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Luca Mannurita

Der erste Teil


Il treno d'ebano entrò in stazione fischiando e stridendo sulle rotaie di lucido acciaio. Si fermò in perfetta corrispondenza con la banchina dove ben pochi viaggiatori lo stavano attendendo, pazienti e ordinati. Il treno soffiò su di loro il suo alito caldo avvolgendoli in nuvole bianche puzzolenti di carbone.

Stette fermo con le porte chiuse: una muta, enigmatica sfida per i passeggeri che lo guardavano tranquilli e indolenti, ancora fermi dentro le nuvole di vapore che tardava a dissiparsi nella fresca aria del mattino. Il lungo, cupo fuso d'acciaio e vetro, studiato per la migliore resa aerodinamica sembrava riposasse, ansimante dopo una lunga corsa sfrenata.

Scattando all'unisono un coro di bocche a soffietto si aprì per tutta la lungezza del convoglio. Gradini dorati vennero estroflessi e la forza del vapore azionò meccanismi nascosti che fecero apparire corrimano d'ottone lucidissimo con pomoli decorati da motivi a foglie d'acanto.

Senza fretta pochi viaggiatori fecero la loro comparsa sul gradino più alto. Come un quadro impressionista che si animasse all'improvviso le ampie pennellate bianche di vapore si punteggiarono di verticali tratti neri: abiti da viaggio con code e gonne lunghe fino alla caviglia, borse e ombrelli, piccole valigie, eleganti cappelli a cilindro e velette nere. Passeggeri scesero dai gradini dorati, altri dalla banchina salirono scomparendo nel ventre del treno in attesa.

Un signore ben vestito, alto e slanciato nel suo bel pastrano scuro, con pochi passi colmò la distanza che lo separava dalla scaletta più vicina. Si faceva precedere dal silenzioso e lieve tocco del suo bastone da passeggio, nero con un pomo d'argento lucido stretto nel pugno guantato. Il bastone si sollevò per posarsi sul gradino più basso ma con un gesto fluido ed elegante fu richiamato. L'uomo in segno di rispetto chinò il viso ornato da una barba scura e ben curata e si fece da parte. Facendo risuonare lievemente il metallo coi tacchi alti quattro dita, scarpe bicolori scesero i gradini fino a posarsi sulle piastrelle di ceramica sobriamente decorata. Scarpe strette e chiuse da una fila di lucidi bottoncini, palline d'argento lucido che salivano verso lo stinco e presto sparivano alla vista sotto l'orlo di una severa gonna nera. La gonna di un accollato abito da viaggio che si stringeva intorno alla vita sottile di una giovane, le fasciava aderente il torace, si apriva in ampi sbuffi pieghettati sulle spalle, si avvolgeva strettamente intorno a esili gomiti e si chiudeva rigido fino all'ultimo nero bottone intorno al collo. Sobri e lunghissimi guanti neri da viaggio salivano dalle sottili mani fino a infilarsi sotto le maniche del vestito, impedendo la vista di un solo centimetro di pelle. A celare il viso della giovane, sebbene solo in parte, la tesa di un cappellino da viaggio nero ornato di piume anch'esse nere, e la veletta di pizzo lavorato finemente che da essa pendeva accuratamente disposta.

- Benvenuta a Kräaftenburg, fräulein. E perdonate l'impudenza, se potete – disse il gentiluomo ancora leggermente inchinato, sollevando di un palmo il cappello a cilindro come esigeva l'etichetta.

- Bentrovato, mein herr. E facciate buon viaggio – rispose quella altrettanto cortesemente, solo l'ombra di un sorriso sulle labbra del più tenue corallo rosa.

La giovane fece qualche passo per allontanarsi dal treno. Era stata tra gli ultimi a scendere, riluttante ad abbandonare le lussuose comodità della carrozza. Morbidi velluti, imbottiture comode, ottoni lucidissimi, personale preparato e cortese, pochissimi ma squisiti compagni di viaggio abili a comprendere quando desiderava la compagnia di una brillante conversazione e quando la pace e la tranquillità che solo la solitudine di un comparto vuoto e il placido dondolio del treno potevano regalare.

Aggrappata al manico della sua borsa da viaggio con due mani stette un poco a guardarsi intorno. Era giunta a destinazione. La stazione ferroviaria di Kräaftenburg era grande anche se non poteva affatto rivaleggiare con altre ben più estese come Berlino Ostbahnhof e Monaco Carl Gustav VIII Hauptbahnhof. Aveva ben altri pregi: il caos, il rumore, la puzza soffocante, le migliaia di passeggeri in perenne movimento sui marciapiedi tra le decine di binari, il vociare, le urla degli ambulanti, gli ordini dei capotreni, le chiamate dagli altoparlanti che gracchiavano parole e numeri distorti al punto da essere a stento comprensibili in quel marasma. Tutto ciò era assente lì a Kräaftenburg Hbf.

Proprio mentre un lontano treno merci le scorreva davanti agli occhi stregati dalla malìa del potere della ruota e del vapore, apparvero le carrozze di coda che aperte mostravano il massiccio carico d'acciaio che rendeva Kräaftenburg degna di avere uno scalo merci. Enormi semilavorati di acciaio, parti di turbine a vapore che una volta assemblate avrebbero prodotto energia elettrica. Le riconobbe, sebbene smontate, dalla loro caratteristica forma a conchiglia nautilo. La radice dei suoi studi era profondamente umanista e poco si intendeva di tecnologia, ma anche un bimbo avrebbe riconosciuto le pale di una turbina. Era nata nell'era del carbone e del vapore, dell'energia elettrica e dell'acciaio speciale. Sulle spalle di questi giganti l'uomo procedeva a grandi balzi verso un futuro che non poteva essere che ricco e luminoso.

A quel pensiero una punta di amarezza la morse nel petto, vicino al cuore. Per potersi guadagnare da vivere in quel mondo di potenti macchine che avrebbero fatto grande l'uomo era stata costretta ad abbandonare gli studi, la casa dei genitori e la sua città per cercare un lavoro come domestica accompagnatrice. Mestiere non privo di un certo non so che di nobile, le aveva detto il tutore dell'istituto alberghiero che l'aveva preparata, ma quel non so che lei non l'aveva ancora trovato. E ciò che le restava era tutt'altro che ricco e luminoso.

Si diresse verso l'uscita della silenziosa stazione lasciandosi alle spalle il lungo fuso d'ebano sbuffante vapore e migliaia di metri di rotaie d'acciaio che scintillavano sotto il sole incrociandosi parallele all'infinito.

Kräaftenburg le cadde addosso, calda e rumorosa. Il sole era ormai sopra i tetti e l'abbagliava, schiaffeggiandola in viso coi suoi raggi impudenti. Se non avesse avuto cappellino e veletta, sarebbe rimasta accecata per ben più di qualche istante. Mentre i suoi occhi si adattavano, le sue orecchie dovettero sostenere l'assalto del rumore di una città dove l'industria pesante sfamava più della metà della popolazione. Motori elettrici gemevano, caldaie a vapore sibilavano, dai capannoni e dalle fabbriche si alzavano i ruggiti dei macchinari pesanti che sagomavano il metallo piegandolo alla volontà dell'uomo. Dopo il fresco dell'atrio della stazione gli sbuffi di calore soffocante prodotti dai veicoli le parevano insopportabili. A una vicina stazione di rifornimento l'acqua scrosciava con fragore da un tubo grande come una grondaia dentro il serbatoio di un camion col telone. Un arrotino ombrellaio passò col suo carretto a pedali dove la mola a vapore sbuffava in folle. Gettò il suo richiamo senza smettere di pedalare e di guardarsi intorno alla ricerca di clienti. Il profilo della città era spezzato dai tetti dentellati delle fabbriche e dalle ciminiere di mattoni rossi terminanti con anelli dipinti di bianco e rosso. Un operaio si stava arrampicando su una di queste grazie a una scala a spirale che la percorreva fino alla cima eruttante fumo grigio.

Cercò il posteggio delle auto pubbliche: doveva per forza essercene uno nelle vicinanze della stazione.

Fu molto sorpresa di trovare al posteggio un'auto elettrica. Si avvicinò all'uomo appoggiato alla portiera della bella auto blu che attendeva silenziosa e luccicante nella luce del mattino.

- Buongiorno – salutò lei com'era buona educazione fare – quanto costa una corsa?

- Buongiorno... dipende da dove la bella signorina vuole andare.

- Alla Villa Schmeisser – rispose quella seria e decisa.

Il conducente alzò prima un sopracciglio e poi l'altro.

- Sicura?

- Certo. Forse non è raggiungibile?

- Affatto, è raggiungibile... - tentennò l'autista. Era una persona semplice: indossava abiti di panno marrone e blu, semplici e puliti.

- È troppo costoso? - lo incalzò lei. La sua borsa da viaggio stava cominciando a darle noia per via del peso: voleva concludere.

- Ma cosa sono cinque demark per un viaggio a bordo di questo gioiello della meccanica? - esclamò l'autista suscitando ironici commenti da parte dei colleghi come lui in attesa di clienti.

La giovane ci pensò per qualche secondo e poi pagò all'autista la cifra richiesta.

- A bordo! - esclamò quello facendo tintinnare le monete nella tasca della giacca marrone.

L'auto era forse anche un gioiello della meccanica: certo pur non potendo competere in comodità col treno da cui era appena scesa, era discretamente accogliente e confortevole. I finestrini erano ampi e l'abitacolo ben fatto al punto che poteva osservare bene tutto ciò che desiderava.

Presto vide il cielo striarsi di nero, le belle case sostituite da lunghi muri di mattoni grigi e rossi, fughe di cemento interrotte da finestre con telai a scacchi, da grandissimi cancelli di ferro che a intervalli vomitavano nella strada giganti dalle molte ruote carichi di materie prime o prodotti lavorati nelle fabbriche.

Il conducente cominciò a ciarlare.

- Il nostro è un bel viaggetto, oggi... fino a Villa Schmeisser! Non capita tutti i giorni!

A quelle parole l'attenzione della giovane si destò. Del torrente di parole che fluiva verso il sedile posteriore quelle erano di certo degne di un piccolo approfondimento.

- Come sarebbe?

- Sarebbe che non capita spesso di portare qualcuno fin lassù.

- Lord Schmeisser ha forse un'auto privata? - volle sapere lei. Che esagerazione sarebbe, pensò. Il conducente rise di cuore.

- Un'auto privata... Ach! - esclamò ancora ridendo – Un'auto privata! Un autista tutto per lui, pagato solo per guidare una delle tre vetture con le quali si reca qui in città! Ecco cos'ha!

La ragazza si sbalordì, ma fu brava a controllarsi.

- Decisamente benestante – osò dire. Il conducente continuava a ridacchiare e la cosa la stava infastidendo.

- Guardi fuori, bella signorina... la vede quella grande “S” bianca sui muri?

Non ci aveva fatto caso. Effettivamente l'uomo aveva ragione: c'era un grande monogramma su moltissimi muri, su recinzioni, sulle pareti e sui tetti inclinati dei capannoni, ovunque. Sorpassarono tre camion dalle sponde di legno sulle quali campeggiava il medesimo simbolo: una grande esse bianca. Schmeisser.

- Esatto – le rispose quando esternò la sua intuizione – proprio lui. Lord Schmeisser. Camion, capannoni, fabbriche... tutta roba sua. Più di metà delle attività produttive di Kräaftenburg appartengono a lui. Metà di Kräaftenburg è di Lord Schmeisser e l'altra metà... beh, l'altra metà – il tono del conducente si fece d'un tratto molto meno ilare – lavora per lui.

Luca Mannurita

Der zweite Teil


A questo non era preparata.

Era una villa dalle dimensioni impressionanti.

Le pareti erano del color della crema e il tetto era nero d'ardesia, cosparso di cento comignoli. Le finestre erano tutte alte e decorate con archi e timpani, alcune avevano terrazzi fioriti. Era circondata da un giardino così grande da digradare assecondando la pendenza della collina in cima alla quale lo smisurato edificio era stato costruito. Ma soprattutto a colpire l'attenzione di Veruska fu che la villa aveva almeno tre piani ed era molto, molto estesa. Abbagliata dal lusso sfrenato Veruska a stento si rese conto di dover scendere dalla macchina. Passò sotto gli occhi critici e severi dell'autista in divisa che teneva lo sportello aperto per lei, ma se ne rese conto appena. Era come entrare in una bomboniera gigante. Era tutto molto bello: dalla ghiaia chiara che le scricchiolava sotto le suole alle siepi tosate con geometrica, maniacale attenzione, alla pietra pallida che costituiva la grande scalinata curva che portava all'ingresso principale. La villa non incombeva opprimente ma anzi sembrava invitasse all'esplorazione. Chissà cos'altro mi attende, pensò costringendosi a prestare attenzione agli scalini.

Sulla soglia dell'atrio, visibile attraverso uno dei due battenti della massiccia porta di legno e ferro schiusa di poco, l'attendeva una delle donne più asciutte e severe che avesse mai visto. Doveva essere la signora Besen.

I capelli grigi raccolti sulla nuca in una crocchia perfetta, la faccia rugosa che sembrava non aver mai sorriso in vita sua, gli occhi duri come due sfere di metallo scuro: frau Besen sembrava attendere qualcuno da rimproverare e Veruska si sentì certa che quel qualcuno era lei.

- Veruska Meinhertz, recentemente diplomatasi domestica... buone referenze, ma davvero risicate. Ventun anni, mezza russa da parte di madre... se crede che i suoi occhi azzurri, i capelli biondi e il nome esotico possano contare qualcosa al servizio di Lord Schmeisser, ha sbagliato i suoi conti.

Purtroppo era con lei che avrebbe dovuto lavorare oltre che con l'altro spocchioso maggiordomo, il signor Hirsch, che occhieggiava alle spalle della signora Besen.

- Vedremo di cosa sarà capace, fräulein.

Ciò detto si voltò e sparì nella penombra.

Veruska la seguì, il cuore che le martellava nel petto per l'emozione.


Forse dopotutto frau Besen aveva avuto ragione.

Erano passate tre settimane e la vita a Villa Schmeisser si era rivelata tutt'altro che entusiasmante.

Le due cameriere con cui aveva cominciato a lavorare da subito, Inga e Karin, si erano rivelate presto due scansafatiche. Dal momento che piegare la testa e subire non era nell'indole di Veruska, il momento del conflitto era giunto inevitabile. Inga, la più velenosa delle due, da villana quale s'era subito dimostrata era passata dal bisticciare a parole al muovere le mani. L'aveva anche minacciata con un coltello a scatto, sbucato da chissà dove. Spaventata, Veruska era corsa dal signor Hirsch con in mano i due pezzi della lama di cui era avventurosamente riuscita a scoprire il nascondiglio. L'aveva spezzata sotto il tacco. L'aggressiva cameriera era stata licenziata in tronco e scortata fino in città. Non ne aveva saputo più nulla.

Purtroppo l'unico risultato pratico era che da quel giorno si era trovata costretta a lavorare spalla a spalla con una nemica giurata, Karin, e la medesima quantità di lavoro da suddividere in due anziché tre.

Arrivava alla sera così stanca da non avere la forza nemmeno di leggere il libro che suo padre le aveva regalato per il viaggio. Si alzava la mattina alle prime luci dell'alba. Spesso terminava gli ultimi lavori alla luce delle lampade elettriche che erano installate perfino nell'alloggio della servitù.

In tre settimane non era riuscita a vedere tutte le stanze della villa, a visitare per intero il parco che la circondava né ad andare almeno una volta in città.


Quella mattina nere nubi si erano rincorse nel cielo e un freddo vento teso aveva sferzato la cima della collina facendo sbattere le imposte di tutta Villa Schmeisser. Veruska temette il temporale, la mancanza di corrente e il buio. Il temporale ci fu e con esso un violento acquazzone, ma solo nel pomeriggio. Per l'ora di cena era già tutto finito e la fresca serata era sì umida, ma così bella e silenziosa che Veruska decise di fare quattro passi fuori prima di andare a coricarsi. Per non fare incontri sgraditi uscì da una delle porte di servizio e si limitò a pochi passi lungo la parete esterna della villa. Se ne stette lì a respirare l'aria fresca profumata di terra bagnata, a guardare le nuvole buie che mostravano ampi strappi stellati e, per osservarle meglio, si scelse un punto dove le lampade che rischiaravano il giardino stentavano ad arrivare con la loro luce tenue.

Proprio mentre fantasticava a naso all'insù sulla fetta di cielo nero trapunto di stelle visibile in quel momento, le luci da giardino tentennarono, minacciarono di spegnersi un paio di volte per poi tornare a brillare. Lontano si udirono gemiti elettrici e tonfi meccanici, macchinari pesanti che venivano avviati. Aveva già sentito rumori come quelli una volta uscita dalla stazione ferroviaria di Kräaftenburg. Le sembravano trascorsi cento anni.

Tese l'orecchio: non si sentiva più nulla. Stette in ascolto fino a dubitare d'aver udito davvero qualcosa. Perfino il ricordo d'aver visto le luci tremolare per un attimo si stava già sbiadendo. Si stropicciò gli occhi e sbadigliò compostamente com'era stata educata a fare sempre, anche trovandosi da sola. Ancora rumori meccanici, ma non così lontani: la città era troppo distante e a quell'ora erano ben poche le fabbriche attive. La fonte del rumore era decisamente più vicina.

Veruska, con la pelle accapponata e un po' d'ansia che le gravava lievemente sul cuore, rientrò e si coricò.


- Eccomi, signor Hirsch.

La mano del maggiordomo si fermò sopra il campanello e si ritrasse dopo un istante di incertezza. Come se suonarlo nonostante lei fosse giunta in tempo fornisse una scusa valida per poterla rimproverare.

- Molto bene, Veruska.

Il maggiordomo assunse un'aria più spocchiosa del solito e si impettì come se ciò che stesse per dire richiedesse qualche centimetro di statura in più.

- Ti informo che sono attesi ospiti: li accoglierai e li farai accomodare nella biblioteca piccola. Ti manterrai a disposizione finché non saranno congedati.

Il signor Hirsch concluse aprendo la porta del suo piccolo studio. Con una rapida riverenza si congedò e fece esattamente ciò che il maggiordomo si aspettava da lei: corse a controllare che la biblioteca piccola fosse in perfetto ordine e che altrettanto valesse del percorso che andava da lì all'ingresso. Tutto ciò che sarebbe potuto cadere sotto gli occhi degli ospiti fu scrutato con attenzione, spolverato e lucidato. Veruska aveva appena finito quando suonarono all'ingresso principale.

Guten Morgen, fräulein.

Di fronte a lei c'erano due uomini. Quello che aveva salutato teneva la bombetta sollevata dalla testa con una mano guantata, l'altro la teneva all'altezza del ventre e si limitò a un cenno del capo.

Nel tempo di una misurata riverenza Veruska li squadrò entrambi. Vestivano con pastrani grigio piombo molto simili se non addirittura identici e avevano l'aria di essere poliziotti. Uno portava la barba nera impomatata e appuntita sul mento mentre le guance erano rasate alla perfezione. L'altro ostentava una capigliatura color del legno di noce, folta e ben pettinata, mentre il viso era ornato da baffi neri lunghi fino al mento. Sembravano tutti e due oltre la trentina ma lontani dalla piena maturità maschile che lei, come sua madre le aveva inculcato, poneva a cavallo dei quaranta anni.

- Vogliate seguirmi, meine Herren.

Seguendo alla lettera le indicazioni avute Veruska li condusse nella biblioteca piccola e li fece accomodare. Si offrì di custodire i loro soprabiti nel guardaroba, ma entrambi rifiutarono cortesemente.

- Sarà questione di poco, non ci tratterremo – disse quello con la barba mefistofelica, la bombetta in mano.

Veruska si congedò da loro accennando una riverenza e si chiuse la porta alle spalle.

Il suo cuore perse un colpo.

C'era una persona che risaliva il corridoio procedendo spedito verso di lei. Una persona mai vista prima. Fu colpita dai capelli chiari tagliati a spazzola che incorniciavano un viso cupo dai lineamenti forti e squadrati. Gli occhi erano sottolineati dalle vistose borse di chi trascura il sonno e la salute per lo studio o per il lavoro. Anche la barba che ornava quel viso era chiara, molto fitta e mantenuta corta. L'uomo era nel fiore della gioventù e si muoveva grazie a una curiosa sedia a rotelle ronzante.

Le gambe, nonostante fossero celate da una coperta di lana, erano palesemente amputate sotto il ginocchio.

Mentre gli occhi di Veruska non riuscirono a staccarsi per un solo istante da quell'apparizione, lui non la degnò di uno sguardo. L'uomo aprì la porta della biblioteca piccola e vi entrò deciso.

Rimase imbambolata per qualche secondo, col cuore che faceva le capriole. Eric Schmeisser! Non poteva essere altrimenti! Nessuno le aveva mai detto nulla di lui ma la somiglianza con gli antenati i cui ritratti occhieggiavano severi in molte stanze della villa era innegabile.

Udì voci alle sue spalle. La porta della biblioteca non era chiusa bene e il tono della conversazione si era già alzato. Si riscosse: origliare il padrone di casa era motivo valido per il licenziamento.

Ma l'immagine di Eric Schmeisser non voleva uscirle dalla mente. Un'anima tormentata, una spugna gonfia di dolore. Ecco cosa aveva visto per pochi istanti. Non poteva certo far finta di nulla! Era suo dovere alleviare le sofferenze di quell'uomo, almeno quelle fisiche! Che razza di domestica potrò mai essere altrimenti, si chiese.

Veruska corse nella stanza adiacente e lasciò la porta aperta. Si acquattò contro la parete in modo da poter sentire senza essere vista da qualcuno che si trovasse a passare lungo il corridoio.

Non capiva nulla di quello che le arrivava alle orecchie: perfino la porta era imbottita per non trasmettere suoni attraverso il legno. Tese ancor di più l'orecchio cercando di catturare le parole che fuggivano proprio dalla porta dimenticata accostata. Il tono della conversazione rasentava il litigio. “Progetto”, “lavoro”, “fornitura” erano le parole pronunciate più di frequente, insieme a una gran quantità di negazioni. “No” e “non posso” erano forse quelle pronunciate dal giovane Schmeisser, una voce forte ma incrinata. Poi un improvviso scambio di battute troppo ruvido per essere un cortese e formale arrivederci, ma altrettanto breve. Veruska sentì la sedia a rotelle con le sue strane ruote disposte a triangolo ronzare nel corridoio e allontanarsi rapidamente.

Si decise ad abbandonare il suo nascondiglio appena in tempo: i due ospiti emersero dalla biblioteca. Rossi in viso, si fecero accompagnare in silenzio fino all'uscita. Ricambiarono a stento i saluti e, guadagnata la loro vettura nera che li attendeva ai piedi della gradinata, se ne andarono.


Quella settimana proseguì ricca di avvenimenti. Il giorno seguente, un martedì, si presentò alla porta la nuova cameriera. Maria: un'immigrata italiana che a parte qualche piccolo problema di pronuncia e una fastidiosa venerazione per la Beata Vergine e San Gennaro si mostrò subito un valido elemento. Piccoletta, pettoruta e robusta non si spaventava di fronte ai lavori pesanti mettendo in cattiva luce l'altra rancorosa cameriera, Karin. Maria si guadagnò le simpatie di Veruska quando affrontata Karin a muso duro il giovedì seguente, gliene disse quattro digradando da un tedesco un po' incerto all'italiano e finendo col napoletano stretto, incomprensibile ma ugualmente efficace. Karin abbassò la testa e cominciò a lavorare al punto che il signor Hirsch notò la differenza.

Il venerdì Veruska lo trascorse dividendosi faticosamente tra i suoi doveri e la perlustrazione della villa alla vana ricerca di una traccia qualsiasi di Eric Schmeisser. Venne meno la corrente elettrica dopo cena, ma fu solo per pochissimi minuti.

Domenica la servitù fu lasciata in libertà.

Veruska si sentiva troppo stanca per andare in città: prese il suo libro e si addentrò un poco nella prima parte del parco, quella più curata dai giardinieri.

Qui le siepi erano potate con geometrica maestria, le aiuole curate e fiorite, le statue delle fontanelle erano pulite e candide. Perfino i pesci rossi nelle vasche sembravano passarsela molto bene: pasciuti e vivaci, giocavano a rincorrersi guizzando di tanto in tanto in superfice.

Veruska si recò nel labirinto di basse siepi e si dedicò al suo libro lasciandosi andare all'immaginazione e a dolci fantasie.

Passi pesanti sulla ghiaia la riportarono in fretta alla realtà.

- Perdonate, magistra...

Jean, il capo dei giardinieri. Un uomo robusto, bruno come il cuoio, con una zazzera di capelli grigi e bianchi che sfuggiva da sotto il berretto verde bosco. Come sempre indossava i pantaloni da lavoro, la pettorina ben stretta con le tasche sformate dal peso degli attrezzi. In una mano teneva un candido ombrello parasole, nell'altra la pesante pietra forata atta a sostenerlo.

- Ho pensato che forse avreste gradito un po' d'ombra di tanto in tanto.

Veruska sorrise all'anziano giardiniere che la trattava con ancor più deferenza del solito. Quel titolo, poi! Dove l'aveva pescato?

- Non sono magistra di nessuno, Jean. Metta pure l'ombrello dove crede, mi sposterò io.

- Ma certo, signora.

In un battibaleno l'ombrellone fu posizionato e aperto in modo da offrire ombra fino a metà della panchina.

- Non vorrebbe sedersi un minuto, Jean? - l'uomo si bloccò lì dove le parole di Veruska l'avevano colto: già incamminato verso un nuovo lavoro.

- Dopotutto è un giorno di riposo oggi, no? È domenica – lo incoraggiò vedendolo titubante.

Jean si accomodò, goffo come un orso, a rispettosa distanza da lei.

Cercò di mettere il vecchio operaio a suo agio complimentandosi con lui per come il parco e i giardini di Villa Schmeisser erano tenuti, facendogli domande che lo invogliarono a chiacchierare di piante e fiori. Jean pian piano si sciolse e, forse complice il vino bevuto a pranzo, si lasciò portare verso altri argomenti.

- Non è sempre stato così – le rispose quando gli fece notare l'assenza di un tocco femminile nella villa, parlando in generale. Jean ribatté d'aver conosciuto la Signora, la consorte di Lord Schmeisser: Eva Kraun, figlia del barone Franz-Ferdinand Kraun. Jean pronunciò quei nomi con il massimo rispetto e gli occhi lucidi. Divagò un poco narrando disordinatamente delle sontuose feste alla villa dove i coniugi Schmeisser erano soliti avere sempre almeno un centinaio o più di invitati.

- Poi la Signora si ammalò e morì – aggiunse curvando le spalle in avanti come se rivivesse il dolore di quella perdita – e nulla fu più lo stesso. Lord Schmeisser si chiuse sempre più in se stesso, il Signorino ebbe l'incidente e perfino la sua amata Janine se ne andò tragicamente di lì a pochi anni.

Sospirò così profondamente che Veruska ebbe la sensazione che perfino le lontane montagne turchesi avessero sospirato con lui.

Luca Mannurita

Der dritte Teil


Il sole era giunto poco oltre la metà della sua discesa verso le verdi colline quando Veruska decise di sgranchirsi un po' facendo una passeggiata. Si allontanò ulteriormente dalla villa esplorando il giardino e ne raggiunse il limitare. Passò sotto un arco festoso di bouganville viola. Sotto i suoi piedi il selciato bordato di ghiaia bianca si interruppe sostituito dal morbido terreno verde d'erba rigogliosa. Aboliti i geometrici confini delle siepi, sparite le fontanelle e i sentieri puliti e delimitati da piante di bordura, a Veruska parve di essersi inoltrata in uno dei boschi fatati di cui aveva letto nelle pagine del libro che ancora teneva tra le mani. Si inoltrò tra gli alberi ben tenuti esplorando tranquilla e placida, rincuorata dalla luce del sole che non aveva difficoltà a giungere fino al terreno. Di tanto in tanto si voltava indietro per controllare che si vedessero ancora le pallide mura di Villa Schmeisser.

Quasi non si accorse che il terreno cominciava a digradare e a diventare più aspro. Frulli d'ali sempre più vicini e l'erba che si faceva più alta e umida per la pioggia caduta abbondante nei giorni precedenti. Era palese che quella parte del parco fosse poco frequentata dai giardinieri e che la sua passeggiata dovesse terminare lì. Tornò sui suoi passi, o così credette di fare. Quando pensò di trovarsi in vista della villa si rese conto con spavento che non lo era affatto. Il luogo le era familiare ma la sua memoria la ingannava. Che sciocca, si rimproverò. Troppo svagata e con la testa fra le nuvole! Subito la consapevolezza di essersi smarrita le morse il petto ma non volle arrendersi. Mantenendo un buon passo cercò di ritrovare la via smarrita. Fece appello agli espedienti narrati nei libri divorati nella sua fanciullezza e che ancora prediligeva, ma la posizione del sole nel cielo rimase un enigma e no, non si era proprio ricordata di portare con sé un gran gomitolo di filo da svolgere passo per passo per poter ritrovare la via nel labirinto. A stento si rincuorò al pensiero che il mostruoso minotauro era solo un antico mito.

Il sole si abbassava a velocità sorprendente ora che la pungeva la fretta e l'ansia di rientrare. Verranno a cercarmi, pensò vedendo le ombre allungarsi sempre più, in fuga dal sole al tramonto. Con torce elettriche e chiamandomi a gran voce, si augurò vedendosi cinta d'assedio dalle prime ombre della sera che le scivolavano addosso come inchiostro.

Stanca, infreddolita, appoggiata al tronco di un albero per vincere la pendenza del terreno, Veruska giunse a un passo dallo sconforto. Ancora poco e sarebbe stato così buio tra gli alberi che a stento avrebbe potuto distinguere mani e piedi. C'erano alberi ovunque attorno a lei, fruscii spettrali tra le loro chiome. Il terrore dei pipistrelli montò improvviso dentro di lei rischiando di gettarla nel panico: non ci aveva pensato fino a quel momento.

Calma, si disse. Sono figlia di un'era moderna e i vampiri esistono solo nei libri. Si guardò intorno: nessuna luce, nessun punto di riferimento. Qualsiasi direzione era indistinguibile da un'altra. Qualcosa le volò sopra la testa facendola gemere per lo spavento come una bambina. Si chinò, le mani tra i capelli, e non poté vedere da dove erano sbucate all'improvviso le luci.

Il classico sibilo di un'auto a vapore, le luci dei fari che tagliavano veloci il buio sotto di lei, oltre gli alberi. Pochi istanti e si trovò a guardare con gioia le rosse luci di posizione, occhi brillanti e un po' diabolici che si allontanavano da lei. C'era una strada poco più sotto.

Rischiando una brutta storta a una caviglia Veruska discese in direzione della strada che non poteva vedere, ma che doveva esserci per forza. Finalmente le suole delle sue scarpe si posarono senza preavviso sull'asfalto. Alla luce delle stelle riuscì a distinguere la strada. Stanca e con le gambe indolenzite si incamminò lo stesso di buona lena. Avrebbe chiesto aiuto a un veicolo di passaggio.

Fu la luce a distrarla dai suoi propositi. La vide aumentare poco a poco al di là di una curva. Vi giunse col petto che rimbombava per i battiti del cuore esultante. Un edificio industriale di mattoni rossi: tutte le finestre erano illuminate. C'era dell'attività al suo interno, era evidente. Si sentiva un forte ronzio elettrico in alto nell'aria, qualcosa sfrigolava. Cavi elettrici, alta tensione. C'era una cabina elettrica lì vicino che alimentava i macchinari nell'edificio.

Individuò la porta nella faccia che l'edificio industriale le rivolgeva. I suoi piedi però si rifiutarono di muoversi. Le ginocchia si piegarono e tutto il corpo si chinò in avanti acquattandosi istintivamente. Nonostante il buio aveva scorto del movimento. Due figure erano già presso la porta con fare sospetto. Proprio mentre le guardava quelle entrarono nell'edificio.

Se ne stette lì inginocchiata allo scoperto, protetta solo da un velo di buio minacciato dalla luce elettrica che pioveva dalle vetrate del grande capannone. L'unico posto dove avrebbe potuto trovare aiuto e rifugio aveva ora un'aria minacciosa, inquietante. Tremava, non solo per il freddo. Non poteva certo starsene lì fuori ma nemmeno ficcare il naso in affari che non la riguardavano.

Decise che avrebbe aspettato un momento migliore. Si avvicinò: ma una volta nei pressi della porta furono le voci a farle cambiare idea.

Le riconobbe subito: erano i due misteriosi visitatori che avevano discusso col Signorino. Un'altra voce nota stava rispondendo loro, pacatamente. Eric Schmeisser, non aveva dubbi.

Veruska non seppe giustificarsi nemmeno con se stessa. Fu il suo intuito a dirle che Eric Schmeisser poteva essere in pericolo. Non esitò e aprì la porta con cautela.

- È finita, Schmeisser. Consegnerà i progetti a noi, immediatamente!

- No! Non vi impadronirete anche di questo – fu la calma risposta dell'uomo. Veruska non poteva vedere niente: un tramezzo di mattoni cementati da calce e mai intonacati le sbarrava la vista verso l'interno del capannone, ben illuminato da molteplici lampade elettriche. Il tramezzo era alto circa tre metri e non arrivava certo al soffitto; questo svettava altissimo sopra la sua testa ricco di tralicci, scale, passerelle, rotaie, condotte di scarico del vapore che si facevano strada verso il tetto e passatoie per cavi elettrici che serpeggiavano ovunque. Catene e pulegge per sollevare grandi carichi penzolavano da un carro ponte che aveva qualcosa di pesante agganciato ai verricelli più potenti. Robustissime catene triple erano in tensione ad angoli diversi, ma il tramezzo le impediva di vedere di che cosa si trattasse.

Si fece forza e si sporse di pochissimo per sbirciare.

Erano proprio i due uomini che erano stati alla villa quella settimana. Le offrivano il fianco e fronteggiavano decisi Eric Schmeisser.

Ritto in piedi.

Su gambe di acciaio e ottone.

Paralizzata dall'orrore e dalla sorpresa, non potè fare a meno di osservare quella straordinaria e spaventosa figura. Eric Schmeisser se ne stava ritto in piedi, la camicia bianca sporca di grasso e sudore, le maniche arrotolate sopra i gomiti tese intorno a massicci muscoli. Attraverso la camicia sbottonata si intuiva il petto ampio e poderoso. Sul viso stanco e lucido di sudore spiccavano profonde occhiaie scure, la barba chiara e sporca, lucidi occhi febbrili e la mascella larga e decisa. Aveva segni di nerofumo sulla fronte e gli tremavano le labbra.

Si appoggiava a una comune stampella e i moncherini delle gambe stretti nei pantaloni cuciti appositamente erano infilati in due protesi meccaniche: un intrico di molle, pistoni e tiranti che gli occhi di Veruska non riuscivano a cogliere del tutto.

- Non ci costringa ad agire, Schmeisser: non opponga resistenza. Noi rappresentiamo l'autorità del Kaiser!

- Ma non capite? Il Kaiser e tutta la nazione ricaveranno molto di più da tutto questo se verrà usato per ciò che io ho progettato. Per creare e non per distruggere!

- Adesso basta, Schmeisser! Nel nome del Kaiser August Gustav von Richter III, prendo possesso del suo progetto, del prototipo da lei costruito e di tutto ciò che si trova dentro e fuori questo edificio! Le ordino di collaborare!

Veruska vide l'uomo con la barba a punta estrarre una pistola brutta e squadrata da sotto il pastrano e spianarla contro Eric Schmeisser.

Ancora una volta fu il suo istinto a decidere per lei. Senza nemmeno sapere esattamente cosa stava facendo, vinta dall'impulso protettivo nei confronti del giovane, saltò fuori dal suo nascondiglio e si gettò a mani tese sul braccio che impugnava la pistola.

Vi fu un rapido parapiglia: Veruska era terrorizzata dalle armi e a stento riuscì a opporre resistenza. I due uomini ebbero ragione di lei in poche mosse, ma lo scompiglio da lei creato ebbe risultati sorprendenti.

- Sua Maestà Vittoria, Regina d'Inghilterra vi porta i suoi omaggi e ringrazia sentitamente!

Veruska trattenuta a terra alzò lo sguardo imitando i due agenti del Kaiser. Su una passerella prossima al soffito c'era l'autista di Lord Schmeisser, sorridente. In mano stringeva un tubo dorato: certamente si trattava di qualcosa di importante. Così importante che l'agente armato di pistola esplose contro la spia britannica tre fragorosi colpi in rapida successione. Nessuno di questi andò a segno.

- Attenzione!

Veruska ebbe le mani libere, ma non il tempo di gioire.

Era così grosso che ai suoi occhi era passato inosservato.

Un enorme automa metallico alimentato da motori elettrici e reso potente da cilindri azionati dal vapore cominciò a muoversi, prigioniero delle catene dei verricelli che lo mantenevano in posizione eretta. Aveva braccia lunghissime e gambe tozze, era irto di meccanismi di ogni genere: valvole che si aprivano e scaricavano l'eccesso di pressione, ruote dentate sporche di grasso bruno, cinghie multiple avvolte e incrociate su pulegge cui si accoppiavano nere catene di trasmissione larghe quanto una mano. Era chiaramente incompleto.

Era controllato da Eric Schmeisser, che se ne stava dietro i comandi nel torace cavo dello smisurato essere di metallo.

Tutto sommato il minotauro esiste, pensò Veruska.

Uno dei bracci avvinto dalle catene dei paranchi si alzò tra gemiti elettrici e soffi di vapore per poi calare con straordinaria e inattesa velocità. Lo strattone che diede alle catene si trasmise alle rotaie del carro ponte che si piegarono. Il pesante congegno di sollevamento si inclinò insieme alla passerella scelta dalla spia inglese come via di fuga. Per sostenersi e non cadere da quella vertiginosa altezza quello fu costretto a lasciare precipitare il cilindro di metallo che sparì alla vista tra i macchinari posati con ordine sul pavimento del capannone.

Il minotauro di Schmeisser nel frattempo si era liberato del tutto. Non era in grado di sostenersi ritto sugli arti inferiori quindi cadde in avanti, a quattro zampe. Essendo le braccia più lunghe delle tozze gambe senza ginocchia, riusciva a mantenere una posizione quasi eretta.

- Via! Tutti via! - sbraitò il giovane Eric alzando un braccio e menandolo a mò di martello contro l'agente del Kaiser che gli stava puntando contro la pistola. Quello dovette ripararsi per non perire schiacciato.

Strisciando a quattro zampe, terrorizzata dal caos e dal frastuono di metallo che cigolava, dai colpi che martellavano il pavimento di cemento e dal rumore orribile dei motori di quel minotauro meccanico, Veruska si era trovata con le spalle al muro. La paura le aveva paralizzato il cervello e strillò come un ossesso quando le rotaie del carro ponte, danneggiate irreparabilmente, cedettero di schianto sotto il peso delle attrezzature di sollevamento.

Molte volte aveva letto delle imprese del dio Thor che col suo Mjolnir era in grado di affrontare qualunque minaccia, certo del potere del tuono. Quando il coro di lamenti delle lamiere che si deformavano sofferenti e cadevano dal soffitto culminò nello schianto del carro ponte, fu come se Mjolnir si fosse abbattuto su quel capannone. Il pavimento vibrò, il tuono cancellò il grido dalle orecchie di Veruska e le rimbombò dentro polmoni, stomaco e ventre, lasciandola senza fiato. Nemmeno la pioggia di calcinacci e scheggie di mattone la indusse a togliersi da dove aveva irragionevolmente trovato rifugio, terrorizzata come un piccolo topo in trappola.

Invulnerabile, il mostro meccanico spazzò via il tramezzo di mattoni con un unico colpo del braccio sinistro. Vedere il suo riparo precedente finire in briciole con quella facilità aiutò Veruska a scuotersi.

L'aria si stava riempendo di polvere di cemento e dal soffitto continuavano a cadere briciole di mattone. Tossendo la giovane domestica sgattaiolò via. Il cemento vibrava a ogni passo del minotauro e lei non avrebbe voluto trovarsi sulla sua strada per nulla al mondo. Riuscì a rizzarsi in piedi e a rendersi conto di ciò che stava succedendo. Il mostro era lontano: si udì un colpo d'arma da fuoco, assordante. Ne vide anche la vampa: il braccio meccanico sinistro scattò subito in quella direzione ma centrò in pieno un pilastro di mattoni.

Veruska fu colta dal terrore. Il braccio si ritrasse vistosamente danneggiato, ma il pilastro aveva subito un danno più grave. Pesanti mattoni cominciarono a cadere dall'alto dove si era creata una frattura. Il massiccio sostegno stava per cedere. Il carro ponte cadendo aveva urtato il pilastro adiacente lesionandolo. Dovendo ora sostenere del peso aggiuntivo, anche quello cominciò a cedere rapidamente.

Una mano piccola e forte la afferrò per il braccio, tirandola con decisione.

Maria!

Aveva con se il tubo metallico, impolverato e acciaccato.

La trascinò tra macchinari e attrezzature, guidandola con sicurezza verso una grande porta schiusa di poco. Era lo scivolo di carico del capannone, dove i camion venivano a caricare e scaricare. Sgattaiolarono via in fretta e furia dalla porta carrabile: alle loro spalle l'intera struttura stava scricchiolando. All'interno l'instancabile minotauro si agitava nella sua furia cieca e distruttiva.

Mentre ancora correvano un tuono potente rotolò in un crescendo assordante dietro di loro. Veruska si voltò in tempo per vedere più della metà del grande edificio accartocciarsi su se stesso in un nube di polvere illuminata dalle azzurre e gialle scariche elettriche dell'alta tensione in corto circuito. Il terreno tremò, le luci si spensero.

- Peccato... in fondo erano tutti dei bravi guaglioni – sospirò Maria, già domato il fiatone per la corsa fatta.

- Il Principe di Savoia sarà contento – disse poi agitando il tubo metallico.

Veruska obbedì un'ultima volta al suo istinto. Strappò il cilindro metallico dalle mani di Maria, lo usò per colpirla in viso più forte che poté e corse via come il vento, nel buio.

Luca Mannurita

Der letzte Teil


Aprì gli occhi di scatto, sobbalzando.

Si era appisolata. Si umettò le labbra disidratate. Il sole la colpiva attraverso il finestrino del treno e la veletta di pizzo del suo nuovo cappello da viaggio non la riparava granché.

Con un solo sguardo perquisì il compartimento dove si trovava. Nessun viaggiatore seduto con lei, nessun bagaglio oltre la sua borsa. Si tranquillizzò un poco.

Non voleva addormentarsi: non doveva farlo. Anche se aveva dormito poco, anche se era stanca e indolenzita in ogni punto del corpo. Non si sentiva ancora abbastanza al sicuro. Si rimproverò subito per quel pensiero sciocco. Era tutto finito invece. Non doveva temere più nessuno.

Con la memoria andò indietro ai fatti della sera prima. Rivisse tutto come guardando una pellicola troppo veloce la lotta con gli emissari di diverse superpotenze europee. Chissà se l'avevano davvero tutti scambiata per una spia dello Zar di Russia. Le si strinse il cuore al pensiero della fine di Eric, tanto da sentire dolorose lacrime affiorarle agli occhi. Oh, come avrebbe voluto che le cose fossero andate diversamente!

Ma l'edificio di mattoni era crollato seppellendo tutto sotto le macerie. Tutto tranne lei, Maria e i progetti degli arti meccanici, trafugati dalla spia britannica avendoli forse scambiati per quelli della corazza gigante.

Veruska si abbandonò contro lo schienale e si lasciò cullare dal treno che procedeva spedito.

Era fuggita coi disegni di Schmeisser. Si era rifugiata in un albergo di poche pretese a dormire. Sonni ricchi di incubi e intervallati da lunghi crisi di pianto. La mattina era andata a comprare un biglietto per il primo treno.

Non voleva più sentire parlare di Kräaftenburg, di Villa Schmeisser e di fabbriche. Ne aveva avuto abbastanza. Di una sola cosa era contenta: di essersi sbarazzata del tubo metallico, ma non dei progetti che conteneva. Le parole dell'uomo l'avevano colpita profondamente: la tecnologia del metallo, la potenza del vapore e l'energia elettrica dovevano essere unite tra loro per la creazione di opere benefiche, non per creare altre armi. Mors tua vita mea. Era ora che qualcuno dicesse basta, che questo meccanismo perverso venisse fermato.

Sì, era deciso: avrebbe fatto in modo che così fosse.

Aprì gli occhi di scatto, sobbalzando.

Si era appisolata di nuovo. Il treno correva sempre velocissimo. Il sole si era alzato e non riusciva più a raggiungerla. Le membra cantavano ancora in vivace coro il loro malcontento. C'era qualcuno nello scompartimento.

- Buongiorno, mia cara Veruska.

Il tedesco dell'uomo era quasi perfetto. Si tradì con la pronuncia del nome: era uguale a quella di sua madre. Il ricordo della sua dolce genitrice eclissò subito nella paura e nello spavento.

L'uomo la guardava sorridendo. Aveva superato abbondantemente la cinquantina e si vedevano i primi fili grigi nei capelli tagliati corti in stile militare. Aveva occhi di giaccio e il viso rasato era largo e squadrato. Indossava un completo blu scuro sopra un gilet nero dai bottoni d'argento; dal taschino pendeva la catenella dell'orologio. Un Ascot nero decorato da una spilla d'argento era portato morbidamente intorno al collo.

Veruska lo guardò bene due volte: si era tradito. Quelle mani: posate su un bastone dal pomo bianco a testa di levriero erano segnate, grandi, ruvide, forti. Mani da soldato.

- Chi siete? Che volete? Come sapete il mio nome? - Veruska soffiò quelle domande tutte d'un fiato, con lo stomaco freddo e serrato dalla paura.

- Le mie scuse, mademoiselle... il mio nome è Ivan Grimovski, capitano di artiglieria dell'esercito del Popolo. Per servirla.

Accennò un inchino col capo, ma ostentava il sorriso di un coccodrillo. Sembrava una molla compressa: pronta a scattare.

- Non ho nulla che possa interessare il suo popolo o... il suo Zar, capitano.

Il sorriso del soldato si fece un poco più caldo, gli occhi brillarono di soddisfazione.

- Vengo da una famiglia di contadini e mio padre mi ha insegnato il prezzo del lavoro e il valore del tempo. Apprezzo sempre chi sa cos'è il primo e non spreca il secondo.

Sorrise ancora e poi disse con disinvoltura sconcertante:

- Che ne dice di diecimila corone svedesi? O preferisce i franchi svizzeri?

Luca Mannurita

- Il filtro numero due è di nuovo sporco.

Larsen quasi non sentì la comunicazione a lui rivolta. Faceva un caldo terrificante e l'aria condizionata stentava a contrastarlo. La polvere entrava a sbuffi dal portello aperto insieme al rumore del motore e al perenne cigolio dei cingoli. Il carro armato al suo comando, specializzato nelle operazioni in ambienti vasti, stava pattugliando le strade cosparse di macerie di una città ribelle recentemente bombardata dall'Aviazione. Le stazioni di sorveglianza in orbita avevano segnalato movimenti di truppe nemiche tra le rovine. Ma Larsen non era furioso solo per il fatto d'essere di pattuglia in quel claustrofobico labirinto di cemento con un tipo di carro armato senza torretta, senza nemmeno avere avuto una vaga idea delle forze avversarie che avrebbe potuto incontrare.

- Ahmed, falla finita!

Larsen tolse le dita dal laringofono: il suo compagno non dava cenno di averlo sentito. Aveva aperto il portello e sporto fuori la testa pensando di fare chissà cosa. Ma non aveva chiuso la radio e stava ascoltando la sua orrenda musica accompagnandola con ululati che il suo laringofono raccoglieva e trasmetteva a tutto l'equipaggio. Alfred se ne infischiava: per lui era facile. Ma per Larsen non lo era. Il fracasso del carro armato che si muoveva lentamente tra le macerie della città deserta rendeva indispensabile l'uso dell'impianto di comunicazione e ciò condannava il mercenario a subire.

- Alfred, spegnigli quella dannata musica – ordinò secco Larsen. Aveva sopportato abbastanza.

- Spiacente, Larsen. Stavolta ha portato con sé un dispositivo indipendente.

Larsen arricciò le labbra e si lasciò sfuggire una bestemmia. Aveva già discusso col suo artigliere africano riguardo quel comportamento irregolare. L'ultima volta aveva caricato centinaia di mega di musica nel computer del tank e usato l'impianto audio di bordo per ascoltarla. Nulla di insopportabile se il negro non avesse avuto il maledetto vizio di ululare durante l'ascolto. A sentir lui, cantava accompagnando ciò che stava ascoltando. Chiunque altro lo avrebbe detto un pazzo affetto da peritonite.

Contorcendosi sul suo sedile, cercò con una mano di raggiungere Ahmed dalla sua angusta posizione. Nonostante il carro armato fosse stato progettato inizialmente per un equipaggio di quattro persone, lo spazio all'interno era poco per due. Ahmed era recentemente rientrato da una licenza e aveva scoperto di non passare più dal portello poiché si era lasciato andare un po' troppo ai piaceri del buon cibo.

- Ahmed! - gridò ancora Larsen riuscendo a sfiorare un ginocchio del caporale. Per poter mettere la testa fuori dallo scafo il sedile era stato sollevato.

L'ululato si interruppe, con gran sollievo di Larsen.

- Dimmi, capo! - la voce del caporale Ahmed suonò forte negli auricolari del capocarro Larsen. Sembrava felice.

- Falla finita! - gridò rabbioso il mercenario.

- Va bene... - rispose il caporale con tono mesto. Larsen stava per ordinargli di tirare dentro la testa, ma lasciò stare. Pensò che con un po' di fortuna un cecchino gliel'avrebbe staccata con un colpo di Nagant.

Ma era un'ipotesi piuttosto remota: Alfred era vigile e infallibile. Se un cecchino avesse sporto la canna della sua arma nel raggio di mille metri lui se ne sarebbe accorto immediatamente e avrebbe dato l'allarme. Era il terzo e ultimo membro dell'equipaggio. Una intelligenza artificiale posta al governo del carro armato per permettere di dimezzare l'equipaggio umano. Di fatto, Alfred era il carro armato. Un mostro dal corpo costituito di leghe metalliche resistentissime, trentotto tonnellate di acciaio plastico che si muovevano su due cingoli larghi sessanta centimetri. Il treno di rotolamento era composto da otto rulli per parte, ciascuno con una robustissima sospensione indipendente. Ogni sospensione aveva diversi sensori per rilevare velocità, condizioni del terreno e molto altro. L'intero carro, dai cingoli al motore all'armamento era percorso da una rete di sensori tra i più diversi: un sistema nervoso artificiale per un cervello artificiale. Il risultato era davvero micidiale: un carro senza torretta alto al massimo due metri armato con un cannone principale da centoventi millimetri e diverse mitragliatrici. Una delle quali, quella da dodici millimetri, brandeggiabile e servoassistita con funzione antiaerea, era tra le mani di Ahmed impegnato a cantare.

Il carro armato si arrampicò guardingo su una montagna di detriti: era tutto ciò che rimaneva della metà di un edificio di otto piani crollato sulla strada che gli passava davanti. Alfred fermò i cingoli non appena fu in cima a quella collinetta di rovine.

- Contatto – comunicò subito.

Lo schermo multifunzione davanti a Larsen passò immediatamente all'infrarosso mostrando una traccia termica debolissima.

- Bersaglio morbido in direzione tre-cinque-uno, distanza ottocentoquaranta metri – declinò poi Alfred, del tutto asettico. Classificava i bersagli a seconda del livello di protezione di cui erano dotati. La categoria dei bersagli morbidi andava dai veicoli non blindati come autovetture, camion e simili fino agli esseri umani.

- Ahmed? - Larsen era di nuovo calmo e concentrato. Anche un solo uomo poteva essere una minaccia: il sistema anticarro AT-11 Spearman usato dal nemico consisteva in un tubo di polimero usa e getta contenente un missile intelligente. Lanciato tenendolo sulla spalla, la sua gittata utile andava dai due o trecento metri ai due chilometri e mezzo.

- Non aggancio nulla, capo.

Il sistema di puntamento della mitragliatrice brandeggiabile era ottico e non poteva vedere bersagli che se ne stavano nascosti. Larsen cercò di ricavare qualcosa dai sensori all'infrarosso, gli unici che segnalavano la minaccia, ma non riusciva ad andare oltre quella debole, piccola macchia. Una traccia di calore che indicava la presenza di qualcuno nascosto nell'ombra. Così debole che se il sole, che arroventava la città diroccata, avesse raggiunto quel punto con i suoi raggi l'avrebbe resa invisibile.

- Alfred non stare impalato. Avanti piano e togliamoci da qui. E cazzo, Ahmed... tira dentro la testa.

Larsen non aveva nemmeno dovuto alzare la voce. Il motore del carro armato salì immediatamente invadendo col suo rumore l'ambiente che era occupato dall'equipaggio umano. Ahmed abbassò subito il sedile e richiuse il portello. Larsen pensò che forse adesso l'aria condizionata avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente e che lui avrebbe smesso di respirare la polvere delle ossa di quella città morta.

Alfred avanzò con estrema prudenza mantenendo tutti i suoi sensori di combattimento al massimo dell'attività. Il contatto col diminuire della distanza andava facendosi più definito fino a quando fu chiaro che si trattava di qualcuno coricato a terra. Larsen tirò un sospiro di sollievo: era molto pericoloso lanciare un AT-11 stando sdraiati poiché il missile aveva bisogno di alcune decine di metri per accelerare e stabilizzarsi. Se invece si trattava di qualcuno con un fucile anticarro, il tiratore aveva già perso la sua occasione. Ormai era a tiro dei sensori più raffinati di Alfred e i proiettili a elevata penetrazione della calibro dodici tra le mani di Ahmed potevano passare attraverso i muri di mattoni come attraverso la carta.

- Scansione – ordinò Larsen quando vide il telemetro segnalare una distanza inferiore ai cinquecento metri.

Con sua grande sorpresa il bersaglio era un essere umano di piccole dimensioni, disarmato. Era un bambino.

- Abbiamo trovato uno scampato al bombardamento – disse Ahmed, sorpreso.

- Già... i nostri goblin non saranno contenti di saperlo.

Larsen pensò ai piloti dei bombardieri notturni: si vantavano in continuazione della loro bravura, dovuta alla stretta comunione tra loro e gli impressionanti velivoli che pilotavano. Non avevano IA a bordo poiché il loro stesso cervello veniva interfacciato con i sistemi dell'aereo. Vedevano con i sensori dell'aereo, volavano con i suoi motori, colpivano con le sue armi. Era come se uccidessero con le loro stesse mani. Alla base Larsen rabbrividiva quando al tramonto li vedeva alzarsi con i loro mostri neri, panciuti, ululanti. I goblin: un nomignolo molto azzeccato.

- Alfred avanti così. Ahmed, lo tieni?

- Sì capo. Non lo vedo ma so dov'è.

Alfred aveva ovviamente il pieno controllo di tutti i sistemi di puntamento e tiro. Avrebbe potuto togliere i comandi della mitragliatrice ad Ahmed e fare fuoco al posto suo. Ma di solito non ce n'era bisogno: all'artigliere piaceva da matti il rumore della calibro dodici e ogni scusa era buona per sparare qualche colpo. L'unica cosa che dava fastidio a Larsen era che anche quando sparava Ahmed gareggiava col rumore delle armi urlando soddisfatto.

L'intensificatore di immagini, un potente occhio elettronico in grado di sconfiggere l'oscurità, aveva inquadrato la zona del bersaglio: un palazzo era stato sventrato da una bomba ma il parcheggio coperto era rimasto in piedi. Probabilmente i goblin andavano di fretta il giorno che erano passati di lì “a fare il lavoro”, com'erano soliti dire. “Consegnare il pacco”, “disinfestare”, “fare il lavoro”: tutti sinonimi della medesima operazione: il bombardamento. Lì, in quel parcheggio coperto realizzato in cemento armato, probabilmente appoggiato a una parete crollata a metà c'era un bambino solo. Intorno a lui non c'era traccia di attività termica fin dove giungeva la capacità di rilevamento dei sensori di Alfred. Se si trattava di una trappola, era davvero ben preparata.

Ma quando il telemetro era ormai sceso sotto i trecento metri accadde qualcosa.

- Movimento – disse Alfred atono come sempre.

- È lui?

- Sì. Contatto visivo.

Sullo schermo Alfred mostrò ciò che le sue telecamere anteriori stavano inquadrando. Sotto il reticolo di mira che si adattava automaticamente al bersaglio era apparso un bambino. Larsen non aveva figli: subito dopo essere partito per la zona d'operazioni aveva saputo che la sua fidanzata si era messa con un altro buttando nel cesso quattro anni di convivenza con sorprendente tempismo e facilità. Aveva avuto una relazione con una carrista come lui ma era morta dopo due settimane saltando su una mina anticarro con tutto il suo cingolato antiaereo. Da allora Larsen aveva fatto una croce sulla possibilità di avere una famiglia prima della fine della guerra, se mai fosse finita. Era diventato un frequentatore del bordello della base.

Non sapeva nulla di bambini quindi ma a occhio e croce quello doveva avere circa sette anni. Gli abiti sporchi e laceri, sembrava avesse una ferita alla testa. La sua pelle scura faceva risaltare il bianco degli occhi tanto da dare al suo sguardo un aspetto inquietante, spiritato. Era inespressivo, la bocca chiusa e le labbra strette. Stava fissando il tank, non c'era ombra di dubbio. Non c'era altro da guardare in quel cimitero di cemento, rottami e macerie.

- Consiglierei di fermarci qui e di attaccare il bersaglio.

Alfred era un freddo calcolatore: anche se poter parlare lo rendeva simile a un essere umano, non lo era.

- Non è una minaccia – ribatté Larsen.

- Questa situazione non mi piace. È potenzialmente pericolosa – ribatté Alfred.

- Il massimo che il moccioso può fare è prenderci a sassate – disse Larsen aprendo per la prima volta il suo portello. Di nuovo il condizionatore d'aria salì al massimo per compensare l'ingresso di aria rovente dall'esterno.

- Hey! Dai, vieni qui! - gridò al bambino che, pur essendo uscito allo scoperto, esitava ad avvicinarsi. Larsen alzò ancora un po' il sedile e sporse anche le braccia dallo scafo. Fece cenno al bambino di avvicinarsi.

- Dai, andiamo a fare un giro!

Larsen si voltò: alla sua destra la testa di Ahmed sporgeva da dietro la mitragliatrice calibro dodici. Con un braccio faceva dei cenni per indurre il bimbo ad avvicinarsi al tank il cui motore brontolava fortemente al minino dei giri.

Forse fu la vista della pelle nera dell'artigliere, forse il bambino si era finalmente deciso, vinto dalla curiosità di vedere il carro armato da vicino. Forse per non dare l'idea di essere ansioso di salire sul mezzo corazzato, camminò con ostentata calma fino a raggiungere il fianco destro.

- Forza, aggrappati! - lo esortò Ahmed guardandolo dall'alto della sua postazione di combattimento.

Quello non se lo fece dire due volte: mise un piede chiuso dentro una scarpa rotta su un rullo di corsa e afferratosi al bordo di una placca della corazza reattiva, si arrampicò con un po' di fatica fino a raggiungere l'artigliere.

- Bravo! - disse quello aiutandolo a superare l'ultimo ostacolo. Il bimbo rimaneva ostinatamente serio, come se intendesse a tutti i costi mascherare la propria felicità per essere salito a bordo del carro armato. Larsen lo osservò: quella alla testa non era una ferita da lacerazione ma una ustione ancora viva. I capelli crespi del ragazzino dalla pelle nera erano stati bruciati, il cuoio capelluto era stato in buona parte ustionato ed era umido di siero. Forse era solo per via dei gas di scarico del motore a turbina che non sentiva l'odore che emanava il piccolino: anche gli abiti erano bruciacchiati e da quello che vedeva una delle manine era orribilmente infetta e piagata. Non seppe dire con quale coraggio Ahmed cercò di strappare un sorriso al bambino facendogli il solletico.

- Hey, cos'hai di bello qui? - disse l'artigliere dopo aver toccato il bambino. Larsen si voltò in tempo per vedere il bimbo portarsi le mani allo stomaco e muovere le dita come se cercasse qualcosa.

- Che cos'è? - ripeté Ahmed con un tono ben diverso. Larsen si allarmò.

- Missile!

L'allarme lanciato da Alfred lasciò Larsen pietrificato. Il motore ruggì altissimo e il tank saltò all'indietro senza preavviso. Strisciando il cingolo di sinistra stava iniziando una manovra evasiva. Larsen si dovette aggrappare ma picchiò lo stesso con il casco contro i periscopi che circondavano il bordo del portello.

- Dentro! - gridò verso Ahmed. Lo vide afferrare qualcosa tra gli stracci del bambino e caricare il braccio per scagliare lontano l'oggetto. Un breve sibilo appena percepibile precedette la vampa dell'accecante fiammata che avvolse tutto.


Il pilota agì sui comandi con mano esperta e l'enorme aerogrifo quadrigetto, un velivolo equipaggiato per missioni di salvataggio e recupero, si inclinò docilmente per compiere un'ampia virata. All'interno del casco il capitano poteva leggere gli strumenti e vedere una riproduzione virtuale dell'ambiente che circondava il velivolo in volo sulle macerie della città a poche centinaia di metri d'altezza. L'aerogrifo infatti era mediamente blindato e nell'abitacolo si aprivano delle strette fessure alte una decina di centimetri che consentivano di vedere solo se fuori era buio o no.

Il pilota staccò una mano dai comandi mentre il velivolo era ancora inclinato e sollevò l'impenetrabile visiera nera. Si voltò verso il suo equipaggio, gli specialisti che occupavano le tre poltrone dietro la sua. Due artiglieri e un uomo-ragno.

- Siete pronti là dietro? T meno dieci.

- Pronti, capitano. Bersaglio confermato, zona tranquilla.

- Bravi.

Il capitano Jennifer Tosco abbassò di nuovo la visiera e rientrò nel suo mondo virtuale fatto di strumenti, orizzonti artificiali e telemetria laser. Esattamente dieci secondi dopo, come previsto, sorvolò il bersaglio. L'aerogrifo era difeso da torrette armate di cannoni a canne rotanti da venti millimetri, caricati con proiettili perforanti per corazze pesanti. Difficilmente avrebbero avuto ragione di un carro armato, ma altrettanto difficilmente ne avrebbero incontrato uno. I satelliti avevano spazzolato tutta la zona per un'ora e non avevano rilevato nemmeno un topo per un raggio di duemila metri intorno al bersaglio.

- Siamo arrivati, bello. Ti portiamo via – disse il pilota alla radio.

- Che bello sentirla, capitano. Non vedo l'ora di togliermi da qui – giunse immediatamente la risposta.

- Dammi il tempo di mettermi a punto fisso e ti agganciamo.

L'aerogrifo virò strettamente eseguendo una manovra piuttosto azzardata volta a perdere tutta la velocità orizzontale. I quattro motori a getto scaricavano furiosamente gas dagli ugelli vettoriali ora orientati verticalmente per sostenere il velivolo che si avvicinò al bersaglio lentamente. Le due torrette ventrali ruotavano velocemente da una parte all'altra scandagliando con i sistemi di puntamento tutta la zona alla ricerca di una minaccia. Condotto da una mano esperta il grande velivolo si fermò proprio sopra il bersaglio in attesa, a poche decine di metri di quota. Tutto sembrava tranquillo. Polvere di cemento e cenere veniva alzata dai getti dell'aerogrifo e scagliata via con forza in tutte le direzioni. Nell'occhio del ciclone, intorno al carro armato danneggiato niente sembrava muoversi.

Poi dal ventre del velivolo cadde qualcosa. Qualcosa che a pochi metri dal suolo accese dei razzi di frenata che lo rallentarono bruscamente fin quasi ad arrestarne la caduta a mezz'aria. Il congegno, rimasto collegato al velivolo che l'aveva sganciato da diversi cavi, aprì rapidamente molteplici gambe snodate e cadde pesantemente al suolo a distanza di sicurezza. Paragonato al tank era minuscolo: in realtà era grande un po' più di uomo e pesante circa duecento chili. Come se dovesse riprendersi dal brusco atterraggio esitò a muoversi per qualche secondo. Poi saettò verso il tank e usando le sue otto gambe articolate si arrampicò con insospettabile agilità sullo scafo trascinandosi dietro i cavi che pendevano laschi dal ventre dell'aerogrifo, fermo nell'aria come un gigantesco insetto curvo.

- Allora, vuoi dirmi qualcosa? - disse il capitano Tosco, impegnata a mantenere l'aerogrifo fermo rispetto al suolo. Il computer poteva farlo per lei, ma non l'avrebbe giudicato divertente.

- Ho scingolato, mobilità ridotta al tre per cento. Poi ho perso i sensori termici di destra e la telemetria principale. La calibro dodici antiaerea è fuori uso. Credo che bisognerà revisionare la turbina: faceva rumore e l'ho spenta. Le batterie sono al sessantasette per cento.

- Sei messo peggio dell'altra volta... almeno avevi ancora i cingoli.

- Lo so, capitano. Il mio debito aumenta ancora.

Il capitano Jennifer Tosco stirò le labbra in un sorriso invisibile sotto la visiera completamente nera del casco. Chiuse per un momento il canale della radio passando alle comunicazioni interne.

- Come va, Vikkonen?

- Manca poco, capitano.

- Sbrigati... sono messi un po' male laggiù.

Il soldato specializzato Vikkonen manovrava alacremente i comandi del ragno, il robot con zampe articolate che stava agganciando i cavi d'acciaio dell'elicottero ai ganci di sollevamento del tank in avaria. Per questo era chiamato uomo-ragno. La cabina dell'aerogrifo non era molto grande e il microfono del casco era sensibile quindi si limitò a pensare ciò che avrebbe voluto rispondere al capitano.

- Ci siamo quasi, resisti – disse il pilota una volta riaperto il canale radio.

- Grazie di nuovo, capitano.

- Bersaglio agganciato e pronto per il sollevamento – disse l'uomo-ragno.

L'ultimo cavo, quello più sottile, era rimasto attaccato al dorso del robot. Si tese dapprima gradualmente e poi in fretta, dando uno strattone al robot e sollevandolo. Questi, perso il contatto fisico con lo scafo del tank ripiegò automaticamente le zampe contro il ventre e si lasciò issare a bordo. Il suo compito era finito: quattro robustissimi cavi d'acciaio erano agganciati correttamente e si tesero contemporaneamente mentre l'aerogrifo li riavvolgeva con metodo. Poi il capitano Tosco diede più manetta ai motori e i cavi di sollevamento si irrigidirono, sopportando il peso del veicolo corazzato. Questo si alzò da terra regolarmente, dondolando un po' solo quando il cingolo rotto si sfilò del tutto dai rulli di scorrimento e cadde contorcendosi a terra con un tonfo poderoso, che però si perse nel rumore assordante dei motori dell'aerogrifo.

Il capitano guadagnò quota e contemporaneamente orientò gli ugelli vettoriali dei motori in modo da cominciare a muoversi.

- Fra trenta minuti saremo sulla nostra base – comunicò il capitano una volta raggiunta la velocità di crociera massima consentita dal fardello sospeso sotto il ventre del suo velivolo.

- Di nuovo grazie, capitano.

- Non c'è di che. Vuoi dirmi cosa è successo?

- Un missile – giunse la risposta, atona, senza esitazioni – mi ha agganciato grazie a un dispositivo tracciante.

- Un tracciante? E come ti è arrivato addosso un tracciante?

- Era nascosto sotto i vestiti di un bambino. Una volta avvicinatosi è stato attivato. L'impulso ha fatto da guida al missile attraverso le mie contromisure.

- Un bambino? - si meravigliò il capitano. Nessuno poté vedere la smorfia di disgusto che le si dipinse sul volto.

- Precisamente.

- E l'equipaggio ha fatto avvicinare un bambino?

- Esatto.

- Idioti. Speriamo che il tuo prossimo equipaggio sia un po' meno sprovveduto, Alfred.

- Speriamo. Se lei potesse fare qualcosa in proposito le sarei grato.

- Ci posso provare. Ma non farmi fare promesse ora. Ti farò sapere. Ah, una cosa...

- Sì capitano?

- Chiamami pure Jenny.

Roberto Boscaini
A volte la vita mette le persone davanti a, forse, scomode verità o segreti, che piombano all'improvviso dentro di essa come il più classico dei fulmini a ciel sereno.
Questo è ciò che accadde anche alla diciassettenne Lucy, quando venne a conoscienza di un segreto riguardante la sua famiglia, in quella splendida giornata di primavera che stava per assumere il sapore di un pungente inverno.
Dopo aver scoperto la scioccante verità, Lucy tornò spedita a casa, andò furente dritta dai suoi genitori, sorpresi da tutta questa veemenza, i suoi occhi erano colmi di rabbia, anche se traboccavano di lacrime amare, e senza troppi indugi, sbottò.
-"Che cos'è questa storia!?"
-"Per tutti questi anni, non avete fatto altro che mentirmi, tenendomi all'oscuro di tutto, non è vero?"
-"LUI NON È MIO PADRE!!!"
Mikeal ed Eleonore, furono presi alla sprovvista da quella rivelazione, e per qualche frazione di secondo rimasero attoniti, ma cercarono subito di non far degenerare la situazione, per quanto fosse già compromessa.
-"Aspetta Lucy", intervenne Eleonore, "c'è una ragione a tutto questo, lascia che ti spieghiamo..."
-"Ascolta figliola", continuò Mikeal, "non perdere la testa, so che è difficile, ma..."
-"NO!", lo interruppe Lucy, "TU NON CHIAMARMI COSÌ, E NON PROVARE A PARLARMI IN QUEL MODO!"
Dopodichè, Lucy se ne andò via di colpo, e usci di casa, sbattendo la porta.
-"Aspetta Lucy, torna indietro, non andartene, lasciaci spiegare...!", gli gridò la madre, -"No, lasciala stare, ora ha soltanto bisogno di stare un po' da sola", gli disse Mikeal, appoggiandogli una mano sulla spalla.
Più tardi, con il tramonto che pian piano stava lasciando il passo alla sera, Lucy, seduta sulla panchina del parco della periferia, dove Mikeal la portava da bambina, e presa dallo sconforto e dai tanti pensieri che in quel momento potevano passargli per la testa, venne avvicinata dalla madre, con Mikeal che rimase in leggera disparte, a debita distanza.
-"Andatevene via", sentenziò Lucy, -"No, non stavolta figlia mia", ribattè  Eleonore, sedendosi poi accanto a lei.
-"Ascolta, non è mai stato facile, così come sembra, non dirti la verità, io e tuo padre ci eravamo ripromessi che prima o poi, un giorno, te ne avremmo parlato, solo che gli anni man mano passavano, mentre tu crescevi bene, eravamo felici, ed era difficile trovare l'occasione adatta per parlare di un argomento così delicato..."
-"Mamma, ma cosa credi che avrei mai fatto...", la bloccò Lucy, -"Pensi che avrei commesso una pazzia e non so, me ne sarei andata di colpo di casa?" -"Sono vostra figlia, e mi avete cresciuta con amore, affetto, ma quello che più mi ferisce di tutta questa storia, è che mi avete mentito per tutto questo tempo, io meritavo di conoscere la verità..."
-"Hai ragione figliola", rispose Eleonore, -"Forse avevamo davvero paura di una tua reazione in fondo, più il tempo passava e più il coraggio veniva meno, lasciando infine le cose così com'erano, sbagliando purtroppo, perché i nodi, gira che ti rigira, vengono sempre al pettine."
-"Ti chiediamo sinceramente perdono per questo Lucy, spero che tu ce lo concederai e che capisca le ragioni, anche se sbagliate, del nostro modo di agire, ora, prima hai detto di meritare la verità, e seppur con colpevole ritardo, adesso l'avrai, spettandoti di diritto."
-"Vedi, a tuo padre, il tuo vero padre, dopo una lunga incurabile malattia, gli erano rimasti pochi giorni di vita a ridosso del parto, fece solo in tempo a vederti nascere, godendoti per quei primissimi giorni, e a darti il tuo nome, "Lucy", poi prima di andarsene per sempre, quel giorno, quell'ultimo giorno, io e suo fratello, ovvero tuo padre Mikeal, eravamo accanto a lui, sai, nonostante stesse morendo, ringraziò Dio per avergli concesso di averti vista nascere e che se ne sarebbe andato in pace, felice, con il ricordo del tuo volto, poi, disse a suo fratello di promettergli che si sarebbe preso cura di noi, e che sua figlia sarebbe dovuta crescere con un padre accanto, ovvero egli stesso, volle che il sangue del suo sangue fosse cresciuto dal sangue del sangue."
-"Mikeal gli promise che l'avrebbe fatto, devi sapere che loro due erano molto uniti sin da piccoli, si fidavano ciecamente uno dell'altro, e ognuno avrebbe dato la propria vita per l'altro, per questo non ci pensò due volte ad affidarti a suo fratello, colui che fino ad oggi ti ha cresciuta come solo un padre poteva fare."
-"Io non mi sono mai opposta a quella decisione, volevo anch'io che tu crescessi con una figura paterna presente nella tua vita, non dovendo così passare lo stesso inferno da me vissuto, quello di crescere senza tale figura, credimi, io e tua nonna abbiamo sofferto tantissimo, lei si è occupata di me finché ha potuto, dopo me la sono dovuta cavare da sola, ed io non avrei mai voluto che a te toccasse lo stesso destino, sei mia figlia, non volevo che crescessi soffrendo."
"Con il passare del tempo poi, piano piano, io e Mikeal abbiamo iniziato ad affezionarci veramente, finché non ci siamo innamorati l'uno dell'altra, diventando in seguito a tutti gli effetti una vera famiglia."
-"Io non lo dimenticherò mai tuo padre, lo porterò dentro nel mio cuore per sempre, del resto tu sei il frutto del nostro amore, è solo che la vita è andata avanti, ed io, ho soltanto cercato di continuarla; questo è quanto."
-"Senti, ora tuo padre vorrebbe parlarti da solo, ok?"
-"Io vi aspetterò a casa, va bene tesoro?", le disse, dandole poi un intenso bacio sulla fronte.
Lucy, dopo qualche secondo di titubanza, acconsentì con un cenno del capo, Eleonore, fece gesto a Mikeal di avvicinarsi, e prima di andare, incrociarono i loro sguardi e si sfiorarono le mani a vicenda.
Mikeal le si sedette vicino e cominciò a parlarle.
-"Hey piccolina", le disse sfiorandole i capelli con le dita.
-"Tua madre ti ha già raccontato tutta la storia, non serve che io te la ripeta, lo so che sei arrabbiata e confusa in questo momento, ma lasciami dire soltamente una cosa."
-"Se non vorrai più accettarmi come tuo padre, essere mia figlia, io lo capirò, anche perché in fondo è la verità, e se vorrai considerarmi colpevole per esserlo stato ingiustamente per tutti questi anni, va bene, ma voglio che tu sappia che questa è la più grande colpa di cui vado fiero, perché anche se non sei sangue del mio sangue, tu sei e resterai comunque per me la mia piccolina, la figlia che non ho mai avuto, e ti amerò per sempre, come solo un padre sa fare."
-"Comunque vada, io continuerò a vegliare ogni giorno su di te fino alla fine, dopotutto, è il lavoro di un genitore occuparsi della felicità dei propri figli, e la tua sarà sempre al primo posto, venendo prima di ogni altra cosa a questo mondo, sono tuo padre, come potrei non battermi per la felicità di mia figlia."
Lucy, che aveva ascoltato silenziosamente per tutto il tempo, con un nodo alla gola, il discorso di Mikeal, dopo quelle ferme parole, esplose in lacrime, gettandosi poi fra le sue braccia, seguì un vero intenso abbraccio, come solo tra un padre e una figlia poteva essere, dove non ci fu alcun bisogno che nessuno dei due proferisse altre parole, perché tutto era racchiuso in quell'abbraccio.
A termine di quel momento così profondo, Lucy chiese a Mikeal se era possibile, prima di tornare a casa, andare a trovare il suo vero padre, sempre se questo non gli avrebbe portato dispiacere, Mikeal, senza pensarci troppo su, acconsentì immediatamente.
Così, recatisi al cimitero dove riposava Philip, e giunti dinnanzi al suo sepolcro, Mikeal prese per primo parola.
-"Ciao Phil, oggi ho portato qui con me una persona speciale, cresciuta molto dall'ultima volta che l'hai vista, e che avrebbe voglia di dirti qualcosa."
-"Perdonami, se non l'avevo ancora fatto prima d'ora."
Mikeal poggiò poi un fiore sulla tomba, e sfiorando la foto di Ricky con le dita, avvicinandosi sussurrò, -"Ti saluto, fratello mio", dopo, rivolgendosi a Lucy gli disse, -"Immagino che tu voglia rimanere un po' da sola, io ti aspetto davanti all'uscita", poi poggiando le mani sulle sue spalle, gli diede un bacio in testa, andando via.
Lucy, rimasta sola, dopo qualche momento iniziale d'imbarazzo e silenzio, cominciò a parlare
-"Ciao, eccomi qua allora, un po' cresciuta dall'ultima volta che mi hai vista, appena nata...
Sono sicura che in qualche modo, da qualche parte, tu mi stia ascoltando, e volevo soli dirti che...
Io sto bene, sono cresciuta bene, spero tu sia stato felice nel vedermi crescere, la mamma e il papà hanno fatto un ottimo lavoro dopotutto, inoltre...
Ho saputo dalla mamma, che hai voluto che Mikeal mi facesse da padre, che si prendesse cura di me, e l'ha fatto, mi ha dato tutto quello che mi poteva dare, di questo, volevo ringraziarti dal più profondo del cuore, per avermi permesso di crescere con una figura paterna accanto, pensando così, fin da subito, al mio bene, del resto, come solo un padre poteva fare."
-"Grazie."
Lucy, porse poi anche lei un fiore sulla  tomba, sfiorando di seguito la foto con le dita, rimanendo in silenzio.
Si voltó per andarsene, non prima di rivolgervi peró un ultimo sguardo, dicendo poi a bassa voce, -"Ciao, papà."
Lucy si sentì sollevata, fu grata per essere stata messa a conoscenza della verità, una verità che non avrebbe cambiato la vita a nessuno di loro, ma solo resi più liberi, con Mikeal ed Eleonore senza più quel fardello da dover tenere nascosto, e Lucy che non poteva avercela più di tanto con i suoi genitori, in fin dei conti il loro legame era tanto puro quanto indistruttibile, e niente al mondo l'avrebbe potuto scalfire, neanche una verità nascosta.
FINE
Roberto Boscaini

(Centrale della polizia di stato di South City.
Stanza degli interrogatori.
Il Commissario di Polizia Joseph Kirkland sta per interrogare il criminale più ricercato dello Stato, John Smith, conosciuto anche come il Vendicatore di South City)

Commissario Kirkland: E così, eccoci qua... caro John.

John Smith: (superficialmente) Sai, possiamo anche evitare tutti questi convenevoli, Commissario.

Commissario Kirkland: Come vuoi.
Beh, te l'avevo detto, ricordi, alla fine i giochi sarebbero finiti, e che era solo una questione di tempo, prima che ti catturassimo.

John Smith: Ma come siamo presuntuosi.
Magari sono io che ho deciso di farmi catturare, lasciandovi credere che invece sia tutto merito vostro.

Commissario Kirkland: (ironico)  Certo, come no, è credibilissimo guarda!
L'intrepido Vendicatore di South City che dopo anni di latitanza e omicidi, una sera, di punto in bianco, si lascia  catturare spontaneamente!
Eh, il tuo ego proprio non riesce ad accettare che prima o dopo, degli errori, anche minimi, si commettono sempre, è inevitabile.
Inoltre, ci hai sottovalutato per troppo tempo.

John Smith: La tua arroganza invece ti rende così cieco da alterare la realtà dei fatti.
Ah già, non sia mai che qualcosa possa ledere la reputazione di Joseph, il Mastino di Broken City...

(Intanto, fuori dalla stanza degli interrogatori, nella sala adiacente, attraverso la finestra di vetro, il Capitano Lee e l'agente Flint, assistono all'interrogatorio)

Agente Flint: (con aria perplessa)
...Eh...?!?
Joseph...il Mastino di Broken City...
...Ma...che significa!?!

Capitano Lee: È normale che tu sia spaesato agente, sei arrivato da poco in questo distretto, e non conosci la storia del Commissario Kirkland.

Agente Flint: Capitano, la prego, me ne metta al corrente, vorrei conoscerla.

Capitano Lee: (un po' scocciato nel  dover raccontare)
Sì, ma facciamo brevemente!
Come immagino ben saprai, se siamo qui, è per una ragione precisa, ognuno di noi ne ha una, non è che uno decide di fare il poliziotto perché da piccolo ha visto troppi film o giocato con pistole e manette con gli amici, tutte cazzate queste, la verità è che, per l'appunto, ognuno di noi ha una ragione ben profonda, che ci ha spinto a rappresentare la legge e a farla rispettare, garantendo la giustizia.
Quella del Commissario Kirkland, è una storia come tante se ne sentono ogni giorno, quando era piccolo, un criminale balordo, per la precisione un seriale, visto che usava il medesimo modus operandi, che era quello di uccidere gli abitanti della case dopo averle saccheggiate, ha ucciso i suoi genitori durante un tentativo di rapina nella loro abitazione di Broken City, piccola cittadina al confine dello Stato, e fortunatamente lui quel giorno non era in casa, altrimenti non staremmo neanche qui a parlarne.
Quell'evento, cambiò radicalmente la vita del Commissario, da quel giorno, crescendo man mano, diventò la sua ragione di vita dare la caccia ai criminali seriali, di ogni genere, e le sue operazioni di cattura, arresto dopo arresto, inseguimento dopo inseguimento, senza mai una sosta fino alla cattura del criminale, gli fecero guadagnare la nomea del Mastino di Broken City, arrivando poi anche ad essere reclutato nell'Interpool.

Agente Flint: Wow, che grande uomo di legge il nostro Commissario!
Certo che, riflettendoci, per certi versi, ci sono anche delle similitudini con la storia del Vendicatore, a riguardo di dare la caccia ai criminali...

Capitano Lee: (con aria di rimprovero)
Agente, non ti ci mettere anche tu, ci sono già la stampa, le televisioni, molta gente comune, che acclamano questo individuo, ricorda, il Vendicatore è solamente un criminale, come tanti altri, niente di più, e non provare a farti venire strane convizioni in testa, o anche solo delle insinuazioni, se non vuoi che ti faccia rapporto!

Agente Flint: Comandi Capitano!
............

(Tornando nella stanza degli interrogatori...)

Commissario Kirkland: Allora John, come ci si sente alla fine della corsa eh?

John Smith: Ti senti appagato per avermi qui, ammanettato, davanti ai tuoi occhi, senza possibilità di fuga, vero commissario?
Hmm, trattato come il primo dei criminali...

Commissario Kirkland: (sarcastico) Ah già, scusa, che sbadato che sono, perché in realtà tu non lo sei, vero...?

John Smith: (freddo, consapevole di se)
Esatto, non lo sono.

Commissario Kirkland: Ah no eh?
E allora dimmi, che cosa sei tu?

John Smith: Hmm.
Voi della polizia, nel tempo, mi avete affibbiato il soprannome di Vendicatore, in realtà, molto più semplicemente, io sono l'incarnazione di quello che i familiari delle vittime vogliono che venga  applicata, quello che ne voi, e ne questo Stato, riuscite più far rispettare...la giustizia!!!

Commissario Kirkland: Giustizia.
Che faccia tosta.
Tu hai commesso degli omicidi!
Te ne rendi conto o no?

John Smith: Come siamo moralisti oggi Commissario.
Sai benissimo che nessuno di quelli che ho ucciso era un innocente, nessuno di loro meritava di vivere un giorno di più.

Commissario Kirkland: Dunque, vorresti una medaglia per questo?
Ti dobbiamo ringraziare vero, o magari anche acclamare come stanno facendo alcuni media, giusto?

John Smith: Io ho solo fatto quello che c'era da fare.
Vedi Commissario, tu ormai sei abituato a dare la caccia ai grandi criminali seriali internazionali, addirittura sei entrato a far parte dell' Interpool, non sei più così tanto presente, non sai come vanno le cose, e qui a South City, ma come anche in altre piccole città, ai piccoli criminali chi ci pensa eh, se...

Commissario Kirkland: (interrompendolo bruscamente)
Smettila di farneticare!
Parli come se qui non esistesse nessuno a rappresentare la legge, ci sono i miei uomini, ed io mi fido ciecamente di loro!

John Smith: Ohh, ma io questo non lo metto certo in dubbio Commissario, quello a cui mi riferisco, è la mancata garanzia dell'applicazione della legge in questo Stato, dove non esiste giustizia per tutti.
E allora, dove non arriva la legge, è qui che entro in gioco io.

Commissario Kirkland: Mettendoti ad uccidere, a tua discrezione, i criminali della città, dico bene John?

John Smith: Lascia che ti rinfreschi la memoria Commissario.
Tra le strade di questa città c'è la peggio feccia in giro, i crimini sono all'ordine del giorno, e sì, i tuoi uomini fanno egregiamente il loro dovere, ma poi, dopo gli arresti, è lì che avviene l'infamia di questo Stato.
Ti ritrovi stupratori della peggior specie, spacciatori, ladri, che grazie a dei cavilli legali, ai sotterfugi dei loro mafiosi avvocati, riescono ad arginare la legge, così non scontano neanche metà della pena assegnatagli, e già dopo qualche mese, se non addirittura settimane, sono fuori a ricominciare i loro sporchi affari, quando invece dovrebbero rimanere a marcire in galera.
Altro esempio, se un onesto cittadino prova a difendersi legittimamente da una rapina, e tu ne dovresti sapere qualcosa no, magari anche non  uccidendo il criminale ma soltanto ferendolo, viene trattato come il peggior omicida in circolazione, trovandosi poi a dover scontare una pena solo per aver difeso i suoi cari dalla minaccia di un malvivente, con quest'ultimo tornato invece tutto tranquillo in città.
E non ho parlato della corruzione, dove ci  sarebbero da scrivere collane di enciclopedie.
Allora Commissario, dimmi, è giusto tutto questo?
Io non ce lo più fatta a vedere tutti  questi sopprusi, queste infamanti ingiustizie, perciò a suo tempo ho deciso di agire, e di ripulire questa città dalla feccia!

Commissario Kirkland: Pensi che non sappia che il sistema giudiziario di questo Stato faccia schifo?
Ma non è certo giocando a fare Dio, la  giusta soluzione per risolvere il problema.
Cosa pensi succederebbe se ogni cittadino decidesse di agire come hai fatto tu, ognuno con il proprio codice di giustizia, ci sarebbe il caos più totale, questa città, anzi ogni città, diventerebbe l'inferno sulla terra!
È questo che vuoi?
Per questo esistiamo noi organi di giustizia, che rischiamo la vita ogni singolo giorno, pur di far rispettare la legge!
E se qualcosa non funziona negli ingranaggi della giustizia, allora siamo proprio noi che dobbiamo intervenire per farli venire alla luce e cercare poi  di ripararli.
Tu, se proprio volevi ripulire la città da tutto il suo squallore, potevi entrare in polizia e renderti utile.

John Smith: Entrare in polizia? 
Per poi vedere il delinquente che ho arrestato tornare in libertà?
Uhm, no grazie!
Ma quante belle parole di valore che hai pronunciato Commissario, allora vediamo, rispondimi a questo, se ti saresti trovato davanti all'omicida responsabile della morte dei tuoi genitori, con la pistola carica puntata sulla sua testa, che avresti fatto?
Ehh, Joseph il Mastino, che decisione avresti preso?
Hmm, sappiamo entrambi, quale sia la risposta, vero?

Commissario Kirkland: Non la darei così per scontata Smith.
Io sono il Commissario Joseph Kirkland, uomo di legge, primo esempio per tutti i miei subordinati.
E sì, per quanto avrei desiderato  ucciderlo, mi sarei però apprestato  solamente ad arrestarlo, e sai perché John, perché questo è ciò che mi distingue, e mi distinguerà sempre, da te e da tutti i criminali come te.

John Smith: ..........

Commissario Kirkland: (uscendo dalla stanza)
Ti auguro una buona permanenza nella prigione di Stato, Vendicatore!

John Smith: Aspetta Commissario.
Io... volevo solo dare a mio figlio un posto sano dove vivere e crescere normalmente.

Commissario Kirkland: (fermo sull'uscio della porta, di spalle)
No John.
Tu hai solo privato tuo figlio di un padre, e questa è la cosa peggiore che gli potesse capitare, credimi.
Ed ora, per buona parte della sua vita, se non per tutta, dovrà crescervi senza, solo questo hai fatto John.

(Mentre il Commissario uscì dalla stanza, sul volto del Vendicatore, una lacrima scese dal suo occhio destro...)

Commissario Kirkland: (nella sala adiacente)
Capitano Lee, agente Flint, portatelo via!

Capitano Lee: Agli ordini Commissario!

Agente Flint: (pensieroso)
Certo però...che storia quella del Vendicatore....

Capitano Lee: (quasi furente)
Agente Flint, ti avevo avvertito che a qualunque insinuazione a riguardo, ti avrei fatto rapporto!

Commissario Kirkland: Lascia stare Capitano, non ce n'è bisogno.

Capitano Lee: Cosa?
Ma Commissario...

Commissario Kirkland: So cosa intendeva dire il ragazzo, il suo pensiero rispecchia quello di molta gente comune, e molto in profondità anche il nostro, quello del corpo di Polizia.
In questi anni, John Smith, ha ucciso molti criminali della città, di cui nessuno sentirà la mancanza, ripulendola in parte da essi, dando così anche una minima consolazione ai familiari delle loro vittime, tutto questo è vero, forse anche giusto in un certo senso, ma come ho già detto a lui, non è agendo in questo modo che si cambia il sistema di una società civile, così si rischia solo di far peggiorare la situazione, che non è certamente delle migliori.
Noi non siamo chiamati ad emettere sentenze, quello spetta ad altri, ma abbiamo l'obbligo, il dovere di far rispettare la legge, giusta o sbagliata che sia, combattere per questo, perché è quello che abbiamo scelto di essere, uomini di legge, rappresentanti della legge, poliziotti.
Quella del Vendicatore di South City è solo una storia come tante altre ce ne sono state, e come tante altre ce ne saranno in futuro.
Ed ora, forza, di nuovo al lavoro, come sempre.

FINE

Luca Mannurita

6.


La consapevolezza della sconfitta inevitabile l'aveva raggiunta subito. Si era addestrata alle arti marziali abbastanza a lungo da capire quando un avversario era oltre la sua portata e quell'uomo apparentemente del tutto anonimo e insignificante doveva essere due o tre dan oltre il suo sensei. Praticamente intoccabile.

Era esattamente così che doveva andare. Ci mise tutto il suo impegno, superò se stessa in più di un'occasione ma non fu abbastanza. Molto sportivamente il suo avversario le aveva dato occasioni per farsi valere, per poi sbatterle la porta in faccia a causa della sua insufficienza. Non era al suo livello e non lo sarebbe stata senza dedicare la sua intera vita al karate, probabilmente.

Un colpo al torace le tolse il fiato e un istante dopo fu atterrata sul duro pavimento di sfavillanti diamanti. Il colpo finale giunse prevedibile in pieno viso. Non ve n'era alcuna necessità ma era richiesto per una perfetta esecuzione dell'attacco.

- Direi che può bastare – disse inchinandosi con grazia a lei che non riusciva nemmeno a pensare di rialzarsi, e la lasciò lì a boccheggiare supina.

- Dal momento che sei stata ai patti... – sentì la voce allontanarsi sempre più. Evidentemente il tempo a disposizione era davvero agli sgoccioli e, per un motivo che lei non era ancora riuscita a figurarsi, il signor Valdemort o chiunque fosse davvero quell'uomo non aveva alcun interesse a incassare gli onori per aver sventato il clamoroso furto. Nemmeno ci teneva a farsi immortalare dalle telecamere di sorveglianza, che stavano per riprendere a funzionare.

- ...farò altrettanto, stanne certa. Avrai presto notizie.

Le aveva promesso l'attenzione di agguerrite IA legali che la difendessero per alleviarle la pena alla luce della collaborazione che aveva fornito.

Inutile collaborazione, si disse mentre si girava faticosamente su un fianco alla ricerca di una tregua dal dolore. Non aveva ancora forza abbastanza nemmeno per mettersi seduta. Per tutto il tempo della sua faticosa collaborazione con lo sconosciuto, che aveva creduto un agente speciale di polizia o di un'agenzia di sbirri privati, aveva avuto la sensazione che la rete in cui si era lasciata cadere fosse già pronta. E che se non vi si fosse lanciata lei, le sarebbe stata scagliata addosso, inevitabile.


Nadia si avvicinò all'avversario abbattuto e lo scalciò violentemente con gli anfibi colpendolo ai reni. Quello non si mosse, tramortito dall'ultimo stupefacente pugno ricevuto in pieno viso. La donna bionda si teneva la mano con cui aveva colpito: nonostante i mezzi guanti protettivi era stato doloroso anche per lei centrare in pieno il grugno dell'uomo tutte quelle volte.

- Tutto muscoli e coglioni... che noia! - si lamentò a voce alta.

- Sono pochi gli avversari alla tua altezza, ormai.

L'uomo dal cranio calvo si staccò dal fondo della scena e diventò palesemente visibile solo in quel momento. Passare inosservato era la sua specialità.

- Se è una battuta non fa ridere – cantilenò lei. Lo superava di molto con i suoi duecentodue centimetri di statura.

- ...e la voglia di menare le mani non mi è affatto passata – aggiunse.

L'uomo guardò l'orologio da polso. Non c'era più tempo.

- Meglio che non ci trovino qui. Hai la moto, immagino.

- Qua dietro – rispose lei accennando la direzione con un piccolo scatto della testa.

- Io tornerò col treno, è più comodo.

- Il solito snob. Questo lo lasciamo qui? - di nuovo Nadia colpì con la punta dell'anfibio il corpo supino di Masashi, ancora privo di sensi. Una lieve carezza a confronto col trattamento che gli aveva riservato fino a quel momento.

- Dove vuoi che vada? Gli hai fracassato la faccia. Sessanta secondi al massimo e poi lo trovano.

I due si incamminarono placidamente, fianco a fianco. Lui sobrio e misurato nei gesti come nel vestire, una persona qualunque in mezzo a milioni di persone qualunque. Lei altissima e atletica, fasciata nella tuta da moto aderente. Una coppia che non sarebbe sfuggita a nessuna telecamera, se ve ne fossero state di attive in quel momento tra quelle rivolte verso di loro.

- E a te com'è andata con la dolce gattina? Ti ha graffiato? O ti sei fatto graffiare? - lo stuzzicò Nadia, pettegola.

- Tutto come previsto – fu l'atona risposta.

- Assì? Tutto qui?

- Sei gelosa?

- Certo!

- Calmati... la tua gelosia è del tutto fuori luogo...

I due svoltarono l'angolo e la loro conversazione si spense alle orecchie della telecamera di sorveglianza del parcheggio, il cui occhio elettrico si apriva in quel momento sulla scena che aveva per protagonisti ormai solo un corpo steso a terra vicino ai vellutati sacchi neri della refurtiva.

Luca Mannurita

5.


Era andato tutto liscio anche quella volta. Era toccata a lui la parte più faticosa, ma dei due era quello più forte quindi era piuttosto normale. Era stato quasi facile penetrare dall'esterno usando la forza: il classico cavo sparato dal palazzo adiacente che aveva misure di sicurezza molto meno strette di quello da attaccare. Kuniko non era una che lasciava qualcosa al caso: aveva individuato la finestra di una stanza deserta le cui pareti presentavano i parametri migliori in fatto di compattezza e resistenza. Senza trascurare l'importanza di una scarsa densità di ospiti dell'albergo, ovviamente da lei stessa provocata con il consueto attacco informatico. Il dardo sparato attraverso il pannello polarizzato non solo aveva attraversato senza sorprese gli strati multipli di crilex ma era affondato quanto bastava nella parete opposta per sostenere il peso dell'equipaggiamento e di Masashi che, non senza un po' di batticuore, si era affidato al cavo teso per volare velocemente da un palazzo all'altro appeso a una carrucola frenata.

Con il robot industriale che creava le opportune zone d'ombra nel sistema dei sensori dell'allarme dell'edificio e spediva le guardie altrove, non era stato troppo difficile infilarsi nell'intercapedine dell'altissimo soffitto della sala dove erano stati esposti i preziosi. Era la medesima intercapedine che fungeva da soffitto all'agorà dell'albergo, quella enorme area alta dieci piani che trovava posto all'interno dello smisurato palazzo e che era una vera e propria piazza pubblica, punto di ritrovo e centro commerciale con decine di negozi, ristoranti e attrazioni varie. Ovvio che vi fossero dei locali tecnici per i servizi come l'aria e la luce e quello del soffitto era così ampio che era possibile camminarvi eretti senza problemi.

C'erano chiare indicazioni che portavano al centro del soffitto dove era stato installato un ingombrante sistema di illuminazione: ne aveva sfruttato il robustissimo sistema di ancoraggio per fissare i cavi con cui aveva issato la refurtiva, sacco dopo sacco.

Percorsa la strada a ritroso col cuore in gola e gli occhi sul cronometro, affidandosi esclusivamente al lavoro fatto da Kuniko con l'impianto di allarme e con i suoi virus personalizzati, Masashi si diresse alla stanza dove il pesante dardo si era profondamente conficcato nel muro e qui si tolse dalle spalle i vellutati ma pesanti sacchi coi gioielli appena sottratti.

Agganciò allo speciale cavo ancora teso fuori dalla finestra infranta un meccanismo di recupero rapido dotato di un sistema di avvio ritardato. Doveva riutilizzare il cavo usato per volare da un palazzo all'altro se voleva scendere. Andarsene calandosi dalla finestra era l'unica opzione possibile: ancora pochi secondi e tutti i trucchi informatici di Kuniko sarebbero crollati, svelando il furto agli occhi del sistema di allarme. Se qualcosa fosse andato storto nell'avvolgimento del cavo sul grosso rocchetto vuoto, avrebbe potuto ricevere una frustata tale da mozzargli un arto o da ucciderlo sul colpo. Azionò il meccanismo a innesco ritardato e cercò riparo nel bagno della camera d'albergo.

Fu come un colpo di pistola seguito da un ululato fortissimo: sfruttando la bassa gravità tipica delle zone di quel settore, adiacente al vertiginoso pozzo gravitazionale della stazione orbitante, centoventi metri di cavo ad alta resistenza vennero riavvolti in pochi secondi prima che cadendo frustassero la facciata svelando disastrosamente la sua presenza e, soprattutto, le sue intenzioni.

Un sonoro schiocco lo avvisò che il rocchetto aveva finito il suo lavoro. Scattò fuori del bagno pronto a proseguire la sua fuga: il rocchetto e il meccanismo di recupero fumavano vistosamente per il calore prodotto dal rapidissimo riavvolgimento. Non c'era tempo di controllare in che condizioni fosse l'equipaggiamento: un po' impacciato dai guanti, che non gli impedirono di sentire quanto scottasse il cavo e tutto il meccanismo, annodò al cavo i moschettoni per i sacchi di refurtiva e la staffa per la discesa. Starnutì per la calda puzza acre che gli pizzicava il naso: aveva invaso la stanza nonostante dalla finestra sfondata entrassero gelidi sbuffi d'aria. Si maledisse per i secondi perduti.

Fissati i sacchi alla corda li scagliò fuori dalla finestra senza esitazione. Il freno entrò in azione subito, ma Masashi sapeva di non poter pretendere che ciò fosse garanzia di buon funzionamento del sistema di recupero. Il suo peso era maggiore di quello della refurtiva e andava sommato a essa. Spinse con violenza un comodino sotto l'ampia frattura nel crilex e vi montò sopra: usandolo come un trampolino, infilò i piedi nella staffa e afferrate saldamente le manopole che quella aveva all'estremità opposta, saltò fuori.

I primi metri furono i peggiori. Gli parve che il freno del rocchetto non dovesse mai entrare in azione. Masashi vide la parete di vetro riflettente del palazzo avvicinarsi, vi sbatté dolorosamente contro un paio di volte poiché non era saltato esattamente perpendicolare o forse perché il rocchetto non stava girando alla velocità prevista. Non aveva mai davvero provato quel sistema e solo allora rimpianse di aver scelto di ignorare variabili e incognite che in quel momento sembravano tutte decisive.

Quando il freno finalmente si fece sentire mettendo in tensione il cavo al punto che Masashi lo sentì scricchiolare, nuove angosce lo assalirono nei lunghi istanti della caduta: il calore avrebbe potuto danneggiare il cavo e in quel momento il freno stava di nuovo scaldando tutto il congegno, portandolo a temperature tali da far fumare rocchetto, pastiglie e pinze. Se il calore avesse grippato il meccanismo lui sarebbe rimasto lì a penzolare, un facile bersaglio a diverse decine di metri d'altezza. Se il calore avesse cotto il freno fino a renderlo inutile o danneggiato il cavo, sarebbe precipitato a velocità pazzesca, trascinato anche dal peso dei gioielli, senza speranza di sopravvivere.

Invece il buio suolo si avvicinava a velocità costante, senza intoppi né strappi. Solo negli ultimi metri Masashi avvertì una preoccupante vibrazione lungo il cavo, tanto forte da farlo ronzare e da percepirlo distintamente trasmesso a mani e piedi dalla staffa speciale cui si era affidato.

Giunse a terra sano e salvo rotolando come un paracadutista e, tranciato in fretta col coltello uno spezzone di cavo, lo usò per issarsi sulle spalle tutti i sacchi contemporaneamente.

Grazie all'attento studio delle planimetrie dello smisurato edificio avevano potuto trovare il miglior punto per l'atterraggio. Kuniko aveva provveduto ad accecare o ingannare le telecamere lungo il percorso che Masashi coprì nel tempo previsto, incontrando nessuna resistenza. Il piano di fuga prevedeva che la giovane complice si trovasse già presso la vettura parcheggiata, o che vi giungesse al massimo entro un minuto. Vettura che ormai distava poche decine di metri, giusto dietro l'angolo.

Masashi intuì che qualcosa non era andato per il verso giusto un attimo prima di cercare la vettura con gli occhi. La trovò dove l'aveva lasciata ma...

- Hey, ciccione!

Per la sorpresa l'uomo si paralizzò sui due piedi. Inebetito fissava Hoshi Nakano torreggiare su di lui avvolta in una tuta aderente nera, i grossi stivali anfibi posati sul tettuccio della sua vettura color polpa di ciliegia.

- Ti prego... - disse quella strafottente, saltando giù dalla vettura con agilità – dimmi che vuoi fare a pugni...

Masashi si sentì colmare di liquida ira incandescente. Era troppo. Non capiva, non voleva e non gli importava capire in quel momento. L'odiosa donna era di fronte a lui, alta e muscolosa, rideva di lui e lo provocava con grande insolenza. Nonostante gli occhi a mandorla e il nome, non era una figlia del Sol Levante, non certo pura come lui. Scorreva abbondante sangue gaijin nelle vene di lei che nulla aveva della grazia di Kuniko né delle altre donne che conosceva, e che pure non esitava a definirsi giapponese. Un affronto vivente, da cancellare prima possibile. Tutto quello che la sua mente riuscì a concepire fu che quella strega meritava pienamente la lezione che stava per impartirle, più dolorosamente possibile.

Abbandonò al suolo i sacchi della refurtiva e si mise in guardia alta, cominciando a spostarsi di lato per studiare l'avversaria. Avrebbe trasformato il suo corpo nelle mura della fortezza e i colpi della sua avversaria sarebbero stati come debole pioggia sulle pietre. Come se quella gli avesse letto la mente, rise e si fece beffe di lui.

- Vuoi giocare a karate, eh? Attento, potresti farti male...

Masashi accorciò le distanze. La donna non alzava la guardia, limitandosi a tenere le gambe leggermente piegate come per scattare. Avrebbe pagato caro quell'errore.

Cercò l'affondo con un colpo basso mirando alle ginocchia per atterrare l'avversaria, togliendole il vantaggio della sua maggiore altezza. Ma il suo piede non incontrò il bersaglio: l'odiosa donna non era già più lì.

Errore, fu l'unico pensiero gridato dalla mente di Masashi mentre cercava di correre ai ripari. Il pugno passò attraverso la sua guardia sbilanciata e si schiantò sullo zigomo con molta più forza di quanto lui avrebbe mai pensato.

Forte e veloce: la Nakano mise a segno un fulmineo uno-due-uno che avrebbe mandato al tappeto moltissimi uomini. Masashi fu fortunato: il sinistro lo colpì male, troppo vicino all'orecchio per fare davvero danni e il secondo destro si abbatté in parte sulla difesa ripristinata in fretta e furia. Entrambi arretrarono interrompendo il contatto. Masashi vedeva rosso, accecato dall'ira e dal dolore. Nessuno stile, nessuna tecnica. Solo forza bruta e velocità. Ciò non era accettabile. Non era accettabile che quell'indegna avversaria avesse la meglio così facilmente.

Attaccò di nuovo, con più cautela ma con tutta la forza e la velocità che poteva mettere nei propri pugni. Stavolta l'irrispettosa donna eseguì una perfetta serie di parate degne di una espertissima cintura nera. Masashi tentò una presa per atterrare ma con una tecnica e una perizia imprevedibili la donna bionda sgusciò via senza danno alcuno regalandogli una gomitata sul collo che lui accusò in pieno.

- Bravo! - esclamò prendendolo in giro. Come se si trovasse sul tatami del dojo, Masashi lanciò un grido e attaccò, ingannato dalla breve distanza cui la giovane si trovava. Fu messo a terra con maestria e il calcio alla nuca che lo colpì inevitabile lo spedì indietro nel tempo. Era davvero nel dojo ora, il suo sensei l'aveva appena mandato per l'ennesima volta bocconi sul tatami. Ne sentiva sulla lingua l'amaro e sabbioso sapore, sapore di umiliazione e sconfitta. “Troppa rabbia!” la voce del maestro lo rimproverava spesso per la sua eccessiva irruenza. Sapeva di essere più forte del suo istruttore, doveva solo riuscire a colpirlo. Mettendo alla prova la sua potenza, Masashi si sollevò dal tatami. Si rialzava sempre, spesso solo per crollare pochi secondi dopo, disastrosamente. Anche quella volta i potenti muscoli lo sostennero e si sollevò. Ma non era il suo sensei l'avversario.

Il colpo giunse disonesto, diretto al viso e duro come un muro di mattoni, cogliendolo totalmente impreparato. Franò a terra supino, con la testa piena di ovatta e la lingua che sapeva di sangue premuta contro i denti traballanti nelle gengive.

- Ancora uno! Dai che ce la fai, ciccione!

Senza nemmeno sapere cosa stava facendo, Masashi si rialzò consumando le ultime gocce di ira impotente per tenersi in piedi e ricevere l'ultimo, tremendissimo colpo.

Luca Mannurita

4.


- Questo giocattolo ci è costato una piccola fortuna – disse il taxista alla ragazza delle pulizie mettendo una mano nell'abitacolo attraverso il finestrino aperto. Azionati i comandi giusti sul complesso cruscotto, si ritrasse come se l'auto fosse improvvisamente diventata pericolosa. Invece dopo meno di mezzo minuto la vernice blu cominciò a cambiare di colore, virando lentamente dal blu scuro al viola, fino al cupo rosso della polpa di ciliegia.

- Consuma una follia e non è proprio perfetto, ma funziona.

- Non capisco perché mi hai fatta scendere prima di attivarlo. Ci ha messo una vita a cambiare colore.

- Perché applica una carica elettrica alla carrozzeria per far cambiare di colore questa vernice speciale. C'è pericolo di incendio, questo aggeggio è un prototipo non omologato.

- E ce ne andiamo con questa?

La ragazza delle pulizie additò la vettura parcheggiata in un'area riservata al personale di servizio tra uno sgangherato furgone e un'altra modestissima auto a batterie. Sparito il blu e spenti gli ologrammi, difficilmente qualcuno l'avrebbe riconosciuta come il taxi che aveva accolto a bordo la sofisticata Kuniko Yamazaki.

- Certo. O vuoi andare a piedi?

Lei storse la bocca e si diresse verso l'entrata di servizio, aprendola con un badge dedicato. Titubando un poco il taxista si avvicinò all'auto scintillante di vernice rosso scuro e, aperta la portiera anteriore dal lato del passeggero, prelevò una anonima, pesante borsa da palestra. Telecomandata la chiusura delle serrature, si allontanò a sua volta.


Kuniko incontrò presto gli uomini di guardia. Spingendo il carrello coi prodotti per la pulizia e inseguita a pochi metri dall'idropulitrice robot programmabile, fu dirottata diverse volte dal percorso più diretto che l'avrebbe portata nella zona dove avrebbe dovuto iniziare le pulizie. Esattamente come previsto gli ascensori principali erano stati istruiti a scavalcare del tutto la zona più vulnerabile: la parte cava dell'albergo, un tratto comune a moltissimi edifici della stazione spaziale. Lì infatti era stata organizzata l'esposizione di gioielli: la direzione dell'albergo, fiutando un ritorno impagabile in termini di immagine e pubblicità, aveva acconsentito a modificare drasticamente l'interno dei primi dieci piani: l'installazione di un pavimento di speciale materiale tecnologico parzialmente trasparente che aveva reso quello un posto unico. Questo pavimento, capace di portare un carico impressionante per ogni metro quadro di superficie, era stato lavorato in modo da dare la sensazione ai visitatori dell'esposizione di camminare su un tappeto di diamanti scintillanti. I deboli di cuore e i sofferenti di vertigini non avrebbero minimamente patito alcunché se avessero abbassato gli occhi: sotto i loro piedi la smisurata voragine profonda ben sei piani era davvero difficilmente intuibile.

Fu indirizzata verso un angusto ascensore periferico, lo stesso utilizzabile dall'idropulitrice, un robot in grado di spostarsi autonomamente di piano in piano per lavare, pulire e asciugare i pavimenti. Divisa la cabina con l'ingombrante macchina carica di detersivi speciali per lavare senza acqua, giunse finalmente dove la sorveglianza era entro i normali parametri per un albergo di lusso a sei stelle.

Avviò il programma dell'idropulitrice che aveva personalmente modificato in una macchina per produrre caos elettronico. Sfruttando il proprio talento informatico e la sofisticata configurazione del congegno, Kuniko aveva introdotto un virus che avrebbe di lì a poco preso il controllo del robot industriale e usato le sue capacità di dialogo col sistema d'allarme, utili per pulire di notte senza far scattare allarmi, per creare una copertura alla sua incursione e per produrre dei diversivi ad arte per dirottare l'attenzione dei sorveglianti. Allo stesso tempo avrebbe pulito il pavimento come si deve.

L'informazione è vitale, si disse mentre col badge del personale delle pulizie sconfiggeva una serratura dopo l'altra, in perfetto silenzio. Il suo paziente lavoro di infiltrazione nel sistema informatico dell'albergo stava pagando: le serrature elettroniche erano infette da un virus fatto su misura per lei. Aveva studiato le misure di sicurezza originali, le modifiche apportate per l'esposizione dei gioielli che sarebbe iniziata di lì a poche ore, esaminato l'azienda incaricata di installare i nuovi impianti di allarme, penetrato le difese dell'agenzia di sicurezza cui era stata appaltata la difesa perimetrale. Un lavoro durissimo e costoso, ma che le era valso preziose planimetrie, le schede del personale, schemi tattici e molto, molto altro. La sua conoscenza era tale che avrebbe potuto salutare per nome ognuno di quei robusti ragazzoni messi di guardia agli ingressi e snocciolare loro cosa avevano indosso, a partire dai costosi occhiali tecnici che ciascuno di loro indossava.

Guadagnò l'accesso a un locale di servizio dove si trovavano alcuni apparati della rete locale dell'edificio. Usò la stanza per cambiarsi d'abito, trasformandosi in fretta in un tecnico della manutenzione. La divisa recava il corretto identificativo e perfino lo stemma dell'albergo ricamato sul seno sinistro era esattamente come doveva essere.

Si diresse decisa verso il largo cavedio in fondo al locale: ruotò le serrature a farfalla che bloccavano il coperchio lungo e stretto, rivelando fasci di tubi di colorato materiale plastico. Chi aveva progettato la rete informatica aveva pensato di far passare i cavi della dorsale in tubi a pressione in modo da prevenire l'intercettazione dei dati mediante un intervento diretto sul cavo stesso. Un manometro nella sala di controllo avrebbe indicato immediatamente anche il minimo calo di pressione se qualcuno avesse forato un tubo per raggiungere i cavi della dorsale. Ma per lei la rete locale non rivestiva alcun interesse in quel momento: consultò il piccolo orologio che si era messa al polso e si infilò nell'ampio cavedio, aggrappandosi ai tubi. Sostenendosi con braccia e gambe sfruttò il proprio fisico snello e forte per calarsi di piano in piano, scavalcando le varie cinture di sicurezza poste a difesa dei gioielli che l'organizzazione aveva solertemente provveduto a porre nelle teche. Sfruttando la cecità temporanea dei sensori che avrebbero dovuto vigilare sul cavedio stesso, misurò la distanza contando i secondi che impiegava a calarsi. Fu il turno del duro allenamento fisico di pagare: si fermò esattamente davanti all'apertura del cavedio tre piani più sotto, nel buio più pesto. Col tatto individuò le semplici serrature e ne sfruttò ogni punto debole per aprirle: chi le aveva progettate non aveva certo pensato a renderle sicure da entrambi i lati.

Si trovava ora in un locale tecnologico gemello di quello che aveva abbandonato poco prima. L'impianto mascellare vibrò dolcemente.

- Vedo fumo grigio.

Era Masashi che con quella frase in codice le annunciava che l'idropulitrice modificata era entrata in azione. Non solo lavava diligentemente il pavimento come da programma, ma aveva iniziato a spargere i semi del caos con cui Kuniko l'aveva caricata. Le cose non stavano andando nel migliore dei modi, altrimenti il “fumo” sarebbe stato nero. Ma con un po' di prudenza in più si poteva andare avanti. Lei e Masashi avevano previsto perfino un piano per fare a meno dei diversivi elettronici.

Esitò un istante davanti alla porta del locale tecnico, la mano sospesa sopra la piastra della serratura elettronica. Da quel momento aveva cinque minuti e quarantotto secondi di tempo; qualsiasi cosa sarebbe successa avrebbe dovuto cavarsela da sola. Era il piano dell'esposizione di gioielli, era sorvegliato da uomini armati che avevano ricevuto ordine di usare qualsiasi livello di forza giudicato opportuno per neutralizzare ogni eventuale minaccia. Questo includeva anche armi caricate con munizioni letali. L'unica cosa a rassicurarla era il categorico divieto che era stato imposto di usare armi a proiettile all'interno della sala dell'esposizione. Cinque minuti e quarantaquattro secondi.

Sfiorò la piastra e la serratura scattò. Col massimo della naturalezza che poté ostentare si incamminò nel corridoio deserto. Aveva memorizzato il percorso: incontrò tre telecamere cieche nonostante il led rosso fosse acceso, una postazione fissa di sorveglianza era stata disertata dal suo occupante. I diversivi stavano funzionando. Le telecamere in quel corridoio non sarebbero rimaste inattive a lungo, la guardia mandata a investigare un allarme (falso) nelle vicinanze sarebbe tornata di lì a momenti. Senza esitazione abbassò la maniglia di una uscita di sicurezza che avrebbe dovuto essere protetta dal sistema di allarme e ne varcò la soglia. Cinque minuti e quindici secondi.

Non riuscì a trattenere la sorpresa. Aveva studiato in lungo e in largo quella sala, l'aveva vista attraverso gli occhi del sistema di sorveglianza, l'aveva esplorata grazie alla realtà virtuale, l'aveva perfino vista di persona avendo visitato il cantiere alcune settimane prima, travestita da ispettore. Ora che ogni lavoro era compiuto, che tutto l'arredamento era stato posizionato, che i veri gioielli erano stati posti sugli espositori... tutto era semplicemente fantastico.

I gioielli esposti senza alcuna protezione visibile scintillavano riflettendo la luce intensissima di faretti appositamente studiati, i riflessi erano acuminate frecce che ferivano gli occhi impedendo di fissare lo sguardo. Il nero del velluto su cui posavano non si staccava dalle ombre della sala dove l'illuminazione principale era stata abbassata per la politica di risparmio energetico dell'albergo e diamanti, oro e argento, corone, collane, gemme e perle sembravano galleggiare a mezz'aria, prive di peso.

- Che fai? - la vibrazione alla mascella e la voce di Masashi la riscossero dall'improvviso stupefatto torpore in cui la vista di quella scintillante galassia di gemme l'aveva precipitata. Quattro minuti e cinquantacinque secondi. Localizzò in un baleno i cavi metallici che il suo complice aveva calato dall'alto. Si diede subito da fare, richiamando alla mente i gioielli di maggior valore e procedendo con ordine. Allungò la mano verso il primo ricchissimo diadema, un pezzo autentico appartenuto a una zarina dell'antica Russia. Esitò prima di sfiorarlo, nessun allarme scattò. Sirene avrebbero dovuto ululare, serrature scattare, il capsico avrebbe dovuto saturare l'aria, guardie armate accorrere numerose.

Nulla.

Con una rapida sequenza di movimenti netti e precisi scelse i preziosi più ricchi tralasciando gli altri di minor valore, passò veloce di espositore in espositore lasciando il velluto nero orfano dei pezzi migliori. Procedette con ordine e metodo, controllando con la fredda logica il potentissimo desiderio di riempire i morbidi sacchi che Masashi le aveva calato dall'alto con tutto ciò che le capitava a tiro.

Nonostante tutto l'autocontrollo duramente coltivato, il petto le doleva al pensiero di mettere finalmente le mani sulla corona di Ardat Lili e di potersi specchiare nel rubino più grande e perfetto che esistesse. Un gioiello senza valore. Non riuscì a dominarsi e le sue mani frementi si fermarono in una breve pausa di ossequiosa riverenza, il tempo di dare agli occhi modo di bagnarsi nella luce rosso sangue del rubino grande come il pugno di un bambino.

Forza, si disse Kuniko e afferrata impunemente la pesante corona la ripose da sola in un sacco vellutato. Quattro minuti e quaranta secondi.

Il buio provocato dal virus che teneva in scacco il sistema informatico era ormai prossimo a svanire. Agganciò l'ultimo sacco ai cavi di Masashi e non perse tempo a osservarli risalire in fretta e sparire nell'ombra.

Resistendo alla fortissima tentazione di mettersi in tasca uno dei tanti gioielli privi di protezione per ancora pochi secondi, anche solo un diamantino, un anello o un orecchino, Kuniko corse decisa verso la porta da dove era entrata, la sua via di fuga garantita.

Chiusa.

Spinse più forte il maniglione antipanico. Nulla. La porta era bloccata, sulla sofisticata serratura galleggiava l'ologramma rosso del sistema di allarme, prematuramente tornato in servizio. Trentotto secondi rimasti.

Le balzò il cuore nel petto una, due, tre volte prima che i muscoli delle gambe si decidessero a scattare. Volò verso la porta adiacente.

Chiusa anche quella. Saltò con gli occhi di porta in porta lungo il perimetro dell'amplissimo locale: tutte le uscite di emergenza erano bloccate, l'ologramma rosso visibile a distanza. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo: il sistema di sicurezza era programmato per isolare la sala in caso di violazione delle teche. Chiunque avesse allungato la mano verso uno dei pezzi esposti avrebbe fatto scattare il blocco automatico di tutte le porte, anche le uscite di emergenza.

- Brava.

Kuniko sobbalzò. Non riusciva a vedere nessuno. Quella voce d'uomo che le giungeva dal nulla la gettò ancora più profondamente nel panico. Non devo cedere così ora, si disse. Il panico mi acceca la mente.

- Avevi ancora trentotto secondi. Ce l'avresti fatta.

L'uomo si palesò camminando tranquillamente al centro della sala. Non un poliziotto, né un agente di sicurezza privato. Li conosceva tutti per aver violato i loro database del personale e imparato a memoria le loro schede personali.

Camminava tranquillo tra i coni di luce dei faretti, come se nulla fosse. Una persona comune, vestita in modo sobrio e poco appariscente, il cranio leggermente oblungo e ben rasato, lineamenti insignificanti tranne che per un naso deciso e pronunciato.

- Peccato interrompere qui la tua azione. Sarei stato interessato a scoprire se davvero saresti tornata dal tuo complice Masashi Inoue. Ma temo che dovrò accontentarmi della tua parola.

Era lui, dunque. L'aveva colta di sorpresa, non erano quelli i patti. L'uomo continuava ad avvicinarsi e Kuniko, sentendosi le spalle al muro, non seppe far altro che mettersi in una posizione media di karate, buona sia per la difesa che per l'attacco. Gambe divaricate, ginocchia piegate e mani aperte all'altezza del torace.

- Mi sono permesso di migliorare un poco il tuo lavoro sul sistema di allarme e abbiamo poco meno di tre minuti... se vogliamo metterla su questo piano... – l'uomo si mise in una posizione alta di attesa e cominciò ad avanzare con più cautela - ...dovremo fare in fretta.

Kuniko non aveva bisogno di essere esortata. Accorciò decisa le distanze e attaccò.

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