte ad un handicap, è psicologicamente costruito nel tratteggiare la complessa figura del ragazzo bullo. Attraverso piccoli gesti, dettagli e situazioni apparentemente ordinarie, il suo ritratto emerge in tutta la complessità e profondità che lo caratterizza, mentre intorno a lui anche alle figure minori e alle loro relazioni interpersonali viene data la giusta importanza nello svolgimento narrativo.




Sono molte le sfumature che la storia riesce a toccare: la solitudine, la disabilità, la superficialità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, la depressione, la redenzione, i legami con le persone e di come a volte si venga discriminati per cose di cui non si è responsabili e altre volte invece di cui si è colpevoli. Ma La forma della voce è soprattutto una storia di ritorni; un racconto in cui il passato torna costantemente a invadere il presente per affrontare i rimorsi e cercare il modo migliore per liberarsene. Un passato che carica tutti di pesi insostenibili e che incatena tra loro i protagonisti, legandoli ad errori purtroppo commessi ma che si vorrebbero assolutamente cancellare. Sia che si tratti di avere e gestire un handicap, oppure di aver causato del male ad una persona per cattiveria, crudeltà, stupidità o semplice ignoranza, non è però possibile cancellare questi macigni dalle proprie coscienze, né riuscire a dimenticarli. Ognuno ha le sue difficoltà; tutti sembrano bloccati in un eterno presente, impossibilitati ad andare oltre, ad affrontare la vita e il futuro perché i sensi di colpa sono più forti di tutto. Il film riesce a mostrare chiaramente il difficile e doloroso percorso con cui i protagonisti tentano di fare l’atteso passo in avanti che cambierà per sempre le loro vite e il loro modo di essere.La storia di Shoko e Shoya sembra dirci esattamente questo: se non si riesce a comunicare il proprio malessere, il proprio disagio, ad accettare se stessi, a perdonarsi e amarsi per quello che si è, si può finire stritolati da un muro di tristezza e solitudine dal quale neanche una voce può uscire per invocare aiuto, neppure gridando silenziosamente nell’anima. Non è un caso che entrambi inizino a trovare un proprio equilibrio solo quando riescono ad avere il coraggio di confrontarsi con il passato, ritrovare i vecchi compagni che si credevano persi e accettando nuovi amici che aspettavano solo di poter entrare nelle loro vite.




Forse la Yamada è stata influenzata dalle opere di Makoto Shinkai: entrambi immergono le loro storie in un contesto realistico affrontando tematiche contemporanee che mettono al centro l’uomo e il suo voler trovare il coraggio nel guardare avanti; entrambi optano per una regia attenta ai dettagli, che si avvale del montaggio per evidenziare la particolare sceneggiatura; entrambi sanno dare i giusti tempi emozionali alternando le immagini più sofferte a quelle più poetiche e distensive, sfruttando inoltre una colonna sonora alquanto coinvolgente.Molto efficaci sono alcuni tratti distintivi del manga utilizzati anche nel film, come l’uso del linguaggio dei segni e le grandi X che coprono il volto di alcuni personaggi a sottolineare lo sguardo indifferente del bullo Shoya verso il prossimo. Quando il ragazzo prenderà coscienza dei vari comportamenti e soprattutto capirà le problematiche degli altri liberandosi delle sue, le grandi X inizieranno a cadere perché lui finalmente osserva i volti delle persone che incrociano il suo cammino, non resta più chiuso nei suoi cupi pensieri ma si apre ad un futuro più luminoso che include anche il rispetto per gli altri.




Gli animatori della Kyoto Animation hanno saputo valorizzare la bellezza dei fondali adottando colori luminosi, scegliendo con cura le ambientazioni e i dettagli di ogni tipo; ogni aspetto della costruzione visiva dell'anime è particolarmente ricercato e apprezzato, grazie anche al character designer Futoshi Nishiya che si ispira ai tratti originali del manga di Ōima. Dal canto suo la regista Yamada tratta la storia con grande senso di responsabilità, gestendo i tempi con le dovute pause ed un ritmo dilatato che lascia allo spettatore il tempo di assimilare e riflettere: come accade in tanti anime, anche ne La forma della voce l’amore per la vita è l’unica arma per affrontarla con coraggio.




Elena Paoletta

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 05/10/2017 - Bella giornata al Romics presso la Fiera di Roma tra manga, gadget e cosplay :D




Insieme alla mia amica Fabiana ❤




 Prima volta al Romics insieme ad Aurora ^__^




 Direttamente da Once Upon A Time… Hook e Regina *__*




  Così mi sento protetta! ;)



Elena Paoletta

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Elena Paoletta C


Sono ormai passati vent'anni dall'inizio della serializzazione televisiva del manga shōjo di Sailor Moon, un’opera che è stata il mito di un’intera generazione. Tuttavia il suo successo è ancora così forte che la Toei Animation ha deciso di crearne una nuova per festeggiare il ventennale: un reboot, cioè una serie che riprende i personaggi e la sequenza della storia con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria.Pochi sanno che Sailor Moon in realtà nasce come spin-off di un altro manga, Codename Sailor V, ovvero le avventure di quella che poi diventerà Sailor Venus nel gruppo delle guerriere Sailor.Codename Sailor V è un manga uscito poco tempo prima della nascita di Sailor Moon e cresciuto parallelamente ad esso. Protagonista del manga Codename Sailor V pubblicato in Giappone nel 1991, Sailor Venus prima si chiamava Sailor V e combatteva i nemici della Terra da sola aiutata dal gatto parlante Artemis. Spinta dal buon successo, l’autrice ha ampliato la storia di Sailor V creando appositamente il manga Pretty Guardian Sailor Moon, da cui è stata poi tratta la serie anime. Il personaggio originario è diventato così coprotagonista e viene chiamato Sailor Venus ed è la prima delle quattro amiche di Usagi Tsukino/Sailor Moon a trasformarsi in una guerriera. Le altre Sailor che compongono il nucleo iniziale, dette anche Guardian Senshi (dal giapponese “combattente”), vengono introdotte durante la prima stagione dell’anime: Sailor Mercury, Sailor Mars e Sailor Jupiter. Sono tutte studentesse con la tipica uniforme alla marinara che costituiranno la squadra di guerriere in supporto di Sailor Moon e che hanno il compito di difendere la principessa Serenity, vera identità di Sailor Moon nel regno del futuro Silver Millennium. In loro aiuto interviene anche Mamoru alias Tuxedo Kamen l’affascinante e misterioso cavaliere con cilindro e rosa letale con cilindro e rosa letale (da noi conosciuto come Milord), alias Endymion il principe sposato a Serenity. Il compito di tutti loro è sconfiggere i cattivi inviati sulla Terra per impossessarsi del Cristallo d’Argento appartenente alla Principessa Serenity.




Fin dalla prima puntata si parla di una Sailor misteriosa che combatte i criminali della città guidata dal gatto bianco Artemis. É molto importante la presenza felina: infatti quando la studentessa Usagi incontra la gatta nera Luna, questa le rivelerà la sua identità di Sailor dando così inizio alla saga di Sailor Moon. La serie, dopo le prime due stagioni di grandissimo successo, si è arricchita di nuovi personaggi e di una trama sempre più complessa che si avvicina ad un moderno ciclo mitologico che ha entusiasmato la generazione degli anni Novanta. Sono cresciuta con Sailor Moon insieme ai tanti cosiddetti “cartoni animati” che venivano trasmessi in quegli anni; ho iniziato a vederlo alle elementari e mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi hanno sempre affascinata le ambientazioni e anche io da piccola come tante ragazzine giocavo a essere una guerriera Sailor, la combattente che veste alla marinara. Ho adorato vedere per la prima volta sullo schermo le vicende di un gruppo di giovani adolescenti tormentate dal contrasto del vivere una vita normale e l’avere poteri per combattere il male nel mondo. Con Sailor Moon tutte le bambine dell’epoca hanno creduto che la solidarietà femminile e l’amicizia fossero impossibili da scalfire e soprattutto che non sempre per salvarsi è necessario l’aiuto maschile, ma che la forza d’animo e il credere in se stessi fa crescere e rende indipendenti.Insieme ad altri cartoni come Lady Oscar, Rossana, Ranma½ e Dragonball, Sailor Moon mi ha fatto scoprire un mondo bellissimo, ovvero quello dei manga e dell’animazione giapponese. Mi sono così avvicinata sempre di più a quelle storie molto diverse dalle solite fiabe e a quel particolare tipo di disegno a cui non ero abituata, una passione che non ho mai smesso di coltivare. Possedevo anche tantissimi giocattoli e gadget che purtroppo col tempo ho perso, tranne due pupazzetti a cui sono molto affezionata, quelli dei gatti Luna e Artemis. Naoko Takeuchi in un primo momento aveva in mente una storia un po’ diversa da quella poi realizzata. Per esempio Sailor Mercury doveva essere un cyborg che moriva distrutto dai nemici alla fine della prima stagione; l’editor dell’autrice le consigliò di trasformarla in un’umana per tenerla in vita e farla diventare una delle guerriere Sailor. Sailor Jupiter poi avrebbe dovuto essere il capo di una banda di teppisti con tanto di vizio del fumo, ma venne trasformata in una ragazza dalla forza fisica portentosa e quindi in una guerriera energica. L’autrice, oltre alla passione per la scienza, le auto di lusso e il cibo, è un’appassionata di moda e ha preso spunto da diversi stilisti famosi per creare gli abiti con cui abbellire i suoi personaggi; ad esempio l’abito della Principessa Serenity è ispirato allo storico abito Palladium di Dior e quello della Lady Nera è ripreso da una modella della pubblicità del profumo Opium.




In origine le uniformi delle guerriere Sailor erano tutte diverse, ispirate alle divise scolastiche giapponesi. Nella versione che conosciamo di Sailor Moon le divise sono tutte simili tra loro, cambia solo l’assortimento dei colori e qualche accessorio, mentre nei primi bozzetti dell’autrice ogni guerriera aveva un costume particolare. I colori presenti sull’uniforme di Sailor Moon ovvero il rosso magenta, il blu, il bianco e l’oro rappresentano i vari colori della Luna. A me sono sempre piaciute tutte le guerriere Sailor perché riuscivo a trovare in ognuna diversi aspetti in cui identificarmi: la positività e l’allegria di Usagi/Sailor Moon e il suo essere una golosa di dolci; la dolcezza e la timidezza di Ami/Sailor Mercury, la sua serietà nello studio e la voglia di conoscere e imparare cose nuove; la testardaggine di Rei/Sailor Mars e il suo essere spesso diffidente; la simpatia e la goffaggine di Minako/Sailor Venus, ma soprattutto Makoto/Sailor Jupiter, la guerriera del pianeta Giove, da sempre il mio personaggio preferito insieme a Sailor Moon. Adoravo il suo carattere, una ragazza romantica e gentile, forte e indipendente, che non si arrende mai di fronte alle avversità e adoravo anche i suoi orecchini a forma di rosa che stanno ad indicare il suo legame con i fiori, tanto che anche io come lei ne possiedo un paio. La coppia Usagi e Mamoru ha fatto sognare molte ragazzine come me e il romantico Milord è stato per tante il primo amore, quello che si idealizza e non si trova mai… :(




Sailor Moon è uno dei più bei ricordi della mia infanzia, di quei momenti spensierati in cui si giocava e si guardavano tantissimi cartoni animati con l’innocenza di essere bambini.I miei gusti non sono poi tanto cambiati con il passare del tempo, anzi la passione è diventata più consapevole e si è evoluta, ma Sailor Moon continua ad affascinarmi adesso come allora, tanto che mi è piaciuta molto la serie nuova Sailor Moon Crystal perché si guarda con occhi diversi e si riescono a percepire cose nuove che da bambina non avevo visto.Da domenica 18 dicembre 2017 è andata in onda giornalmente su Rai Gulp la prima stagione subito seguita dalla seconda, mentre la terza è stata trasmessa sempre sullo stesso canale a partire dal 16 giugno 2017 riscuotendo un grande successo, tanto che l’hashtag #SailorMoonCrystal è diventato addirittura top trend di Twitter durante la trasmissione.I capitoli del manga, chiamati Act, sono raggruppati in cinque serie: Dark Kingdom, Black Moon, Mugen, Yume e Stars. Queste cinque serie danno le basi delle cinque stagioni dell’anime, anche se in quest'ultimo sono presenti delle storie inedite.Questa nuova serie è più breve e più veloce della prima; infatti conta 39 atti fino alla terza stagione, mentre quella che uscì nel 1992 era composta da 46 solo nella prima. Sailor Moon Crystal è una serie che poco si dilunga in puntate filler raggiungendo subito il centro della narrazione e che ripercorre le gesta dell’eroina a partire dalle origini, attenendosi più fedelmente al manga originale di Naoko Takeuchi. Della nuova serie sono state trasmesse per ora solo tre stagioni su cinque, che approfondiscono parti di trama mai apparse nella vecchia serie, ma che hanno il pregio di rendere più matura e turbolenta la storia delle Sailor. Tuttavia, anche se non ha nulla a che vedere con l’impronta decisamente più spensierata data alla serie degli anni Novanta, questa nuova versione più dark viene trasmessa su un canale prettamente dedicato ai bambini e in fascia oraria pomeridiana.La scelta sicuramente tiene conto di come i tempi siano cambiati; oggi i bambini sono più consapevoli di come va il mondo, hanno più facilità al linguaggio degli adulti e sono più abituati a vedere immagini che una volta sicuramente potevano turbare o scandalizzare.In questo reboot scompaiono così le censure che negli anni Novanta crearono non pochi problemi alle emittenti che trasmettevano le serie importate. In Giappone infatti i manga e gli anime sono destinati ad un pubblico più adulto, mentre in Italia i cartoni animati sono spesso considerati adatti solo ai bambini. Per questo Sailor Moon è ricordato anche per essere stato uno dei cartoni a target infantile più censurato: frequentissimi sono stati i tagli e le modifiche apportate alla trama, date le allusioni sessuali ritenute eccessive per un pubblico di minori, ma derivanti da una cultura molto distante da quella italiana come quella giapponese, che tratta la sessualità in una maniera più libera. I tagli hanno riguardato soprattutto le inquadrature troppo ravvicinate alla nudità delle protagoniste durante le trasformazioni, oppure in alcune scene di intimità tra i personaggi. Una psicologa sostenne che la quinta serie di Sailor Moon sarebbe stata in grado di compromettere seriamente l’identità sessuale dei bambini. L’accusa era basata sulla segnalazione di alcuni genitori i cui bambini maschi, appassionati della serie, giungevano ad identificarsi con la protagonista. Successivamente la polemica riguardò la quinta stagione con l’apparizione del gruppo musicale maschile Three Lights che per combattere cambiano sesso e si trasformano nelle guerriere Sailor Starlights. Le immagini della trasformazione in Italia furono censurate e giustificate con la comparsa di sorelle gemelle, mentre in America la stagione non venne mai trasmessa. Altri cambiamenti riguardarono alcuni personaggi malvagi che vennero trasformati direttamente in donne, come Zakar e Occhio di pesce, per non spiegare la relazione omosessuale del primo con Lord Kaspar e la passione per gli abiti femminili del secondo. In conseguenza alle polemiche la serie di Sailor Moon, già riadattata, fu ancor più modificata: in video con vistosi fermi immagini e rimontaggi delle scene e ancora di più nei dialoghi che in diverse occasioni stravolgevano la trama originale. Nella terza serie le guerriere Sailor Uranus e Sailor Neptune formano una coppia omosessuale, ma il loro amore venne completamente censurato da Mediaset che le fece passare per semplici amiche.





Inoltre nell’ultimo episodio della serie, Sailor Moon coinvolta in una battaglia particolarmente violenta si mostra in video completamente nuda. Sebbene il nudo fosse inteso come simbolico e coerente con il senso della storia e non presentasse caratteri sessuali visibili, ma di fatto era un nudo simile a quello di molte bambole, venne giudicato inaccettabile e quindi censurato dagli adattatori. L’episodio è stato ritrasmesso per la prima volta senza censure video il 19 settembre 2010 sul canale a pagamento Hiro di Mediaset Premium e il 4 settembre 2011 su Italia1, mantenendo tuttavia le modifiche e le censure apportate nei dialoghi durante la prima messa in onda.I tempi sono cambiati e il livello di maturità raggiunta si vede anche nella scelta delle musiche; mentre una volta spadroneggiava la vocina allegra di Cristina D’Avena, oggi le sigle sono quelle originali giapponesi che rendono la storia più vera. Le sigle di apertura e di chiusura sono molteplici e i relativi video cambiano ogni volta che viene aggiunto un personaggio importante ai fini della trama.Il particolare che piacevolmente colpisce è il fatto che tutto l'anime pare avere un'intensità diversa, forse meno adatta ai bambini; lo si nota anche dalle musiche di sottofondo più incalzanti e cupe, che tentano di mantenere alto il pathos nelle scene che lo richiedono e rendono i personaggi più credibili, sia nelle gesta eroiche delle guerriere che nei momenti dove prevale l’amicizia. La nuova serie televisiva è comunque adatta alle bambine e ai bambini in età scolastica perché tutti gli argomenti sono toccati con delicatezza e semplicità. Si può solo consigliare che la vedano insieme a un adulto che possa aiutarli aggiungendo spiegazioni dove fosse necessario. La scelta di rimanere più fedeli al manga è indubbiamente da apprezzare soprattutto nel character design, nello svolgersi stesso della storia e nei più piccoli particolari come la spilla che permette la trasformazione. Le sorprese e i colpi di scena sono numerosi, non mancano i combattimenti ma neanche le scene romantiche; tutto è avvincente e spettacolare e sempre più aderente alla storia originale. Mi sono emozionata durante la visione del primo episodio, soprattutto all’introduzione del primo atto che ha toni quasi epici nel mostrare una suggestiva panoramica dell’universo, con i primi piani della Luna e della Terra e alla vista di una delle coppie più romantiche di sempre: Queen Serenity e Principe Endymion. Si viene poi catapultati sulla Terra ai giorni nostri per la presentazione della protagonista Usagi Tsukino, una quattordicenne pigra e piagnucolona, un po’ goffa ma un’alunna piena di vita del terzo anno di scuola media.





Avendo visto qualche immagine del nuovo adattamento prima della sua messa in onda, i miei sentimenti erano ancora divisi tra la curiosità/eccitazione e il timore di deludere i ricordi della bambina dentro di me che ha fatto tesoro del grande insegnamento della guerriera che veste alla marinara.Mi è piaciuto il fatto di aver visto qualcosa di completamente nuovo rispetto al vecchio anime, anche se non ho potuto evitare quella sensazione nostalgica che provavo da piccola quando il pomeriggio accendevo la tv e stavo incollata a guardare Sailor Moon gridando: «Potere del cristallo di Luna trasformami!»




Ciò che ho percepito oggi come vera bellezza dell’anime è la profondità dei personaggi e lo spazio che viene dato a ciascuno di loro, tanto che viene più spontaneo e facile identificarsi con una Sailor in particolare.Un altro dei grandi pregi di questa serie è il rispetto mantenuto dei nomi originali dei personaggi che gli adattamenti degli anni Novanta avevano annullato o deturpato in nome di una maggiore comprensibilità del prodotto per il pubblico occidentale.Infatti in Sailor Moon, edito in un periodo in cui la semplificazione culturale sui nomi era largamente diffusa, la protagonista Usagi venne ribattezzata Bunny per richiamare il significato del nome giapponese. Il nome di Bunny non è dunque casuale: Usagi in giapponese significa “coniglio” e una nota leggenda nipponica vuole che un coniglio risieda sulla Luna (Tsuki no usagi).Questo cambiamento di nome non ha conseguenze fino alla seconda serie, quando arriva una bambina che nell’anime originale si chiama Usagi e che poi, per non essere confusa con la Usagi più grande, viene chiamata Chibiusa, dove chibi sta per piccola e usa per Usagi, quindi giustamente Chibiusa significa “piccola Usagi”. La trasformazione italiana del nome Usagi in Bunny ha fatto sì che non venisse compresa questa particolarità. Meno male che in questa nuova edizione nel doppiaggio sono stati lasciati i nomi originali come è giusto che sia.La differenza con il vecchio cartone animato degli anni Novanta passa anche da un restyling dei personaggi, le vecchie facce da ragazzine vengono sostituite da nuovi visi dal mento marcato e dai capelli ribelli, che sono incredibilmente fedeli ai disegni originali di Naoko Takeuchi. La cosa che più contraddistingue Sailor Moon sono i suoi lunghi codini biondi ispirati alla forma degli odango giapponesi, le tipiche polpette di riso, ma non tutti sanno che nei primi bozzetti dell’autrice lei aveva i capelli rosa, che poi si sono evoluti in color argento ed infine si sono stabilizzati con il classico colore biondo. Usagi/Sailor Moon è meno macchietta di quanto fosse nella precedente serie, sia nel suo aspetto da scolaretta che nella sua veste da guerriera; grazie alla sua comicità, alla dolcezza e la forza che esprime riesce ad essere un esempio positivo per tutti.




Tutte le protagoniste sono più mature e slanciate, hanno gli abiti più sensuali come pure i loro atteggiamenti e i loro movimenti sono più sinuosi. Chi ha letto il manga non nota particolari differenze o quanto meno le stesse sono minime e ha l’impressione che i disegni originali abbiano preso vita.Nel nuovo anime i personaggi e gli sfondi sono identici ai disegni del manga, i colori sono in linea con quelli delle tavole di vent’anni fa, a volte più tenui e più caldi rispetto alla serie animata degli anni Novanta e a volte più intensi, ideati per ricreare l’atmosfera a tratti romantica e a tratti dark che l’autrice voleva trasmettere con il suo lavoro.Quando si parla di Sailor Moon non si parla di un semplice cartone animato, ma di uno dei simboli del girl-power anni Novanta. Ha ispirato decine di storie manga basate sulla collaborazione femminile unita alla responsabilità nel gestire i poteri per combattere il male. Sono state programmate repliche e ristampe del manga e in Giappone le sono stati dedicati un musical, una serie televisiva e un film, entrambi live action. Un successo che ha oltrepassato i confini di questo Paese così lontano e diverso da noi, ma che sicuramente ha contribuito a sviluppare in Occidente un crescente interesse verso la cultura nipponica.❤ 




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Elena Paoletta C
Per chi ama i manga e gli anime essere a Tokyo è come stare nel Paese delle Meraviglie. Per esempio, passeggiare lungo i viali del giardino Shinjuku Gyoen vuol dire entrare direttamente nel film di Makoto Shinkai Il Giardino delle Parole (言の葉の庭 Kotonoha no niwa). Questo giardino pubblico nel cuore della metropoli si è rivelato una vera e propria gioia per gli occhi, con i salici, i glicini, le pietre, il ponticello e il gazebo in legno dove i protagonisti del film si incontravano. Tutto rievocava le immagini poetiche di Shinkai con un’unica differenza: i sakura in fiore. Il film è infatti ambientato durante la stagione delle piogge mentre io ci sono stata in primavera, ma questo non ha fatto altro che aumentare le mie emozioni perché lo spettacolo che offre è veramente stupendo e indimenticabile.





Nel quartiere di Shinjuku, una delle aeree di Tokyo più moderne e con molti grattacieli, ho percorso la stessa strada e rivissuto le stesse atmosfere di alcune scene di Death Note sentendomi proprio un personaggio di quel manga che tanto mi aveva appassionato. L’edificio simbolo di questo quartiere è senza dubbio il Tokyo Metropolitan Government Building, che sostanzialmente è il municipio di Tokyo anche se esce fuori da ogni idea che abbiamo riguardo a come è un municipio. Questo immenso palazzo composto da due torri progettate dal famoso architetto Kenzo Tange offre, al quarantacinquesimo piano, una panoramica su Tokyo mozzafiato presente in molti film ed è veramente suggestiva.




Il momento più eclatante è stato però quello vissuto ad Akihabara, il famoso quartiere di Tokyo conosciuto soprattutto per i tanti negozi di manga e di tecnologia.Incarnazione di tutto ciò che è pensabile riguardo anime e manga, ad Akihabara la realtà supera l’immaginazione!



Si vive a stretto contatto con un mondo surreale ed è lì che ho fatto l’esperienza che da tempo desideravo, quella del Maid Cafè, un particolare tipo di caffetteria a tema nata agli inizi del XXI secolo in Giappone, ma che nel corso degli anni ha acquistato una sua propria identità. Il primo vero e proprio Maid Café è stato probabilmente il Cure Maid Café, aperto proprio ad Akihabara nel maggio 2001.Pensati inizialmente solo per la clientela di appassionati di manga e anime che frequenta il famoso quartiere, questi locali hanno incuriosito piano piano anche salarymen, cosplayer e otaku, riscuotendo un crescente successo e una certa notorietà e coinvolgendo in seguito un pubblico sempre più vasto, che comprende anche liceali, mamme con bambini, riuscendo perfino ad uscire ai confini nazionali. Infatti molti Maid Café si possono trovare anche in Europa e negli Stati Uniti.




«Okaerinasaimase Goshujin-sama, Ojou-sama» (“Bentornati a casa Signori e Signore”) è la frase che viene rivolta ai clienti all’ingresso del locale da parte di una graziosa maid, una cameriera vestita in modo impeccabile con trine e merletti sull’abito corto e con le maniche a palloncino, proprio come è vestita Ayuzawa Misaki la protagonista del manga Maid-sama!, quando segretamente svolge il suo lavoro di maid. Nessuno deve infatti sapere che Misaki è quel particolare tipo di cameriera poiché a scuola è diventata un modello di serietà, educazione e di intransigenza all'indisciplina dei suoi compagni, mentre il suo abbigliamento e i suoi modi di fare cambiano radicalmente svolgendo questo tipo di lavoro. Infatti, vista la particolarità del locale, la ragazza deve comportarsi in maniera diametralmente opposta alla sua regolare vita da studentessa: deve indossare accessori eccentrici, recitare con una vocina kawaii frasi che apparentemente non hanno un senso, fare mossettine buffe per divertire i clienti, essere gentile e dolce con loro, ma anche vivere con il continuo timore di essere prima o poi scoperta da qualche studente di passaggio in quel maid café.




La mia esperienza al Maid Cafè è stata divertentissima e mi ha emozionata proprio tanto! Mi è sembrato per un po’ di vivere dentro uno dei tanti manga che ho letto.Una volta varcata la soglia di questi locali, ci si trova in un mondo impensabile. Gli arredi interni non sono uguali per tutti i maid; alcuni hanno uno stile semplice e sobrio, come un comune café occidentale, ma altri lasciano davvero senza fiato. I più curati e ricercati presentano uno stile “casetta di Hello Kitty”, con un trionfo di colori pastello che spaziano dalle pareti al pavimento. Le sedie sono ornate con soffici cuscini dall’aspetto spumeggiante, possibilmente di colore rosa o fucsia. Alle pareti foto di cuccioli o di personaggi dei fumetti, senza dimenticare lustrini e piumaggi vari, sempre in tinta con il resto degli arredi. Altri ancora prediligono i colori accesi, senza eccedere con le tonalità stucchevoli del rosa, in un delirante mix di fantasie astratte o di motivi anni Settanta.Per chiamare al tavolo la maid c’è una campanella in stile vittoriano; una volta illustrato il menu e scelte le consumazioni, la maid porta il cibo in tavola pronunciando la frase di rito: «Oishii kunare, moe moe kyun», mentre muove le mani su ciò che si è ordinato. È un incantesimo necessario a migliorare il sapore dei cibi, che vengono guarniti direttamente al tavolo con disegni di animaletti fatti con il ketchup o con la cioccolata.




Ho fatto tutto come da copione, cerchietto con orecchie da coniglietta in testa compreso e devo aver pronunciato bene la frase dell’incantesimo che serve a migliorare il sapore del cibo ordinato perché il mio gelato era squisito!




Mi sono molto divertita a salire sul palco del locale e ripetere le frasi che la maid proponeva accompagnate da gesti rigorosamente kawaii e ormai “Moe Moe” è entrato a far parte dei miei ricordi più cari, di quelli da raccontare anche ai futuri nipotini :)




Non è difficile trovare un maid café: basta girare per le strade e farsi attirare dalle ragazze in costume maid che reclamizzano il locale dove lavorano e loro molto allegramente ti guidano alla meta. Ce ne sono di tutti i tipi anche in altri quartieri di Tokyo: Kiki & Lala Café, è il locale pop-up che ha servito deliziosi manicaretti dedicati ai Little Twin Stars, i famosi gemellini Sanrio, fino alla sua chiusura; My Melody Café, all’interno del centro commerciale Parco Shibuya, serve adorabili piatti a tema per tutti i gusti, dai dolcetti alle insalate, con in regalo sottobicchieri, tovagliette e, in alcuni casi, una carinissima tazza.Anche l’adorato Rilakkumma, l’orsetto in stile anime, ha il suo maid pop-up omonimo a Shibuya; oltre a poter assaggiare dolci, cappuccini e un invitante riso al curry a forma rigorosamente di orsetto, i clienti possono visitare una speciale esposizione dedicata a Rilakkuma e acquistare gli accessori in edizione limitata della linea Rilakkuma Factory.Durante i mesi estivi, per attirare i turisti a Fujisawa, vengono servite al Chara-Cre di Marion Crepes, le deliziose crepes dolci o salate dedicate ai personaggi di Hello Kitty; mentre al Pompompurin Café, al Cute Cube di Harajuku, si possono assaggiare gli spaghetti al curry con bevande e dolci a tema, senza farsi mancare gli onnipresenti gadgets, come t-shirt e shopper bag.Non è raro infatti trovare all’interno dell’edificio che ospita il maid, anche una sorta di museo in tema o negozi di gadget.




Dedicati esclusivamente alle donne sono i Butler’s Café, in cui il personale che serve ai tavoli è solo maschile. Il butler, ovvero maggiordomo, riprende lo stereotipo del domestico inglese, dando molta importanza alla sua cura esteriore, in particolar modo quella dell’essere riconoscibile dalle belle mani. Un Butler Café molto popolare tra le giapponesi si trova a Shibuya, dove i camerieri/maggiordomi sono stranieri; probabilmente perché le donne giapponesi assegnano il ruolo dell’uomo galante agli occidentali, in quanto l’Occidente è visto come il Paese del “first ladies”. In effetti anche l’anime di successo Kuroshitsuji (Black Butler), che ha tra i protagonisti l’ormai famoso maggiordomo Sebastian, è ambientato nell’Inghilterra vittoriana. Al prossimo viaggio mi sono ripromessa di andarci…




In Giappone per le persone che amano gli animali domestici e in particolare i gatti, ma che a causa di regolamenti condominiali severi non possono tenerne in casa, sono stati realizzati i Neko Café (Cat Café), una catena di locali di tendenza davvero unici nel loro genere. All’interno dei Neko Café, oltre che sorseggiare un buon caffè o tè, si possono anche coccolare i tanti gatti presenti nel locale. Si tratta semplicemente di un luogo rilassante dove, insieme ai camerieri, ci sono circa una ventina di gatti che offrono la propria compagnia. È fondamentale precisare che i gatti non sono a completa disposizione della clientela, ma devono essere rispettati e non possono essere sollevati da terra per essere spostati all’interno della stanza, poiché devono essere liberi di muoversi come desiderano. I clienti devono prima lavare e disinfettare con cura le mani e poi possono giocare, accarezzare e stare in compagnia dei loro animali preferiti. Tra i più famosi Neko Café ci sono i Calico Cat Cafè, con grandi salotti ricchi di tavolini, divani e cuscini e i Nekorobi (orecchie di gatto) dove vengono offerti molti servizi tecnologici.

Certo girare a Tokyo non può che suscitare stupore e meraviglia; questa caotica e affascinante metropoli colpisce il turista sicuramente con le sue stravaganze, ma anche e senza ombra di dubbio con la gentilezza e il sorriso di chi ci lavora.



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Elena Paoletta C

Devo preparare la valigia per il mio primo viaggio in Giappone e non è certo cosa da poco. Cosa mettere per non sentirsi troppo diversi ma neanche eccessivamente riconoscibili? Cosa portare per accontentare quello spirito kawaii che aleggia ovunque e si insinua negli animi prima della partenza? 

L’aspetto esteriore del “carino e aggraziato” si percepisce molto nella moda giapponese, soprattutto attraverso la Lolita Fashion. La Moda Lolita (Rorīta fasshon) è un tipo di sottocultura giovanile che ha avuto origine in Giappone negli anni Settanta in pieno clima di rivolte giovanili. Per risolvere questo problema lo Stato giapponese si appellò all’antica coesione sociale che vedeva il bene della comunità sopra quello del singolo individuo. Iniziò così un processo di depersonalizzazione interiore e vennero per questo introdotte divise a scuola, al lavoro o tagli di capelli standardizzati.

La popolazione giapponese, che si vide imporre tutte queste regole, iniziò a cercare degli sfoghi negli eccessi e soprattutto nel campo della moda nacquero le prime stravaganze che definirono poi i vari stili che si trovano ancora oggi nel mercato moderno della moda giapponese.




Ad esempio la divisa scolastica (Jeikei), che forse è ciò che colpisce come prima immagine della studentessa della scuola superiore (Joshikousei) presente negli innumerevoli anime shōjo scolastici,è stata modificata dagli studenti stessi.Circa trent’anni fa andava di moda avere la gonna lunghissima fino ai piedi e le ragazze che avevano la gonna più lunga erano considerate belle e moderne. In seguito l’obbligo era di portare la gonna sotto il ginocchio, ma è arrivata la moda della minigonna e quindi le studentesse per accorciare la gonna della divisa la annodavano, poi quando gli insegnanti le controllavano la facevano tornare della lunghezza normale, finché hanno cominciato tutte ad indossare la gonna il più corta possibile, quella che ora rientra nella normalità.Nonostante la severità dei professori, alcuni studenti che odiavano la divisa avevano iniziato a slacciarsi il primo bottone, che per regola doveva rimanere chiuso; altri, per non sembrare tutti uguali, si sono colorati solo un ciuffo di capelli per poterlo nascondere meglio sotto quelli rigorosamente neri. In alcune scuole, le ragazze che avevano i capelli lunghi sotto le spalle potevano farsi solo dei semplici codini, mentre i maschi che avevano i capelli fino sotto l’orecchio dovevano tagliarli completamente; non si potevano avere piercing o il buco per gli orecchini e neanche dei semplici accessori. Ogni mattina si avvertiva una certa tensione tra gli insegnanti che controllavano le divise e gli studenti scontenti di indossarla; se qualcosa veniva trovato fuori posto venivano chiamati i genitori e i ragazzi subivano delle punizioni. Dato che gli studenti devono fare sempre qualcosa di utile per la scuola, come pulire l’aula, il bagno o i corridoi, a coloro che vengono trovati in difetto sono raddoppiati i normali turni per le pulizie; in molti anime shōjo si vedono episodi del genere.Le divise costano circa tre-quattrocento euro e durano per tre anni. Si indossa una camicetta bianca a maniche corte per quando fa caldo e una con le maniche lunghe per quando fa freddo; bisogna avere almeno tre camicie diverse perché è un indumento che ogni giorno va cambiato, mentre la giacca (burezaa) è unica, solo una per tre anni, così come il fiocco annodato al collo della camicetta delle ragazze che se viene perso deve essere ricomprato a proprie spese, mentre i ragazzi hanno la cravatta. Ci sono anche altre forme di divise: la divisa femminile Sailor fuku, come quella di Sailor Moon a forma di marinaio, mentre la divisa maschile è burezaa o gakuran, provvista di tanti bottoni che iniziano da sotto il mento e la tengono tutta chiusa. Un rito scolastico prevede che il giorno del diploma le ragazze chiedano in regalo al ragazzo che più gli piace il secondo bottone della sua giacca; vogliono il secondo perché è quello più vicino al suo cuore.




La trasformazione delle divise scolastiche è stata influenzata anche dal diffondersi della moda lolita, che all’inizio si basava sull’era vittoriana e anche sui vestiti dell’epoca rococò, ma il suo stile ha avuto man mano una grande diversificazione al di là di questi due tipi di abbigliamento. Il concept si sviluppò principalmente sull’idea della ragazza principessa e moltissime ragazze giapponesi ne furono subito entusiaste. Oggi la moda lolita si è sviluppata in tantissimi rami tutti diversi e grazie ad Internet questo stile ha avuto un boom anche all’estero. Infatti in Paesi come l’Australia, l’America e in tutta l’Europa, sono nate delle community molto famose di persone appassionate a questa moda. Fra la lolita giapponese e quella occidentale c’è però una differenza sostanziale: in Giappone moltissime ragazze mixano diversi stili insieme dando sfogo alla loro creatività; in Occidente ci sono un po’ di regole che vanno seguite altrimenti si può essere additate come “Italoli”, ovvero una lolita non molto piacevole alla vista.  Il fenomeno crescente della moda lolita ha visto nascere anche una rivista importantissima, la Gothic Lolita Bible che presenta, non solo le marche e gli abiti più in voga, ma anche dei tutorial di trucco e degli street snapshot, la moda fotografata per strada. Una lolita può arrivare a spendere dai cento ai cinquecento euro per un solo abito; tuttavia su Internet si trovano moltissimi mercatini dove si possono comprare anche accessori, gonne, petticoat oppure calze bonne, cappellini e altro a prezzi modici.Il termine Lolita all’interno del contesto della moda non ha allusioni di tipo sessuale e il suo uso nella lingua giapponese può essere considerato come wasei-eigo, termine che indica espressioni che superficialmente sembrano provenire dalla lingua inglese. Spesso si considera la nascita di questo stile come reazione contro la crescente percentuale di pelle nuda esposta dai giovani che seguono la moda (specialmente ragazze) nella società odierna, ma coloro che aderiscono al Lolita Fashion preferiscono essere definiti “carini” piuttosto che “sexy”.Nonostante l’origine della moda lolita non sia chiara, si possono rintracciare alla fine degli anni Settanta vestiti definibili odiernamente come “lolita”, prodotti da griffe giapponesi famose nel Paese come Pink House e Milk and Pretty, rinominata poi Angel Pretty. In seguito sono nate molte altre griffe oggi famose tra gli amanti del genere, come Baby, The Stars Shine bright e Metamoprhse temps de fille. Negli anni Novanta la moda lolita ha iniziato a diventare più conosciuta grazie a band musicali molto popolari in quegli anni, come le Princess Princess.




Si pensa che questo stile sia originario dell’area del Kansai, da dove si è diffuso fino a Tokyo per raggiungere poi la notorietà in tutta la popolazione giovanile, tanto che oggi i capi di abbigliamento di questo genere si trovano anche nei grandi magazzini.Il look lolita ha iniziato a distinguersi principalmente per la sua attenzione ai materiali e alla manifattura dei vestiti. La silhouette classica prevede una gonna lunga fino al ginocchio con una forma a campana data da varie sottovesti, ma si è evoluta fino a comprendere gonne lunghe alla caviglia e corsetti. Camicette, calzettoni o calze al ginocchio e copricapo dalle più svariate forme e colori, fanno anch’essi parte degli accessori indispensabili da indossare abitualmente. La moda lolita riesce ad attrarre giovani e non, facendoli sentire in qualche modo parte di una categoria di persone ben definita, per questo si è evoluta in molti differenti sottostili ed è presente come sottocultura giovanile in diverse parti del mondo.È il caso della Gothic Lolita, termine a volte abbreviato in GothLoli (Gosu rori), una moda nata nel 1988 e che ha avuto il suo exploit solo dopo che alcuni gruppi Visual Kei, il particolare tipo di musica rock nipponica, lo ha adottato come stile presentandosi sul palco con i tipici colori e vestiti che ben contraddistinguono la moda Goth. La svolta ufficiale avvenne nel 1999, quando il chitarrista Mana, della band Malice Mizer, fondò la famosa casa di abbigliamento Moi Mème Moitiè che si affermò velocemente come uno dei principali brand della moda lolita. Mana, che si presentava sul palco indossando costumi elaborati, ha inoltre coniato i termini “Elegant Gothic Lolita” (EGL) e “Elegant Gothic Aristocrat” (EGA), per descrivere al meglio gli stili della sua griffe.Da quel momento in poi le Gothic Lolita emergono prepotentemente nel panorama della moda giapponese, facendosi notare nei locali del quartiere Harajuku di Tokyo da sempre fulcro di tutte le subculture nipponiche. Dagli anni Duemila questo particolare stile si è diffuso in tutto il mondo raccogliendo consensi anche in Italia, complice soprattutto il fatto che molti personaggi degli anime più famosi sono a tutti gli effetti delle Loli Goth, come Misato in Nana, Misa Amane in Death Note, Perona in One Piece, Anju in Karin e i manga Black Rose Alice e Red Garden, dove lo stile gothic lolita viene ripreso spesso anche nei disegni delle copertine. In alcuni manga, come Othello, la moda lolita viene proposta come un metodo per distinguersi dagli altri ed essere così meno timidi.




Lo stile è caratterizzato da trucco e vestiti scuri. Il trucco più comune è composto da rossetto rosso e ombretto del tipo “smokey”, anche se non vengono applicati in modo esagerato. Il viso incipriato di bianco, che spesso viene associato al concetto di gothic, è considerato invece di cattivo gusto. Nei vestiti, spesso abbinati a merletti, ricami e fiocchi, vengono usati colori scuri quali il blu notte, il verde smeraldo, lo scarlatto oppure il viola, anche se la combinazione bianco-nero rimane la preferita. Cute, calze, calzini sopra il ginocchio e collant bianchi o neri sono molto comuni. Alcuni degli elementi più caratteristici dello stile sono i cappelli usati, come i mini cilindri o le mini corone e gli accessori ispirati all’epoca vittoriana, come il parasole o le cuffie da neonato. Molto impiegate sono anche le fasce per i capelli con decorazioni fatte di fiocchi, fiori e lacci. Anche i gioielli a forma di croce, zaini e borse a forma di pipistrello o di bara, sono usati come accessori per completare il perfetto look.Il grande magazzino di Tokyo, che è anche il fulcro della moda GothLoli, è il Marui Young a Shinjuku; quattro piani interamente dedicati a questo stile e ai suoi sottogeneri. Molti negozi per acquistare accessori gothic possono trovarsi anche nella zona tra Harajuku e Shibuya.Le gothic lolita, nonostante il look vistoso e trasgressivo, non si oppongono alla società e ai modelli culturali tradizionali giapponesi in modo così netto come spesso si pensa in Occidente, dove si tende anche a confondere questo stile con il cosplay, mentre in realtà sono due cose ben distinte e dai connotati estremamente diversi.Vi sono alcuni sottostili del gothic lolita, come lo Sweet Lolita, conosciuto anche come ama-loli (ama rori), molto influenzato sia dall’epoca rococò che da quella vittoriana ed edoardiana. Focalizzandosi principalmente sull’aspetto infantile della moda lolita, lo stile adotta le linee base del gothic, usando però colori pastello e trucco color pesca, rosa o perla, abbinato ad un rossetto in tinta.




L’abbigliamento si caratterizza per le stampe a tema raffiguranti frutta, dolci, fiori, nastri, pizzi, fiocchi e animali come gattini, cagnolini o coniglietti, per enfatizzarne la graziosità. Sono frequenti i riferimenti alle favole classiche o più frequentemente ad Alice nel Paese delle meraviglie. Gli accessori più apprezzati sono fasce, cuffie e fiocchi, mentre gli zaini e le borse hanno spesso la forma di fragole, cuori o sono peluches, come quelli indossati da P Chan in Curiosando nei cortili del cuore.Il Classic Lolita è uno stile più maturo di lolita e non è scuro come il gothic, né grazioso come lo sweet. È comunemente visto come sofisticato per le sue stampe con pattern poco vistosi e per i colori più sobri; il taglio dei vestiti è a impero per rimarcare la maturità dello stile. Il trucco non è molto enfatizzato e viene preferito un look naturale del viso; le scarpe sono semplici e comode come pure i gioielli e gli altri accessori.Il Punk Lolita (Panku Lolita) aggiunge a questo tipo di moda elementi dell’abbigliamento punk: tessuti strappati o serigrafati, cravatte, catene, borchie, spille da balia, tartan, righe e tagli di capelli androgini, il tutto incorporato nella dolcezza e nell’opulenza del Lolita. Le gonne sono spesso più corte e asimmetriche ed è comune mescolare fantasie, come nel particolarmente utilizzato plaid con le strisce abbinate agli anfibi e alle creepers.Nel tempo sono nate molte altre interpretazioni della moda lolita fuori dai soliti canoni. Questi stili non sono così conosciuti come quelli principali, ma sono la dimostrazione della tendenza alla creatività e dell’attitudine degli appassionati del genere a crearsi una loro propria moda. La Princess Lolita per esempio è un look ispirato alle principesse europee. Solitamente include una gonna dotata di rouches raccolte nella parte posteriore e naturalmente una corona.Il brand lolita si sviluppò principalmente proprio sull’idea della ragazza principessa e moltissime giovani giapponesi ne furono subito entusiaste.




Lo Shiro Lolita, comprende vestiti ed accessori di colorazione unicamente bianca o crema, mentre il Kuro Lolita impone vestiti ed accessori di colorazione nera. Non è raro vedere passeggiare insieme shiro ekuro lolita, il più delle volte per formare volutamente un interessante contrasto. L’Ōji o Ōji-sama (principe) è considerato la controparte maschile della moda lolita. Ovviamente non segue la tipica linea degli abiti femminili, ma si ispira al vestiario dei giovani dell’epoca vittoriana. Include camicie e magliette, pantaloni alla zuava o più corti, calzettoni al ginocchio, cilindri. I colori più comuni sono nero, bianco, blu e rosso vino. Viene indossato anche dalle ragazze e fuori dal Giappone è noto come Kodona.Il Guro Lolita (Lolita Horror) ha elementi horror incorporati ai normali completi lolita, come sangue finto, bende e trucco per apparire feriti. Si ispira all’immagine di una bambola di porcellana rotta e naturalmente predilige il colore bianco che fa spiccare notevolmente il sangue finto sul pallore corporeo.Il Sailor Lolita incorpora elementi del look da marinaio. Include colletti, cravatte e cappelli tipici delle uniformi marinare, da non confondere però con l’uniforme scolastica giapponese femminile o Sailor Fuku. Popolare anche una sua variante, il Pirate Lolita, sempre in tema nautico, che include solitamente vestiti più elaborati, cappelli tricorno, borse a forma di forziere e bende da pirata solo su un occhio. I brand più conosciuti di questo stile sono Alice & The Pirates, un sottobrand della griffe Baby e The Stars Shine Bright altamente specializzato nel genere.Il Country Lolita deriva dallo Sweet Lolita ed è difficile distinguerlo da quest’ultimo per la similitudine delle stampe usate. Può essere riconoscibile però per l’uso di borse, cappelli e cestini, tutti rigorosamente di paglia.Il Wa Lolita o Wa ori combina elementi dei vestiti tradizionali giapponesi con la moda lolita. Il prefisso Wa deriva dal kanji omonimo che viene usato per indicare molte cose di origine giapponese. Solitamente consiste in un kimono o hakama modificati per adattarsi alla classica silhouette lolita. Le scarpe utilizzate sono quelle tradizionali giapponesi, come geta, zōri e okobo, così come gli accessori per capelli quasi sempre kanzashi.




Il Qi Lolita è simile al Wa Lolita ma utilizza abiti tradizionali cinesi al posto di quelli giapponesi, come cheongsam modificati anch’essi per essere adattati alla silhouette lolita. Gli accessori comprendono ferma chignon in stile cinese ed infradito simili agli zōri giapponesi.Fuori dal Giappone la moda Lolita, insieme al cosplay, è visibile ai concerti visual kei o J-rock, a convention di anime e più comunemente alle fiere di manga, anche se non mancano gruppi di lolita che si radunano per dei tea party al solo scopo di chiacchierare e divertirsi.Lo stile non è ancora prodotto in massa al di fuori del Giappone, anche se alcuni piccoli negozi dei maggiori brand, come Baby, Angelic Pretty, The Stars Shine Bright e Moi-même-Moitié, sono stati aperti a Parigi e a San Francisco.Un film di animazione del 2004, ispirato alla moda lolita, è Shimotsuma monogatari (Kamikaze Girls), diretto da Tetsuya Nakashima tratto da un romanzo di Novala Takemoto. La storia ruota intorno a due studentesse di nome Momoko Ryugasaki ed Ichigo Shirayuri detta “Ichiko” perché il suo vero nome significa fragola, dalle personalità diametralmente opposte: la prima è una romantica esponente della moda Lolita, l'altra è una motociclista Yankee rude e violenta.Anche il manga di successo Othello, del 2001, parla di Yaya, una ragazza lolita molto timida che ha una particolarità: quando sbatte la testa o quando si specchia si trasforma in un’altra persona, Nana, con un carattere completamente diverso. Yaya è infatti una teeneger tranquilla e usa la doppia personalità per tirare fuori alcuni aspetti che lei ha dentro come la passione per la musica J-rock, il gothic lolita e il cosplay. Temi importanti del film sono la passione per la musica e la moda, i rapporti scolastici e le questioni sociali come il bullismo.Dalla fashion week giapponese arriva anche la tendenza che vede il make-up protagonista, soprattutto per quel che riguarda il trucco degli occhi: il trend si ispira al mondo dei manga e degli anime che vuole lo sguardo decisamente in primo piano e amplificato all’eccesso.Peter Phillips, direttore creativo e di immagine per Dior Make-Up, ha creato un trucco molto grafico, forte ed emancipato orientato alla cultura manga; quella moda degli occhi grandi introdotta dal padre dei manga Osamu Tezuka e portata avanti da molti mangaka che, quasi per sfida, pur appartenendo ad un popolo con gli occhi a mandorla, disegnano personaggi dagli occhi tondi e talmente grandi da essere sproporzionati con il resto del viso e del corpo.La moda di ingrandire lo sguardo riporta quindi alle eroine di manga ed anime; è un tipo di trucco dal forte impatto visivo che può essere portato tutti i giorni in maniera soft oppure accentuato da linee simmetriche e occhi “drammatici” per un look serale. Alcune compagnie giapponesi hanno creato le circle lenses, lenti a contatto particolari che allargano otticamente l’iride, dando la sensazione di un occhio molto più grande. Sono di tantissimi tipi, colori e vere e proprie fantasie di decorazioni a spirale, a fiori o a farfalla, che donano un effetto differente ogni volta. Il sogno di tutte le donne è di avere ciglia grandi e voluminose, per questo sono stati creati appositi mascara che prendono il nome dai comics giapponesi, come Miss Manga dell’Oréal Paris, che promettono grazie ad uno scovolino a 360 gradi, occhi dolci ma allo stesso tempo ribelli, ciglia lunghe e nerissime per ottenere sguardo e portamento da bambola kawaii. Allora stesso scopo vengono sempre più usate le extension ciglia.




Ho deciso…sicuramente metterò in valigia la camicetta bianca e nera, la mia minigonna scozzese e le immancabili calze con Totoro ^_^




Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91

Elena Paoletta C


Il concerto live di Eriko al Lucca Comics & Games mi ha fatto venire in mente Hatsune Miku, una cantante virtuale che è diventata un idolo per milioni di fan. Fare un paragone fra Eriko e Miku è del tutto fuori luogo, ma le associo al concetto del kawaii (grazioso) e del moe (amabile), che tanto appartiene al Giappone. Sempre più spesso si ha a che fare con personaggi non reali: videogiochi, libri, manga, anime, cinema e tutto ciò che porta a conoscere una quantità spropositata di individui nati dall’immaginario di qualcuno dei quali però vogliamo sapere tutto. Se ne parla, si esprimono giudizi su di loro, si amano, si odiano, si dice di conoscerli perfettamente, tutto come se effettivamente esistessero.Miku è l’esempio di come è stato trasportato il virtuale nel reale soprattutto, quello degli idol, adolescenti che diventano molto popolari nel mondo dello spettacolo specialmente in virtù del loro aspetto esteriore.Miku è un ologramma che si esibisce su palchi veri con fan altrettanto veri, però in realtà non esiste, cioè esiste solo virtualmente. La sua storia è legata al character designer e mangaka KEI, ingaggiato dalla Crypton Media Future Design Company, che impiegò circa un mese per disegnare questo personaggio e a Vocaloid, un software sviluppato nel 2004 dalla Yamaha Corporations per la sintetizzazione digitale della voce. Immettendo nel computer un testo e una melodia scelti dall’utente, questo programma riproduce la canzone tramite una serie di suoni preregistrati.Ogni versione del software propone diversi applicativi o Voicebank, caratterizzati da differenti voci rielaborate di doppiatori e cantanti più o meno famosi. Molti di questi applicativi hanno un avatar in stile manga associato e per questo si sono venuti a creare dei veri e propri personaggi che prendono il nome di Vocaloid. In realtà gli utilizzi di Vocaloid per la creazione di contenuti multimediali possono essere molteplici ed è stata proprio Hatsune Miku a dimostrarlo diventando ben presto un fenomeno sociale.




Contrariamente a quanto si crede, Miku non è stata la prima Vocaloid, infatti è legata alla seconda versione del software, Vocaloid2, nato nel 2007. Resta comunque senza dubbio la più famosa e l’unica ad avere lo status di “Virtual Diva”, quella che canta nello studio di David Letterman o quella che apre il tour mondiale di Lady Gaga. La Crypton ha lanciato il personaggio di Miku come una “diva androide proveniente da un vicino mondo futuro dove le canzoni sono andate perdute”.La sua voce è stata ottenuta campionando quella della doppiatrice giapponese Saki Fujita, ad una velocità e ad un tono controllato; ogni singolo campionamento conteneva un unico fonema giapponese, che poi eventualmente uniti insieme, avrebbero creato delle parole e delle frasi. Il nome di Hatsune Miku fu scelto dalla combinazione delle parole Hatsu (primo), Ne (suono) e Miku (futuro) e quindi con il significato di “primo suono del futuro”; una voce del futuro, un ulteriore passo avanti nell’innovazione tecnologica. Spesso negli eventi viene abbreviato con il numero 39, dove il 3 e il 9 possono essere letti come “Mi” e “Ku” o “SanKyuu”.La sua popolarità si deve ad un video del 2007 di Nico Nico Douga (NND), un sito giapponese di videosharing simile a Youtube. Nel video in questione compare una versione super deformed, uno stile molto caricaturale di Miku che canta la canzone folk tradizionale finlandese Ievan Polkka, mentre regge un porro. Questo a causa di un gioco di parole tra NEGIES, il nome del firewall “difensivo” del sistema operativo e negi, che in giapponese significa appunto porro; inoltre Miku ha tatuato il codice 01 in rosso sulla spalla sinistra, in quanto primo Vocaloid della Crypton. A partire da quel momento NND si è popolato dei lavori degli utenti creati con il software di Yamaha. La spinta definitiva a questo fenomeno è stata data da Miku Miku Dance (MMD), un programma per modellazione e animazione 3D, creato appositamente per video musicali o parodie dei Vocaloid. Nel 2008 riuscì a diventare così popolare che venne istituita la MMD Cup, una competizione che vede la sfida tra gli utenti più talentuosi.




A questo punto il quadro era completo: lo strumento per farla cantare c’era, quello per farla apparire anche e non mancava nemmeno la notorietà sul web. Nella migliore tradizione pubblicitaria giapponese, il software ha per ogni versione un personaggio completo di nome, volto, corpo, abiti particolari, carattere, manga, anime, videogiochi e tutto il merchandising che ne consegue.Le vendite iniziali dell’applicativo legato ad Hatsune Miku sono state così alte che la Crypton non è riuscita a soddisfare tutte le richieste. Nei primi dodici giorni di commercializzazione sono state prenotate quasi tremila copie; praticamente una vendita su duecentocinquanta nel complessivo dell’industria dei software musicali riguardava Hatsune Miku. Come idol virtuale Miku si è esibita nel suo primo concerto live durante l’Animelo Summer Live presso la Saitama Super Arena il 22 agosto 2009.La sua canzone, World is Mine, è entrata nella top10 mondiale dei singoli più scaricati da iTunes solo dalla sua prima settimana di vendita.Il suo clamoroso successo ha avuto ripercussioni un po’ ovunque. Nel settembre 2009, tre statuine basate sul suo personaggio sono state lanciate in orbita in un razzo dal deserto Black Rock nello Stato del Nevada; nel novembre 2009 una petizione in cui sono state raccolte quattordicimila firme, ha convinto l’agenzia spaziale giapponese ad imbarcare sulla sonda Akatsuki, lanciata per l’esplorazione di Venere, tre figurine di metallo di Hatsune Miku; nel 2012 ci fu un sondaggio per le Olimpiadi di Londra, attraverso il quale si chiedeva quale cantante dovesse presentare i giochi olimpici e Miku raggiunse il primo posto battendo cantanti famosi come Lady Gaga e Justin Bieber. Sempre nel 2012 Miku ebbe un evento speciale per il suo quinto anniversario: tutti i Vocaloid Crypton le dedicarono la canzone Birthday Song for Miku. In quell’occasione i fan potevano mandarle una mail di auguri come ad una diva vera e propria e la Sony, per celebrare la sua popolarità, produsse in edizione limitata degli mp3 chiamati Sony Walkman NW-S764 / L Hatsune Miku model 5th Anniversary. In Giappone auto e mezzi pubblici vengono spesso decorati con la sua tipica immagine e poster con le sue inconfondibili pose si trovano nelle principali strade di ogni città e la sua voce e le sue canzoni vengono utilizzate in svariati spot pubblicitari anche in Occidente.




Miku e anche tutti gli altri Vocaloid puntano moltissimo sulla caratterizzazione in puro stile manga; lei in particolare si presenta come la classica moe, dai lunghi codini, l’uniforme scolastica, riveduta e corretta con un tocco elettronico degno della migliore tradizione Japanese cyberculture.Il fenomeno Vocaloid può essere considerato un prodotto nato e sviluppatosi quasi esclusivamente su Internet, frutto dell’intersezione tra numerose e svariate subculture del panorama giapponese moderno e contemporaneo: dalla pop culture, al mondo degli otaku a quello del cosplay, fino ad arrivare appunto agli idol.Miku è la vera espressione di ciò che il pubblico vorrebbe e che, contrariamente a un personaggio in carne e ossa, si presenta come una sorta di idol manipolabile. La vera ragione del suo successo e di tutto il resto del mondo Vocaloid si trova proprio qui: è la nuova vera espressione dell’identità di genere sul web.Il pubblico di Miku è quello disposto ad agitare porri luminosi (il porro è il simbolo-mascotte di Miku, ogni Vocaloid ne ha uno per conferirgli un’ulteriore caratterizzazione kawaii) e che paga il biglietto per andare a vedere un ologramma gigante che canta e balla, mentre dietro lo schermo si nascondono tecnici professionisti, umanissimi e bravissimi, come pure i componenti della band musicale che l’accompagna sul palco. Un mix che ha consentito ad una cantante virtuale, dopo la sua apparizione nel mondo reale, di essere considerata una vera e propria principessa del futuro.




Visto che oggi virtuale non è più opposto a reale ma a possibile, allora non deve scandalizzare il fatto che alcuni virtual idols sono spesso considerati come personaggi dotati di una realtà latente e, in quanto tali, sono provvisti di una propria biografia che li rende più reali del reale. Pertanto rilasciano interviste e firmano autografi e, nonostante si tratti soltanto di immagini usate come corpi, ripropongono valori e significati su cui sono proiettate le aspettative di tutti coloro che li considerano veri. Quindi Miku vive di una realtà sua, di un corpo su cui i fan proiettano i loro desideri, in questo caso molto più concretamente che in altri, componendo canzoni per la sua voce e realizzando versioni alternative del design che la caratterizza. Il cuore di Miku sta proprio nel suo lato visual: codini verde-azzurro lunghissimi, occhi grandi, snella, una tipica moe. Le sue movenze durante video e concerti rimandano a tipici gesti considerati kawaii. Miku si evolve costantemente e ad una velocità impressionante col passare degli anni: i movimenti della figura sono più fluidi, le espressioni più naturali, manca la luminescenza trasparente tipica delle prime esibizioni, lo schermo su cui viene proiettato l’ologramma è quasi invisibile, mentre la figura di Miku è opaca, realistica, persino le pieghe dei vestiti hanno le ombre. Al di là dell’impressionante effetto visivo, Miku è stata riproposta nel 2013 con un nuovo e più curato design, l’ultimo potente software Vocaloid: nuove funzioni, una migliorata pronuncia sia dell’inglese che del giapponese. Miku “vive” la sua carriera, evolvendosi e migliorando il proprio stile, ampliando il suo giro economico, presentando nuove canzoni per i fan, scritte dai fan.Il pubblico di Hatsune Miku non si limita agli otaku, ma in generale si rivolge alla fascia giovane giapponese, tra i quattordici e i venticinque anni. Nonostante questo, molti compositori delle sue canzoni si rivelano essere anche adulti di trenta, quarant’anni. Anche se il personaggio di Hatsune Miku non nasce né come manga né come videogioco, entrambe le cose sono state realizzate in seguito all’enorme successo che ha avuto in tutto il mondo. Un manga, Maker Hikōshiki Hatsune Mix, le è stato dedicato sulla testata Comic Rush il 26 novembre 2007, disegnato da KEI il suo character design, inoltre le sono stati intitolati anche due videogiochi musicali: Hatsune Miku: Project DIVA e Hatsune Miku: Project DIVA 2nd; Hatsune Miku è inoltre presente come personaggio non giocante in 7th Dragon 2020.La popolarità di Miku è stata oggetto di vari riferimenti anche in molti anime, tra cui Lucky Star e Sayonara Zetsubō-sensei e la sua voce è stata utilizzata per la sigla finale dell'anime Akikan!.Virtuale e reale si intrecciano così in una massiccia manovra commerciale tipicamente giapponese che coinvolge non solo il software, ma anche tutta una serie di reportage, album e singoli, concerti live, diversi videogiochi, manga, gadget e oggettistica varia e più di recente l’anime Vocaloid che vede Miku come tipica protagonista in stile shōjo.





Questa vera e propria icona della cultura popolare e musicale giapponese, che ha 16 anni, è alta 158 centimetri e pesa 42 chilogrammi, ha affascinato anche il pubblico occidentale con la sua estensione vocale che le permette di eccellere tanto nel rock quanto nel pop, non disdegnando la musica dance, house, techno e cross over che la rendono un punto di riferimento nel panorama musicale mondiale.




Questo è il manga di Miku che ho ricevuto in regalo ❤



Elena Paoletta 

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

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Elena Paoletta C

La mia personale esperienza al ristorante Akira, mi ha ricordato di alcuni appunti che avevo preso per un paragrafo della mia tesi e che riguardavano la cucina giapponese. Ora mi sembra il momento adatto per condividerli.

La cucina giapponese è una vera e propria arte. Solitamente per gli occidentali la cucina è prima di tutto rivolta all’appagamento del gusto, mentre per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco a tavola.

Per questa cucina infatti il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori e di forme che siano complementari ed equilibrate. 

L’occhio poco esperto dell’occidentale non ci fa caso, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze si deve porre attenzione innanzitutto a come sono disposte le geometrie dei cibi e dei piatti, la regolare ed attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi, lo studio del colore di ciò che viene mangiato e perfino la ciotola dove viene servito. Tutto è sicuramente creato per essere guardato e poi assaggiato.

Al pari dei manga e degli anime, la cucina giapponese ha contribuito senza dubbio a far conoscere la cultura di questo lontano Paese, rimasto sconosciuto ai più per molto tempo e che ora vede in Occidente il proliferare di ristoranti tipici, dove il riso è l’alimento base di ogni piatto. 

La pietanza più nota del Giappone è senza dubbio il Sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce e che viene consumato con wasabi, una salsa molto piccante o shoyu, più noto come salsa di soia. Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell'Asia orientale e sud-orientale; talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell'inglese salsa Worcester.

Un altro tipo di salsa molto comune è il teriyaki; termine che si riferisce ai piatti cucinati con il suo impiego e alla tecnica con cui vengono preparati. La salsa e i piatti correlati sono caratteristici della cucina giapponese tradizionale. Tra gli svariati alimenti cucinati con la salsa teriyaki vi sono pollo, manzo, pesce, frutti di mare, tofu e tanti altri. Secondo la tradizione giapponese una pietanza teriyaki va consumata con il riso al vapore e verdure come accompagnamento.

Un piatto tipico è la Tempura, una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, pesci, crostacei e molluschi per poi friggerli, mantenendoli così leggeri e croccanti. 

Conosciuto in Occidente è anche il miso, un condimento ottenuto dalla soia, che serve per la marinatura e il condimento di piatti. Nell’anime Nana si vede cucinare spesso la zuppa di miso, una pietanza che viene servita soprattutto nelle giornate fredde.

Un altro piatto conosciuto fuori dal Giappone e molto apprezzato è il Ramen, che presenta varianti in ogni località nipponica, anche se è di origine cinese. È a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni di maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais. Teuchi, il proprietario del chiosco di ramen della serie animata Naruto, ha un grande rispetto per le arti culinarie e il suo ramen, a detta dello stesso Naruto, è il più buono del mondo. Curioso notare che il nome Naruto è anche quello di un tipo di kamaboko (cipolla) con una caratteristica spirale rosa, usato appunto nel ramen.




C’è un’enorme parte della cucina giapponese che non è però conosciuta; piatti nipponici visti in centinaia di anime e manga, ma difficili o quasi impossibili da trovare nei ristoranti occidentali.Il Nabemono, per esempio, è un piatto caldo il cui funzionamento è simile a quello della fonduta: gli ingredienti crudi come carne, pesce, funghi e verdure vengono immersi nella pentola in cui bolle il brodo e consumati sul momento. Per festeggiare l’inizio della seconda serie, i personaggi dell’anime Gintama decidono di mangiare la nabe, ma il diritto a prenderne il primo boccone darà inizio ad una folle guerra psicologica. Gli Udon sono gustosi “spaghettoni” che vengono serviti in un’infinità di varianti e con porzioni abbondanti. Il personaggio di Mirai dell’anime Kyokai no Kanata, che per mantenere i suoi poteri deve mangiare molto, va a rimpizzarsi in un ristorante dove si può mangiare quanto si vuole fino a scoppiare. Gli amici se ne accorgono perché quando la incontrano le cola il naso a causa del brodo bollente che ha ingurgitato velocemente. I Soba sono spaghetti di grano saraceno che vengono serviti in brodo, asciutti, caldi o freddi. Essendo quasi privi di grassi ma ricchi di vitamine e minerali, sono molto richiesti. Le ragazze del manga K-On, durante il festival scolastico gestiscono un ristorante di pane alla yaki soba, soba cotta alla piastra, che è stato poi realmente commercializzato in Giappone. Il Taiyaki è un tortino dall’inconfondibile forma di pesce. Solitamente è ripieno di anko, una marmellata di fagioli, ma anche di crema o cioccolato. Vista l’innata capacità dei giapponesi di rendere tutto kawaii, ossia grazioso, i takoyaki vengono spesso rappresentati con la boccuccia e gli occhioni.




Il riso al curry è uno dei piatti più amati dai giapponesi; la miscela di curry cremoso, carne, verdure e funghi è solitamente servita con il riso, ma è buonissima anche con gli udon o in un particolare panino fritto come si vede nell’anime Black Butler, dove il maggiordomo Sebastian inventa il panino fritto al curry (Karē pan man/ Curry bread man) per vincere un concorso di gara culinaria di piatti a base di curry. Uno dei motivi di rivalità tra Ranma ½ e Ryoga è proprio il panino al curry che si contendono a pranzo quando sono a scuola. Il riso al curry compare in quasi tutti gli anime diretti da Kunihiko Ikuhara: in Sailor Moon, Usagi e Mamoru aiutavano Chibiusa a cucinarlo e in Mawaru Penguindrum, Ringo lo considera il cibo da mangiare con chi si ama.In molti anime ci sono personaggi golosi di Tamagoyaki, una omelette giapponese molto particolare; le uova infatti vengono sbattute aggiungendo mirin e zucchero o salsa di soia e spezie, a volte anche del sakè, per poi friggere il composto ottenuto in una padella speciale, la makiyakinabe. Il tamagoyaki è uno dei piatti serviti a colazione e spesso viene incluso nel bento, il particolare portapranzo nipponico, sia nella versione dolce che salata. Il Gyudon è un piatto semplice ma saporito, che consiste in straccetti di carne e cipolla conditi con una salsa agrodolce e adagiati sul riso bianco bollito. Come spesso accade nella cucina giapponese, ha il pregio di essere un pasto completo. Okarin in Steins;Gate, una visual novel del 2009 da cui sono stati in seguito creati gli adattamenti manga e anime, si trova spesso a parlare in un ristorante di gyudon e sostiene che un vero guerriero dovrebbe riuscire a mangiarne da solo non un solo piatto, ma tutto quello cucinato. I Gyōza, sono ravioli ripieni di carne di maiale, una variante degli jiaozi cinesi ma con la pasta più sottile, cucinati con un bel po’ di aglio. Si mangiano caldi, conditi a piacere con salsa di soia e aceto di riso. I personaggi degli anime, a causa del loro forte sapore di aglio, iniziano a preoccuparsi quando il loro love interest li ordina ad un appuntamento. Anche se la loro consistenza somiglia ai pancake, gli Okonomiyaki sono definite per comodità “le pizze giapponesi”. Li cucinava Marrabbio, il padre di Licia nella serie animata televisiva Kiss Me Licia (1982), nel suo ristorante, ma si vedono anche in Ranma ½ (1989), quando Ukyo usa un’enorme paletta da okonomiyaki come arma da combattimento o nelle scene in cui lancia queste pizze dietro ai suoi nemici.L’omourice è una frittata di riso fritto. Il suo nome viene dalla parola francese omelette e da quella inglese rice; è molto popolare non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud e a Taiwan. Il piatto è costituito dal riso fritto con pollo, avvolto in uno strato sottile di uovo fritto e condito di solito con il ketchup. I famosi Onigiri, probabilmente il cibo che compare più spesso negli anime, sono la prima cosa che che un appassionato di manga e anime occidentale mangia appena arriva in Giappone. Leggeri e sfiziosi, sono palline di riso avvolte nell’alga nori e farcite di quel che si preferisce. In Sailor Moon la prima volta che Usagi parla a Makoto ne approfitta per mangiare i suoi onigiri fatti in casa che hanno la forma di orsetti, coniglietti, panda e maialini. Infatti il riso si presta particolarmente come alimento per dare forma a diverse figure anime divertenti ed invitanti, come appunto le faccine di animaletti.




Il Katsudon è simile al gyudon, ma sopra al riso ci sono l’uovo e morbide fette di cotoletta di maiale impanata. È di buon auspicio mangiarlo prima di un evento importante, come un esame o una competizione sportiva. I nuotatori dell’anime Free! (2012), la notte prima della staffetta alle regionali, vanno a mangiare tutti insieme il katsudon per esorcizzare la sfortuna. Il Tonkatsu è composto invece da una cotoletta di maiale alta uno o due centimetri, impanata e fritta in abbondante olio. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme al cavolo cappuccio tritato e alla zuppa di miso. La Karaage è una frittura leggermente marinata in salsa di soia, aglio e zenzero. La versione più comune è quella a base di bocconcini di pollo, ma anche di seppie, polpo e manzo. Negli anime il karaage è un tipico elemento dei bento più accurati, i colorati portapranzo che rallegrano le pause scolastiche o lavorative nella gran parte delle storie. Kyaraben sono i bento dei più giovani. Preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime, esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola.




Le Takoyaki sono palline di polpo in pastella, servite con scaglie di tonno essiccato, maionese e salsa otafuku, un condimento denso e dolce di colore scuro. Sono uno spuntino tipico dei matsuri, le feste tradizionali, per questo si vedono negli anime quando ci sono eventi o festival da mostrare. Infilzati in uno spiedo, sono spesso rappresentati in modo kawaii con i grandi occhi e la boccuccia sorridente.In moltissimi anime, come Sailor Moon, nei bento si notano dei piccoli wurstel tagliati a forma di polipetto. Per prepararli si può usare un coltello o delle formine apposite per praticare dei tagli verticali e, mentre si cuociono bollendoli o arrostendoli, questi si aprono e formano i tentacoli. Per fare gli occhi e la bocca del polipetto si usano semi di sesamo nero oppure la fascia di tessuto tradizionale giapponese hachimaki con alga nori. I wurstel possono avere anche la forma di piccoli calamari o granchietti. Anche i dolci hanno un posto importante all’interno di manga e anime. Nella sua classica posizione da seduto con le ginocchia vicino allo stomaco, Elle in Death Note ne divora in ogni momento della giornata e la magica Creamy nella serie animata a lei dedicata, per il suo nome d'arte prende spunto dal sempre affollato chiosco di crepes dei genitori.Impossibile non collegare alla serie animata DoraemonDorayaki, deliziosi panini dolci dall’impasto simile ai pancake e farciti di anko, la marmellata di fagioli rossi (azuki), di cui il famoso gatto robot ne è ghiottissimo. In Occidente, nei numerosi festival e convention dedicati all’Oriente, si possono trovare farciti con la più classica nutella. 




I Mochi sono popolarissimi dolcetti a base di pasta di riso glutinoso; sono tondi o cilindrici, morbidi, colorati e gommosi, molto carini oltre che buoni. Sono i dolci tipici del capodanno ed esistono semplici o farciti ma, data la loro consistenza, il rischio di soffocare è concreto, per questo spesso vengono usati nelle scene di manga e anime a sfondo comico. Un dolce classico è la Kurisumasu keki, la torta natalizia giapponese. Il Natale in Giappone è una festa importata e si è sviluppata per fini commerciali; infatti il 25 dicembre è tradizione andare a cena fuori e scambiarsi regali tra amici e fidanzati, ma non può mancare assolutamente la torta panna e fragole. Nell’anime Nana, Hachi ne prepara una per i suoi amici del complesso Black Stones per festeggiare il loro primo concerto e una torta di fragole, regalata da una fan, addolcisce la fredda notte di Nana e Ren, che se la dividono sotto la neve. Anche l’industria delle caramelle giapponesi è altamente competitiva per quanto riguarda il kawaii, tanto da sfornare nuovi prodotti ogni settimana in tutto il Paese. In questa lotta per conquistare lo spazio sugli scaffali dei negozi, alcune caramelle sono diventate dei classici e sopravvivono da molti decenni. Tra queste molte hanno un disegno carino, come le Apollo Strawberry Chocolate con una forma ispirata al programma spaziale Apollo del 1960 o le Konpeito, un tipo di caramelle a base di zucchero che sono il cibo preferito di una creatura immaginaria nota come “gremlin della fuliggine” (Susuwatari). Se c’è una cosa che affascina del cibo giapponese sono sicuramente gli snack e in particolare la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in uno spuntino da poter confezionare e mangiare al volo.Insoliti, colorati, improbabili, gli snack giapponesi sembrano usciti direttamente da un anime e rappresentano un universo a parte all’interno della complessa cultura culinaria giapponese.Il primo boom degli spuntini in Giappone avvenne nel quindicesimo secolo, quando i samurai inventarono piccoli alimenti da portarsi dietro in previsione di lunghe battaglie. Molti di questi snack sono sopravvissuti fino ad oggi. L’ondata successiva di innovazione degli spuntini arrivò nel 1860, dopo che i mercati giapponesi improvvisamente aprirono i commerci con l’estero. Gli spuntini in stile occidentale furono tra i primi prodotti delle fabbriche giapponesi che annunciarono l’inizio dell’industrializzazione del Giappone. L’industria alimentare degli spuntini è diventata altamente competitiva e le marche più popolari introducono nuovi sapori e nuovi prodotti su base mensile, al fine di ottenere sempre più spazio sugli scaffali di negozi e supermercati. Il problema è che gli spuntini vanno e vengono rapidamente; appena qualcosa inizia ad essere di gradimento comune, ne viene smessa la produzione. In questo ambiente in continuo cambiamento, sono pochi gli snack che hanno resistito nel tempo fino a diventare dei classici intoccabili.Non c’è limite a quello che si può acquistare inserendo una monetina in un distributore automatico di cibi e bevande; i distributori automatici sono una presenza costante per i giapponesi, si trovano ovunque e contengono qualunque cosa.Tra gli snack dolci sono immancabili quelli al cioccolato, ma tra i tanti ce ne sono con varianti alla fragola, al tè verde e all’anguria. Il Kit Kat trova i suoi natali nel Regno Unito ed è probabilmente uno degli snack più “anziani”, considerando che venne alla luce nel lontanissimo 1935 con il nome di Rowntree’s Chocolate Crisp. In Giappone il wafer interno del Kit Kat rimane quello, con la stessa friabilità e croccantezza, ciò che varia è la crema del ripieno e lo strato di copertura esterno. Viene realizzato in decine di gusti e colori diversi tra i quali, quello al cheesecake, alla mela verde, ai fagioli rossi e alla patata dolce. Il kit kat è molto popolare tra i ragazzi giapponesi perché viene considerato un portafortuna per gli esami; infatti il suo nome è molto simile ad una frase che significa “sicuramente vincerai”. I Pocky, che corrispondono ai Mikado occidentali, sono i più popolari dolci da merenda giapponesi. Nascono come un semplice bastoncino di biscotto avvolto per metà da una crema al cioccolato al latte e solo più tardi, nel 1976, vennero aggiunte delle varianti: banana, fragola, cocco, tè verde, mandarino, melone, litchii e ai più impensabili sapori, come quelli al gusto di pizza o di insalata, ma quelli al cioccolato nella confezione rossa sono un classico senza tempo. Varianti più ricche e sostanziose si ritrovano nelle edizioni speciali, molto più simili a veri e propri dessert che a semplici snack per sopprimere la fame tra un pasto e l’altro. La copertura del biscotto è di quantità maggiore e comprende i sapori dei dolci tradizionali di tutto il mondo, come la torta alla fragola, castagne glassate (marron glaces), e anche il tiramisù. Il termine pocky è onomatopeico; si riferisce infatti al suono che fa quando è morso “pokkin”. Restano uno degli snack più popolari tra i teenegers locali e per questo sono spesso rappresentati in manga e anime dedicati alla loro fascia di età. Pocky è uno snack particolarmente amato dai giapponesi sia per la sua forma che per la caratteristica confezione che lo rende uno spuntino facilmente condivisibile con amici o colleghi, quindi adatto alle merende in compagnia, per i viaggi e gite. La confezione stessa è stata studiata per essere pratica e maneggevole, in modo da poter essere portata dovunque occupando il minimo spazio indispensabile. Complice della diffusione del Pocky, anche nel panorama occidentale, è sicuramente il mondo degli appassionati di manga e anime. Non è raro infatti trovare i protagonisti delle loro serie preferite mentre si rilassano sgranocchiando i famosi bastoncini glassati al cioccolato, o intenti a condividerli con i compagni tramite l’ormai celebre Pocky Game, un gioco le cui regole sono semplici e che viene ripreso nella realtà: ogni giocatore prende tra le labbra un’estremità del biscotto e inizia a mangiarla fino a che le due bocche non si incontreranno al centro; chi rompe il bacio perde. Il Tokyo Banana è un dolcetto a forma di banana molto popolare tra i turisti che lo acquistano come souvenir da portare a casa al loro rientro in Patria. Il Tokyo Banana è fatto di pandispagna, con un ripieno cremoso di vari gusti. Molte caratteristiche sono le decorazioni kawaii e soprattutto il modo con cui vengono confezionati.




Tra gli snack salati, gli Umaibo sono quelli più venduti in Giappone. Si trovano al gusto di formaggio, alla pizza, al takoyaki (polpette ripiene di polpo) e al più normale gusto salad. Hanno la forma di bastoncini e la consistenza di patatine al formaggio; sulla loro confezione è raffigurato il gatto protagonista del famoso anime Doraemon. In Giappone le patatine fritte confezionate hanno i gusti più diversi che vanno dalla maionese e capesante, al wasabi, alle alghe, all’umeboshi (prugne salate), al tè verde, al cornetto e al caffè.Ci sono poi snack molto particolari che non trovano riscontro in Occidente come le sfoglie di calamaro essiccato con maionese, i crackers alle alghe o i calamari fritti al cioccolato; tutti rigorosamente confezionati in pacchetti monoporzione, pronti per essere consumati.L’atto di mangiare in Giappone, non è dunque un semplice gesto per nutrirsi, bensì è una parte intrinseca della cultura nipponica. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia, sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata e il suo rispetto per ogni forma di espressione artistica.



Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at http://jobok.eu/user/Elena91


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