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Elena Paoletta C

 Pictures © Elena Paoletta



Gli amanti del Giappone, o semplici curiosi, non possono mancare al prossimo appuntamento con il mercatino giapponese che propone a Roma due giorni di festa natalizia ricca di eventi. The Christmas City Mercatino Giapponese & V Market, offre un'occasione da non perdere per chi ancora non ha le idee chiare sui regali di Natale…
Per saperne di più cliccate qui https://www.otakusjournal.it/mercatino-giapponese/



Elena Paoletta C
Ho sempre amato gli impressionisti, in particolar modo Claude Monet, quindi andare a vedere ieri la mostra a lui dedicata è stato un piacere immenso (a parte la lunga fila per entrare). Davanti alle sue opere mi sono veramente commossa e non nascondo di aver pensato alle atmosfere di alcuni fondali dei più famosi anime, primo fra tutti Il Giardino delle Parole di Makoto Shinkai.




La mostra Monet, ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma, propone al pubblico sessanta opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, che l’artista conservava nella sua ultima dimora e che il figlio Michel donò al Museo.




Da sempre definito il pittore che dipingeva en plein air, “all’aria aperta”, dal 1883 Claude Monet si trasferì a Giverny, una città situata sulla riva destra della Senna in Normandia, dove poi acquistò una proprietà e visse lì fino alla sua morte, avvenuta nel 1926.In quel luogo Monet dipinse molte delle sue più celebri tele e coltivò la sua passione per l’acqua, continuando la ricerca di effetti ricchi di colore e luce.




A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, a Parigi e in tutta la Francia si diffuse la moda della cultura giapponese e Monet fu affascinato dalla particolare filosofia di vita che arrivava dal Sol Levante, che univa la visione della natura alla propria spiritualità. Il suo giardino di Giverny esprime proprio questo: per il suo laghetto fece arrivare i semi delle ninfee dal Giappone, sulle sponde coltivò delle piante esotiche, fece piantare dei salici piangenti e costruire un ponte in stile giapponese, tutto per il piacere di meditare ammirando le bellezze e i colori della natura.








Le ninfee poi rappresentarono per lui icone di un pensiero che andava oltre il dipinto, quella visione astratta della natura che divenne il manifesto dell’Impressionismo e di cui Monet fu il fondatore.L’artista scrisse nel 1912: «No, non sono un grande pittore. Grande poeta nemmeno. Io so solamente che faccio quanto è nelle mie possibilità per rendere ciò che provo davanti alla natura e che più spesso, per arrivare a rendere ciò che sento, dimentico le regole più elementari della pittura».A rievocare Monet nella mostra del Vittoriano, oltre alle sue opere, ci sono i suoi occhiali tondi con le lenti ambrate di giallo, la pipa e la tavolozza con i colori che sembrano essere lì da poco, come se l’artista li avesse lasciati così, per ricordare forse che dietro tutta quell’eterea bellezza dipinta c’è una figura umana.





Dipinte in piena luce solare, con la nebbia o con la pioggia fitta, i soggetti delle sue tele spiccano tra tutte le varianti atmosferiche attraverso pennellate spontanee, che li rendono astratti ma allo stesso tempo carichi di energia tanto da abbagliare con i loro colori e donare un senso di bellezza e serenità.«Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare». (Monet)




Picture © Elena Paoletta


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Elena Paoletta C

Si va verso l’estate ma io non potrò mai dimenticare questa primavera 2017…per sempre resterà impressa nei miei pensieri e nel mio cuore con l’immagine icona dei ciliegi in fiore in Giappone.




Dal 31 marzo al 13 aprile ho infatti potuto realizzare quello che da tempo vivevo solo come un sogno: il mio primo viaggio nel Paese del Sol Levante. 

Il Giappone in Italia è conosciuto generalmente come patria di samurai, di geishe, del sushi, del sakè, del karate e purtroppo come vittima dell’esplosione della bomba atomica. È famoso per i prodotti ad alto contenuto tecnologico e associato a precisione, puntualità, serietà e affidabilità, ma per me è soprattutto la patria dei manga e degli anime. Queste sue forme di intrattenimento più popolari hanno esercitato su di me un certo fascino fin da quella che negli anni Novanta venne definita “la pacifica invasione televisiva” dei cartoni animati giapponesi che, attraverso storie e modi di raccontare del tutto innovativi, riuscivano a far scoprire nuovi stili di vita e modi di pensare. Da allora in poi si è sviluppato sempre più il mio interesse verso la cultura e la lingua giapponese, suscitato sia dal mistero che ha sempre circondato questo Paese, che dalla differenza di pensiero e non ultima dalla tanta distanza che ci separa. C’è infatti qualcosa di magico secondo me nel fatto che quando si arriva in questo arcipelago tra le nuvole è come arrivare su un altro pianeta, popolato da persone gentili e disponibili, sorridenti e accoglienti, educate e ordinate. Molti considerano il Giappone come una fredda terra calcolatrice, brutalmente efficiente e governata da una burocrazia opprimente, dove la cultura sociale è disturbata sotto un soffocante strato di gentilezza e formalità, caratterizzato dall’infinito inchinarsi e chiedere scusa e dove i sentimenti non vengono palesemente manifestati. Per me invece ha sempre voluto dire entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti e abituati a vivere. Un mondo dove la calma e l’essere aggraziati accompagnano ogni gesto e modo di fare, dove l’apparente freddezza e l’interiorizzazione non vogliono dire necessariamente essere distaccati. Per tutti questi motivi un Paese assolutamente da vedere e conoscere. L’impatto tra nuovo e antico, il contrasto tra la tradizione e la modernità, la filosofia del kawaii intesa come modo di vivere, di vestire, di truccarsi e anche di mangiare, sono solo alcuni degli aspetti più intriganti e affascinanti di ciò che questo viaggio di esperienze e sensazioni mi ha lasciato. È molto difficile descrivere tutto ciò che ho provato; ho preferito lasciar parlare le immagini che hanno catturato gli attimi e le emozioni del momento che sono state davvero tante ed intense. Ho così realizzato una sorta di reportage fotografico

(visibile qui https://jobok.eu/photo/useralbums/Elena91) che racchiude le varie giornate trascorse in questo meraviglioso e lontanissimo Paese che suscita meraviglia e stupore per i suoi usi e costumi, i diversissimi paesaggi e anche per tutto ciò che da noi viene considerato “stravagante”. Un viaggio attraverso la tradizione di Kyoto con i suoi famosi templi, i centinaia di portali rossi e le altrettante lanterne in pietra; i meravigliosi giardini zen, le storiche vie delle geishe e le strade di Nara dove i cervi girano indisturbati; la pittoresca Osaka con i suoi colorati locali dove provare qualsiasi tipo di cucina giapponese, da quella più ricercata allo street-food più informale e la suggestiva Hiroshima che richiede più di un attimo di riflessione sulla storia dell’umanità; le isole di Miyajima con il portale del santuario Itsukushima che è una delle vedute giapponesi più famose nel mondo e l’isola di Enoshima che regala la veduta del Monte Fuji e l’esperienza ravvicinata dei falchi predatori. E poi Tokyo, tecnologica e caotica quanto si vuole, ma carica di un grande fascino e per me il Paese delle Meraviglie in quanto incarnazione di ogni lettura di manga o visione di anime. Le foto postate forse esprimono meglio tutto ciò: la poesia, la bellezza eterea e la delicatezza che non hanno tempo ma sono sempre attuali in questo forte contrasto tra passato, presente e futuro. Sono lì, eterne e assolute, in un mondo dove volano petali di fiori di ciliegio.




Picture © Elena Paoletta

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Elena Paoletta C

Presso l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra ad ingresso gratuito Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi, che resterà in programma fino al 19 aprile 2017.

La mostra, oltre ad esporre alcune opere d’arte e riproduzioni di stampe a tema, dove il cibo è riprodotto in scene classiche o satiriche risalenti alla seconda metà del XIX secolo, ha un divertente settore con riproduzioni in plastica delle più note pietanze giapponesi.

Il Washoku è la cultura alimentare tradizionale salutista dei giapponesi; il menu tradizionale prevede miso, misoshiru o zuppa, ma il piatto forte è il riso mescolato con verdura, carne e pesce di ogni tipo con combinazioni che sprigionano il loro sapore. Si tratta di uno stile alimentare che punta al massimo sulla valorizzazione del riso, l’ingrediente fondamentale della cultura gastronomica, sempre presente nel pasto e che si accompagna essenzialmente a brodo o zuppa, al pesce, alle verdure, ai legumi e anche ai dolci.




Il Washoku racconta come la cucina nipponica sia molto più dell’ormai noto sushi; comprende tecniche di lavorazione volte alla conservazione e valorizzazione dei prodotti, nel pieno rispetto della tradizione, della provenienza e della stagionalità in analogia alla dieta mediterranea e alla cucina italiana. Soprattutto per quanto riguarda le verdure e i legumi, si riconoscono tra le principali modalità di lavorazione: la fermentazione, l’essiccazione, la frittura e la cottura in stufato, ognuna delle quali vuole enfatizzare e mettere in risalto le diverse caratteristiche dei prodotti. 

Tutto è pensato per soddisfare il fabbisogno nutrizionale ed energetico della famiglia, ma anche per appagare il senso estetico; infatti l’eleganza delle preparazioni culinarie, l’attenzione al dettaglio nella presentazione e nelle stoviglie utilizzate, il rispetto per il cibo e l’effetto benefico dei pasti, sono tra gli elementi che fanno della cucina giapponese una delle più apprezzate e sane. 

Va ricordato che il popolo giapponese cura particolarmente la qualità dei suoi prodotti e tiene molto all’alimentazione sana; nei piatti preparati amorevolmente non ci sono mai troppi grassi, carne e pesce vengono utilizzati in egual modo e c’è grande uso di legumi, verdure e alghe. 

Una delle sezioni della mostra che mi è piaciuta di più si sofferma sul menù tradizionale giapponese, momento importante nella vita quotidiana scandito da precise regole di comportamento.

Come sempre in Giappone, nulla è lasciato al caso ed ogni minimo dettaglio e comportamento è codificato: le ciotole con le pietanze hanno una loro posizione, così come le bacchette hashi che vengono disposte in modo da avere le punte rivolte a sinistra. 




Due parole sono molto importanti per l’etichetta a tavola: itadakimasu e gochisousama

Itadakimasu, detta prima di iniziare a mangiare, letteralmente significa “ricevere” o “accettare”, ma in questo contesto è ormai divenuta un rito dai connotati quasi spirituali, intesa proprio come una preghiera prima del pasto, un momento riservato alla meditazione e al ringraziamento. Questa parola ha una valenza fortissima; molti erroneamente traducono come “buon appetito” ma in realtà è il ringraziamento che l’essere umano rivolge al cibo che mangia e che gli consente di vivere e che a sua volta era stato essere o elemento vitale. Il sacrificio di animali ma anche di vegetali e legumi avviene nella consapevolezza che il flusso vitale si trasforma e nulla viene sacrificato invano. Da qui ne discende che nulla deve andare sprecato e non si devono lasciare avanzi nelle ciotole o nei piattini, al limite è meglio servirsi poco alla volta.

Gochisousama, ha il significato di “grazie per il cibo” viene invece detta alla fine di un pasto, quando si lascia o si sta per lasciare la tavola ed è rivolta a chi ha preparato il piatto, sia che ci si trovi al ristorante o come ospiti a casa di qualcuno.

I giapponesi nutrono profondo rispetto per una natura così ricca di doni, ponendo in relazione il cibo al culto degli antenati e delle divinità e dando un significato profondo al legame con la terra e la famiglia. Infine c'è il colore e la sua brillantezza: questi piatti della cucina giapponese sono bellissimi da vedere perché realizzati ad arte con un profondo senso del kawaii. Per appagare i due sensi della cucina giapponese: vista e gusto. 

A proposito a chi fosse interessato vi rimando al mio post Vista e gusto…I due sensi della cucina giapponese https://jobok.eu/blogs/58 e alle mie foto della mostra nell'album Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi.




 Roma, 18/02/2017


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