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Elena Paoletta C


Lo chiamano Festival dell’Oriente, ma di fatto è un festival del mondo poiché quest’anno riunisce alla Fiera di Roma, dal 22 al 25 aprile e dal 29 aprile al primo maggio, ben cinque festival: ognuno a raccontare universi differenti e lontani in un unico e indimenticabile viaggio.Un giro del mondo tra cultura, arte, tradizioni, folklore, musica e sapori attraverso mostre fotografiche, cerimonie tradizionali, spettacoli, concerti, danze e stand ricchi di prodotti tipici, tutto distribuito in cinque padiglioni interni e tre aree esterne. 




Il Festival dell’Oriente, che occupa due padiglioni interni, trascina il visitatore nella magia dei suoi affascinanti Paesi: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam e molti altri offrono il meglio delle loro atmosfere e delle loro tradizioni. Tra gli stand commerciali si trovano interi spazi dedicati alla salute e al benessere dove sperimentare le terapie tradizionali o quelle bionaturali come lo yoga, lo shiatsu, l’ayurvedica. Per la prima volta è presente un Festival delle Arti Marziali con il suo connubio di disciplina, potenza e spiritualità.




Imperdibile lo spettacolo dei tamburi giapponesi offerto dai Masa Daiko, uno dei gruppi più rappresentativi del genere a livello internazionale. In Giappone originariamente il tamburo veniva usato durante le battaglie per intimidire i nemici e per inviare comandi; in seguito divenne uno strumento utile nell’esecuzione di musiche popolari e per questo molto apprezzato. I Masa Daiko, pur suonando pezzi della tradizione giapponese, sono riusciti a mantenere l’antica cultura del tamburo di guerra imponendo ugualmente forza e vigore ma dando anche una rappresentazione estetica che riesce a trascinare e coinvolgere il pubblico.




La mia amica Fabiana ed io ci siamo molto soffermate in questi due padiglioni dedicati all’Oriente, soprattutto sugli stand del Giappone con le spezie di ogni tipo, le varietà di tè, i kimoni, i costumi da samurai e una grande quantità di oggettistica. Mi è sembrato di tornare indietro di un anno e trovarmi di nuovo nell’affascinante terra del Sol Levante.



Un’atmosfera di allegria e divertimento si respira al Festival Irlandese dove il pubblico, oltre a bere birra, può partecipare a molte attività tra cui rievocazioni storiche, festose danze celtiche e tipici giochi come il tiro alla fune. Gli stand gastronomici offrono zuppe tradizionali, stinco alla birra scura, salmone affumicato, formaggi alle erbe e dolci alle mele accompagnati da distillati irlandesi, mentre alcuni gruppi musicali tra i più rappresentativi dell’Irlanda trasmettono gioia e buonumore.




Novità di quest’anno è poi il Festival Country tra speroni lucidi, indiani d’America, atmosfere rurali, cappelli a larghe falde, balli e gruppi musicali. Un padiglione interno è completamente allestito con le tipiche tende indiane, i carri e pagliericci recintati dove riposano pecore e pony.Divertente è il Western Horse show, un evento dedicato a gare di monta americana e esibizioni di splendidi cavalli.




That’s America è invece un tour tra le mitiche atmosfere americane dagli anni ’50 fino agli anni ’80. Un viaggio tra auto e moto storiche, drive in, fast-food, juke-box e sosia di Elvis Presley, per un’immersione totale nelle atmosfere americane di quei tempi.




Travolgente risulta il Festival dell’America Latina con i colori, i suoni, i profumi e il cibo del Brasile, dell’Argentina, di Cuba, del Messico e tanti altri splendidi Paesi. In un’area all’aperto il ritmo e il folklore latino trovano spazio tra storia e cultura di popoli che vantano millenarie tradizioni.In un’aerea all’aperto c’è anche l’Holi Festival dedicato alla tradizione spirituale e religiosa induista che celebra sentimenti ed emozioni positive ed intense. Si balla, si canta e ci si diverte lanciandosi polveri colorate, un modo simbolico per rendersi tutti uguali e per creare un momento di gioia tra amici e sconosciuti. Senza la paura di sporcarsi tutti abbandonano ogni sentimento negativo e aprono il cuore e l’anima all’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli.Si svolge sempre all’esterno il Festival Spagnolo caratterizzato da esibizioni di flamenco, concerti dal vivo e gastronomia tipica. Un nuovo evento con spettacoli tipici del folklore spagnolo che rievocano le feste in strada, con le esibizioni degli splendidi cavalli andalusi e le canzoni struggenti accompagnate dalla malinconica chitarra spagnola.Naturalmente viaggiando tra tutti questi eventi, si trova sempre qualche souvenir ;)




Quest’anno il Festival dell’Oriente è dunque un vero e proprio giro del mondo da non perdere assolutamente!
Potete vedere altre foto del Festival cliccando sulla mia pagina https://www.facebook.com/WonderlandTales/




Per chi invece avesse voglia di emozionarsi un po’ con la potenza dei tamburi giapponesi, ecco un mio video che può rendere l’idea…





Roma, 22/04/2018



Pictures © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C

Si va verso l’estate ma io non potrò mai dimenticare questa primavera 2017…per sempre resterà impressa nei miei pensieri e nel mio cuore con l’immagine icona dei ciliegi in fiore in Giappone.




Dal 31 marzo al 13 aprile ho infatti potuto realizzare quello che da tempo vivevo solo come un sogno: il mio primo viaggio nel Paese del Sol Levante. 

Il Giappone in Italia è conosciuto generalmente come patria di samurai, di geishe, del sushi, del sakè, del karate e purtroppo come vittima dell’esplosione della bomba atomica. È famoso per i prodotti ad alto contenuto tecnologico e associato a precisione, puntualità, serietà e affidabilità, ma per me è soprattutto la patria dei manga e degli anime. Queste sue forme di intrattenimento più popolari hanno esercitato su di me un certo fascino fin da quella che negli anni Novanta venne definita “la pacifica invasione televisiva” dei cartoni animati giapponesi che, attraverso storie e modi di raccontare del tutto innovativi, riuscivano a far scoprire nuovi stili di vita e modi di pensare. Da allora in poi si è sviluppato sempre più il mio interesse verso la cultura e la lingua giapponese, suscitato sia dal mistero che ha sempre circondato questo Paese, che dalla differenza di pensiero e non ultima dalla tanta distanza che ci separa. C’è infatti qualcosa di magico secondo me nel fatto che quando si arriva in questo arcipelago tra le nuvole è come arrivare su un altro pianeta, popolato da persone gentili e disponibili, sorridenti e accoglienti, educate e ordinate. Molti considerano il Giappone come una fredda terra calcolatrice, brutalmente efficiente e governata da una burocrazia opprimente, dove la cultura sociale è disturbata sotto un soffocante strato di gentilezza e formalità, caratterizzato dall’infinito inchinarsi e chiedere scusa e dove i sentimenti non vengono palesemente manifestati. Per me invece ha sempre voluto dire entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti e abituati a vivere. Un mondo dove la calma e l’essere aggraziati accompagnano ogni gesto e modo di fare, dove l’apparente freddezza e l’interiorizzazione non vogliono dire necessariamente essere distaccati. Per tutti questi motivi un Paese assolutamente da vedere e conoscere. L’impatto tra nuovo e antico, il contrasto tra la tradizione e la modernità, la filosofia del kawaii intesa come modo di vivere, di vestire, di truccarsi e anche di mangiare, sono solo alcuni degli aspetti più intriganti e affascinanti di ciò che questo viaggio di esperienze e sensazioni mi ha lasciato. È molto difficile descrivere tutto ciò che ho provato; ho preferito lasciar parlare le immagini che hanno catturato gli attimi e le emozioni del momento che sono state davvero tante ed intense. Ho così realizzato una sorta di reportage fotografico

(visibile qui https://jobok.eu/photo/useralbums/Elena91) che racchiude le varie giornate trascorse in questo meraviglioso e lontanissimo Paese che suscita meraviglia e stupore per i suoi usi e costumi, i diversissimi paesaggi e anche per tutto ciò che da noi viene considerato “stravagante”. Un viaggio attraverso la tradizione di Kyoto con i suoi famosi templi, i centinaia di portali rossi e le altrettante lanterne in pietra; i meravigliosi giardini zen, le storiche vie delle geishe e le strade di Nara dove i cervi girano indisturbati; la pittoresca Osaka con i suoi colorati locali dove provare qualsiasi tipo di cucina giapponese, da quella più ricercata allo street-food più informale e la suggestiva Hiroshima che richiede più di un attimo di riflessione sulla storia dell’umanità; le isole di Miyajima con il portale del santuario Itsukushima che è una delle vedute giapponesi più famose nel mondo e l’isola di Enoshima che regala la veduta del Monte Fuji e l’esperienza ravvicinata dei falchi predatori. E poi Tokyo, tecnologica e caotica quanto si vuole, ma carica di un grande fascino e per me il Paese delle Meraviglie in quanto incarnazione di ogni lettura di manga o visione di anime. Le foto postate forse esprimono meglio tutto ciò: la poesia, la bellezza eterea e la delicatezza che non hanno tempo ma sono sempre attuali in questo forte contrasto tra passato, presente e futuro. Sono lì, eterne e assolute, in un mondo dove volano petali di fiori di ciliegio.




Picture © Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

Presso l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra ad ingresso gratuito Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi, che resterà in programma fino al 19 aprile 2017.

La mostra, oltre ad esporre alcune opere d’arte e riproduzioni di stampe a tema, dove il cibo è riprodotto in scene classiche o satiriche risalenti alla seconda metà del XIX secolo, ha un divertente settore con riproduzioni in plastica delle più note pietanze giapponesi.

Il Washoku è la cultura alimentare tradizionale salutista dei giapponesi; il menu tradizionale prevede miso, misoshiru o zuppa, ma il piatto forte è il riso mescolato con verdura, carne e pesce di ogni tipo con combinazioni che sprigionano il loro sapore. Si tratta di uno stile alimentare che punta al massimo sulla valorizzazione del riso, l’ingrediente fondamentale della cultura gastronomica, sempre presente nel pasto e che si accompagna essenzialmente a brodo o zuppa, al pesce, alle verdure, ai legumi e anche ai dolci.




Il Washoku racconta come la cucina nipponica sia molto più dell’ormai noto sushi; comprende tecniche di lavorazione volte alla conservazione e valorizzazione dei prodotti, nel pieno rispetto della tradizione, della provenienza e della stagionalità in analogia alla dieta mediterranea e alla cucina italiana. Soprattutto per quanto riguarda le verdure e i legumi, si riconoscono tra le principali modalità di lavorazione: la fermentazione, l’essiccazione, la frittura e la cottura in stufato, ognuna delle quali vuole enfatizzare e mettere in risalto le diverse caratteristiche dei prodotti. 

Tutto è pensato per soddisfare il fabbisogno nutrizionale ed energetico della famiglia, ma anche per appagare il senso estetico; infatti l’eleganza delle preparazioni culinarie, l’attenzione al dettaglio nella presentazione e nelle stoviglie utilizzate, il rispetto per il cibo e l’effetto benefico dei pasti, sono tra gli elementi che fanno della cucina giapponese una delle più apprezzate e sane. 

Va ricordato che il popolo giapponese cura particolarmente la qualità dei suoi prodotti e tiene molto all’alimentazione sana; nei piatti preparati amorevolmente non ci sono mai troppi grassi, carne e pesce vengono utilizzati in egual modo e c’è grande uso di legumi, verdure e alghe. 

Una delle sezioni della mostra che mi è piaciuta di più si sofferma sul menù tradizionale giapponese, momento importante nella vita quotidiana scandito da precise regole di comportamento.

Come sempre in Giappone, nulla è lasciato al caso ed ogni minimo dettaglio e comportamento è codificato: le ciotole con le pietanze hanno una loro posizione, così come le bacchette hashi che vengono disposte in modo da avere le punte rivolte a sinistra. 




Due parole sono molto importanti per l’etichetta a tavola: itadakimasu e gochisousama

Itadakimasu, detta prima di iniziare a mangiare, letteralmente significa “ricevere” o “accettare”, ma in questo contesto è ormai divenuta un rito dai connotati quasi spirituali, intesa proprio come una preghiera prima del pasto, un momento riservato alla meditazione e al ringraziamento. Questa parola ha una valenza fortissima; molti erroneamente traducono come “buon appetito” ma in realtà è il ringraziamento che l’essere umano rivolge al cibo che mangia e che gli consente di vivere e che a sua volta era stato essere o elemento vitale. Il sacrificio di animali ma anche di vegetali e legumi avviene nella consapevolezza che il flusso vitale si trasforma e nulla viene sacrificato invano. Da qui ne discende che nulla deve andare sprecato e non si devono lasciare avanzi nelle ciotole o nei piattini, al limite è meglio servirsi poco alla volta.

Gochisousama, ha il significato di “grazie per il cibo” viene invece detta alla fine di un pasto, quando si lascia o si sta per lasciare la tavola ed è rivolta a chi ha preparato il piatto, sia che ci si trovi al ristorante o come ospiti a casa di qualcuno.

I giapponesi nutrono profondo rispetto per una natura così ricca di doni, ponendo in relazione il cibo al culto degli antenati e delle divinità e dando un significato profondo al legame con la terra e la famiglia. Infine c'è il colore e la sua brillantezza: questi piatti della cucina giapponese sono bellissimi da vedere perché realizzati ad arte con un profondo senso del kawaii. Per appagare i due sensi della cucina giapponese: vista e gusto. 

A proposito a chi fosse interessato vi rimando al mio post Vista e gusto…I due sensi della cucina giapponese https://jobok.eu/blogs/58 e alle mie foto della mostra nell'album Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi.




 Roma, 18/02/2017


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Elena Paoletta C

All’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra itinerante della Japan Foundation “Le bambole del Giappone: forme di preghiera, espressioni d’amore”.

Vi sono esposte bambole di ogni genere soprattutto quelle più rappresentative della cultura nipponica, fortemente impregnata di simbolismo e spiritualità che spazia, otre alle varianti regionali, dal folklore (Hinaningyō e Gogatsu ningyō) alla vita quotidiana, dalle antiche arti performative (Nō ningyō o Bunraku/Kabuki ningyō) all’arte contemporanea. Le bambole giapponesi infatti riflettono le abitudini del Giappone e le aspirazioni della sua gente e nel corso dei secoli sono andate sviluppandosi e modificandosi pur restando sempre fedeli alla filosofia prettamente giapponese del kawaii

Kawaii è un termine importante per i giapponesi che oggi ha assunto il significato dell’esteticamente bello, come il nostro “carino” o il cute “inglese”.

Nel suono di questa parola è racchiuso però un universo molto più complesso e profondo che nasce dalla capacità di alcuni oggetti, immagini o persone, di innescare in chi li guarda un incontenibile senso di tenerezza. Nel suo significato classico indica anche i concetti di “timido” ed “imbarazzato”, ma può voler dire “adorabile”, “caro”, “amabile” e “piccolo”, accezioni secondarie che i giovani però hanno preso come primarie. 

Molti anni fa il kawaii era considerato un sentimento che poteva portare a forme di immaturità e infantilismo, perché distraeva dagli obiettivi e dai comportamenti primari pretesi dalla società giapponese.

La cultura kawaii si presenta quindi con molte facce e ha molti livelli di profondità. Il primo è sicuramente l’aspetto visivo che si riflette su significati più sottili: i giapponesi più giovani abbinano il termine e l’immagine all’infanzia, all’innocenza, ad un’unione molto naïve con il mondo della natura, talvolta ad una quasi assenza di pensiero razionale e adulto. Più intimamente, il termine viene associato con l’idea di impaccio del proprio corpo e di conseguenza all’inadeguatezza che si può provare nella vita di tutti i giorni. La causa e allo stesso tempo l’effetto di ciò, si riscontra forse nell’aspetto fisico e nell’atteggiamento bambinesco dei personaggi kawaii dei manga e degli anime, a volte così impacciati nei loro fisici tozzi, con la testa grossa e di età spesso infantile, che rispecchiano appunto la difficoltà dei giovani di sentirsi adeguati alla società. 

Al contrario gli uomini e le donne tra i diciotto e i trent’anni, vivono il sentimento kawaii come una sorta di nostalgia del passato, dei bei tempi infantili ormai andati, una sorta di rimpianto che non riesce a far godere loro del presente. 

L’estetica del kawaii è dunque insita nella cultura giapponese dove c’è sempre un posto per le cose belle, come le bambole, che in questa ottica assumono un’importanza e un significato profondo, legato alle molteplici funzioni che svolgono. Infatti oltre a rallegrare i giochi infantili, le bambole hanno valenza di talismani o di oggetti sacri legati a scopi di protezione o di purificazione e per questo popolano le case nipponiche. A loro le famiglie giapponesi con bambine dedicano una festa il 3 marzo di ogni anno, lo Hina Matsuri, di tradizione millenaria. 




L’origine delle bambole è molto antica e risale al periodo compreso tra il 10000 a. C. e il 300 a. C. chiamato periodo Jomon. Solo tra il Seicento e l’Ottocento la loro diffusione sul territorio divenne capillare e si svilupparono diverse forme e varietà contraddistinte dai dettagli, dagli abiti, dagli accessori e dalle acconciature delle diverse epoche storiche. Il Giappone notoriamente produce un’enorme quantità di bambole; quelle più conosciute, considerate universalmente kawaii, appaiono spesso in manga e anime e aiutano noi occidentali a definire meglio la cultura giapponese. Le bambole maggiormente diffuse sono le Kokeshi, le Hakata e le Daruma.Le Daruma sono rappresentazioni, altamente stilizzate, del patriarca del buddismo Bodhidharma, considerate portafortuna, che vengono vendute nei templi e non solo. Di solito vengono acquistate all'interno o nelle vicinanze dei templi buddisti giapponesi e hanno dimensioni variabili tra i 5 ai 60 cm d'altezza. Se la bambola Daruma è stata comprata all'interno del tempio, il proprietario può riportarla in quel luogo per bruciarla. Le bambole comprate presso un tempio spesso sono marchiate e la maggior parte dei templi rifiutano di bruciare bambole che non hanno il loro marchio. Solitamente vengono bruciate alla fine dell'anno; è un rituale propiziatorio e di purificazione per far sì che la divinità che riceve questo omaggio sappia che la persona che ha espresso un desiderio non ha desistito se questo non si è ancora avverato, ma è su un'altra via per realizzarlo.La Daruma è una bambola senza braccia e senza gambe; ha un volto stilizzato da uomo con barba e baffi. I suoi colori più comuni sono il rosso, il giallo, il verde, ma gli occhi sono dei cerchi bianchi. Usando dell'inchiostro nero bisogna disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi verrà disegnato anche il secondo occhio. Alcune bambole recano delle scritte sulle guance che descrivono il desiderio che il proprietario ha espresso, che può anche essere una richiesta di protezione per i propri cari, mentre il cognome del proprietario può essere scritto sul mento. È consigliato possedere una singola Daruma per volta e fino a che il desiderio non è esaudito, la bambola viene esposta in un punto sollevato della casa, di solito vicino ad altri oggetti importanti come il Butsudan, un altare domestico buddista. A causa del loro basso centro di gravità, alcuni modelli di bambola Daruma si raddrizzano da sole dopo essere state spinte da un lato e per questo motivo sono diventate un simbolo di ottimismo, costanza e forte determinazione. Queste bambole derivano da un modello più antico che si raddrizzava da sola e che era nota come il "piccolo monaco rotondetto" o "piccolo monaco sempre-in-piedi" (Okiagari-kobōshi). Una filastrocca per bambini del XVII secolo, descrive le bambole Daruma dell'epoca in modo assai simile alle loro raffigurazioni moderne: «Hi ni! fu ni! Fundan Daruma ga. Akai zukin kaburi sunmaita!» (Una volta! Due volte! Sempre il Daruma di rosso vestito. Incurante torna seduto!).Le Kokeshi sono bambole tradizionali di legno del nord del Giappone e hanno un design molto semplice che non prevede né braccia né gambe. Realizzate manualmente, hanno un busto semplice cilindrico e una larga testa sferica e i particolari del viso sono dipinti con un segno grafico stilizzato, che suggerisce un’idea di semplicità ed essenzialità. All'inizio del Novecento divennero talmente famose che in Russia furono prese a modello dall'inventore della prima matrioska. Oltre a decorare le case giapponesi, sono ritenute di buon auspicio contro la cattiva sorte e considerate un raffinato oggetto da collezione da regalare a persone molto speciali. Le più conosciute in Occidente sono le contemporanee Kimmidoll, ognuna di un colore diverso a rappresentare i vari valori positivi della vita. 




Le bambole Hakata sono invece realizzate in terracotta e si distinguono dalle altre bambole per l’attenzione alle proporzioni della figura umana e dei dettagli dipinti, tanto da essere riconosciute come opere d’arte alla fine dell’Ottocento.Particolarmente interessanti sono le bambole Ningyō (figura umana) che, da quando hanno iniziato a diffondersi, sono andate incontro ad uno sviluppo di forme, colori e materiali particolarmente eclettico. Bambole di legno, di carta, d’avorio, di canna e di ceramica, bambole con stoffe e tessuti dipinti con motivi e dettagli estremamente curati che rivelano la qualità della manodopera.Nella mostra sono presenti anche le Hagoita, palette rettangolari usate per giocare a hanetsuki, un gioco tipo il nostro volano, ma spesso hanno anche solo scopo ornamentale. Sono in genere dipinte a lacca con simboli di buon auspicio, oppure decorate di elaborati collage di seta. Questa tradizione risale al XVII secolo e, sebbene il gioco dell’hanetsuki non sia più molto popolare, l’artigianato delle hagoita è ancora molto presente in Giappone. In genere le palette sono vendute alle fiere tradizionali che hanno luogo nel mese di dicembre, mentre a Tokyo si possono trovare nei santuari.




Le Karakuri ningyō sono letteralmente bambole meccaniche (dove il termine karakuri significa sì meccanismo, ma anche trucco o inganno) che incontrarono un'ampia diffusione durante il periodo Edo. Come suggerisce il nome, sono delle piccole bambole dotate di un meccanismo nascosto al loro interno che gli permette di muoversi.Esistono tre diversi tipi di Karakuri ningyō. Le Dashi Karakuri, cioè quelle utilizzate nelle feste religiose (i famosi matsuri), che si muovevano su piccoli carri di legno divisi su tre livelli e si ispiravano al Bunraku, il teatro classico dei burattini. Sul livello più alto, si muovevano due o tre bambole che ricreavano storie o miti, mentre in quello intermedio si trovavano i burattinai e in quello più basso i musicisti che accompagnavano lo spettacolo suonando flauti e tamburi.Le Butai Karakuri, ("butai" significa teatro, palcoscenico), venivano usate per dar forma a veri e propri spettacoli teatrali. Molti forse non sanno che in realtà, gesti ed espressioni considerati tipici delle più classiche forme teatrali giapponesi, come il o ilKabuki, sono invece vere e proprie imitazioni o mimiche di queste bambole. I copioni stessi, usati in molti di questi teatri erano stati inizialmente scritti per gli spettacoli di Karakuri e successivamente riadattati per essere interpretati da attori in carne ed ossa.Una forma più piccola di Karakuri sono le Zashiki Karakuri, destinate ad un uso prevalentemente domestico. Erano generalmente considerate articoli di lusso destinati agli antichi feudatari e tecnicamente molto più complesse e preziose delle loro "sorelle" più grandi. La più famosa era senza dubbio la Chahakobi Ningyō, la bambola che serve il tè. Si trattava di una piccola bambola che teneva tra le mani un vassoio; quando il padrone poggiava una tazza di tè sul vassoio, la bambola si metteva in moto camminando nella direzione dell'ospite. Appena questi prendeva la tazzina si fermava per rimuoversi soltanto quando, finito di bere, l’ospite la riposava sul vassoio; allora la bambola si girava e tornava dal suo padrone.Un'altra Zashiki molto famosa è la Yumihiki-Doji, la bambola arciere che, seduta su un piccolo piedistallo di 30 centimetri, afferrava una freccia, puntava il bersaglio e la scagliava, ripetendo quest'azione per quattro volte consecutive. Oggi queste bambole non vengono più utilizzate, ma hanno tutt'ora un peso fondamentale nell'evoluzione delle arti e della tecnologia giapponese e se ne possono ammirare alcuni esemplari solo nei musei.La mostra propone quindi delle vere e proprie opere d’arte, che si contraddistinguono per lo stile e la cura del dettaglio grazie alla bravura degli artigiani che le realizzano e che aiutano il visitatore a capire meglio ed apprezzare vari aspetti della cultura del Giappone. Potrà essere visitata fino al 28 dicembre 2016, è ad ingresso libero e con visite guidate gratuite.




 Roma, 4/10/2016


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