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Elena Paoletta C


Una delle prime cose che uno straniero nota nel visitare il Giappone è che tutti leggono manga.La spiegazione si può far risalire al padre dei manga, Osamu Tezuka, che viene ricordato soprattutto per le sue storie comiche e di avventure, ma anche per aver dato forma all’idea che il dramma serio e i temi adulti potevano essere raccontati con i disegni. Il fatto di alzare il livello dei manga, fino allora ritenuti adatti solo ai bambini, ha contribuito a farli diventare una lettura per tutti e ha originato una vasta gamma di generi e sottogeneri; i primi servono a suddividere il pubblico cui si rivolgono per sesso ed età, mentre i secondi il tipo di contenuto trattato.Il genere Kodomo (“bambino”) indica i manga destinati ai bambini. I kodomo prevedono trame semplici, il più delle volte formati da una serie di episodi autoconclusivi o comunque da archi narrativi molto brevi. I protagonisti di solito sono bambini delle elementari o simpatici animaletti parlanti. I disegni tendono ad essere molto semplici senza troppi particolari e con linee molto morbide. Esempi di kodomo sono Hamtaro e Mirmo.Un sottogenere usato per lo più nei kodomo è l’Aniparo (Anime parody), la cui caratteristica peculiare sono i personaggi in stile super deformed, cioè ridisegnati per assumere le proporzioni e la fisionomia di neonati: occhi enormi, corpo tozzo e rotondeggiante, la testa che occupa un terzo dell’altezza corporea. A volte vengono aggiunti particolari come orecchie da gatto o code da volpe, una qualsiasi stravaganza, per dar vita a tutti quei personaggi bizzarri che sono molto accattivanti per i bambini. L’Aniparo da luogo infatti ad un merchandising di notevoli dimensioni, costituito per lo più dai gadget dei protagonisti super deformed (portachiavi, pupazzi, magliette ecc.).Altro sottogenere dei kodomo è il Fantasī basato su storie e personaggi di fantasia, spesso ambientate nel Giappone contemporaneo, nel quale arrivano extraterrestri o simpatici mostri. Lo stile è quello tipico dei kodomo dove prevalgono il tratto spesso e le linee morbide. Gli esempi più famosi sono senza dubbio Carletto il Principe dei Mostri e Doraemon.




Oltre al genere Kodomo si trovano gli Shōjo (“ragazza”), i manga rivolti per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici o dodici anni e fino ai diciotto. I maggiori successi di questo genere vengono comunque fruiti trasversalmente anche da persone di età maggiore e di genere maschile. Fino alla fine degli anni Sessanta gli shōjo manga erano stati creati soprattutto da autori uomini; in seguito cominciarono ad essere realizzati principalmente da donne, che ne modificarono profondamente tematiche e grafica. Inizialmente confinati su temi sentimentali (Ren'ai, storie d'amore), con ambientazioni europee e personaggi idealizzati ma dalle emozioni esplicite in situazioni melodrammatiche, gli shōjo ampliano con il trascorrere degli anni i loro soggetti, spaziando dall'horror al mistero (Psychic Detective Yakumo), dallo sport (Mila e Shiro) al fantasy (Vampire Knight) e allo storico (Lady Oscar) fino alla più comune commedia scolastica (Le situazioni di lui e lei).




Dal punto di vista grafico si distinguono per un'impaginazione libera, un ampio uso di elementi simbolici per esprimere gli stati d'animo (celebri le decorazioni floreali), personaggi dai fisici eterei e gli occhi dalle dimensioni pronunciate. Tuttavia negli anni più recenti, autrici come Naoko Takeuchi, Moyoco Anno o Kyoko Okazaki hanno preferito una grafica più veloce, volutamente scarna e sgradevole, lontana dagli idealismi dei manga shōjo classici, nel tentativo di dipingere con maggior realismo l'alienazione contemporanea. Il protagonista coincide con il pubblico a cui si rivolge, quindi nella maggior parte degli shōjo è una ragazza adolescente, con tratti in genere più spigolosi ed occhi e ciglia più grandi rispetto a quelli dei disegni degli altri generi. In particolare negli occhi spesso si possono notare i riflessi della luce ben definiti per mettere maggiormente in risalto l’aspetto romantico del personaggio. 

Tra i sottogeneri particolarmente fiorenti e notevoli dello shōjo troviamo il Mahō shōjo oMajokko (in italiano “fanciulla magica”), che fonde elementi fantasy, in particolare la magia, con la commedia e il sentimentalismo tipici di quel genere (Bia-la sfida della magia, L’incantevole Creamy, Magica DoReMi, Yui ragazza virtuale, Ransie la strega e Sailor Moon).




Il Romakome (Romantic Comedy) è invece la tipica commedia d’amore scolastica molto diffusa e apprezzata (Marmalade Boy, Kodomo no omocha/Rossana, Special A, Lovely Complex).

Con la parola Smut (dall’inglese “osceno”) i fan occidentali indicano i manga shōjo ad alto contenuto erotico esplicito anche se hanno solo una finalità di completamento all’amore a volte troppo platonico tra due personaggi di sesso diverso (Say I love you, Inferno Blu e Black Bird).




Forse il genere più diffuso di manga è quello degli Shōnen (“ragazzo”), rivolto principalmente ad un pubblico maschile di età compresa tra i dodici e i diciotto anni.

Gli shōnen si focalizzano principalmente sull'azione, come il seguitissimo Shingeki no kyojin/L’attacco dei giganti. La trama si snoda intorno ad alcune prove, con cui i protagonisti devono continuamente confrontarsi; ogni serie è quindi formata da un obiettivo principale, che di solito è il traguardo che il protagonista si è imposto di raggiungere e che viene conseguito solo alla conclusione della storia, come ad esempio vincere un prestigioso torneo sportivo o sconfiggere un nemico ritenuto imbattibile. Ne sono esempi eclatanti: Saiyuki, Naruto, Fairy Tail e Bleach.

Nella trama degli shōnen tutta una serie di sfide intermedie, oltre a sbloccare la strada verso la meta finale, permettono al protagonista di prepararsi allo scontro decisivo, migliorando le proprie capacità oppure ottenendo elementi necessari alla vittoria finale. L'ambientazione tipica è un universo dedicato con elementi magici e/o tecnologie fantascientifiche, come in Dragon Ball e One Piece, anche se un sottogenere molto diffuso è lo Spokon, ambientato nel mondo dello sport giovanile nell'epoca contemporanea (Mimi e la nazionale di pallavolo e Holly e Benji).




Il tema amoroso è assente o viene messo in secondo piano, anche se esistono alcune eccezioni di rilievo (Video Girl Ai). Si tende a compensarne l’assenza con ragazze dalle forme ben definite e con l’inserimento di fanservice, scene di nudo, parziale o totale, inserite tra una vignetta e l'altra per soddisfare le richieste del pubblico maschile come in Hentai ōji to warawanai neko. Rientrano negli shōnen anche Lamu e Ranma1/2.




Due dei sottogeneri più diffusi tra gli shōnen sono SF Fantascienza e Fantasī, storie fantastiche o fantasy che seguono delle tappe obbligatorie. 

Nella maggior parte dei fantasī il protagonista parte all’avventura per raggiungere un suo obiettivo e durante il viaggio incontra dei compagni che lo aiuteranno nella sua impresa. Spesso si troverà a lottare contro forze malvagie per salvare persone indifese o sconfiggere un potente nemico che vuole conquistare il mondo per assoggettare tutto e tutti al proprio volere. Nelle varie storie è ampiamente presente l’elemento magico o quello soprannaturale, anche se molti di essi sviluppano temi diversi: mistero, azione, horror, storico, drammatico, romantico, scolastico, oppure historical dark fantasy come Kuroshitsuji/Black Butler, che vede nel famoso Sebastian, maggiordomo diabolico dell’antica e potente casata londinese Phantomhive nell’epoca vittoriana, uno dei personaggi più apprezzati dai fan.




Nei fantasī con il progredire della narrazione aumenta anche il livello dei combattimenti (Inuyasha). In alcuni casi le avventure sono ambientate in paesi medioevali ed hanno storie drammatiche intrise di violenza; in altri possono invece predominare situazioni comiche o romantiche, oppure incentrate su una realtà virtuale ricca di avventura e azione, come avviene nell’acclamato Sword art online, il cui protagonista, genio della programmazione, entra in un gioco di ruolo in rete da dove è possibile uscire sol da vincitori, poiché non completare il gioco equivale a morte certa. 

Gli SF Fantascienza sono per lo più ambientati in universi paralleli (Dr. Slump e Arale) e si mescolano con alcune suggestive leggende nipponiche, contaminandosi pian piano con la corrente cyberpunk che vuole il mondo in piena decadenza a causa dello smodato uso della tecnologia (Ghost in the shell).




Si vedono allora universi dove nessuno è eroe fino in fondo, ma tutti cercano giustizia e libertà e dove si trovano i principali temi della fantascienza, come l’invasione aliena ma anche il classico viaggio iniziatico in cerca di qualcosa (La corazzata Yamato, Capitan Harlock, Galaxy Express 999), oppure società futuribili dove le cose sono andate di male in peggio, mondi ipertecnologici ma rimandati indietro ad un’epoca preindustriale a causa di una catastrofe nucleare (Akira). 

Simile al cyberpunk è lo Steampunk, la fantascienza del passato, dove è preponderante l’uso di macchinari a vapore e le cui opere sono ambientate sempre in universi paralleli ma intorno al XIX secolo (Il mistero della pietra azzurra e Full Metal Alchemist).

Alcune volte gli SF Fantascienza possono avere altre ambientazioni, magari appartenenti alla vita quotidiana, come nel caso de La malinconia di Haruhi Suzumiya, una divertente commedia scolastica, in cui la protagonista possiede poteri immensi e sconosciuti che le consentirebbero di fare qualsiasi cosa, compreso distruggere e ricostruire l’universo.




Con il termine Mecha si individua il genere fantascientifico robotico comeNeo Genesis Evangelion e Full Metal Panic che ha come caratteristica principale la presenza dei cosiddetti robot giganti, solitamente pilotati da umani. Per i fan di manga c’è una distinzione fra due "classi” di mecha: i Real Robot, ovvero i mezzi caratterizzati da un certo realismo tecnologico, spesso prodotti in serie e considerati come macchine comuni per quanto costose (Gundam) e i Super Robot, esemplari unici dai poteri praticamente illimitati che rappresentano i veri protagonisti della serie (Mazinga Z, Grande Mazinga, Mazinkaiser o Goldrake). La maggior parte dei mecha sono diretti ad un pubblico molto giovane, soprattutto i Mecha Trasformabili, i famosissimi Transformers, protagonisti di alcune serie animate e di film dal vivo, i cui modellini hanno invaso i negozi di giocattoli di tutto il mondo.




Il Meitantei (“investigatore”) è invece un sottogenere degli shōnen che si basa su storie da romanzo giallo. Il protagonista è infatti un investigatore che porta a termine i casi che gli vengono sottoposti, oppure un ladro che cerca di mettere a segno i suoi colpi. È un sottogenere realistico che però lascia ampio spazio alla fantasia dell’autore, che deve creare sempre nuovi casi da risolvere cercando di stupire il più possibile. In Italia hanno avuto fortuna Lupin III, Occhi di gatto, City Hunter, Detective Conan e Il fiuto di Sherlock Holmes.

Il genere Josei (“donna”) è pensato per un pubblico femminile che ormai ha superato la maggiore età. Più serio e pacato dello shōjo, il josei tratta relazioni meno idealizzate con linguaggio e rappresentazioni più espliciti; le trame sono più verosimili, sia nella scelta degli argomenti trattati, che nello sviluppo delle vicende. In genere il batticuore del primo amore lascia il posto a storie più complesse con tradimenti, relazioni finite o difficoltose e l'ambiente tipo non è più la scuola superiore, ma il posto di lavoro come la redazione giornalistica in Tokyo Style o la stanza di una mangaka come in Spicy Pink. I sentimenti non sono più assoluti e sconvolgenti, ma pacati e smorzati dall'esperienza e dalla necessità di confrontarsi con i problemi e le esigenze della vita adulta. L'eroina di un josei è spesso laureata, lavora, ha una carriera più che soddisfacente, portata avanti però a discapito della vita sentimentale; è invischiata in una storia d'amore problematica o è single da molto tempo e ha perso la fiducia negli uomini. Nel josei si avverte maggiormente l’attenzione data alle emozioni perché la psicologia dei personaggi è molto delineata. Il tratto dei disegni è più realistico e pulito rispetto ai generi dedicati agli adolescenti, con proporzioni corporee che non lasciano spazio agli artifici e fanno a meno anche dei grandi occhi scintillanti, pur mantenendo una certa influenza nella cura dei dettagli. A volte presentano nella trama elementi soprannaturali, come in Midnight Secretary, dove la protagonista, pur rispecchiando la donna adulta che lavora, è la segretaria di un vampiro. I josei hanno avuto un grande successo di pubblico soprattutto grazie a Cortili del cuore, Paradise Kiss e il famosissimo Nana.




Con il termine Seinen (“maggiorenne”) si indica il genere manga e anime indirizzato ad un pubblico maschile adulto o comunque oltre i diciotto anni. Pur essendo notevolmente più seri degli shōnen, si adattano a varie e complesse tematiche che danno ampio spazio allo studio psicologico. Gran parte dei seinen sono molto violenti e per questa ragione non di rado vengono censurati. Il loro stile è volutamente sporco per rendere il disegno il più realistico possibile, ma ciò non toglie il fatto che sia ben curato e particolareggiato. Alcuni illustri esempi sono: Liar Game, Tokyo Ghoul e Welcome to the NHK.




Un sottogenere dei seinen è il Gekiga, termine giapponese che significa “immagini drammatiche”, le cui caratteristiche sono: incremento del fattore psicologico; realismo delle descrizioni grafiche; riduzione o abolizione dell'elemento umoristico e comico; orientamento del prodotto verso un pubblico giovane o adulto e non più infantile (Black Bizzard/Tempesta nera).

IlSuriraa è il sottogenere seinen che spesso viene affiancato dal fantasy o dal poliziesco. È assimilabile al thriller cinematografico, con storie a sfondo psicologico e spesso basato su indagini che vedono coinvolti la CIA e l’FBI. La psicologia dei personaggi è ben curata e spesso presenta una gran quantità di ragionamenti che possono renderne complessa la lettura. Infatti il suriraa non è adatto a chi ama una lettura veloce ma si presenta adeguato per un pubblico più maturo e interessato. Titoli noti sono: Monster, Death Note e Mirai Nikki – Future Diary.




Gore, Kyoufu o Horā (dall’inglese “splatter”, sottogenere del cinema horror), è un altro sottogenere tipico dei seinen che tratta storie violente, del terrore o dell'orrore; spesso affiancato da una storia fantasy, è il più cruento tra i manga (Berserk, Gantz, Battle Royale e Another). 

La parola Hentai (“anormale”), che in Giappone si utilizza soprattutto con il significato di “sessualmente perverso”, indica un particolare genere pornografico giapponese contenenti riferimenti sessuali espliciti. Negli hentai le trame diventano secondarie e i personaggi possono essere ritratti come timidi o senza pensieri fino a che non vengono inseriti in una situazione nella quale sono stimolati ed eccitati. Può anche accadere che una donna venga usata contro la sua volontà solo per i fini propriamente sessuali e carnali dell’uomo, ma ci sono anche rappresentazioni di sesso consensuale tra coppie, così come di donne che prendono l’iniziativa sessuale come in Futari Ecchi.




Al genere pornografico hentai appartiene il termine ecchi o etchi, che deriva dalla pronuncia del nome inglese della consonante "H”, sinonimo di ero (eros), che però ha un significato più attenuato.

In Giappone il termineecchi può essere utilizzato per indicare proprio il rapporto sessuale nello specifico (la frase “ecchi shiyo-ze” in italiano viene tradotta con “facciamo sesso”). Nei fanservice, per rendere ancor più divertente e leggera tutta la situazione si fa uso di questo termine soprattutto nelle gag dove di solito la testa di uno dei personaggi maschili va a finire tra i seni di un procace personaggio femminile, magari durante il loro primo incontro, oppure quando uniformi, costumi o abiti, tutti rigorosamente attillati, che possono essere provocatori, vengono indossati come abbigliamento quotidiano da parte del personaggio. Nel genere ecchi c’è dunque del sesso, ma non è così esplicito come nell’hentai e non si vede il nudo integrale.

Ai manga per adulti appartengono anche i generi Yaoi e Yuri, che al loro interno presentano storie e ambientazioni che trattano tematiche differenti.

In entrambi i generi le vicende e le dinamiche tra i personaggi sono fondamentali.

Negli Yaoi, noti anche come Boy’s Love (Bōizu Rabu), generalmente i protagonisti sono maschi ambigui, sia nell'aspetto che nei comportamenti. Questi maschi sono detti bishōnen, che letteralmente significa “bel ragazzo” e vengono raffigurati magri, non molto muscolosi, con un mento affusolato e un’apparenza effeminata o androgina.




Il motivo dell'androginia è che il pubblico degli yaoi è principalmente composto da femmine, ma è anche molto apprezzato da alcuni maschi omosessuali. Spesso negli yaoi la sessualità è esplicita e i protagonisti finalizzano le proprie relazioni solo ai rapporti sessuali, anche se la trama viene focalizzata su relazioni fisico-romantiche omosessuali (amicizia romantica), più o meno idealizzate, nella stragrande maggioranza dei casi con protagonisti ragazzi e studenti poco più che adolescenti (Il tiranno innamorato). 

Nello yaoi l'irruenza con cui si consuma l’atto sessuale è una misura della reciproca passione: i ragazzi che vengono amati e posseduti sono ancora del tutto imbevuti di un’innocenza quasi angelica (Love Stage!!). Quasi tutti i Boy’s Love esplorano le diverse fasi del romanticismo sottolineando e soffermandosi spesso sull'interiorità e la psicologia dei personaggi come ad esempio in Junjō Romantica e Sekai-ichi hatsukoi.





Anche se spesso confuso con l'etichetta generica di yaoi, il vero e proprio manga a tematica gay (GEI Comi) è chiamato Bara (letteralmente “rosa") o Men’s Love (Menzu Rabu). Esso si rivolge ad un pubblico gay maschile e tende inoltre ad essere prodotto principalmente da autori maschi omosessuali o in alternativa bisessuali e serializzato per riviste espressamente gay. 

Il bara viene considerato ufficialmente un sottogenere dell'hentai, ovvero manga per adulti, assomiglia cioè molto più ai fumetti per soli uomini di stampo erotico piuttosto che a quelli shōjo o josei.

Il genere Yuri anche conosciuto come Girl’s Love (Gāruzu Rabu), è molto simile allo yaoi e si focalizza su relazioni omosessuali femminili. Le femmine negli yuri sono conosciute come bishōjo, che è sostanzialmente traducibile come “bella ragazza”. È un termine giapponese utilizzato per fare riferimento a giovani e belle ragazze di solito al di sotto dell’età universitaria. 

Gli Yuri enfatizzano sia la parte sessuale che quella romantica-emotiva delle relazioni tra donne. 

Il termine yuri letteralmente ha il significato di giglio ed è esattamente come molti altri nomi di fiori, piuttosto comune come nome personale femminile.

Le opere yuri si soffermano più sul rapporto fisico come inHaru yo, Simoun, Hanjuku Joshi e Girl friends.




Col termine gergale harem (hāremu) o hāremumono, si vuole descrivere un sottogenere comune a più generi di manga in cui un protagonista maschile si trova “amorosamente” circondato da tre o più membri del sesso opposto (Rosario + Vampire).

Di solito il protagonista è timido e imbranato ed è conteso da tante belle ragazze che provano sentimenti per lui, ma che creano spesso situazioni buffe, imbarazzanti e divertenti. Ci sono anche harem con toni più seri e drammatici e altri che presentano scene ecchi, ma che non sono per forza pornografiche (Love Hina). 

Quando il senso viene invertito, cioè una protagonista femminile è circondata da maschi, si parla di gyakuhāremu (reverse harem) come in Ouran Host Club e Perfect Girl Evolution.

In questo tipo di storie una ragazza dolce e ingenua e senza nessuna rivale, è circondata da un gruppo di bei ragazzi che la corteggiano contemporaneamente, come nello shojo Diabolik Lovers.




I manga in Giappone fanno quindi parte di una cultura dominante proprio perché, mano a mano che i giovani lettori crescono, si spostano naturalmente verso il genere più adatto alla loro età e ai loro gusti, trovando tutta una vasta gamma di sottogeneri che soddisfa ogni esigenza. In questo modo le case editrici hanno un pubblico che si rinnova sempre e che gli resta fedele per decenni.




Collages by Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

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Elena Paoletta C


Sono ormai passati vent'anni dall'inizio della serializzazione televisiva del manga shōjo di Sailor Moon, un’opera che è stata il mito di un’intera generazione. Tuttavia il suo successo è ancora così forte che la Toei Animation ha deciso di crearne una nuova per festeggiare il ventennale: un reboot, cioè una serie che riprende i personaggi e la sequenza della storia con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria.Pochi sanno che Sailor Moon in realtà nasce come spin-off di un altro manga, Codename Sailor V, ovvero le avventure di quella che poi diventerà Sailor Venus nel gruppo delle guerriere Sailor.Codename Sailor V è un manga uscito poco tempo prima della nascita di Sailor Moon e cresciuto parallelamente ad esso. Protagonista del manga Codename Sailor V pubblicato in Giappone nel 1991, Sailor Venus prima si chiamava Sailor V e combatteva i nemici della Terra da sola aiutata dal gatto parlante Artemis. Spinta dal buon successo, l’autrice ha ampliato la storia di Sailor V creando appositamente il manga Pretty Guardian Sailor Moon, da cui è stata poi tratta la serie anime. Il personaggio originario è diventato così coprotagonista e viene chiamato Sailor Venus ed è la prima delle quattro amiche di Usagi Tsukino/Sailor Moon a trasformarsi in una guerriera. Le altre Sailor che compongono il nucleo iniziale, dette anche Guardian Senshi (dal giapponese “combattente”), vengono introdotte durante la prima stagione dell’anime: Sailor Mercury, Sailor Mars e Sailor Jupiter. Sono tutte studentesse con la tipica uniforme alla marinara che costituiranno la squadra di guerriere in supporto di Sailor Moon e che hanno il compito di difendere la principessa Serenity, vera identità di Sailor Moon nel regno del futuro Silver Millennium. In loro aiuto interviene anche Mamoru alias Tuxedo Kamen l’affascinante e misterioso cavaliere con cilindro e rosa letale con cilindro e rosa letale (da noi conosciuto come Milord), alias Endymion il principe sposato a Serenity. Il compito di tutti loro è sconfiggere i cattivi inviati sulla Terra per impossessarsi del Cristallo d’Argento appartenente alla Principessa Serenity.




Fin dalla prima puntata si parla di una Sailor misteriosa che combatte i criminali della città guidata dal gatto bianco Artemis. É molto importante la presenza felina: infatti quando la studentessa Usagi incontra la gatta nera Luna, questa le rivelerà la sua identità di Sailor dando così inizio alla saga di Sailor Moon. La serie, dopo le prime due stagioni di grandissimo successo, si è arricchita di nuovi personaggi e di una trama sempre più complessa che si avvicina ad un moderno ciclo mitologico che ha entusiasmato la generazione degli anni Novanta. Sono cresciuta con Sailor Moon insieme ai tanti cosiddetti “cartoni animati” che venivano trasmessi in quegli anni; ho iniziato a vederlo alle elementari e mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi hanno sempre affascinata le ambientazioni e anche io da piccola come tante ragazzine giocavo a essere una guerriera Sailor, la combattente che veste alla marinara. Ho adorato vedere per la prima volta sullo schermo le vicende di un gruppo di giovani adolescenti tormentate dal contrasto del vivere una vita normale e l’avere poteri per combattere il male nel mondo. Con Sailor Moon tutte le bambine dell’epoca hanno creduto che la solidarietà femminile e l’amicizia fossero impossibili da scalfire e soprattutto che non sempre per salvarsi è necessario l’aiuto maschile, ma che la forza d’animo e il credere in se stessi fa crescere e rende indipendenti.Insieme ad altri cartoni come Lady Oscar, Rossana, Ranma½ e Dragonball, Sailor Moon mi ha fatto scoprire un mondo bellissimo, ovvero quello dei manga e dell’animazione giapponese. Mi sono così avvicinata sempre di più a quelle storie molto diverse dalle solite fiabe e a quel particolare tipo di disegno a cui non ero abituata, una passione che non ho mai smesso di coltivare. Possedevo anche tantissimi giocattoli e gadget che purtroppo col tempo ho perso, tranne due pupazzetti a cui sono molto affezionata, quelli dei gatti Luna e Artemis. Naoko Takeuchi in un primo momento aveva in mente una storia un po’ diversa da quella poi realizzata. Per esempio Sailor Mercury doveva essere un cyborg che moriva distrutto dai nemici alla fine della prima stagione; l’editor dell’autrice le consigliò di trasformarla in un’umana per tenerla in vita e farla diventare una delle guerriere Sailor. Sailor Jupiter poi avrebbe dovuto essere il capo di una banda di teppisti con tanto di vizio del fumo, ma venne trasformata in una ragazza dalla forza fisica portentosa e quindi in una guerriera energica. L’autrice, oltre alla passione per la scienza, le auto di lusso e il cibo, è un’appassionata di moda e ha preso spunto da diversi stilisti famosi per creare gli abiti con cui abbellire i suoi personaggi; ad esempio l’abito della Principessa Serenity è ispirato allo storico abito Palladium di Dior e quello della Lady Nera è ripreso da una modella della pubblicità del profumo Opium.




In origine le uniformi delle guerriere Sailor erano tutte diverse, ispirate alle divise scolastiche giapponesi. Nella versione che conosciamo di Sailor Moon le divise sono tutte simili tra loro, cambia solo l’assortimento dei colori e qualche accessorio, mentre nei primi bozzetti dell’autrice ogni guerriera aveva un costume particolare. I colori presenti sull’uniforme di Sailor Moon ovvero il rosso magenta, il blu, il bianco e l’oro rappresentano i vari colori della Luna. A me sono sempre piaciute tutte le guerriere Sailor perché riuscivo a trovare in ognuna diversi aspetti in cui identificarmi: la positività e l’allegria di Usagi/Sailor Moon e il suo essere una golosa di dolci; la dolcezza e la timidezza di Ami/Sailor Mercury, la sua serietà nello studio e la voglia di conoscere e imparare cose nuove; la testardaggine di Rei/Sailor Mars e il suo essere spesso diffidente; la simpatia e la goffaggine di Minako/Sailor Venus, ma soprattutto Makoto/Sailor Jupiter, la guerriera del pianeta Giove, da sempre il mio personaggio preferito insieme a Sailor Moon. Adoravo il suo carattere, una ragazza romantica e gentile, forte e indipendente, che non si arrende mai di fronte alle avversità e adoravo anche i suoi orecchini a forma di rosa che stanno ad indicare il suo legame con i fiori, tanto che anche io come lei ne possiedo un paio. La coppia Usagi e Mamoru ha fatto sognare molte ragazzine come me e il romantico Milord è stato per tante il primo amore, quello che si idealizza e non si trova mai… :(




Sailor Moon è uno dei più bei ricordi della mia infanzia, di quei momenti spensierati in cui si giocava e si guardavano tantissimi cartoni animati con l’innocenza di essere bambini.I miei gusti non sono poi tanto cambiati con il passare del tempo, anzi la passione è diventata più consapevole e si è evoluta, ma Sailor Moon continua ad affascinarmi adesso come allora, tanto che mi è piaciuta molto la serie nuova Sailor Moon Crystal perché si guarda con occhi diversi e si riescono a percepire cose nuove che da bambina non avevo visto.Da domenica 18 dicembre 2017 è andata in onda giornalmente su Rai Gulp la prima stagione subito seguita dalla seconda, mentre la terza è stata trasmessa sempre sullo stesso canale a partire dal 16 giugno 2017 riscuotendo un grande successo, tanto che l’hashtag #SailorMoonCrystal è diventato addirittura top trend di Twitter durante la trasmissione.I capitoli del manga, chiamati Act, sono raggruppati in cinque serie: Dark Kingdom, Black Moon, Mugen, Yume e Stars. Queste cinque serie danno le basi delle cinque stagioni dell’anime, anche se in quest'ultimo sono presenti delle storie inedite.Questa nuova serie è più breve e più veloce della prima; infatti conta 39 atti fino alla terza stagione, mentre quella che uscì nel 1992 era composta da 46 solo nella prima. Sailor Moon Crystal è una serie che poco si dilunga in puntate filler raggiungendo subito il centro della narrazione e che ripercorre le gesta dell’eroina a partire dalle origini, attenendosi più fedelmente al manga originale di Naoko Takeuchi. Della nuova serie sono state trasmesse per ora solo tre stagioni su cinque, che approfondiscono parti di trama mai apparse nella vecchia serie, ma che hanno il pregio di rendere più matura e turbolenta la storia delle Sailor. Tuttavia, anche se non ha nulla a che vedere con l’impronta decisamente più spensierata data alla serie degli anni Novanta, questa nuova versione più dark viene trasmessa su un canale prettamente dedicato ai bambini e in fascia oraria pomeridiana.La scelta sicuramente tiene conto di come i tempi siano cambiati; oggi i bambini sono più consapevoli di come va il mondo, hanno più facilità al linguaggio degli adulti e sono più abituati a vedere immagini che una volta sicuramente potevano turbare o scandalizzare.In questo reboot scompaiono così le censure che negli anni Novanta crearono non pochi problemi alle emittenti che trasmettevano le serie importate. In Giappone infatti i manga e gli anime sono destinati ad un pubblico più adulto, mentre in Italia i cartoni animati sono spesso considerati adatti solo ai bambini. Per questo Sailor Moon è ricordato anche per essere stato uno dei cartoni a target infantile più censurato: frequentissimi sono stati i tagli e le modifiche apportate alla trama, date le allusioni sessuali ritenute eccessive per un pubblico di minori, ma derivanti da una cultura molto distante da quella italiana come quella giapponese, che tratta la sessualità in una maniera più libera. I tagli hanno riguardato soprattutto le inquadrature troppo ravvicinate alla nudità delle protagoniste durante le trasformazioni, oppure in alcune scene di intimità tra i personaggi. Una psicologa sostenne che la quinta serie di Sailor Moon sarebbe stata in grado di compromettere seriamente l’identità sessuale dei bambini. L’accusa era basata sulla segnalazione di alcuni genitori i cui bambini maschi, appassionati della serie, giungevano ad identificarsi con la protagonista. Successivamente la polemica riguardò la quinta stagione con l’apparizione del gruppo musicale maschile Three Lights che per combattere cambiano sesso e si trasformano nelle guerriere Sailor Starlights. Le immagini della trasformazione in Italia furono censurate e giustificate con la comparsa di sorelle gemelle, mentre in America la stagione non venne mai trasmessa. Altri cambiamenti riguardarono alcuni personaggi malvagi che vennero trasformati direttamente in donne, come Zakar e Occhio di pesce, per non spiegare la relazione omosessuale del primo con Lord Kaspar e la passione per gli abiti femminili del secondo. In conseguenza alle polemiche la serie di Sailor Moon, già riadattata, fu ancor più modificata: in video con vistosi fermi immagini e rimontaggi delle scene e ancora di più nei dialoghi che in diverse occasioni stravolgevano la trama originale. Nella terza serie le guerriere Sailor Uranus e Sailor Neptune formano una coppia omosessuale, ma il loro amore venne completamente censurato da Mediaset che le fece passare per semplici amiche.





Inoltre nell’ultimo episodio della serie, Sailor Moon coinvolta in una battaglia particolarmente violenta si mostra in video completamente nuda. Sebbene il nudo fosse inteso come simbolico e coerente con il senso della storia e non presentasse caratteri sessuali visibili, ma di fatto era un nudo simile a quello di molte bambole, venne giudicato inaccettabile e quindi censurato dagli adattatori. L’episodio è stato ritrasmesso per la prima volta senza censure video il 19 settembre 2010 sul canale a pagamento Hiro di Mediaset Premium e il 4 settembre 2011 su Italia1, mantenendo tuttavia le modifiche e le censure apportate nei dialoghi durante la prima messa in onda.I tempi sono cambiati e il livello di maturità raggiunta si vede anche nella scelta delle musiche; mentre una volta spadroneggiava la vocina allegra di Cristina D’Avena, oggi le sigle sono quelle originali giapponesi che rendono la storia più vera. Le sigle di apertura e di chiusura sono molteplici e i relativi video cambiano ogni volta che viene aggiunto un personaggio importante ai fini della trama.Il particolare che piacevolmente colpisce è il fatto che tutto l'anime pare avere un'intensità diversa, forse meno adatta ai bambini; lo si nota anche dalle musiche di sottofondo più incalzanti e cupe, che tentano di mantenere alto il pathos nelle scene che lo richiedono e rendono i personaggi più credibili, sia nelle gesta eroiche delle guerriere che nei momenti dove prevale l’amicizia. La nuova serie televisiva è comunque adatta alle bambine e ai bambini in età scolastica perché tutti gli argomenti sono toccati con delicatezza e semplicità. Si può solo consigliare che la vedano insieme a un adulto che possa aiutarli aggiungendo spiegazioni dove fosse necessario. La scelta di rimanere più fedeli al manga è indubbiamente da apprezzare soprattutto nel character design, nello svolgersi stesso della storia e nei più piccoli particolari come la spilla che permette la trasformazione. Le sorprese e i colpi di scena sono numerosi, non mancano i combattimenti ma neanche le scene romantiche; tutto è avvincente e spettacolare e sempre più aderente alla storia originale. Mi sono emozionata durante la visione del primo episodio, soprattutto all’introduzione del primo atto che ha toni quasi epici nel mostrare una suggestiva panoramica dell’universo, con i primi piani della Luna e della Terra e alla vista di una delle coppie più romantiche di sempre: Queen Serenity e Principe Endymion. Si viene poi catapultati sulla Terra ai giorni nostri per la presentazione della protagonista Usagi Tsukino, una quattordicenne pigra e piagnucolona, un po’ goffa ma un’alunna piena di vita del terzo anno di scuola media.





Avendo visto qualche immagine del nuovo adattamento prima della sua messa in onda, i miei sentimenti erano ancora divisi tra la curiosità/eccitazione e il timore di deludere i ricordi della bambina dentro di me che ha fatto tesoro del grande insegnamento della guerriera che veste alla marinara.Mi è piaciuto il fatto di aver visto qualcosa di completamente nuovo rispetto al vecchio anime, anche se non ho potuto evitare quella sensazione nostalgica che provavo da piccola quando il pomeriggio accendevo la tv e stavo incollata a guardare Sailor Moon gridando: «Potere del cristallo di Luna trasformami!»




Ciò che ho percepito oggi come vera bellezza dell’anime è la profondità dei personaggi e lo spazio che viene dato a ciascuno di loro, tanto che viene più spontaneo e facile identificarsi con una Sailor in particolare.Un altro dei grandi pregi di questa serie è il rispetto mantenuto dei nomi originali dei personaggi che gli adattamenti degli anni Novanta avevano annullato o deturpato in nome di una maggiore comprensibilità del prodotto per il pubblico occidentale.Infatti in Sailor Moon, edito in un periodo in cui la semplificazione culturale sui nomi era largamente diffusa, la protagonista Usagi venne ribattezzata Bunny per richiamare il significato del nome giapponese. Il nome di Bunny non è dunque casuale: Usagi in giapponese significa “coniglio” e una nota leggenda nipponica vuole che un coniglio risieda sulla Luna (Tsuki no usagi).Questo cambiamento di nome non ha conseguenze fino alla seconda serie, quando arriva una bambina che nell’anime originale si chiama Usagi e che poi, per non essere confusa con la Usagi più grande, viene chiamata Chibiusa, dove chibi sta per piccola e usa per Usagi, quindi giustamente Chibiusa significa “piccola Usagi”. La trasformazione italiana del nome Usagi in Bunny ha fatto sì che non venisse compresa questa particolarità. Meno male che in questa nuova edizione nel doppiaggio sono stati lasciati i nomi originali come è giusto che sia.La differenza con il vecchio cartone animato degli anni Novanta passa anche da un restyling dei personaggi, le vecchie facce da ragazzine vengono sostituite da nuovi visi dal mento marcato e dai capelli ribelli, che sono incredibilmente fedeli ai disegni originali di Naoko Takeuchi. La cosa che più contraddistingue Sailor Moon sono i suoi lunghi codini biondi ispirati alla forma degli odango giapponesi, le tipiche polpette di riso, ma non tutti sanno che nei primi bozzetti dell’autrice lei aveva i capelli rosa, che poi si sono evoluti in color argento ed infine si sono stabilizzati con il classico colore biondo. Usagi/Sailor Moon è meno macchietta di quanto fosse nella precedente serie, sia nel suo aspetto da scolaretta che nella sua veste da guerriera; grazie alla sua comicità, alla dolcezza e la forza che esprime riesce ad essere un esempio positivo per tutti.




Tutte le protagoniste sono più mature e slanciate, hanno gli abiti più sensuali come pure i loro atteggiamenti e i loro movimenti sono più sinuosi. Chi ha letto il manga non nota particolari differenze o quanto meno le stesse sono minime e ha l’impressione che i disegni originali abbiano preso vita.Nel nuovo anime i personaggi e gli sfondi sono identici ai disegni del manga, i colori sono in linea con quelli delle tavole di vent’anni fa, a volte più tenui e più caldi rispetto alla serie animata degli anni Novanta e a volte più intensi, ideati per ricreare l’atmosfera a tratti romantica e a tratti dark che l’autrice voleva trasmettere con il suo lavoro.Quando si parla di Sailor Moon non si parla di un semplice cartone animato, ma di uno dei simboli del girl-power anni Novanta. Ha ispirato decine di storie manga basate sulla collaborazione femminile unita alla responsabilità nel gestire i poteri per combattere il male. Sono state programmate repliche e ristampe del manga e in Giappone le sono stati dedicati un musical, una serie televisiva e un film, entrambi live action. Un successo che ha oltrepassato i confini di questo Paese così lontano e diverso da noi, ma che sicuramente ha contribuito a sviluppare in Occidente un crescente interesse verso la cultura nipponica.❤ 



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Adoro il musical. Da piccola mi hanno fatto vedere un vecchio film che si intitola Sette spose per sette fratelli e sono rimasta affascinata dal genere. Più tardi sono arrivati Moulin Rouge, il mio preferito e Mamma mia! che è stato la spinta per il mio primo viaggio in Grecia. Non c’è da meravigliarsi quindi che i sei Oscar conquistati da La La Land mi abbiano fatto così tanto piacere.

La è Los Angeles, la città che fa bruciare di passione.

La è Los Angeles, la città che frantuma le passioni.

Land è Los Angeles, la terra promessa agli artisti.

La Land Land è credere in sé stessi anche stando con la testa tra le nuvole in una città che troppo spesso delude, ma allo stesso tempo ti porta a far credere che i tuoi sogni si possono avverare.

Il film è assolutamente romantico perché c’è di mezzo il destino, ciò nonostante la storia d’amore non è il centro della narrazione; si parla di amore ma più in generale si tratta di quello per le proprie passioni e del voler proteggere e realizzare i propri sogni ad ogni costo. L’inizio della malinconica canzone City of stars, vincitrice del premio Oscar, lo dice chiaramente lasciando aperto uno spiraglio alla speranza:


«Città di stelle

Stai splendendo solo per me?

Città di stelle

C’è così tanto che io non posso vedere

Chi lo sa?

È questo l’inizio di qualcosa di meraviglioso?

O un altro sogno che non posso realizzare».


La canzone parla essenzialmente d’amore: è l’amore che tutti cercano, l’unica cosa che tutti vogliono; qualcuno che con la sua presenza e le sue parole rassicuri, qualcuno che renda le stelle più luminose. Sebastian si interroga se la storia con Mia diventerà qualcosa di meraviglioso o resterà solo un altro sogno irrealizzabile.




Scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle, il film racconta la storia d'amore tra un musicista jazz e un'aspirante attrice, interpretati da Ryan Gosling e Emma Stone. 

Sebastian è un pianista e musicista che tenta di inseguire il suo sogno di una vita, quello di aprire un locale jazz; Mia invece è un’aspirante attrice che fa la cameriera, ma partecipa a tutti i provini possibili sperando che arrivi presto la sua occasione. C’è chi pensa che la trama del film sia piuttosto scontata, in realtà La La Land parla di cinema e per questo è estremamente metacinematografico; Sebastian e Mia sono infatti due artisti e il cinema è costantemente citato nei loro dialoghi ed è presente in modo importante all’interno degli Studios dove lavora la protagonista. È un costante omaggio ad Hollywood che immerge lo spettatore nei sui periodi d’oro, attraverso chiari riferimenti a famosi film, ad attori immortali e ai musical indimenticabili come Balla con me con Fred Astaire, Singing in the rain con Gene Kelly, West Side Story e Greese.

La tematica della riflessività, cioè del cinema che riflette su se stesso è sempre esistita, ma questo film prende dal passato per creare qualcosa di nuovo e assolutamente spettacolare. 

Un’altra riflessione importante è quella che riguarda il jazz, proposta attraverso il personaggio di Sebastian: un artista puro, un musicista che guarda con reverenza e passione ai grandi nomi del jazz e soffre perché questo genere musicale non ha più la stessa importanza di un tempo. Consapevole che il jazz sta scomparendo perché è molto difficile raggiungere la massa con contenuti culturali e di nicchia, Sebastian vuole a tutti i costi farlo rivivere nella sua forma più pura anche se non sembra l’epoca giusta. La sua grande passione non gli fa tener conto della realtà.

A tal proposito è significativa la scena del secondo incontro tra Mia e Sebastian. Lui suona il pianoforte, immergendosi completamente nella musica tanto che sembra essere l’unico nella sala, come se fosse in un altro mondo e infatti viene isolato dal resto del locale grazie ad un fascio di luce che lo illumina mentre tutto il resto rimane al buio. Quando smette di suonare si alza di scatto e sembra non rendersi conto di dove si trovi né di quanto tempo sia passato, come quando ci si sveglia dopo un sogno estremamente realistico. Non vede neanche Mia che lo guarda con occhi incantati dopo averlo sentito suonare. 

In seguito Sebastian dovrà confrontarsi con il personaggio interpretato da John Legend che gli renderà chiaro come il jazz per sopravvivere debba cambiare per essere apprezzato. Bisogna andare incontro ai nuovi gusti del pubblico, modernizzarsi per raggiungere tutti. Non è questo però il sogno di Sebastian e Mia glielo ricorda quando lui lo accantona, causando la prima incomprensione tra i due.

In realtà Sebastian e Mia si innamorano l’uno dei sogni dell’altro e si aiutano a vicenda facendo di tutto per realizzarli. La trama intreccia il rapporto tra i due protagonisti e i loro sogni: due persone che tentano di fare delle proprie passioni e della loro arte il proprio lavoro, sostenendosi a vicenda proprio perché si comprendono, cercando di superare tutte le delusioni e le difficoltà che incontrano e che nulla hanno a che a vedere con i sogni ma con la dura realtà.




Un esempio di tutto ciò viene proprio dal regista del musical Chazelle che ne è anche lo sceneggiatore. Lui ha scritto La La Land quando era all’università insieme al suo amico Justin Hurwitz, che poi è diventato il compositore delle colonne sonore di tutti i suoi film, ma non ha mai trovato nessuno Studios disposto a finanziare il suo progetto. Soltanto un produttore interessato cercò di convincerlo a produrre il suo film a patto che il protagonista fosse un fanatico del rock e non del jazz. Il regista rispose di no senza esitare, realizzò un altro film Weeplash raggiungendo un ottimo successo e diversi premi, portando poi così il vecchio progetto del musical all’interesse delle case di produzione.

Damien Chazelle ha affermato che per lui era importante realizzare un film su due sognatori, su due persone che hanno grandi sogni che li fanno avvicinare, ma che li portano anche a separarsi.

Il regista ha voluto trasmetterci il contrasto tra sogno e realtà, sottolineando il fatto che spesso la felicità non dipende necessariamente dall’amore verso un’altra persona.

La felicità di Mia e Sebastian infatti può essere raggiunta solamente con la realizzazione dei loro sogni. Si sono innamorati proprio grazie alla forte passione che anima i loro desideri e che li rende così speciali l’uno agli occhi dell’altra.

La La Land è dedicato ai sognatori e agli artisti che sono sempre alla ricerca di qualcosa, ai romantici, a chi ama il jazz, il cinema e le storie d’amore; è un film estremamente positivo, allegro e coloratissimo, esteticamente scintillante ma allo stesso tempo malinconico e poetico.

Tutti i colori usati sono accesi e vivi, una meraviglia per gli occhi, ma accentuano anche l'immersione all'interno della storia come pure le musiche al pianoforte, le canzoni e i più classici balli coreografati.

Il film nasconde tante sfumature che possono sfuggire a chi non osserva attentamente e non si sofferma sui dettagli o sulle particolari inquadrature.

Guardandolo mi sono sentita molto coinvolta, perché spesso ciò che desideriamo davvero ci sembra essere veramente irraggiungibile e quando la protagonista dice: «Forse io sono solo una di quelle che sognano da sempre di farlo», mi sono identificata con le sue paure e le sue perplessità. Se penso però a tutte le grandi sorprese e soddisfazioni raggiunte fino ad ora nel mio piccolo e che non credevo possibili, mi sento di continuare a credere di potercela fare nonostante tutto e quindi a provarci sempre.




Spesso dipende tutto da noi, da come si reagisce di fronte agli eventi e alle scelte da fare. È anche vero però che l’impegno e le capacità non sempre bastano e quello che tu vuoi e desideri entra in conflitto con quello che si deve fare per vivere. Infatti se si hanno certi interessi artistici e determinate passioni, spesso il sistema e la società ti richiedono di rivedere il tuo punto di vista per affrontare le quotidiane necessità. Però vale la pena di rinunciare ai propri sogni?

Questa è la domanda che pone il film e forse la risposta è nella canzone profonda e commovente The fools who dream che Mia intona durante il provino più importante della sua vita, quando è ormai distrutta per i troppi fallimenti: tutti hanno bisogno dei ribelli, dei pittori, dei poeti, degli scrittori, degli artisti in generale, anche se questi ai più sembrano sciocchi. La loro follia, nonostante i disastri che provoca, è la chiave che porta nuove cose, nuovi colori da vedere e pur non sapendo dove potrà condurre, ognuno di loro rifarebbe tutto da capo.

Il toccante messaggio del film è dunque di speranza e di incoraggiamento per i nuovi artisti. Purtroppo non sempre tutto va come dovrebbe, anche perché la fortuna e le coincidenze favorevoli non arrivano al momento giusto sia nella vita lavorativa che in quella affettiva, ma prima o poi l’opportunità tanto attesa potrà coronare le aspettative, come spiega l’allegra e coinvolgente canzone Someone in the crowd: mentre il mondo continua a girare, riuscirai a vedere qualcuno tra la folla? Qualcuno che sia quello giusto, la conoscenza di cui hai bisogno, che ti farà emergere dandoti la possibilità di realizzare il tuo sogno; quello che finalmente raccoglierà da terra le delusioni per portarti dove vuoi andare, perché da qualche parte c’è un posto dove troverai chi vuoi essere, sempre che tu sia pronto ad essere trovato.

Non bisogna mai smettere di provarci e di credere nella bellezza dei propri sogni; è normale sentirsi a volte spaesati, confusi o amareggiati, ma non si deve rinunciare a ciò che fa brillare gli occhi e che fa stare bene perché, comunque vada, la passione e la creatività sono sempre un dono prezioso, un’energia vitale innata che niente e nessuno potrà mai cancellare dalla mente e dal cuore di un artista.





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Sicuramente non tutti gli anime prodotti in Giappone arrivano in Occidente. Non si sa di preciso neanche quanti siano, né si conosce il nome di tutti i loro autori ma, grazie ad alcune case di produzione come la Lucky Red, la Dynit, la Yamato Video e la Nexo Digital, si sono potute ammirare anche in Italia alcune delle opere più significative non solo del maestro Hayao Miyazaki ma anche di quelli che vengono definiti i suoi “eredi”. Primo fra tutti Makoto Shinkai conosciuto già in Italia per i suoi film 5 Centimetri al Secondo e Il Giardino delle Parole e ora per il suo nuovo capolavoro Kimi no na wa (Your Name), presentato in Italia come evento e per questo motivo doveva essere proiettato sugli schermi cinematografici solo per tre giorni, ma oltre ogni aspettativa il film ha richiamato un vasto pubblico ed è rimasto in programmazione per diversi giorni.




L’animazione è un genere che al di fuori del Giappone ha purtroppo un destino difficile; molto spesso non viene compresa per le evidenti differenze culturali o viene marcata dall’etichetta “per soli bambini” pensando che sia come tutti i cartoni animati a cui siamo da sempre abituati. La difficoltà sta forse proprio nella non accettazione che storie importanti vengano raccontate attraverso il disegno animato e per questo Makoto Shinkai potrebbe essere uno dei disegnatori e registi capaci di trovare la strada giusta per allargare il target e arrivare così più facilmente a tutti. Prima di dare vita al suo ultimo fenomeno cinematografico, l’autore ha scritto l’omonimo romanzo raccontando la storia che ha poi commosso milioni di spettatori al cinema.

Grazie alla casa editrice J-Pop (etichetta di Edizioni BD) infatti è stata resa disponibile la light novel di Your Name, che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. Nella postfazione Shinkai ha spiegato la nascita della storia e il suo senso profondo:

«Il motivo è perché ha sentito che da qualche parte ci fossero dei ragazzi come Taki e Mitsuha. Questa è ovviamente una storia di fantasia, eppure credo che da qualche parte esistano delle persone che hanno vissuto esperienze simili e provano sentimenti simili ai protagonisti; che hanno perso figure o luoghi importanti e che hanno deciso mentalmente di lottare lo stesso. Persone che continuano a tendere la mano verso qualcosa che ancora non possono incontrare, assolutamente sicure però che un giorno succederà. E poi credo di aver scritto questo libro perché sentivo che ci fosse il bisogno di raccontare questi sentimenti con una serietà diversa rispetto allo splendore del film».




Tra il romanzo e il film non ci sono grosse differenze. Secondo Shinkai è difficile stabilire quale sia l’opera originale, anche se il libro è stato scritto prima di completare il film. 

Nel romanzo la storia è raccontata in prima persona dai due protagonisti secondo il loro punto di vista; nel film viene mostrata dalla telecamera, quindi in terza persona e le scene in cui Taki e Mitsuha non sono presenti (cosa che nel romanzo non succede mai) sono raccontate in maniera veloce.

Il produttore e scrittore Genki Kawamura è stato importantissimo per la stesura del romanzo poiché Shinkai gli aveva chiesto di esprimere un commento in un momento di forti dubbi sullo scriverlo o meno. Kawamura desiderava che la nuova opera del regista fosse “il meglio di Makoto Shinkai”, in modo che chi ancora non lo conoscesse potesse rimanere sorpreso venendo a contatto con i suoi mondi e chi aveva già visto le sue opere potesse nuovamente assistere ai risultati del suo talento. 

Tutte le opere di Shinkai hanno sempre avuto una colonna sonora meravigliosa, per questo anche Your Name doveva essere quanto più possibile musicale. Kawamura chiese a Shinkai se ci fosse un musicista in particolare che gli piacesse e lui nominò i Radwimps. Fatalità il produttore conosceva il frontmen della band e gli scrisse subito una mail; in questo modo Shinkai e Yojiro Noda hanno potuto incontrarsi ed iniziare una collaborazione miracolosa che sembra guidata dal destino. Noda ha preso storia e sceneggiatura e le ha ampliate sotto forma di musica; dall’unione di tutto ciò è nato il romanzo e contemporaneamente è stato completato il film. Shinkai aveva precedentemente dichiarato di non voler scrivere il romanzo ma è stato portato a realizzarlo proprio dalla musica di Noda. Insieme sono riusciti a illustrare una storia in cui due persone si incrociano quasi per caso in un mondo grandissimo: Makoto Shinkai e Yojiro Noda uniti dal destino hanno dato vita a ciò che sembrava impossibile. Ovviamente nel romanzo non può esistere la musica di sottofondo, ma il libro ha subito una forte influenza dei testi dei Radwimps e nel romanzo si riescono a percepire chiaramente le note della rock band giapponese.

La canzone Zenzenzense (Vita Preprecedente) sottolinea in modo magistrale la storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che vogliono lottare in modo splendido in questo mondo crudele, contribuendo senza dubbio a far definire Your Name il più grande capolavoro di Makoto Shinkai:

«Ho iniziato a cercati dalla tua vita preprecedente…

“Sei in ritardo", dici con tono arrabbiato…eppure, sono arrivato il prima possibile

Il mio cuore è arrivato da te prima di me».

Shinkai ha raccontato il ruolo del destino in una storia d’amore, dove due persone si incrociano in mondi stupendi, magnifici, senza tempo e la musica lo conferma:

«Ho iniziato a cercarti tante vite prima che nascessi;

È poggiando lo sguardo su quel sorriso strano, che sono arrivato ad oggi.

Anche se tu dovessi perdere tutto e venissi spazzata via dal vento,

Non dimenticherò più chi sono e inizierei semplicemente a cercarti dal principio.

O forse dovrei ricostruire l'intero universo da zero?…

Ci incontrammo ai confini estremi tra tante galassie;

Come devo afferrarti la mano per evitare che si spezzi?»…

La canzone parla di  questo mondo pieno di incroci legati da un sottile filo; è difficile incontrare la persona del proprio destino e anche se ci si riesce, chi garantisce che sia proprio quella? 

Il filo rosso del destino è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (la versione originale cinese narra che il filo è legato alle caviglie). Questo filo ci lega alla persona a cui siamo destinati, alla propria anima gemella.

Le due persone così unite sono destinate ad incontrarsi; non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze, le distanze che le separano, l’età, la classe sociale o altro, perché il filo rosso sarà lunghissimo e fortissimo e dato che ha la caratteristica di essere indistruttibile non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno. Questo filo lega indissolubilmente due anime gemelle, due amanti, due persone destinate a vivere insieme per sempre. Essendo molto lungo il filo spesso si aggroviglia e crea intrecci strani e nodi che creano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi; ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame.




Uscito in Giappone lo scorso agosto, Your Name si è trasformato in pochissimi mesi in uno dei più grandi successi cinematografici di sempre, l’unico film d’animazione della storia capace di competere con il successo dei più famosi film di Miyazaki come La Città Incantata.

Shinkai è cresciuto col mito e all’ombra del maestro Miyazaki, per sua stessa ammissione: 

«È un enorme fonte di ispirazione. Lui e il suo team hanno praticamente fondato l’intero sistema.

Hanno creato quello che l’animazione giapponese è oggi. É impossibile non essere influenzati dal lavoro del maestro Miyazaki…Io non voglio fare film simili a lui, ma riuscire a suscitare le stesse emozioni che il maestro suscita nelle persone, me compreso».

Lui sostiene di essere un disegnatore mediocre; uno che scrive storie e poi cerca immagini da proporre agli animatori per far vedere loro cosa vorrebbe che disegnassero, in questo modo riesce a creare anime meravigliosi e ad inventare storie ugualmente importanti e coinvolgenti. Viene ormai considerato da tutti un maestro assoluto dell’animazione giapponese, grazie alla sua straordinaria padronanza delle arti visive e alla sua incredibile abilità narrativa.

I suoi panorami iperrealistici e le sue atmosfere malinconiche hanno commosso e incantato in tutto il mondo milioni di appassionati di anime. La sua maestria nel creare e la regia lo hanno consacrato come l’erede di Miyazaki, pur essendo la sua un’animazione molto diversa; l’artista risente inoltre delle influenze della letteratura contemporanea giapponese, in particolare delle opere di Murakami ed è quindi definibile come più matura e concentrata sul mondo reale.

Campione di incassi in Giappone e molto elogiato dalla critica mondiale, Your Name ha portato come conseguenza perfino dei tour che ripercorrono il giro delle location della storia e perfino la biblioteca che appare nel film ha dovuto esporre un regolamento speciale per far fronte all’improvvisa ondata di visitatori. Oltre agli innumerevoli gadget di ogni tipo e al materiale pubblicitario distribuito in ogni luogo, è stato prodotto anche un sakè ispirato ad una delle principali scene del film.

Sebbene la pellicola si presenti come una storia romantica (in gergo shojo) tra un ragazzo e una ragazza che senza un perché si ritrovano l’uno nel corpo dell’altra, Your Name è molto di più. 

L’incipit mostra che dal cielo cade una stella cometa; lenta e inesorabile brucia nell’atmosfera dividendosi in diversi frammenti infuocati. Un ragazzo e una ragazza distanti tra loro, senza sapere di star condividendo lo stesso momento, fissano di notte l’insolito e meraviglioso spettacolo, pervasi da una strana sensazione; a fior di labbra un unico pensiero, un sussurro del cuore: «Quel giorno dal cielo cadde una stella e fu come vivere un sogno, come condividerlo».

Li rivediamo di giorno, ognuno nelle proprie città di appartenenza, risvegliarsi con le lacrime agli occhi e nel cuore e nell’anima la sensazione vivissima di aver perduto qualcosa o qualcuno.

«Ogni tanto, la mattina, appena sveglia, mi capita di ritrovarmi a piangere, senza sapere perché».




I due adolescenti vivono in luoghi ed ambienti molto diversi tra loro, ma entrambi sono insoddisfatti della propria quotidianità, così senza conoscersi si ritrovano a vivere uno la vita dell’altro; una storia che si intreccia tra reale e soprannaturale. I ragazzi, lasciandosi dei messaggi a vicenda, inizieranno a comunicare e a cercare il perché di ciò che sta loro accadendo e di comprendere il legame che li unisce, che si rafforza notte dopo notte, sogno dopo sogno, mentre incombe il passaggio di una misteriosa cometa, quella che in realtà gli spettatori hanno visto nell’incipit.

Mitsuha è una studentessa che vive nel paesino di montagna Itomori. Intrappolata in una vita monotona desidera trasferirsi a Tokyo, la grande metropoli dove ogni sogno si può realizzare. 

Taki è uno studente delle superiori che vive proprio a Tokyo e si mantiene facendo il cameriere in un ristorante italiano che non a caso si chiama “Il Giardino delle Parole”; ha una grande passione per il disegno e vorrebbe un giorno lavorare nel campo dell’arte o dell’architettura.

Mitsuha è costretta a svolgere il compito di sacerdotessa scintoista ereditato dalla madre e un giorno implora il suo dio di farla diventare un bel ragazzo di città, magari in una prossima vita. L’indomani al suo risveglio qualcosa è cambiato inesorabilmente e il suo sogno si è avverato: la ragazza si ritrova infatti in una stanza che non conosce, ha nuovi amici e lo skyline di Tokyo si apre davanti al suo sguardo. Mitsuha si è risvegliata a Tokyo nel corpo di Taki e contemporaneamente il ragazzo si risveglia nel corpo di Mitsuha nella piccola città di montagna mai vista prima.

É un divertente scambio di ruoli che serve a far entrare nella storia lo spettatore e farlo affezionare ai protagonisti. Ci si trova di fronte ad una tipica divertente commedia degli equivoci, come accade spesso in anime di questo genere: ci sono due adolescenti che si scambiano di sesso, con scene che lo raccontano in modo abbastanza esplicito. Per esempio quando Taki capisce di essere nel corpo di Mitsuha e inizia a toccarsi incuriosito il seno o viceversa quando lei, trovandosi improvvisamente ad essere un ragazzo, si guarda scioccata le parti intime. Poi però ci si rende conto che c’è qualcosa che non va, che i particolari della storia non sono messi lì a caso ma devono focalizzare l’attenzione dello spettatore sulle dinamiche narrative.




Taki e Mitsuha non si conoscono, non hanno idea di che cosa stia loro accadendo e, come se non bastasse, ad ogni risveglio non si ricordano l’uno dell’altra. Cosa sta succedendo? Quale sarà il segreto che si cela dietro questi strani sogni incrociati e perché si scambiano i propri corpi mentre la loro personalità resta la stessa?

L’intreccio si complica e il mistero si infittisce perché i due ragazzi quando riprendono possesso dei loro corpi, si ricordano ciò che hanno fatto nella vita dell’altro ma non ne conoscono il nome; non si incontrano mai ma le loro vite si legano indissolubilmente. A dire il vero ci provano a lanciarsi dei segnali per ricordarsi l’uno dell’altra: una scritta sulla mano, il nastro rosso per capelli che Taki riceve da una sconosciuta ragazzina sul treno e soprattutto la richiesta scritta su un foglio...Your Name.

All’inizio quindi entrambi sono sconcertati e capiscono poco e nulla di ciò che sta accadendo, poi giorno dopo giorno, grazie ad una sorta di diario che Taki tiene nel suo cellulare, riescono a capire che lo strano fenomeno avviene in modo casuale e di notte durante i loro sogni.




Anche se non sanno nulla l’uno dell’altra ma apprendono cose della propria personalità tramite le persone che li circondano, i due si affezionano e cominciano così a cercare di comunicare e a lasciare tracce di ciò che accade durante il loro scambio, per poter poi ricordarsene. Entrambi quando assumono il corpo dell’altro/a migliorano le rispettive quotidianità e riescono a vivere esperienze che altrimenti non avrebbero mai potuto fare; questo fragile equilibrio è però destinato ad infrangersi perché qualcosa di minaccioso incombe sulle loro vite. Taki, preso da un presentimento dopo aver saputo del passaggio imminente della cometa, partirà alla ricerca di Mitsuha pur non sapendo né chi sia, né come si chiami, né dove abiti, perché il messaggio del film è proprio questo: qualcuno che tu non hai ancora incontrato, si chiede come potrebbe essere conoscere una persona come te.

C’è il grande sacrificio dell’impegnarsi in prima persona, sfidando i limiti dello spazio e del tempo, anche a costo di rimetterci la carriera scolastica o addirittura la vita: 

«Ovunque tu possa essere nel mondo, io verrò a cercarti».




Ciò che rende questo film un capolavoro è quello che accade da questo momento in avanti reso attraverso una magia di luci, sensazioni ed emozioni. In modo sublime Shinkai porta avanti una grande regia e una straordinaria realizzazione tecnica catturando i colori caldi e freddi che, accompagnati da una entusiasmante colonna sonora, sostengono e sviluppano il rapporto tra i personaggi, trascinando lo spettatore nel senso profondo della storia.

Mentre la prima parte del film è divertente e ritmata, la seconda ha un risvolto del tutto differente: è qui che si riscontrano le amare riflessioni sul terremoto del 2011 e sul disastro di Fukushima. In questo momento nel film gli elementi fantascientifici si intrecciano al naturalismo e al pensiero buddista sul tempo e lo spazio.

Grazie alla bellezza della doppia ambientazione, quella urbana e quella campestre, Shinkai ha potuto dare il meglio nel raccontare i suoi scenari prediletti: la vita nella metropoli e quella in comunione con la natura. In questo suo modo visivo di trasportare luoghi e sensazioni, lo spettatore avverte una serie di emozioni che vanno dalla gioia, al dubbio, alla tristezza fino a un dolce senso di speranza capace di rincuorare anche le più oscure previsioni. 




Your Name è splendido tecnicamente, merita di essere visto anche più di una volta per cogliere al meglio i dettagli e lasciarsi coinvolgere dai sentimenti.

La capacità di Shinkai di enfatizzare la luce creando immagini e situazioni che lasciano senza fiato è ben nota agli appassionati dell’animazione giapponese. Nel suo lavoro Il Giardino delle parole era stato capace di creare probabilmente la migliore pioggia mai vista su un grande schermo. 

Da un semplice pretesto narrativo la storia di Your Name avanza complicandosi fino ad arrivare ad una toccante riflessione sulla meraviglia del destino e dell’amore.

Pur ritrovando le tematiche tanto care a Shinkai, questo film porta però una novità: chiude il capitolo dell’amore destinato a non accadere e apre quello delle anime gemelle, dei legami che vanno oltre il tempo, lo spazio, l’età e l’aspetto fisico.

Per definizione il romantico è colui che è capace di vedere oltre la superficie delle relazioni, delle cose in generale e crea storie protese verso un domani meraviglioso ma disperatamente irrealizzabile. È ciò che Shinkai è in grado di fare e in questo senso si può definire un romantico; le storie che racconta racchiudono un’amara attualità in un animo estremamente sensibile.

Bisogna quindi lasciarsi alle spalle i pregiudizi sull’animazione giapponese e accettare che un romantico artista completo racconti una storia semplice, con la sorpresa e la meraviglia delle illustrazioni, la profondità e il modo delicato e poetico in cui viene narrata, perché questo film fa bene agli occhi, al cuore e rassicura lo spirito.





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Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la classifica, stilata da centosettantasette critici cinematografici proveniente da trentasei Paesi, dei cento film più memorabili dal 2000 ad oggi.

La mia sorpresa più grande è stata quella di trovare piazzato al quarto posto il capolavoro di animazione del maestro giapponese Hayao Miyazaki La città incantata, già premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003.




Da vent'anni a questa parte, Miyazaki è il re del cinema d'animazione giapponese. Dopo essere stato uno dei pionieri del genere, è considerato ancora oggi il migliore e sicuramente è il più conosciuto a livello mondiale. Considerando l'immensa varietà delle sue opere, si può affermare che forse è proprio il suo essere versatile la chiave del suo immenso successo: produttore, scenografo, regista, scrittore e autore, Miyazaki è un vero genio, una delle menti più brillanti della sua generazione.Nella sua lunga carriera ha affrontato vari temi imponendosi come molto più di un semplice cineasta: Miyazaki è un poeta, un trovatore che racconta storie ambientate tra la fine del secolo e l'alba del nuovo millennio. Il suo spirito di sacrificio, il suo rigore, la sua passione per il lavoro lo hanno portato a spingere al limite la sua percezione e le sue potenzialità cinematografiche. È un autentico artigiano, scrupoloso, meticoloso e irremovibile, che ha fatto del suo lavoro un tributo al potere di un'immaginazione straordinaria.Quest’uomo che adora il volo, non sopporta di essere vincolato e costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza esercitata dalla tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. In questo modo riesce a dare diversi significati che rendono i film adatti a ripetute visioni: ogni volta affiora un senso nascosto, un dettaglio sfuggito, una chiave di lettura trascurata.La città incantata racconta di Chihiro, una ragazzina di dieci anni, capricciosa e testarda, convinta che l'intero universo debba sottostare ai suoi bizzarri voleri. Quando i suoi genitori decidono di traslocare, la bambina non fa nulla per nascondere la sua rabbia, ma sulla strada che li porta alla nuova casa sono costretti a fermarsi davanti ad un tunnel che somiglia ad una gigantesca bocca. La curiosità spinge tutti e tre ad addentrarsi a piedi nella galleria, anche se Chihiro è molto riluttante e ben presto si ritrovano in una città fantasma, composta quasi interamente da ristoranti e locali. I genitori si gettano famelici su un suntuoso banchetto e questo gesto snaturato e ignorante li fa trasformare in maiali sotto gli occhi della figlia, mentre si ingozzano in maniera irrefrenabile. Nella filosofia buddista il maiale è l’animale che rappresenta l’ignoranza. Rimasta sola Chihiro si rende conto ben presto di essere in un mondo abitato da antiche divinità e esseri magici, governato da una strega malvagia, l'arpia Yubaba. Apprenderà così che i nuovi arrivati nella città vengono trasformati in animali prima di essere uccisi e mangiati, mentre coloro che riescono a sfuggire a questo tragico destino saranno condannati all'annientamento quando verrà dimostrato che non servono a nulla. Per salvare i genitori, ritardare il più possibile il terribile giorno della resa dei conti e sopravvivere in questo mondo strano e pericoloso, Chihiro dovrà rendersi utile e quindi lavorare nel complesso termale dove incontrerà numerosi e particolari ospiti, tra cui il “senza volto” Kaonashi. Così la ragazzina rinuncerà alla sua pigrizia, ai suoi capricci e a molte altre cose; dovrà cambiare il suo carattere, il suo modo di pensare e persino il suo nome.Tutti i lavori a cui Chihiro viene sottoposta durante la sua permanenza alle Terme, costituiscono il suo percorso che non è di crescita, ma di cambiamento: da bambina annoiata e disinteressata, diventerà curiosa, forte, tenace, volenterosa e amante della natura.





Miyazaki è riuscito a spazzare via quel pregiudizio che vuole i film di animazione destinati ai bambini, giudicati incapaci di cogliere la complessità e l’ambiguità della vita. Il regista invece ripone in loro la giusta fiducia nella capacità innata che hanno di afferrare un’idea senza bisogno di troppe spiegazioni. Trovare questo suo capolavoro così in alto in quella speciale graduatoria mi ha molto sorpreso e mi ha fatto riflettere su ciò che di quel film mi avevano maggiormente colpita. Ad esempio non trovo giusto il fatto che spesso si accusa Miyazaki dell’incapacità di definire personaggi interamente cattivi, anzi di fornire una motivazione alla loro cattiveria. Sarebbe difficile immaginare una produzione Disney senza il suo protagonista cattivo; al contrario i film di Miyazaki sono notevoli proprio per la mancanza di personaggi completamente malvagi, anche se questi si riconoscono dall’aspetto fisico volutamente esagerato. Il pensiero giapponese non prevede che nell’uomo esistano due elementi in costante antagonismo, non c’è l’idea di un Bene e di un Male assoluti. Per ogni comportamento c’è una ragione e una circostanza e, se queste mutano, cambiano anche le reazioni dei personaggi: Miyazaki quindi offre sempre una spiegazione.NeLa città incantata, la strega Yubaba, che pensa solo ai soldi e ad avere il controllo di tutto, è avida e arrogante, ma perde tutta la sua arroganza davanti al figlio, un grande mostruoso neonato che vive rinchiuso in una camera stracolma di giochi. La differenza tra la donna di affari che gestisce al meglio le Terme e la madre amorosa è enorme e repentina. Nella sequenza in cui Yubaba si rassegna a prendere Chihiro al suo servizio, la donna riesce a parlare alla ragazzina con tono sprezzante e allo stesso tempo a sussurrare parole affettuose al figlio. Al contrario sua sorella gemella Zeniba, vive ritirata in una casa di campagna e la sua personalità è unica, solida e compatta. Bada agli aspetti essenziali della vita e ciò le permette di essere rispettata senza bisogno di alzare la voce; le persone stanno bene accanto a lei perché si sentono utili piuttosto che sfruttate. Se Yubaba rappresenta la realtà della maggior parte delle persone obbligate a scindere la vita professionale da quella privata, Zeniba incarna ciò che quasi tutti vorrebbero essere e di come vorrebbero vivere. In questa rappresentazione della doppia identità che ciascuno assume nella vita contemporanea, si manifesta una volta di più il segno della capacità di Miyazaki non solo di osservare la realtà, ma di riprodurla in modo simbolico e universale. 




Se le donne protagoniste dei suoi film sono scisse tra atteggiamenti di compromesso e spirito battagliero, ciò non è dovuto al loro vivere con disagio la femminilità quanto piuttosto al fatto di agire in società incapaci di rendere serenamente possibile la fusione di caratteristiche tradizionalmente separate in femminili e maschili. Non occorre essere un guerriero per essere intrepidi e non occorre essere una donna per rinunciare alla lotta.Il femminismo è uno dei temi più ricorrenti nei film di Miyazaki. Gran parte dei suoi protagonisti sono ragazzine o donne che mandano avanti città intere ed emergono come forza trainante della società. Sono spesso le donne quelle che gestiscono le situazioni più difficili e complicate; sono le figure femminili che, al contrario degli uomini, riescono ad entrare in collegamento con la natura e a comprenderne la forza o la magia. A differenza delle politiche femministe estremiste, le donne di Miyazaki non cercano mai la prevaricazione sugli uomini: primeggiano per la loro autorità, la loro dolcezza o le loro capacità, emergono senza forzature perché sono esseri umani e, come tali, si impongono per le loro caratteristiche naturali.Il cinema di animazione di Miyazaki è riuscito anche a colmare quel vuoto che la maggior parte delle storie, nel descrivere l’infanzia e l’adolescenza, ignorava. Il regista ha privilegiato la fascia di età dai nove agli undici anni, proposta a volte solo attraverso gli occhi e i desideri degli adulti, perché attraverso la lettura di shōjo manga si è reso conto che non c’è nessuno che si preoccupa dei problemi e delle esigenze delle ragazzine. Per questo motivo ha scelto di scrivere qualcosa che arrivasse soprattutto alle future donne; qualcosa a cui le bambine potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro e i loro rapporti con la società e per questo motivo molte di loro sono protagoniste dei suoi film. Miyazaki inoltre popola di creature divine i luoghi meravigliosi in cui svolge le sue storie: sono la cornice ideale per rendere al meglio la sacralità della natura e condannarne la sua profanazione.Ne La città incantata è particolarmente affascinante la divinità vagabonda del “senza volto”, che non ha nessun riferimento con la tradizione giapponese. Attraverso Kaonashi, Miyazaki intende rappresentare il Giappone contemporaneo, quello dove in molti sono convinti che i soldi bastino ad assicurare la felicità. La divinità si trova alle Terme, un luogo in cui Miyazaki immagina si rechino sia gli uomini che gli dei perché presuppone che le divinità del folklore giapponese, proprio come gli uomini d’affari, abbiano bisogno di fortificarsi in acque calde. Il loro percorso termale viene proposto attraverso ambienti favolosi, evocativi, onirici, che si fondono per creare un universo sorprendente e a tratti cupissimo, trasmettendo sensazioni forti e nostalgiche. Naturalmente gli dei desidererebbero rimanere più a lungo in quel tepore, ma sono costretti ad uscire quando si conclude il fine settimana perché, come gli uomini di oggi, sono indaffarati e devono riprendere le loro attività.Kaonashi si trova lì ed elargisce continuamente oro con le sue mani e tutti gli schiavetti rana si accalcano e si calpestano pur di ottenerlo; accecati dalla ricchezza e dal potere dei soldi, si picchierebbero e si ammazzerebbero per possederne la maggior quantità possibile. Hanno solo quello in testa, non gli interessa altro. Il “senza volto” ha però un’altra caratteristica, ovvero mangia qualsiasi cosa ed ha sempre fame, è inarrestabile e quindi arriva a mangiare anche gli schiavetti rana. Miyazaki vuol far capire che inseguendo continuamente la ricchezza tanto da esserne ossessionati senza pensare al resto, si può anche essere divorati dalla stessa fonte che produce quella ricchezza. Kaonashi non è però malvagio, anche se cerca di conquistare Chihiro con dell’oro, ma a lei questo non interessa; vuole solamente salvare i suoi genitori. Il “senza volto”, abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole resta così spiazzato, non capisce come conquistare la bambina e quindi impazzisce e si infuria. Si calmerà solo quando Chihiro, capendo la solitudine della divinità causata dal suo eccessivo potere a discapito di ogni sentimento, gli consentirà di prendere insieme a lei il suggestivo treno sull’acqua per condurlo da Zeniba e trovargli finalmente un posto tranquillo dove stare. 




Il regista dimostra ancora una volta che la ricchezza non è tutto nella vita, che ci sono altri aspetti molto più importanti, come i sentimenti, la gioia delle piccole cose, il senso del sentirsi utili, ma anche l’ecologia ed il rispetto dell’ambiente. A questo proposito introduce quindi alle Terme il personaggio di Okusare-Sama, un demone dal cattivo odore (Kusare in giapponese significa marcio), un mostro sporco e puzzolente che pretende di essere lavato. Una sorta di macchia gigante che nessuno vuole pulire per ribrezzo; solo Chihiro trova questo coraggio. Sotto la melma il demone è composto da lavatrici, frullatori, forni, televisori, tutti elettrodomestici e pezzi di metallo: questi elementi rappresentano il marcio del Giappone, ovvero l’inquinamento e il consumismo. Quando la bambina finirà di pulirlo, scoprirà che sotto tutta quella sporcizia e ammasso di elettrodomestici, c’era lo spirito di un fiume che era stato precedentemente inquinato.Ora finalmente si rivela la parte pulita del Giappone: fiumi incontaminati, bellissimi, perfetti, quella parte del Paese che dovrebbe sempre essere pulita e preservata, nonostante tutti gli elementi che rappresentano il progresso.Anche Haku, un bambino che accompagna ed aiuta Chihiro durante la sua permanenza alle Terme, ha a che fare con la natura. Sottomesso a Yubaba, ne esegue gli ordini segreti trasformato in dragone, ma ha perduto la sua identità, non sa più chi è e questo lo ha portato a perdere anche la sua libertà. Durante un volo sul dorso del dragone, Chihiro ricorda un evento infantile: da piccola era stata salvata mentre stava per annegare in un fiume. Il suo salvatore era stato Nume Kohaku Nigihayami, il dio del fiume che lei riconosce nel suo amico Haku. Ritrovata la propria identità, il ragazzino recupera anche le fattezze umane e si libera dalla schiavitù della strega Yubaba.




Un altro aspetto dei film di Miyazaki che mi ha sempre affascinata, è che molti di questi non si adeguano alla sempre più diffusa abitudine di abbandonare la sala prima del completo scorrimento dei titoli di coda. Il regista infatti aggiunge quasi sempre una piccola storia utilizzando quello spazio per evitare soluzioni scontate e accompagnare gli spettatori verso l’uscita. Il film finisce così con un tono più naturale e realistico fornendo spiegazioni o particolari della trama. Per esempio ne La città incantata, durante i titoli di coda vengono proposti i disegni preparatori dei fondali utilizzati poi per il film. I colori più tenui e le linee sfumate che definiscono i luoghi soprannaturali riportano Chihiro e gli spettatori alle Terme, dove la protagonista ha smesso di essere una bambina debole e capricciosa. Inoltre suggeriscono che quel mondo non è più nel presente di Chihiro, ma si conserva comunque nella sua memoria grazie al nastrino per capelli che lei ha con sè e che è stato intessuto con tanto affetto per lei dai suoi amici della città magica.La classifica stabilita dalla particolare giuria si basa ovviamente sui gusti dei critici interpellati, gusti da cinefili che non comprendono i grandi film da incasso o i blockbuster. Tuttavia ci sono dentro i film di animazione Disney, come Alla ricerca di Nemo al novantaseiesimo posto o Inside Out al quarantunesimo. Tuttavia trovare un anime tra i primi quattro classificati non può che riempire di orgoglio gli appassionati del genere e anche i semplici fan.



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Elena Paoletta C

La mia personale esperienza al ristorante Akira, mi ha ricordato di alcuni appunti che avevo preso per un paragrafo della mia tesi e che riguardavano la cucina giapponese. Ora mi sembra il momento adatto per condividerli.

La cucina giapponese è una vera e propria arte. Solitamente per gli occidentali la cucina è prima di tutto rivolta all’appagamento del gusto, mentre per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco a tavola.

Per questa cucina infatti il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori e di forme che siano complementari ed equilibrate. 

L’occhio poco esperto dell’occidentale non ci fa caso, ma quando in un ristorante giapponese vengono servite delle pietanze si deve porre attenzione innanzitutto a come sono disposte le geometrie dei cibi e dei piatti, la regolare ed attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi, lo studio del colore di ciò che viene mangiato e perfino la ciotola dove viene servito. Tutto è sicuramente creato per essere guardato e poi assaggiato.

Al pari dei manga e degli anime, la cucina giapponese ha contribuito senza dubbio a far conoscere la cultura di questo lontano Paese, rimasto sconosciuto ai più per molto tempo e che ora vede in Occidente il proliferare di ristoranti tipici, dove il riso è l’alimento base di ogni piatto. 

La pietanza più nota del Giappone è senza dubbio il Sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce e che viene consumato con wasabi, una salsa molto piccante o shoyu, più noto come salsa di soia. Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell'Asia orientale e sud-orientale; talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell'inglese salsa Worcester.

Un altro tipo di salsa molto comune è il teriyaki; termine che si riferisce ai piatti cucinati con il suo impiego e alla tecnica con cui vengono preparati. La salsa e i piatti correlati sono caratteristici della cucina giapponese tradizionale. Tra gli svariati alimenti cucinati con la salsa teriyaki vi sono pollo, manzo, pesce, frutti di mare, tofu e tanti altri. Secondo la tradizione giapponese una pietanza teriyaki va consumata con il riso al vapore e verdure come accompagnamento.

Un piatto tipico è la Tempura, una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, pesci, crostacei e molluschi per poi friggerli, mantenendoli così leggeri e croccanti. 

Conosciuto in Occidente è anche il miso, un condimento ottenuto dalla soia, che serve per la marinatura e il condimento di piatti. Nell’anime Nana si vede cucinare spesso la zuppa di miso, una pietanza che viene servita soprattutto nelle giornate fredde.

Un altro piatto conosciuto fuori dal Giappone e molto apprezzato è il Ramen, che presenta varianti in ogni località nipponica, anche se è di origine cinese. È a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni di maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais. Teuchi, il proprietario del chiosco di ramen della serie animata Naruto, ha un grande rispetto per le arti culinarie e il suo ramen, a detta dello stesso Naruto, è il più buono del mondo. Curioso notare che il nome Naruto è anche quello di un tipo di kamaboko (cipolla) con una caratteristica spirale rosa, usato appunto nel ramen.




C’è un’enorme parte della cucina giapponese che non è però conosciuta; piatti nipponici visti in centinaia di anime e manga, ma difficili o quasi impossibili da trovare nei ristoranti occidentali.Il Nabemono, per esempio, è un piatto caldo il cui funzionamento è simile a quello della fonduta: gli ingredienti crudi come carne, pesce, funghi e verdure vengono immersi nella pentola in cui bolle il brodo e consumati sul momento. Per festeggiare l’inizio della seconda serie, i personaggi dell’anime Gintama decidono di mangiare la nabe, ma il diritto a prenderne il primo boccone darà inizio ad una folle guerra psicologica. Gli Udon sono gustosi “spaghettoni” che vengono serviti in un’infinità di varianti e con porzioni abbondanti. Il personaggio di Mirai dell’anime Kyokai no Kanata, che per mantenere i suoi poteri deve mangiare molto, va a rimpizzarsi in un ristorante dove si può mangiare quanto si vuole fino a scoppiare. Gli amici se ne accorgono perché quando la incontrano le cola il naso a causa del brodo bollente che ha ingurgitato velocemente. I Soba sono spaghetti di grano saraceno che vengono serviti in brodo, asciutti, caldi o freddi. Essendo quasi privi di grassi ma ricchi di vitamine e minerali, sono molto richiesti. Le ragazze del manga K-On, durante il festival scolastico gestiscono un ristorante di pane alla yaki soba, soba cotta alla piastra, che è stato poi realmente commercializzato in Giappone. Il Taiyaki è un tortino dall’inconfondibile forma di pesce. Solitamente è ripieno di anko, una marmellata di fagioli, ma anche di crema o cioccolato. Vista l’innata capacità dei giapponesi di rendere tutto kawaii, ossia grazioso, i takoyaki vengono spesso rappresentati con la boccuccia e gli occhioni.




Il riso al curry è uno dei piatti più amati dai giapponesi; la miscela di curry cremoso, carne, verdure e funghi è solitamente servita con il riso, ma è buonissima anche con gli udon o in un particolare panino fritto come si vede nell’anime Black Butler, dove il maggiordomo Sebastian inventa il panino fritto al curry (Karē pan man/ Curry bread man) per vincere un concorso di gara culinaria di piatti a base di curry. Uno dei motivi di rivalità tra Ranma ½ e Ryoga è proprio il panino al curry che si contendono a pranzo quando sono a scuola. Il riso al curry compare in quasi tutti gli anime diretti da Kunihiko Ikuhara: in Sailor Moon, Usagi e Mamoru aiutavano Chibiusa a cucinarlo e in Mawaru Penguindrum, Ringo lo considera il cibo da mangiare con chi si ama.In molti anime ci sono personaggi golosi di Tamagoyaki, una omelette giapponese molto particolare; le uova infatti vengono sbattute aggiungendo mirin e zucchero o salsa di soia e spezie, a volte anche del sakè, per poi friggere il composto ottenuto in una padella speciale, la makiyakinabe. Il tamagoyaki è uno dei piatti serviti a colazione e spesso viene incluso nel bento, il particolare portapranzo nipponico, sia nella versione dolce che salata. Il Gyudon è un piatto semplice ma saporito, che consiste in straccetti di carne e cipolla conditi con una salsa agrodolce e adagiati sul riso bianco bollito. Come spesso accade nella cucina giapponese, ha il pregio di essere un pasto completo. Okarin in Steins;Gate, una visual novel del 2009 da cui sono stati in seguito creati gli adattamenti manga e anime, si trova spesso a parlare in un ristorante di gyudon e sostiene che un vero guerriero dovrebbe riuscire a mangiarne da solo non un solo piatto, ma tutto quello cucinato. I Gyōza, sono ravioli ripieni di carne di maiale, una variante degli jiaozi cinesi ma con la pasta più sottile, cucinati con un bel po’ di aglio. Si mangiano caldi, conditi a piacere con salsa di soia e aceto di riso. I personaggi degli anime, a causa del loro forte sapore di aglio, iniziano a preoccuparsi quando il loro love interest li ordina ad un appuntamento. Anche se la loro consistenza somiglia ai pancake, gli Okonomiyaki sono definite per comodità “le pizze giapponesi”. Li cucinava Marrabbio, il padre di Licia nella serie animata televisiva Kiss Me Licia (1982), nel suo ristorante, ma si vedono anche in Ranma ½ (1989), quando Ukyo usa un’enorme paletta da okonomiyaki come arma da combattimento o nelle scene in cui lancia queste pizze dietro ai suoi nemici.L’omourice è una frittata di riso fritto. Il suo nome viene dalla parola francese omelette e da quella inglese rice; è molto popolare non solo in Giappone ma anche in Corea del Sud e a Taiwan. Il piatto è costituito dal riso fritto con pollo, avvolto in uno strato sottile di uovo fritto e condito di solito con il ketchup. I famosi Onigiri, probabilmente il cibo che compare più spesso negli anime, sono la prima cosa che che un appassionato di manga e anime occidentale mangia appena arriva in Giappone. Leggeri e sfiziosi, sono palline di riso avvolte nell’alga nori e farcite di quel che si preferisce. In Sailor Moon la prima volta che Usagi parla a Makoto ne approfitta per mangiare i suoi onigiri fatti in casa che hanno la forma di orsetti, coniglietti, panda e maialini. Infatti il riso si presta particolarmente come alimento per dare forma a diverse figure anime divertenti ed invitanti, come appunto le faccine di animaletti.




Il Katsudon è simile al gyudon, ma sopra al riso ci sono l’uovo e morbide fette di cotoletta di maiale impanata. È di buon auspicio mangiarlo prima di un evento importante, come un esame o una competizione sportiva. I nuotatori dell’anime Free! (2012), la notte prima della staffetta alle regionali, vanno a mangiare tutti insieme il katsudon per esorcizzare la sfortuna. Il Tonkatsu è composto invece da una cotoletta di maiale alta uno o due centimetri, impanata e fritta in abbondante olio. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme al cavolo cappuccio tritato e alla zuppa di miso. La Karaage è una frittura leggermente marinata in salsa di soia, aglio e zenzero. La versione più comune è quella a base di bocconcini di pollo, ma anche di seppie, polpo e manzo. Negli anime il karaage è un tipico elemento dei bento più accurati, i colorati portapranzo che rallegrano le pause scolastiche o lavorative nella gran parte delle storie. Kyaraben sono i bento dei più giovani. Preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime, esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola.




Le Takoyaki sono palline di polpo in pastella, servite con scaglie di tonno essiccato, maionese e salsa otafuku, un condimento denso e dolce di colore scuro. Sono uno spuntino tipico dei matsuri, le feste tradizionali, per questo si vedono negli anime quando ci sono eventi o festival da mostrare. Infilzati in uno spiedo, sono spesso rappresentati in modo kawaii con i grandi occhi e la boccuccia sorridente.In moltissimi anime, come Sailor Moon, nei bento si notano dei piccoli wurstel tagliati a forma di polipetto. Per prepararli si può usare un coltello o delle formine apposite per praticare dei tagli verticali e, mentre si cuociono bollendoli o arrostendoli, questi si aprono e formano i tentacoli. Per fare gli occhi e la bocca del polipetto si usano semi di sesamo nero oppure la fascia di tessuto tradizionale giapponese hachimaki con alga nori. I wurstel possono avere anche la forma di piccoli calamari o granchietti. Anche i dolci hanno un posto importante all’interno di manga e anime. Nella sua classica posizione da seduto con le ginocchia vicino allo stomaco, Elle in Death Note ne divora in ogni momento della giornata e la magica Creamy nella serie animata a lei dedicata, per il suo nome d'arte prende spunto dal sempre affollato chiosco di crepes dei genitori.Impossibile non collegare alla serie animata DoraemonDorayaki, deliziosi panini dolci dall’impasto simile ai pancake e farciti di anko, la marmellata di fagioli rossi (azuki), di cui il famoso gatto robot ne è ghiottissimo. In Occidente, nei numerosi festival e convention dedicati all’Oriente, si possono trovare farciti con la più classica nutella. 




I Mochi sono popolarissimi dolcetti a base di pasta di riso glutinoso; sono tondi o cilindrici, morbidi, colorati e gommosi, molto carini oltre che buoni. Sono i dolci tipici del capodanno ed esistono semplici o farciti ma, data la loro consistenza, il rischio di soffocare è concreto, per questo spesso vengono usati nelle scene di manga e anime a sfondo comico. Un dolce classico è la Kurisumasu keki, la torta natalizia giapponese. Il Natale in Giappone è una festa importata e si è sviluppata per fini commerciali; infatti il 25 dicembre è tradizione andare a cena fuori e scambiarsi regali tra amici e fidanzati, ma non può mancare assolutamente la torta panna e fragole. Nell’anime Nana, Hachi ne prepara una per i suoi amici del complesso Black Stones per festeggiare il loro primo concerto e una torta di fragole, regalata da una fan, addolcisce la fredda notte di Nana e Ren, che se la dividono sotto la neve. Anche l’industria delle caramelle giapponesi è altamente competitiva per quanto riguarda il kawaii, tanto da sfornare nuovi prodotti ogni settimana in tutto il Paese. In questa lotta per conquistare lo spazio sugli scaffali dei negozi, alcune caramelle sono diventate dei classici e sopravvivono da molti decenni. Tra queste molte hanno un disegno carino, come le Apollo Strawberry Chocolate con una forma ispirata al programma spaziale Apollo del 1960 o le Konpeito, un tipo di caramelle a base di zucchero che sono il cibo preferito di una creatura immaginaria nota come “gremlin della fuliggine” (Susuwatari). Se c’è una cosa che affascina del cibo giapponese sono sicuramente gli snack e in particolare la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in uno spuntino da poter confezionare e mangiare al volo.Insoliti, colorati, improbabili, gli snack giapponesi sembrano usciti direttamente da un anime e rappresentano un universo a parte all’interno della complessa cultura culinaria giapponese.Il primo boom degli spuntini in Giappone avvenne nel quindicesimo secolo, quando i samurai inventarono piccoli alimenti da portarsi dietro in previsione di lunghe battaglie. Molti di questi snack sono sopravvissuti fino ad oggi. L’ondata successiva di innovazione degli spuntini arrivò nel 1860, dopo che i mercati giapponesi improvvisamente aprirono i commerci con l’estero. Gli spuntini in stile occidentale furono tra i primi prodotti delle fabbriche giapponesi che annunciarono l’inizio dell’industrializzazione del Giappone. L’industria alimentare degli spuntini è diventata altamente competitiva e le marche più popolari introducono nuovi sapori e nuovi prodotti su base mensile, al fine di ottenere sempre più spazio sugli scaffali di negozi e supermercati. Il problema è che gli spuntini vanno e vengono rapidamente; appena qualcosa inizia ad essere di gradimento comune, ne viene smessa la produzione. In questo ambiente in continuo cambiamento, sono pochi gli snack che hanno resistito nel tempo fino a diventare dei classici intoccabili.Non c’è limite a quello che si può acquistare inserendo una monetina in un distributore automatico di cibi e bevande; i distributori automatici sono una presenza costante per i giapponesi, si trovano ovunque e contengono qualunque cosa.Tra gli snack dolci sono immancabili quelli al cioccolato, ma tra i tanti ce ne sono con varianti alla fragola, al tè verde e all’anguria. Il Kit Kat trova i suoi natali nel Regno Unito ed è probabilmente uno degli snack più “anziani”, considerando che venne alla luce nel lontanissimo 1935 con il nome di Rowntree’s Chocolate Crisp. In Giappone il wafer interno del Kit Kat rimane quello, con la stessa friabilità e croccantezza, ciò che varia è la crema del ripieno e lo strato di copertura esterno. Viene realizzato in decine di gusti e colori diversi tra i quali, quello al cheesecake, alla mela verde, ai fagioli rossi e alla patata dolce. Il kit kat è molto popolare tra i ragazzi giapponesi perché viene considerato un portafortuna per gli esami; infatti il suo nome è molto simile ad una frase che significa “sicuramente vincerai”. I Pocky, che corrispondono ai Mikado occidentali, sono i più popolari dolci da merenda giapponesi. Nascono come un semplice bastoncino di biscotto avvolto per metà da una crema al cioccolato al latte e solo più tardi, nel 1976, vennero aggiunte delle varianti: banana, fragola, cocco, tè verde, mandarino, melone, litchii e ai più impensabili sapori, come quelli al gusto di pizza o di insalata, ma quelli al cioccolato nella confezione rossa sono un classico senza tempo. Varianti più ricche e sostanziose si ritrovano nelle edizioni speciali, molto più simili a veri e propri dessert che a semplici snack per sopprimere la fame tra un pasto e l’altro. La copertura del biscotto è di quantità maggiore e comprende i sapori dei dolci tradizionali di tutto il mondo, come la torta alla fragola, castagne glassate (marron glaces), e anche il tiramisù. Il termine pocky è onomatopeico; si riferisce infatti al suono che fa quando è morso “pokkin”. Restano uno degli snack più popolari tra i teenegers locali e per questo sono spesso rappresentati in manga e anime dedicati alla loro fascia di età. Pocky è uno snack particolarmente amato dai giapponesi sia per la sua forma che per la caratteristica confezione che lo rende uno spuntino facilmente condivisibile con amici o colleghi, quindi adatto alle merende in compagnia, per i viaggi e gite. La confezione stessa è stata studiata per essere pratica e maneggevole, in modo da poter essere portata dovunque occupando il minimo spazio indispensabile. Complice della diffusione del Pocky, anche nel panorama occidentale, è sicuramente il mondo degli appassionati di manga e anime. Non è raro infatti trovare i protagonisti delle loro serie preferite mentre si rilassano sgranocchiando i famosi bastoncini glassati al cioccolato, o intenti a condividerli con i compagni tramite l’ormai celebre Pocky Game, un gioco le cui regole sono semplici e che viene ripreso nella realtà: ogni giocatore prende tra le labbra un’estremità del biscotto e inizia a mangiarla fino a che le due bocche non si incontreranno al centro; chi rompe il bacio perde. Il Tokyo Banana è un dolcetto a forma di banana molto popolare tra i turisti che lo acquistano come souvenir da portare a casa al loro rientro in Patria. Il Tokyo Banana è fatto di pandispagna, con un ripieno cremoso di vari gusti. Molte caratteristiche sono le decorazioni kawaii e soprattutto il modo con cui vengono confezionati.




Tra gli snack salati, gli Umaibo sono quelli più venduti in Giappone. Si trovano al gusto di formaggio, alla pizza, al takoyaki (polpette ripiene di polpo) e al più normale gusto salad. Hanno la forma di bastoncini e la consistenza di patatine al formaggio; sulla loro confezione è raffigurato il gatto protagonista del famoso anime Doraemon. In Giappone le patatine fritte confezionate hanno i gusti più diversi che vanno dalla maionese e capesante, al wasabi, alle alghe, all’umeboshi (prugne salate), al tè verde, al cornetto e al caffè.Ci sono poi snack molto particolari che non trovano riscontro in Occidente come le sfoglie di calamaro essiccato con maionese, i crackers alle alghe o i calamari fritti al cioccolato; tutti rigorosamente confezionati in pacchetti monoporzione, pronti per essere consumati.L’atto di mangiare in Giappone, non è dunque un semplice gesto per nutrirsi, bensì è una parte intrinseca della cultura nipponica. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia, sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata e il suo rispetto per ogni forma di espressione artistica.



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Elena Paoletta C

Oggi vi parlo di un bellissimo manga che racconta una storia d’amore tormentata e che, insieme a Nana, considero tra i miei preferiti: Vampire Knight.

É uscito in Italia nel 2006 ma io l’ho scoperto, sempre grazie a mia sorella, qualche anno dopo nel 2010 quando ancora non leggevo manga (cioè quelli che io chiamavo fumetti, mentre lei aveva già collezionato tutta la serie di Ranma½).

Visto che leggevo poco o niente, mia sorella per invogliarmi alla lettura mi consigliò proprio Vampire Knight, dato che condividiamo la stessa passione per le storie sui vampiri. 

Affascinata da ciò che lei mi raccontava sui personaggi e incuriosita anche dal titolo, decisi di andare in fumetteria per la prima volta ad acquistarlo. Arrivata al pari con i volumi già pubblicati, ho dovuto aspettare però diversi mesi prima di leggere un altro volume perché le uscite andavano a rilento. Questo mi procurava ansia perché non vedevo l’ora di sapere come proseguiva quella storia piuttosto complessa, ma a cui mi ero senza dubbio appassionata.

Vampire Knight mi ha coinvolta ed emozionata dall’inizio alla fine, anche se purtroppo il finale del manga (per quanto in parte credo sia giusto) lascia il lettore con un po' di amarezza perché alcune cose non sono chiarite ma vengono lasciate in sospeso.

Lo ritengo importante perché è stato il primo manga che ho comprato e che ha fatto scattare in me la voglia di leggerne sempre di più e di collezionarli. Mentre lo leggevo ho scoperto che esisteva anche una serie animata e che era stata doppiata in italiano. Sicuramente a livello emozionale l’anime rende di più rispetto al manga, soprattutto grazie alle sigle che con le parole accennano alla storia, mentre la musica gotica di sottofondo sottolinea gli stati d’animo dei personaggi, i loro conflitti interiori e l’atmosfera cupa, carica di tensione di questo bellissimo e misterioso racconto. L’anime è composto da due serie: Vampire Knight e Vampire Knight Guilty e la storia ricopre fino al volume 10 del manga; nel 2009 è stato pubblicato in Italia il primo DVD della serie.


Dopo il successo del manga sono state realizzate anche tre light novel ispirate alla saga, ma non direttamente legate alla storia. Il terzo romanzo, Vampire Knight: Sogno d’argento, uscito in Italia nel 2014 e che io ho acquistato, contiene sei storie che si ricollegano ai fatti avvenuti nel manga e gettano una nuova luce sugli amatissimi personaggi, regalando un inedito punto di vista per rileggere ed apprezzare ancora di più i momenti salienti della storia. Rivelano interessanti retroscena, illustrano buchi narrativi lasciati all’immaginazione, danno delle sicurezze circa le questioni sentimentali e arricchiscono alcuni personaggi, mettendo in evidenza il loro lato più “umano”.

Il grande successo del manga è indubbiamente dovuto anche ai disegni; l’autrice Matsuri Hino si concentra più sui personaggi che sugli sfondi. Le sue illustrazioni hanno subito una grande trasformazione rispetto ai primi volumi. Sono infatti molto cambiati nei tratti, che all’inizio erano più spigolosi e meno morbidi, questo forse per mostrare la crescita dei protagonisti. I personaggi sembrano tutti molto somiglianti anche se le principali differenze si riscontrano negli occhi e nei capelli, che sottolineano le caratteristiche particolari di ognuno e delineano le espressioni attraverso le quali si riesce ad intuire il loro carattere, cosa provano e cosa dicono anche senza parlare.

Vampire Knight è composto da diciannove volumi ed è uno shōjo manga fantasy.

Lo shōjo indica una tipologia di manga rivolto per lo più ad un pubblico femminile di età superiore agli undici-dodici anni e fino ai diciotto (una fascia d’età compresa tra la fine dell’infanzia e l’inizio della maturità), anche se i maggiori successi vengono comunque letti da persone di età maggiore e di genere maschile.Solitamente lo shōjo introduce un’incantevole storia d’amore romantica, abbellita con elementi fiabeschi dove, nonostante ostacoli e avversità, alla fine è possibile superare tutto ed essere felici, ma in Vampire Knight non è proprio così…Si tratta pur sempre di vampiri!

Dimenticate Twilight, Vampire Knight è una storia più complessa, più cupa, con tinte dark e gotiche, ricca di suspance e colpi di scena. Non è la classica storia sui vampiri che fanno paura o che sono oggetto di attenzioni amorose da parte della bella protagonista, ma pone al centro della narrazione un triangolo amoroso tormentato non tanto per le pene d’amore, ma per il passato dei tre protagonisti che li lega l’uno all’altro per circostanze diverse. I loro sentimenti cambiano e si evolvono man mano che crescono, anche se i loro coinvolgimenti emotivi sono pur sempre quelli di normali adolescenti che conducono una vita apparentemente come quella dei loro coetanei.

Di vampiri si è parlato tanto, ci sono diverse teorie e racconti, ma dopo aver letto questa storia ci si rende conto di come la condizione di essere un vampiro non sia propriamente privilegiata anche se spesso si invidiano i loro poteri e soprattutto la loro immortalità.

Come sempre quando si segue una storia, ognuno ha il proprio personaggio preferito e di conseguenza un proprio punto di vista che propone forse una diversa interpretazione degli eventi. Senza svelarvi particolari o troppi dettagli, vi dirò la mia attraverso le parole dei personaggi e un’analisi del loro sofferto percorso provando a spiegarvi perché questo manga mi ha così emozionata e coinvolta.

«”Vampiro” …Significa belva in forma umana che succhia il sangue delle persone. I vampiri esistono, è solo che tu non te ne rendi conto…. Le persone non si devono avvicinare ai vampiri, se ti avvicini troppo a loro, sarai catturato da quegli occhi…».Con questo incipit vengono introdotti i principali elementi di inquietudine dei tre protagonisti resi ancora più evidenti attraverso gli occhi espressivi, che rispecchiano gli stati d’animo senza bisogno di troppe parole.



Vampire Knight è ambientato principalmente nella Cross Academy, un prestigioso Istituto privato con un’insolita struttura delle classi. Gli studenti sono infatti divisi tra Day Class, composta da ragazzi con la divisa nera che svolgono le lezioni di giorno e Night Class, ragazzi con la divisa bianca che svolgono le lezioni di notte, un’elite di bellissimi geni che in realtà sono tutti vampiri guidati da Kaname Kuran. Gli umani della Day Class ignorano il fatto che gli studenti della Night Class siano vampiri. Di questo segreto ne sono a conoscenza solo tre persone: il fondatore dell’Academy Kaien Cross e i suoi figli adottivi, Yuki Cross e Zero Kiryu. I due ragazzi fanno parte del comitato disciplinare e hanno il compito di assicurare una convivenza pacifica tra umani e vampiri, mantenere ordine e sicurezza nelle vesti di Guardian, ma soprattutto far sì che nessuno venga a conoscenza di quel particolare aspetto della Night Class. La storia è interessante dal punto di vista narrativo perché presenta diversi salti temporali e ha una struttura circolare: la prima parte si svolge all’interno dell’Istituto Cross, mentre la seconda anche al di fuori per poi tornare nuovamente dentro l’Istituto.

Vampire Knight è un manga sensuale ed intrigante, ma con momenti anche comici che servono ad intervallare la drammaticità della storia: ad esempio le scene di vita scolastica soprattutto quelle nel dormitorio della Night Class, i battibecchi quotidiani di Zero e Yuki, oppure quando lei si addormenta durante le lezioni perché ha lavorato come Guardian tutta la notte o quando ha difficoltà nello studio che Zero tenta di farle superare.

É fondamentale sapere come sono suddivise le diverse tipologie di vampiro, perché l’autrice mostra gli sconvolgimenti della loro complessa società, anche attraverso storie di personaggi secondari enigmatici e i loro misteri da svelare. Dimostra attraverso situazioni tese, come un membro della propria famiglia può arrivare a tradire per prendere il potere, come gli amici a volte feriscono e possono diventare nemici, mentre quello che si crede un nemico può diventare il tuo migliore alleato. 

Nella scala gerarchica dei vampiri di Vampire Knight esistono cinque status sociali:

LIVELLO A: Sangue puro. Non hanno alcun tipo di sangue umano nelle vene, sono puri fin dalla nascita. A loro spetta il ruolo di supervisori e di guide dell’intera società dei vampiri. Possono trasformare in vampiro le persone che mordono e se mordono un altro sangue puro ne possono acquisire il potere bevendone il sangue, tirando però a sé una specie di maledizione o di sventura.

LIVELLO B: Classe nobiliare. Anche a loro spetta il compito di sorvegliare le classi inferiori, pur rimanendo comunque dei sottoposti nei confronti dei sangue puro che sono molto più numerosi. Tutti i membri della Night Class sono nobili, ad eccezione del capoclasse Kaname Kuran che è un sangue puro.

LIVELLO C: Vampiri comuni. La stragrande maggioranza dei vampiri rientra in questa categoria; non hanno mansioni speciali ma devono sottostare alle direttive dell’aristocrazia. Appartengono a questa classe anche i vampiri ex-umani che sono riusciti a stabilizzare la sete di sangue. Le loro prerogative sono: forza superiore, velocità e rigenerazione.

LIVELLO D: Vampiri ex-umani. Sono vampiri ormai assetati di sangue tanto da esserne ossessionati. Attaccano gli umani appena ne hanno l’occasione stando attenti a non rischiare di essere scoperti. Quindi pur mantenendo in parte le capacità mentali, non sono ben visti dal resto della società. Vengono considerati solo uno status intermedio prima di abbassarsi al livello E, che possono evitare solo se riescono a bere il sangue del sangue puro che li ha trasformati.

LIVELLO E: Livello End. Termine usato per classificare tutti quei vampiri una volta umani, che sono ormai bestie in preda alla sete di sangue e attaccano gli umani a vista. Non hanno più la capacità cognitiva e spesso sono eliminati nel giro di poco tempo dagli Hunter (associazione di cacciatori apposita) o dalla stessa classe nobiliare perché considerati un disonore.

Come in molti racconti, i vampiri di Vampire Knight appaiono agli occhi umani estremamente belli ed affascinanti, ma si differenziano dai classici vampiri perché al sole non diventano cenere, anche se possono ustionarsi facilmente e sono più deboli rispetto a quando è notte, al punto che hanno bisogno spesso di fare un riposino. Si riflettono negli specchi e possono essere feriti però è molto difficile ucciderli.

Quando un sangue puro viene ucciso si sgretola in cristalli, mentre i vampiri normali si dissolvono in granelli di sabbia. Tutti i vampiri possono essere uccisi con la decapitazione oppure pugnalando il cuore con specifiche armi anti-vampiro. Possono riprodursi sessualmente e tra i sangue puro è consentito, quindi abbastanza frequente, il matrimonio tra fratelli per preservare la razza.

I vampiri di livello A e quelli della classe nobiliare possiedono dei poteri: ad esempio sono in grado di cancellare la memoria, dispongono della telecinesi e alcuni riescono a manipolare gli elementi. Inoltre un vampiro, meno sangue umano possiede nelle vene, più a lungo vive; per questo i livelli A vivono in eterno, i livelli B vivono estremamente a lungo e i vampiri comuni molto a lungo.

Un vampiro può essere dissetato completamente solo bevendo il sangue della persona che ama e questo lo disseta maggiormente se l’amore è ricambiato. Inoltre bere sangue di un altro vampiro, può essere visto come un gesto d’amore. Il sangue dei livelli A è bramato da molti, in quanto sembra dia molto potere; tuttavia anche solo chiedere di berlo è considerato un affronto. Solo i vampiri appartenenti a questo livello possono trasformare gli esseri umani in vampiri, ma se questi poi non bevono il sangue di un sangue puro sono destinati fatalmente a trasformarsi in un livello E.

I vampiri per dissetarsi possono nutrirsi benissimo con delle pasticche chiamate “pastiche ematiche” al sapore di sangue, un po' come gli esseri umani che al posto della carne mangiano solo legumi e verdure o quelli che sostituiscono i pasti con delle barrette iperproteiche.

I personaggi sono tutti, chi più chi meno, tormentati ed emotivi; si intuisce dai loro sguardi e dai discorsi che fanno, dal loro passato, dai monologhi interiori pieni di riflessioni e pensieri intimi e profondi:

«Quando ci si abbandona all’abbraccio delle tenebre è una liberazione, è vero. In quella morsa gelida si annulla ogni dolore. Eppure, continuo a credere che ci sia un modo per uscire tutti quanti, un giorno, da questo bosco scuro intriso di dolore e far sì che i nostri corpi gelidi siano finalmente riscaldati dalla luce del sole».I tre protagonisti intraprendono ognuno un percorso di vita diverso per mettere fine a quel combattimento interno che mina le loro già complesse personalità.


Yuki Cross è la protagonista, una ragazza carina, socievole, affettuosa e sempre sorridente, forse un po' infantile e distratta, ma di indole dolce e gentile, tanto che il padre adottivo le sceglie un nome adeguato:

«Kaname ha detto che le fanciulle sono tutte principesse. Quindi da oggi in poi pensavo di chiamarti Yuki che significa principessa gentile…bello vero?»Il nome giapponese Yuki è infatti una combinazione della parola Yu che significa “gentile” e Ki “principessa”; è interessante notare che Yuki può significare anche “neve”.

Purtroppo lei non ricorda nulla dei suoi primi cinque anni di vita e il suo percorso di crescita si basa proprio sulla ricerca del suo passato. La sua mente sarà presto attanagliata da dubbi e da visioni sanguinose, soprattutto quando scoprirà che Kaname Kuran, il ragazzo di cui è da sempre innamorata, le nasconde un segreto che riguarda proprio la sua infanzia. Yuki è sempre stata legata a quel ragazzo che le ha salvato la vita quando stava per essere uccisa da un vampiro e che poi l’ha sempre protetta, guardandola in lontananza e vegliando silenziosamente su di lei. Fin da bambina Yuki si è sempre confidata con Kaname; gli raccontava ogni cosa che la riguardasse e, anche se ha sempre pensato che gli occhi dei vampiri le facessero paura, non riesce a guardare altro:

«Grazie a te ho aperto gli occhi Kaname e per la prima volta ho scoperto il mondo. Prima tutto nella mia testa era solo bianco…ma la tua presenza ha dato colore alla mia vita».

Kaname è il vampiro più rispettato e temuto dagli altri studenti-vampiri perché appartiene alla stirpe dei "sangue puro". Possiede dei poteri unici e straordinari e tutti gli ubbidiscono da quando ha ordinato di seguire le regole stabilite dagli umani.

Yuki è consapevole di ciò che comporta essere un vampiro, della necessità di sangue e del pericolo che corre, non si spiega però perché lui l’abbia salvata e vuole cercare la verità a tutti i costi. Si renderà conto ben presto che Kaname non le dà risposte perché vuole tenerla al sicuro, lontana da ogni tormento poiché è misteriosamente legato proprio a quei ricordi che lei non riesce a recuperare. Yuki ammira Kaname, le è devota e gli sarà sempre debitrice; per lei rappresenta il suo inizio, il suo destino.

Lei dentro di sé sente che resterà per sempre legata a Kaname e anche se la sua vita cambierà, non cambierà mai il suo amore per lui. Sarà sempre innamorata di quel vampiro di sangue puro che ha sacrificato tutto per lei e senza il quale non esisterebbe:

«I miei ricordi iniziano quel giorno di neve di dieci anni fa…il bianco della neve e il rosso del sangue…poi la paura…ed infine, il ricordo di quel dolce abbraccio».



Kaname Kuran è un personaggio ambiguo e complesso e non tutti riescono a comprenderlo davvero, ma è proprio nella sua complessità che risiede tutta la sua bellezza, perché niente di ciò che lo riguarda è scontato, anche se il suo lato distaccato e calcolatore a volte spaventa. In più occasioni dimostra che il suo amore per Yuki è così grande da volerla possedere a tutti costi anche attraverso il desiderio di bere il sangue della ragazza che ama e trattenersi è per lui una dimostrazione di rispetto e anche una prova d’amore. Si percepisce subito il suo lato protettivo, a tratti ossessivo verso di lei; non vuole lasciarla andare, per questo cerca in ogni modo di rassicurarla e se potesse vorrebbe portarla lontano dai suoi ricordi per paura che questi possano distruggerla, perché lui li conosce nei minimi dettagli.

Kaname agli occhi di tutti rappresenta un mistero. Non si comprende mai ciò che sa e pensa realmente; è spesso subdolo e manipolatore, bugiardo, troppo testardo e fermo sulle sue convinzioni. Per attuare il suo piano di cui nessuno è a conoscenza, sfrutterà tutte le persone e i vampiri che lo circondano come se non gliene importasse nulla delle loro vite, ma in realtà non è proprio così…Appare estremamente egoista ed indifferente a tutto e a tutti e considera gli altri come pedine da manovrare, ma quello che pensa e che fa ha uno scopo ben preciso, tutte le sue azioni sono ragionevolmente ben motivate anche se non se ne viene a conoscenza fino alla fine della storia.

Kaname ha vissuto fin troppo a lungo ed è tremendamente stanco della sua esistenza di vampiro; soffrendo si ritira nella sua solitudine e nel suo silenzio, risultando così più fragile di quanto si possa immaginare. Si percepisce quasi subito, poi è evidente nel corso della storia, che la sua sofferenza e la sua solitudine non avranno mai fine. Ha sempre difeso la razza umana e desiderato restare insieme a Yuki, ma ciò che vuole di più in assoluto è osservare il mondo con gli occhi di un umano e non più con quelli di un vampiro, che conoscono soltanto oscurità. Lui è consapevole fin dall’inizio del suo destino e lo accetta con maturità e responsabilità; Yuki rappresenta la sua sola fonte di luce, perché non ne è mai stata totalmente immersa in quell’oscurità:

«Ascolta Yuki. Non è il mondo che è meraviglioso, ad esserlo è il tuo sguardo. Quando i tuoi occhi si posano sul mondo, il mondo diventa bello».In Yuki vede quindi quello che gli è sempre mancato: voler vivere una vita da essere umano per poter restare al suo fianco quanto più possibile e sapere che i suoi sentimenti sono ricambiati senza più dover soffrire. Questo è ciò che realmente prova, oltre all’affetto sincero e all’amore indiscusso che lo legano alla ragazza. Il loro rapporto può essere inteso come vincolo di appartenenza, un legame unico ed inscindibile che lega due esseri in modo speciale. Questo tipo di legame così forte è basato su eventi, fatti e coinvolgimenti che non è possibile ripetere con altri, perché ciò che Yuki vive con Kaname sono esperienze e sensazioni uniche, che la “costringono” a rimanere attaccata a lui per sempre. Dal canto suo lui fa capire costantemente quanto tiene a Yuki, preoccupandosi profondamente per lei e circondandola di un amore eterno, nel senso più romantico della parola. Lei è preziosa, per lui rappresenta tutto il suo mondo; una persona rara, diversa da tutte quelle che lo circondano. Yuki è una creatura in grado di farlo sentire bene nonostante tutto, che gli dà calore e conforto fin da quando era bambina, quando per lui era forse più facile starle accanto, proteggerla e tenerla lontana da ogni pericolo.

Kaname non ha mai creduto nell’esistenza di una persona come Yuki, qualcuno che lo facesse sentire in quel modo speciale e i ricordi che ha di lei bambina desidera fortemente custodirli per sempre, perché sono quelli che lo rendono felice.

Kaname e Yuki sono vicini ma allo stesso tempo lontani e per quasi tutta la durata della storia i due si allontanano e si respingono, ma non possono fare a meno l’uno dell’altra e cercano sempre un modo per restare insieme. Non smettono mai di cercarsi, di incontrarsi, perché sanno benissimo che si appartengono. Nonostante ciò sanno anche che non potranno mai essere felicemente uniti; ne è consapevole soprattutto Kaname e il loro sentimento viene sempre sottolineato da questa troppo grande, ma inevitabile distanza che li separa e li fa soffrire.

Il loro amore è difficile da accettare e da capire e i loro comportamenti appaiono per certi aspetti irritanti. In più di un’occasione Yuki si rivela troppo testarda ed egoista e con l’avanzare della storia sembra sempre più sottomessa a Kaname. Spesso si caccia in situazioni assurde, un po' forzate, che la fanno risultare troppo ingenua ma ostinata, indifesa e dalla lacrima facile. Kaname invece ha un modo di rapportarsi diverso da tutti, sia per il carattere che per l’educazione ricevuta, sia per il ruolo che ricopre nella società dei vampiri che per le responsabilità che ricadono su di lui.

È sempre calmo, impassibile e lucido, tanto da risultare freddo ed autoritario con i suoi compagni, mentre con Yuki è sempre gentile e dolce, anche se a volte le sorride forzatamente e diventa sfuggente per non soffrire troppo. Il suo linguaggio tagliente e poetico, la sua bellezza e il suo fascino irresistibile, la sua aura misteriosa, la sua intelligenza e logica mista ad ironia, il suo amore e il senso di protezione verso Yuki, il suo bisogno di sentirsi amato, la sua solitudine e malinconia, lo rendono un personaggio unico nel suo genere. All’inizio della storia non rivela il suo tormento ma sembra essere perfetto, soprattutto agli occhi di Yuki che lo idealizza forse troppo. Kaname diventa mano a mano il maschio dominante e riesce a conquistarla grazie alla sua forza, quella che offre riparo e protezione con le sue spalle larghe e i suoi abbracci rassicuranti.

Spesso quando sono soli, lui la tiene stretta a sé e il modo in cui la guarda è carico di amore e dolcezza ma allo stesso tempo di profonda tristezza:

«Vuoi diventare un vampiro? Vuoi trasformarti in un mostro che si nutre di sangue ed essere condannata a vivere al mio fianco per l’eternità?».


 


In questa storia d’amore c’è un altro protagonista: Zero Kiryu, vampiro ex-umano cresciuto insieme a Yuki verso la quale nutre sentimenti fraterni e di affetto sincero, tanto che i due riescono a stringere un’amicizia profonda che li legherà per sempre.

Zero è un vampiro di livello D perché la sua famiglia era umana, una generazione di cacciatori di vampiri ferocemente uccisa da una vampira di sangue puro. Insieme a lui era sopravvissuto solo il fratello gemello che però la donna ha portato via con sé e, proprio per questo motivo, ha sviluppato un profondo odio contro i vampiri, pur essendo stato trasformato lui stesso perché morso durante l’attacco.

Ha un modo di fare avventato, scontroso e scostante che risulta a volte fastidioso e a tratti pesante, difficile da comprendere; in realtà sotto questa apparenza da duro nasconde un animo fragile e sensibile. Spesso è cupo, cinico, schivo, sempre sulla difensiva e può comportarsi in maniera fredda ed ostile quando sembra pensare solo a sé stesso.

All’Istituto impara le tecniche più efficaci contro i vampiri, convinto nel proprio intimo che non potranno mai diventare delle creature buone e gentili, ma che sono e saranno sempre e soltanto mostri assetati da continuo desiderio di sangue, per questo il suo fine ultimo è eliminarli.

La vita di Zero è cambiata irrimediabilmente; a causa della sua terribile infanzia ha costruito barriere intorno a sé e non riesce ad aprirsi agli altri. Si è lasciato travolgere dalla sua solitudine fino al giorno in cui è stato adottato e Yuki lo ha consolato iniziando a stargli vicino, prendendosi cura di e cercando di proteggerlo dai suoi tristi pensieri con la leggerezza dei suoi sorrisi e i suoi goffi tentativi di distrarlo.Zero però all’inizio nasconde a Yuki il fatto di essere un vampiro, anche se questo suo segreto influisce nei suoi atteggiamenti e nei suoi pensieri più profondi. Con il passare del tempo il desiderio di protezione verso gli umani e la comprensione che Yuki gli dimostra preoccupandosi per lui, lo porta ad innamorarsi di lei. I due si trovano però spesso a litigare, il più delle volte perché Zero non sopporta le numerose attenzioni di Kaname nei confronti della ragazza. La gelosia è comunque il tipo di sentimento che accomuna i due vampiri, perché anche Kaname non approva il comportamento di Zero, un livello inferiore che si appropria di ciò che secondo lui gli appartiene.

Zero compie un percorso travagliato che gli logora l’anima anche se Yuki attribuisce questa sofferenza ai tragici eventi familiari senza accorgersi dell’amore che lui prova per lei. Quando scoprirà sulla propria pelle che Zero è un vampiro, allieverà le sue sofferenze donandogli spontaneamente il suo sangue ogni volta che lui ne avrà bisogno. Pur non riuscendo a confessare quello che prova da sempre per Yuki, Zero lotterà per tenerla accanto a sé, perché lei è l’unico rimedio alla sua solitudine, l’unica ragione per non restare immerso nel suo dolore. Per Yuki lui è il “il ragazzo dalle pupille rosso fuoco”, che si posano su di lei e, nonostante il suo sguardo la spaventi, non riesce a sottrarsene e ne è sempre più attratta, tanto che quel legame fatto di debolezze e ricordi li unisce in modo particolare. Sembra non esserci razionalità nei sentimenti che provano, ma soltanto passione e desiderio continuo di donare e bere sangue.

Zero è incapace di gestire ciò che prova ma anche la sua continua sete di sangue, per questo non riesce a controllarsi come vorrebbe e ciò lo fa risultare un personaggio forse più realistico rispetto a Kaname. Questa sua prerogativa umana di fragilità per la continua lotta contro ciò che è diventato, lo fa piacere sicuramente di più rispetto agli altri personaggi; lui incarna lo stereotipo del ragazzo per cui vale la pena rischiare, osare, ma anche perdere o rinunciare a qualcosa per aiutarlo nell’accettazione della sua condizione.

Sia Kaname che Zero hanno alle spalle un passato difficile e tormentato, presentano due caratteri particolari ma diversi anche se a tratti hanno alcune somiglianze, come il fatto di essere due bellissimi ragazzi, di poche parole, con un’espressione indecifrabile sul volto che li fa risultare scostanti e sulle loro.

Ciò che più li accomuna, oltre ad andare contro la loro natura di vampiro, è l’amore e il forte desiderio di proteggere Yuki, la ragazza che amano profondamente, ma in modo diverso. Zero la ama con tutte le sue debolezze umane tra cui la costante paura di perderla; Kaname con tutta la sua indole complessa ma nella convinzione che Yuki tornerà sempre da lui:

«Anche se senti qualcosa per lui, hai comunque detto che resterai accanto a me per sempre…Anche se scegliere solo uno di noi ti farà soffrire per sempre…ed è proprio questa la prova del tuo vero amore per me».Se Zero è centrale nell’opera, tutta la storia è però retta da Kaname; lui è il punto di forza, elegante e composto, una figura inafferrabile al di sopra di tutti anche più di quella del cavaliere, come richiama il titolo del manga, tanto che la stessa Yuki lo chiama “il nobile Kaname”. 



Non nascondo che Kaname Kuran è il mio personaggio preferito, non soltanto per la maturità che mostra di avere, ma perché riesco a comprendere tutta la sua grande tristezza e malinconia per essere quello che è e non poter cambiare le cose. L’ho molto rivalutato anche guardando l’anime, di cui ho apprezzato in particolar modo il doppiaggio italiano che ha reso bene il suo carattere attribuendogli una voce sensuale e più profonda, che rispecchia al meglio la sua forte personalità.

Zero invece è allo stesso livello di Yuki; i due sembrano proprio essere fatti l’uno per l’altra. Insieme a lei prova a superare le disastrose conseguenze del suo passato e grazie al suo affetto e alla sua dedizione può andare avanti e non vuole perderla a causa di Kaname.

Non è preparato all’idea di vederla andare via perché in questo modo deve trovare da solo la forza per perdonare sé stesso, accettare di essere ciò che è diventato e capire che lui non ha colpe se suo malgrado ora è un vampiro; solo così potrà mostrare i suoi veri sentimenti a Yuki e riuscire a stare al suo fianco per sempre finalmente felice insieme a lei. Ci riuscirà?...

C’è un unico momento in cui Zero ha la certezza di poter ricominciare da capo e che il suo amore possa essere da Yuki compreso e se non accolto, comunque ascoltato:

«Non importa se nel tuo cuore c’è anche un altro; io so quali sono i tuoi sentimenti per me, io sono una delle persone che ami e questo mi basta».

Queste sue parole fanno riflettere su quanto tutti e due i protagonisti maschili siano importanti nella vita di Yuki. Zero la protegge dai suoi incubi pur non conoscendo il suo passato e la fa sentire viva, necessaria per la sua vita in quanto lo nutre con il suo sangue e in lui Yuki vede un amore più umano e per questo raggiungibile; Kaname conosce bene il suo passato, vuole tenerla lontano da ogni tormento che questo potrebbe causarle e cerca di farla rimanere il più possibile nel suo mondo incantato, dove non esistono brutti ricordi. Avendole salvato la vita, rappresenta per Yuki l’amore romantico per eccellenza, quel tipo di amore eterno ma impossibile.Si può amare qualcuno che non ti rende felice? Kaname senza Yuki accanto soffrirebbe ancora di più, ma è perfettamente consapevole di ciò che lei prova per Zero e viceversa. Inoltre sa bene che la forza dei suoi sentimenti non può bastare a colmare la distanza che li separa e finirà sempre per far piangere il suo cuore, perché il loro è un amore irrealizzabile. Zero, da parte sua, non potrà mai perdonare al suo rivale il modo in cui ama Yuki proprio perché non le permette di “ridere dal profondo del cuore”.

Rendersi conto di essere legati a qualcuno nonostante il destino avverso, porta in questo caso all’impossibilità di riuscire a stare bene, qualsiasi cosa si provi a fare.

Il destino mette tutti alla prova e fa capire che a volte per vivere felici ci sono cose che è meglio dimenticare e altre che bisogna necessariamente affrontare. Ognuno ha la sua storia, il proprio carattere, le sue ragioni, un proprio scopo e così, come i personaggi di Vampire Knight, ognuno ha un proprio destino.Una storia d’amore intensa e forte, romantica e straziante può mettere in crisi e far perdere la cognizione di sé stessi e di quello che realmente si prova:

«Nessuno può essere il surrogato di un’altra persona. É per questo che gli addii sono sempre difficili».




Collages and Pictures by Elena Paoletta 

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at http://jobok.eu/user/Elena91


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