Loading...

Articoli utenti sul blog

Risultati della ricerca di tag: "#tea"
Elena Paoletta C

Se qualcuno ama le atmosfere da fiaba non può non andare nella sala da tè sicuramente più particolare di Roma. All’Eur, in Viale Pasteur 45, all’interno di un appartamento si trova Arthè, una piccola ma accogliente location dove poter gustare tante varietà di tè o una cioccolata calda e deliziosi dolcetti.

È qui che ho passato l’ora del tè il giorno del mio compleanno, facendomi un incantevole regalo.




La proprietaria è una signora gentilissima, pronta a spiegare e a consigliare le scelte ma anche a lasciare spazio all’intimità che quell’ambiente molto curato offre. Ho saputo che fin da ragazza aveva la passione per il tè e collezionava tazze e altri oggetti in tema; lei è la dimostrazione vivente di come le proprie passioni vadano coltivate nel tempo senza mai rinunciarvi per riuscire a realizzare i propri sogni.I suoi dolci fatti in casa sono squisiti, non solo per il palato ma anche per la vista: mini muffin, torte e crostate ai più svariati gusti, biscotti e bombe ripiene…per soddisfare tutti.




L’arredamento riporta alle scenografie di Alice nel Paese delle Meraviglie e de La Bella e La Bestia per creare quel tocco fiabesco e magico che rende la degustazione ancora più coinvolgente. Viene spontaneo canticchiare mentalmente le più famose canzoncine di quei musical Disney e ci si aspetta che da un momento all’altro le tazze, le teiere e gli orologi si animino.




Trascorrere il tempo in questa sala è un po’ come fermarlo, si è fuori dal caos immersi in una tranquillità fortemente voluta, dove gli arredi e ogni minimo particolare cullano la fantasia e la voglia di restare lì il più possibile. Il fatto di poter consumare in tutta calma, senza alcun tipo di pressione o di fretta, è infatti molto apprezzabile; fa sentire a proprio agio quasi come se si prendesse un tè a casa propria o di amici.




È raro trovare un locale simile a Roma dove tutti vanno di fretta e preferiscono bere alcolici. Anche qui però si possono gustare aperitivi, ma molto particolari: gli Aperithè, cocktail a base di tè con aggiunta di bevande alcoliche accompagnati da stuzzichini salati.Se quando si entra si pensa a “C’era una volta”, quando si esce sicuramente si sorride pensando…“E vissero felici e contenti”.


Roma, 28/11/2018



Pictures © Elena Paoletta


Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91

Elena Paoletta C

Presso l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra ad ingresso gratuito Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi, che resterà in programma fino al 19 aprile 2017.

La mostra, oltre ad esporre alcune opere d’arte e riproduzioni di stampe a tema, dove il cibo è riprodotto in scene classiche o satiriche risalenti alla seconda metà del XIX secolo, ha un divertente settore con riproduzioni in plastica delle più note pietanze giapponesi.

Il Washoku è la cultura alimentare tradizionale salutista dei giapponesi; il menu tradizionale prevede miso, misoshiru o zuppa, ma il piatto forte è il riso mescolato con verdura, carne e pesce di ogni tipo con combinazioni che sprigionano il loro sapore. Si tratta di uno stile alimentare che punta al massimo sulla valorizzazione del riso, l’ingrediente fondamentale della cultura gastronomica, sempre presente nel pasto e che si accompagna essenzialmente a brodo o zuppa, al pesce, alle verdure, ai legumi e anche ai dolci.




Il Washoku racconta come la cucina nipponica sia molto più dell’ormai noto sushi; comprende tecniche di lavorazione volte alla conservazione e valorizzazione dei prodotti, nel pieno rispetto della tradizione, della provenienza e della stagionalità in analogia alla dieta mediterranea e alla cucina italiana. Soprattutto per quanto riguarda le verdure e i legumi, si riconoscono tra le principali modalità di lavorazione: la fermentazione, l’essiccazione, la frittura e la cottura in stufato, ognuna delle quali vuole enfatizzare e mettere in risalto le diverse caratteristiche dei prodotti. 

Tutto è pensato per soddisfare il fabbisogno nutrizionale ed energetico della famiglia, ma anche per appagare il senso estetico; infatti l’eleganza delle preparazioni culinarie, l’attenzione al dettaglio nella presentazione e nelle stoviglie utilizzate, il rispetto per il cibo e l’effetto benefico dei pasti, sono tra gli elementi che fanno della cucina giapponese una delle più apprezzate e sane. 

Va ricordato che il popolo giapponese cura particolarmente la qualità dei suoi prodotti e tiene molto all’alimentazione sana; nei piatti preparati amorevolmente non ci sono mai troppi grassi, carne e pesce vengono utilizzati in egual modo e c’è grande uso di legumi, verdure e alghe. 

Una delle sezioni della mostra che mi è piaciuta di più si sofferma sul menù tradizionale giapponese, momento importante nella vita quotidiana scandito da precise regole di comportamento.

Come sempre in Giappone, nulla è lasciato al caso ed ogni minimo dettaglio e comportamento è codificato: le ciotole con le pietanze hanno una loro posizione, così come le bacchette hashi che vengono disposte in modo da avere le punte rivolte a sinistra. 




Due parole sono molto importanti per l’etichetta a tavola: itadakimasu e gochisousama

Itadakimasu, detta prima di iniziare a mangiare, letteralmente significa “ricevere” o “accettare”, ma in questo contesto è ormai divenuta un rito dai connotati quasi spirituali, intesa proprio come una preghiera prima del pasto, un momento riservato alla meditazione e al ringraziamento. Questa parola ha una valenza fortissima; molti erroneamente traducono come “buon appetito” ma in realtà è il ringraziamento che l’essere umano rivolge al cibo che mangia e che gli consente di vivere e che a sua volta era stato essere o elemento vitale. Il sacrificio di animali ma anche di vegetali e legumi avviene nella consapevolezza che il flusso vitale si trasforma e nulla viene sacrificato invano. Da qui ne discende che nulla deve andare sprecato e non si devono lasciare avanzi nelle ciotole o nei piattini, al limite è meglio servirsi poco alla volta.

Gochisousama, ha il significato di “grazie per il cibo” viene invece detta alla fine di un pasto, quando si lascia o si sta per lasciare la tavola ed è rivolta a chi ha preparato il piatto, sia che ci si trovi al ristorante o come ospiti a casa di qualcuno.

I giapponesi nutrono profondo rispetto per una natura così ricca di doni, ponendo in relazione il cibo al culto degli antenati e delle divinità e dando un significato profondo al legame con la terra e la famiglia. Infine c'è il colore e la sua brillantezza: questi piatti della cucina giapponese sono bellissimi da vedere perché realizzati ad arte con un profondo senso del kawaii. Per appagare i due sensi della cucina giapponese: vista e gusto. 

A proposito a chi fosse interessato vi rimando al mio post Vista e gusto…I due sensi della cucina giapponese https://jobok.eu/blogs/58 e alle mie foto della mostra nell'album Washoku: la colorata vita alimentare dei giapponesi.




 Roma, 18/02/2017


Pictures © Elena Paoletta
Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at https://jobok.eu/user/Elena91

JobOk Magazine

Partnership