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Elena91 blog

 Pictures © Elena Paoletta



Gli amanti del Giappone, o semplici curiosi, non possono mancare al prossimo appuntamento con il mercatino giapponese che propone a Roma due giorni di festa natalizia ricca di eventi. The Christmas City Mercatino Giapponese & V Market, offre un'occasione da non perdere per chi ancora non ha le idee chiare sui regali di Natale…
Per saperne di più cliccate qui https://www.otakusjournal.it/mercatino-giapponese/



All’Istituto giapponese di cultura a Roma è stata allestita la mostra “Kimono ovvero l’arte di indossar storie” che resterà in esposizione fino al 19 gennaio 2019. Per approfondire la conoscenza culturale di un popolo, il vestire è stato sempre un dato importante insieme al mangiare e all’abitare. Nel caso della mostra l’abito diventa un modo di trasmettere messaggi, storie ed emozioni.




La mostra è divisa in quattro sezioni che rappresentano aspetti fondamentali della vita dei giapponesi: la spiritualità, l’attenzione per l’infanzia, il particolare rapporto con la natura e le stagioni e la storia e le tradizioni sociopolitiche del Giappone.Tutti i kimono esposti provengono dalla collezione di Lydia Manavello, iniziata una quindicina di anni fa e legata alla profonda passione per i tessuti e per il Giappone. I suoi kimono rappresentano piccoli pezzi di storia come quelli dei primi quarant’anni del Novecento in cui sono presenti riferimenti alla cronaca degli anni fra le due guerre e in cui si notano le relazioni con la pittura e l’arte occidentale. Due esempi su tutti sono il piccolo kimono da bambino che richiama un episodio della guerra fra Giappone e Cina del 1932 e l’appariscente kimono da donna a sfondo viola che ricorda l’Art Decò.




La collezione, oltre ai tanti kimono, vanta anche numerosi accessori, come calzature, fermagli per capelli, borse, bambole, aquiloni e un nutrito numero di libri, riviste ed illustrazioni che vanno dai primi dell’Ottocento alla prima metà del Novecento.




Oltre a rendere omaggio all’estetica dei kimono, la mostra spazia dal contesto religioso a quello letterario e sociale e sarà impreziosita all’avvicendarsi di tre scuole di ikebana, l’arte di disporre i fiori in modo da creare ambienti che superano spazio e tempo.




Per il pubblico italiano il Giappone è una cultura fortemente iconica fatta di stereotipi come il kimono, ma pochi conoscono ciò che si nasconde dietro l’immaginario: il grande cambiamento nell’estetica stessa della società giapponese. La mostra “Kimono ovvero l’arte di indossar storie” racconta la vitalità, l’ironia e la creatività di un Giappone nuovo sempre però attento alla cultura tradizionale.


Roma, 1/12/2018



Elena Paoletta


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Se qualcuno ama le atmosfere da fiaba non può non andare nella sala da tè sicuramente più particolare di Roma. All’Eur, in Viale Pasteur 45, all’interno di un appartamento si trova Arthè, una piccola ma accogliente location dove poter gustare tante varietà di tè o una cioccolata calda e deliziosi dolcetti.

È qui che ho passato l’ora del tè il giorno del mio compleanno, facendomi un incantevole regalo.




La proprietaria è una signora gentilissima, pronta a spiegare e a consigliare le scelte ma anche a lasciare spazio all’intimità che quell’ambiente molto curato offre. Ho saputo che fin da ragazza aveva la passione per il tè e collezionava tazze e altri oggetti in tema; lei è la dimostrazione vivente di come le proprie passioni vadano coltivate nel tempo senza mai rinunciarvi per riuscire a realizzare i propri sogni.I suoi dolci fatti in casa sono squisiti, non solo per il palato ma anche per la vista: mini muffin, torte e crostate ai più svariati gusti, biscotti e bombe ripiene…per soddisfare tutti.




L’arredamento riporta alle scenografie di Alice nel Paese delle Meraviglie e de La Bella e La Bestia per creare quel tocco fiabesco e magico che rende la degustazione ancora più coinvolgente. Viene spontaneo canticchiare mentalmente le più famose canzoncine di quei musical Disney e ci si aspetta che da un momento all’altro le tazze, le teiere e gli orologi si animino.




Trascorrere il tempo in questa sala è un po’ come fermarlo, si è fuori dal caos immersi in una tranquillità fortemente voluta, dove gli arredi e ogni minimo particolare cullano la fantasia e la voglia di restare lì il più possibile. Il fatto di poter consumare in tutta calma, senza alcun tipo di pressione o di fretta, è infatti molto apprezzabile; fa sentire a proprio agio quasi come se si prendesse un tè a casa propria o di amici.




È raro trovare un locale simile a Roma dove tutti vanno di fretta e preferiscono bere alcolici. Anche qui però si possono gustare aperitivi, ma molto particolari: gli Aperithè, cocktail a base di tè con aggiunta di bevande alcoliche accompagnati da stuzzichini salati.Se quando si entra si pensa a “C’era una volta”, quando si esce sicuramente si sorride pensando…“E vissero felici e contenti”.


Roma, 28/11/2018



Elena Paoletta


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Mirai è il nuovo anime del regista Mamoru Hosoda che ha conquistato la critica di Cannes lo scorso maggio, dove è stato proiettato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalizateurs 2018 e che è stato in programmazione nelle sale cinematografiche italiane il 15-16-17 ottobre.




Il film conferma il fatto che quasi tutte le opere di Hosoda sono fortemente influenzate dalla sua vita. Nel 2006 La ragazza che saltava nel tempo, vedeva la protagonista sfidare il tempo tornando nel suo passato per poi lasciarsi raggiungere dal presente e questo rifletteva lo stato mentale del regista che in quel momento si apprestava a diventare indipendente e a sposarsi. L’avvicinamento di Hosoda agli emergenti social network può ravvisarsi in Summer Wars del 2009, mentre in Wolf Children tutto il suo dolore per la perdita della cara madre è ben rappresentato dall’ululato del Lupo-Ame che echeggia tra le montagne. Nel 2015, dopo la nascita del figlio, con The Boy & The Best sosteneva che la responsabilità di tramandare conoscenze ed esperienze alle giovani generazioni risiede negli adulti.




I temi dell’amore filiale e della relazione genitore-figlio sono il denominatore comune nel lavoro di Mamoru Hosoda, ma in Mirai questi temi appaiono attraverso i modi in cui i personaggi esprimono il loro affetto e crescono insieme. La novità sta nel fatto che il regista affronta questo suo tema preferito attraverso il punto di vista di un bambino di quattro anni, Kun che deve affrontare l’arrivo della sorellina Mirai nella sua famiglia.




Geloso fino alle lacrime, il piccolo cerca, tra capricci e ricatti, di attirare l'attenzione dei genitori monopolizzata dai bisogni primari di Mirai e colma quella che lui avverte come una perdita di affetto, rifugiandosi nel cortile della casa dove un albero genealogico magico lo catapulta in un mondo fantastico in cui il passato e il presente si confondono.




Il giardino e il suo albero sono potenti simboli che legano e intrecciano i temi del cambio delle stagioni, del passare del tempo e della genealogia, perché proprio in quel luogo Kun incontra i suoi parenti in epoche e avventure diverse scoprendo la sua storia e trovando la sua identità. Ogni volta che il bambino si comporta male nei confronti della sorellina o dei genitori, la dimensione realistica del film lascia il campo a quella fantastica. Vede allora la personificazione del suo cane che gli spiega come anche lui abbia sofferto la perdita di attenzioni quando Kun è entrato a far parte della famiglia; viene accompagnato in avventure surreali dalla sorella magicamente diventata adolescente (Mirai significa “futuro”) e quindi più grande di lui; incontra la mamma quando era bambina e può vedere come caratterialmente gli somigli così tanto e il nonno da giovane, nel momento in cui conosce la nonna e dà il via a quella che sarebbe diventata poi la sua famiglia.




Tutto il film si snoda tra i piccoli gesti come scendere le scale, andare in bicicletta, reclamare l'attenzione degli adulti o strillare a perdifiato, con le osservazioni, i comportamenti e le espressioni tipiche dell'infanzia.

Tutto ciò che riguarda la via famigliare è reso da Hosoda con la semplicità delle azioni quotidiane e la maestria dei disegni, ma è necessario un po’ di soprannaturale per intraprendere quel percorso di crescita e di formazione necessario all’intera famiglia. È allora che storia e visivo rendono al meglio; è in quelle scene che si ammirano i disegni e i colori più forti come nella ricostruzione della stazione futurista o dove il passato riesce meglio a spiegare il presente come nell’incontro tra Kun e il nonno. Il potere immaginario del bambino è dunque il punto di forza del film, quello che ne traccia una trama altrimenti chiusa all’interno della normale amministrazione della vita di una giovane famiglia. Ma è la domanda che forse Hosada vuole porre allo spettatore quella che racchiude la sua poetica: come siamo arrivati qui e dove siamo diretti? E la risposta la suggerisce nell’affermazione visiva che ciò che viene tramandato di generazione in generazione non è altro che l’eterna continuità dell’esistenza.




Elena Paoletta

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万引き家族 Manbiki kazoku (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore-eda, è il film che quest’anno ha vinto a Palma d’oro Cannes. Il regista giapponese è il maestro dei rapporti famigliari ed era già stato molto apprezzato nel 2013 vincendo il Premio della giuria a Cannes con il suo Father & Son

Anche in questa sua ultima opera al centro c’è una famiglia con dei componenti particolari: infatti queste persone, segnate da un doloroso passato, si sono conosciute un po’ per caso e un po’ per scelta e si sono assegnate dei ruoli e dei compiti che vanno al di là di ogni regola civile e di ogni convenzione sociale. Sono quindi una famiglia? Ma cos’è una famiglia? Quando si è una famiglia? Conta di più il legame di sangue o la scelta di affetti?




Il regista sembra avere le idee chiare a tal proposito e senza voler insegnare niente, riesce a mostrare quanto sia difficile catturare la verità nei fatti che veniamo a sapere o che ci sono raccontati, spiazzando e ribaltando ogni pregiudizio. Il film è un girotondo di sentimenti forti, di difficoltà economiche però mai drammatizzate, di momenti familiari spensierati e commoventi, soprattutto due: i fuochi d’artificio osservati con aria sognante da tutta la famiglia insieme e la scoperta del mare negli occhi dei bambini.




Inevitabilmente ci sono situazioni che suscitano perplessità ma che alla fine fanno riflettere con un sorriso, come quando un padre seppur inadeguato riceve uno sguardo affettuoso o quando una nonna morente sussurra al vento il suo “grazie” a quella che per lei è la sua famiglia. Anche se cinematograficamente il tempo è scandito dalla vita all’interno della casa e dai suoi riti quotidiani, quello che costruisce la trama è il tempo dei sentimenti, quelli veri; quelli che in questa famiglia strampalata abbondano, quelli che sono alla base di questo nucleo costruito con una naturalezza che offusca la realtà e avvolge tutto, anche le imperfezioni, con il bisogno di amare.




Elena Paoletta

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Mary e il fiore della strega è il primo film che il regista Hiromasa Yonebayashi ha creato insieme ad altri colleghi nel suo nuovo Studio Ponoc, dopo aver lasciato lo studio Ghibli. In realtà è il suo terzo film perché aveva debuttato nel 2010 con Arrietty, il maggiore incasso del cinema giapponese di quell'anno, seguito poi da Quando c'era Marnie nel 2014 che è stato nominato agli Oscar.




Impossibile guardare Mary e il fiore della strega senza notare omaggi e similitudini con altri film. Quando Mary giunge alla scuola per streghe con tanto di professori, aule e strani corridoi è facile immaginare le atmosfere di Harry Potter descritte da J.K. Rowling, oppure rintracciare nel percorso che la porterà al fiore magico elementi di Alice nel Paese delle Meraviglie.  Nell’opera di Yonebayashi però si cita tanto e soprattutto Miyazaki, partendo dalle atmosfere fantasiose e magnifiche de La città incantata e de Il Castello errante di Howl, fino a Kiki consegne a domicilio dove la streghetta vola con la scopa insieme al suo gatto nero Jiji.




Ma non solo. Tutto il film è pieno di metafore sul volo e sull’ecologia, temi carissimi a Hayao Miyazaki che sicuramente sono rimasti impressi a Yonebayashi dopo vent’anni passati nello Studio Ghibli, come da sua stessa ammissione: «Dopo la chiusura del reparto di produzione dello Studio Ghibli, me ne sono andato da lì con alcuni colleghi. È stato un momento di grande tristezza per chi come me aveva amato lo Studio Ghibli, e anche di delusione, perché dopo aver finito “Quando c'era Marnie”, avevo un solo pensiero in mente: fino a quando ne avrò la possibilità, voglio fare film d'animazione». Con questa motivazione nel 2015 il regista insieme al produttore Yoshiaki Nishimura, entrambi noti per il loro lavoro presso lo Studio Ghibli, portando con sé altri animatori dello stesso Studio, hanno fondato la casa di produzione Ponoc. Il nome deriva da una parola serbo-croata che significa "mezzanotte", ovvero l'inizio di un nuovo giorno, a 100 anni esatti dalla nascita dell'animazione giapponese. «Il momento in cui un giorno finisce e un altro comincia», ha dichiarato Yonebayashi, anche se in un’epoca ricca di animazione digitale, lo studio Ponoc ha voluto mantenere il valore delle immagini “animate come una volta”. 




Mary to Majo no Hana è basato sul romanzo La piccola scopa della scrittrice britannica Mary Stewart, pur mantenendo la struttura di una fiaba. Sicuramente questo non è una novità, ma l’essersi aperti ancora una volta a racconti britannici e non a manga giapponesi per trovare l’idea giusta, denota un’ammirazione verso quella letteratura europea che ha ispirato in passato tanti meisaku, il genere di anime la cui sceneggiatura è sempre ispirata a un romanzo occidentale, reinterpretata in chiave nipponica soprattutto riguardo le psicologie e le interazioni dei personaggi.



Il primo film prodotto dallo Studio Ponoc è quindi la storia di Mary, una bambina come tante alle prese con un mondo magico e una scuola di magia. Trasferitasi prima dei suoi genitori nella casa della prozia Charlotte, circondata da persone anziane e con nulla da fare se non piccole commissioni, Mary si annoia terribilmente mentre trascorre gli ultimi giorni d’estate. Per questo combina pasticci cercando di aiutare gli altri o passa del tempo bighellonando per la campagna.È proprio qui che fa uno strano incontro con due gatti che la introducono in una foresta dove troverà il fiore più raro di tutti. Questo infatti fiorisce una sola volta ogni sette anni ed è capace di donare, se pur per poco tempo, poteri magici. Mary potrà così cavalcare una scopa che la condurrà fino a una misteriosa scuola di magia per aspiranti maghi e streghe, il College Endor, dove però si cela un terribile segreto… 




Non ci sono solo i gatti, ma nel film gli animali hanno tutti un ruolo decisivo perché mettono in moto una serie di eventi che porteranno Mary a mettersi in gioco sfidando poteri ben al di sopra di lei. I bambini e gli animali sono un binomio perfetto: non si contano nella storia dell’animazione le storie di amicizia e tenerezza che riguardano piccoli protagonisti di ogni tipo, così anche Mary si ritroverà a dover fare scelte coraggiose per salvarli.




Da tutti i protagonisti delle storie targate Ghibli, Yonebayashi ha saputo cogliere le migliori sfumature: Mary ha la scopa e il gatto nero di Kiki, i capelli "pel di carota" di Anna dai capelli rossi e Arrietty, ha dovuto traslocare da poco come le sorelle Satsuki e Mei de Il mio vicino Totoro e, come in Quando c’era Marnie, dovrà confrontarsi con qualcosa accaduto nel passato di una donna della sua famiglia. Arrietty doveva affrontare un ignoto molto più grande di lei; Anna e Marnie dovevano fare i conti con la propria solitudine per poter andare avanti. 




Mary dimostra che il coraggio può superare tutto e capirà che trovare la forza dentro sé stessi è più potente di qualsiasi magia, anche di quella data da un fiore fatato. Un po’ come ha fatto Yonebayashi, che ha deciso di continuare a realizzare film da solo, anche dopo aver perso il sostegno della straordinaria atmosfera dello Studio Ghibli.




Mary e il fiore della Strega è un film per tutti; è una storia di libertà, coraggio e di un’amicizia che fa vincere ogni paura e prendere coscienza delle proprie capacità e dei propri limiti.Mary è un personaggio che sbaglia e fallisce, ma non si scoraggia mai e si rialza ogni volta. È una forza che non si incontra facilmente, neanche tra gli adulti, incapaci nel film di migliorare senza la magia. Yonebayashi dice di Mary: «Vorrei che gli spettatori la vedessero e decidessero di fare come lei, di lottare e andare avanti. Per quanto possibile, vorrei che i bambini pensassero con la loro testa senza condizionamenti, proprio come Mary».Mary si rivela una ragazzina coraggiosa e responsabile, che non lascia nessuno indietro ed è disposta a correre rischi anche per amici appena conosciuti. Quello che Yonebayashi vuole raccontare è la bellezza della crescita interiore, il passaggio da bambini ad adulti, insieme alle sfide che tutto ciò porta: «Le nostre storie raccontano di piccoli eroi, che nonostante le loro debolezze affrontano con grande coraggio i propri problemi».Vivace come la sua protagonista, il film è avvolto da un alone magico simile a quello che contagia Mary quando trova il fiore della strega. Si resta abbagliati soprattutto dai luoghi e dalle creature del film e conquistati dal coraggio di Mary. 




Tutta l’ambientazione è coinvolgente ai fini della storia: dai fondali spettacolari ai colori decisi che contribuiscono fortemente a divertire ed incuriosire sul fantasioso mondo in cui precipita la protagonista tanto da rimanerne affascinati fino ai titoli di coda. Il regista precisa: «Proprio perché sono i bambini a guardare le nostre opere, la ricerca e la preparazione deve essere fatta con la massima cura. Questo è per noi un concetto fondamentale. Anche quando abbiamo creato Mary, nonostante fossimo un'azienda senza molte disponibilità finanziarie, siamo andati di persona a visitare le location. In questo modo, abbiamo potuto catturare le sensazioni di ciò che osservavamo, e le abbiamo portate sullo schermo. Un'altra lezione è quella di non chiudersi dentro l'opera, ma lasciare che gli spettatori raccolgano ciascuno un suo pezzo, un suo tema, e se lo portino via con sé». E questo io l’ho fatto.




Elena Paoletta
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17/06/2018 - Domenica al mercatino giapponese con le mie amiche Gioia e Fabiana ^__^





Rivedo sempre con piacere l'organizzatrice di questi deliziosi mercatini! ^^

あ り が と う ご ざ い ま す ❤ またね ! 


I miei acquisti al mercatino giapponese!

Ringrazio ancora https://www.instagram.com/il_mercatino_di_micia/ per tutte queste cosine super kawaii!!!



Sono molto contenta di aver vinto il giveaway e di aver ricevuto come sorpresa questo fantastico portachiavi di uno dei miei personaggi manga preferiti! Ringrazio di nuovo tantissim https://www.instagram.com/il_mercatino_di_micia/



E questa non potevo non averla... I ❤ NANA!



Roma, 17/06/2018



Elena Paoletta

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Una delle ricette più famose della cucina giapponese e allo stesso tempo semplice da realizzare, sono gli Yakitori やきとり, ovvero gli spiedini di pollo.

In molte strade giapponesi si trovano gli Yakitori-ya’, stand che cuociono sul momento gli spiedini da mangiare mentre si passeggia e che in Giappone ne fanno lo street food per eccellenza insieme ai Takoyaki, le polpette fritte di polipo.

Yakitori signifca pollo grigliato, ma prima di essere cotto in questo modo, il pollo viene marinato per circa un'ora in salsa di soia, aceto e aglio, quindi infilzato su degli spiedini e cotto alla brace. Quando gli spiedini di pollo sono ben cotti e croccanti vanno ricoperti con salsa Teriyaki che dà loro quel gusto particolare che li rende tanto saporiti e gustosi!

Trovo questa ricetta molto facile da realizzare in casa, bastano pochi ingredienti:

- bocconcini di pollo (o se preferiti spiedini già preparati) - salsa di soia - salsa teriyaki - uno spicchio di aglio - un cucchiaio di aceto - olio q.b. per grigliare - sale - pepe - spiedini di legno o di ferro.

Per fare gli spiedini i bocconcini di pollo possono essere alternati con pezzetti di verdure come porri, zucchine o peperoni (nel caso della mia ricetta) e accompagnati da altre verdure a piacere.


Consiglio a tutti di provarli!


いただきます ! ITADAKIMASU ❤





Superato il primo corso del livello A2 di lingua giapponese ^__^


Lo chiamano Festival dell’Oriente, ma di fatto è un festival del mondo poiché quest’anno riunisce alla Fiera di Roma, dal 22 al 25 aprile e dal 29 aprile al primo maggio, ben cinque festival: ognuno a raccontare universi differenti e lontani in un unico e indimenticabile viaggio.Un giro del mondo tra cultura, arte, tradizioni, folklore, musica e sapori attraverso mostre fotografiche, cerimonie tradizionali, spettacoli, concerti, danze e stand ricchi di prodotti tipici, tutto distribuito in cinque padiglioni interni e tre aree esterne. 




Il Festival dell’Oriente, che occupa due padiglioni interni, trascina il visitatore nella magia dei suoi affascinanti Paesi: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam e molti altri offrono il meglio delle loro atmosfere e delle loro tradizioni. Tra gli stand commerciali si trovano interi spazi dedicati alla salute e al benessere dove sperimentare le terapie tradizionali o quelle bionaturali come lo yoga, lo shiatsu, l’ayurvedica. Per la prima volta è presente un Festival delle Arti Marziali con il suo connubio di disciplina, potenza e spiritualità.




Imperdibile lo spettacolo dei tamburi giapponesi offerto dai Masa Daiko, uno dei gruppi più rappresentativi del genere a livello internazionale. In Giappone originariamente il tamburo veniva usato durante le battaglie per intimidire i nemici e per inviare comandi; in seguito divenne uno strumento utile nell’esecuzione di musiche popolari e per questo molto apprezzato. I Masa Daiko, pur suonando pezzi della tradizione giapponese, sono riusciti a mantenere l’antica cultura del tamburo di guerra imponendo ugualmente forza e vigore ma dando anche una rappresentazione estetica che riesce a trascinare e coinvolgere il pubblico.




La mia amica Fabiana ed io ci siamo molto soffermate in questi due padiglioni dedicati all’Oriente, soprattutto sugli stand del Giappone con le spezie di ogni tipo, le varietà di tè, i kimoni, i costumi da samurai e una grande quantità di oggettistica. Mi è sembrato di tornare indietro di un anno e trovarmi di nuovo nell’affascinante terra del Sol Levante.



Un’atmosfera di allegria e divertimento si respira al Festival Irlandese dove il pubblico, oltre a bere birra, può partecipare a molte attività tra cui rievocazioni storiche, festose danze celtiche e tipici giochi come il tiro alla fune. Gli stand gastronomici offrono zuppe tradizionali, stinco alla birra scura, salmone affumicato, formaggi alle erbe e dolci alle mele accompagnati da distillati irlandesi, mentre alcuni gruppi musicali tra i più rappresentativi dell’Irlanda trasmettono gioia e buonumore.




Novità di quest’anno è poi il Festival Country tra speroni lucidi, indiani d’America, atmosfere rurali, cappelli a larghe falde, balli e gruppi musicali. Un padiglione interno è completamente allestito con le tipiche tende indiane, i carri e pagliericci recintati dove riposano pecore e pony.Divertente è il Western Horse show, un evento dedicato a gare di monta americana e esibizioni di splendidi cavalli.




That’s America è invece un tour tra le mitiche atmosfere americane dagli anni ’50 fino agli anni ’80. Un viaggio tra auto e moto storiche, drive in, fast-food, juke-box e sosia di Elvis Presley, per un’immersione totale nelle atmosfere americane di quei tempi.




Travolgente risulta il Festival dell’America Latina con i colori, i suoni, i profumi e il cibo del Brasile, dell’Argentina, di Cuba, del Messico e tanti altri splendidi Paesi. In un’area all’aperto il ritmo e il folklore latino trovano spazio tra storia e cultura di popoli che vantano millenarie tradizioni.In un’aerea all’aperto c’è anche l’Holi Festival dedicato alla tradizione spirituale e religiosa induista che celebra sentimenti ed emozioni positive ed intense. Si balla, si canta e ci si diverte lanciandosi polveri colorate, un modo simbolico per rendersi tutti uguali e per creare un momento di gioia tra amici e sconosciuti. Senza la paura di sporcarsi tutti abbandonano ogni sentimento negativo e aprono il cuore e l’anima all’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli.Si svolge sempre all’esterno il Festival Spagnolo caratterizzato da esibizioni di flamenco, concerti dal vivo e gastronomia tipica. Un nuovo evento con spettacoli tipici del folklore spagnolo che rievocano le feste in strada, con le esibizioni degli splendidi cavalli andalusi e le canzoni struggenti accompagnate dalla malinconica chitarra spagnola.Naturalmente viaggiando tra tutti questi eventi, si trova sempre qualche souvenir ;)




Quest’anno il Festival dell’Oriente è dunque un vero e proprio giro del mondo da non perdere assolutamente!
Potete vedere altre foto del Festival cliccando sulla mia pagina https://www.facebook.com/WonderlandTales/




Per chi invece avesse voglia di emozionarsi un po’ con la potenza dei tamburi giapponesi, ecco un mio video che può rendere l’idea…





Roma, 22/04/2018



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