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Elena91 blog

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la classifica, stilata da centosettantasette critici cinematografici proveniente da trentasei Paesi, dei cento film più memorabili dal 2000 ad oggi.

La mia sorpresa più grande è stata quella di trovare piazzato al quarto posto il capolavoro di animazione del maestro giapponese Hayao Miyazaki La città incantata, già premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003.




Da vent'anni a questa parte, Miyazaki è il re del cinema d'animazione giapponese. Dopo essere stato uno dei pionieri del genere, è considerato ancora oggi il migliore e sicuramente è il più conosciuto a livello mondiale. Considerando l'immensa varietà delle sue opere, si può affermare che forse è proprio il suo essere versatile la chiave del suo immenso successo: produttore, scenografo, regista, scrittore e autore, Miyazaki è un vero genio, una delle menti più brillanti della sua generazione.Nella sua lunga carriera ha affrontato vari temi imponendosi come molto più di un semplice cineasta: Miyazaki è un poeta, un trovatore che racconta storie ambientate tra la fine del secolo e l'alba del nuovo millennio. Il suo spirito di sacrificio, il suo rigore, la sua passione per il lavoro lo hanno portato a spingere al limite la sua percezione e le sue potenzialità cinematografiche. È un autentico artigiano, scrupoloso, meticoloso e irremovibile, che ha fatto del suo lavoro un tributo al potere di un'immaginazione straordinaria.Quest’uomo che adora il volo, non sopporta di essere vincolato e costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza esercitata dalla tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. In questo modo riesce a dare diversi significati che rendono i film adatti a ripetute visioni: ogni volta affiora un senso nascosto, un dettaglio sfuggito, una chiave di lettura trascurata.La città incantata racconta di Chihiro, una ragazzina di dieci anni, capricciosa e testarda, convinta che l'intero universo debba sottostare ai suoi bizzarri voleri. Quando i suoi genitori decidono di traslocare, la bambina non fa nulla per nascondere la sua rabbia, ma sulla strada che li porta alla nuova casa sono costretti a fermarsi davanti ad un tunnel che somiglia ad una gigantesca bocca. La curiosità spinge tutti e tre ad addentrarsi a piedi nella galleria, anche se Chihiro è molto riluttante e ben presto si ritrovano in una città fantasma, composta quasi interamente da ristoranti e locali. I genitori si gettano famelici su un suntuoso banchetto e questo gesto snaturato e ignorante li fa trasformare in maiali sotto gli occhi della figlia, mentre si ingozzano in maniera irrefrenabile. Nella filosofia buddista il maiale è l’animale che rappresenta l’ignoranza. Rimasta sola Chihiro si rende conto ben presto di essere in un mondo abitato da antiche divinità e esseri magici, governato da una strega malvagia, l'arpia Yubaba. Apprenderà così che i nuovi arrivati nella città vengono trasformati in animali prima di essere uccisi e mangiati, mentre coloro che riescono a sfuggire a questo tragico destino saranno condannati all'annientamento quando verrà dimostrato che non servono a nulla. Per salvare i genitori, ritardare il più possibile il terribile giorno della resa dei conti e sopravvivere in questo mondo strano e pericoloso, Chihiro dovrà rendersi utile e quindi lavorare nel complesso termale dove incontrerà numerosi e particolari ospiti, tra cui il “senza volto” Kaonashi. Così la ragazzina rinuncerà alla sua pigrizia, ai suoi capricci e a molte altre cose; dovrà cambiare il suo carattere, il suo modo di pensare e persino il suo nome.Tutti i lavori a cui Chihiro viene sottoposta durante la sua permanenza alle Terme, costituiscono il suo percorso che non è di crescita, ma di cambiamento: da bambina annoiata e disinteressata, diventerà curiosa, forte, tenace, volenterosa e amante della natura.





Miyazaki è riuscito a spazzare via quel pregiudizio che vuole i film di animazione destinati ai bambini, giudicati incapaci di cogliere la complessità e l’ambiguità della vita. Il regista invece ripone in loro la giusta fiducia nella capacità innata che hanno di afferrare un’idea senza bisogno di troppe spiegazioni. Trovare questo suo capolavoro così in alto in quella speciale graduatoria mi ha molto sorpreso e mi ha fatto riflettere su ciò che di quel film mi avevano maggiormente colpita. Ad esempio non trovo giusto il fatto che spesso si accusa Miyazaki dell’incapacità di definire personaggi interamente cattivi, anzi di fornire una motivazione alla loro cattiveria. Sarebbe difficile immaginare una produzione Disney senza il suo protagonista cattivo; al contrario i film di Miyazaki sono notevoli proprio per la mancanza di personaggi completamente malvagi, anche se questi si riconoscono dall’aspetto fisico volutamente esagerato. Il pensiero giapponese non prevede che nell’uomo esistano due elementi in costante antagonismo, non c’è l’idea di un Bene e di un Male assoluti. Per ogni comportamento c’è una ragione e una circostanza e, se queste mutano, cambiano anche le reazioni dei personaggi: Miyazaki quindi offre sempre una spiegazione.NeLa città incantata, la strega Yubaba, che pensa solo ai soldi e ad avere il controllo di tutto, è avida e arrogante, ma perde tutta la sua arroganza davanti al figlio, un grande mostruoso neonato che vive rinchiuso in una camera stracolma di giochi. La differenza tra la donna di affari che gestisce al meglio le Terme e la madre amorosa è enorme e repentina. Nella sequenza in cui Yubaba si rassegna a prendere Chihiro al suo servizio, la donna riesce a parlare alla ragazzina con tono sprezzante e allo stesso tempo a sussurrare parole affettuose al figlio. Al contrario sua sorella gemella Zeniba, vive ritirata in una casa di campagna e la sua personalità è unica, solida e compatta. Bada agli aspetti essenziali della vita e ciò le permette di essere rispettata senza bisogno di alzare la voce; le persone stanno bene accanto a lei perché si sentono utili piuttosto che sfruttate. Se Yubaba rappresenta la realtà della maggior parte delle persone obbligate a scindere la vita professionale da quella privata, Zeniba incarna ciò che quasi tutti vorrebbero essere e di come vorrebbero vivere. In questa rappresentazione della doppia identità che ciascuno assume nella vita contemporanea, si manifesta una volta di più il segno della capacità di Miyazaki non solo di osservare la realtà, ma di riprodurla in modo simbolico e universale. 




Se le donne protagoniste dei suoi film sono scisse tra atteggiamenti di compromesso e spirito battagliero, ciò non è dovuto al loro vivere con disagio la femminilità quanto piuttosto al fatto di agire in società incapaci di rendere serenamente possibile la fusione di caratteristiche tradizionalmente separate in femminili e maschili. Non occorre essere un guerriero per essere intrepidi e non occorre essere una donna per rinunciare alla lotta.Il femminismo è uno dei temi più ricorrenti nei film di Miyazaki. Gran parte dei suoi protagonisti sono ragazzine o donne che mandano avanti città intere ed emergono come forza trainante della società. Sono spesso le donne quelle che gestiscono le situazioni più difficili e complicate; sono le figure femminili che, al contrario degli uomini, riescono ad entrare in collegamento con la natura e a comprenderne la forza o la magia. A differenza delle politiche femministe estremiste, le donne di Miyazaki non cercano mai la prevaricazione sugli uomini: primeggiano per la loro autorità, la loro dolcezza o le loro capacità, emergono senza forzature perché sono esseri umani e, come tali, si impongono per le loro caratteristiche naturali.Il cinema di animazione di Miyazaki è riuscito anche a colmare quel vuoto che la maggior parte delle storie, nel descrivere l’infanzia e l’adolescenza, ignorava. Il regista ha privilegiato la fascia di età dai nove agli undici anni, proposta a volte solo attraverso gli occhi e i desideri degli adulti, perché attraverso la lettura di shōjo manga si è reso conto che non c’è nessuno che si preoccupa dei problemi e delle esigenze delle ragazzine. Per questo motivo ha scelto di scrivere qualcosa che arrivasse soprattutto alle future donne; qualcosa a cui le bambine potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro e i loro rapporti con la società e per questo motivo molte di loro sono protagoniste dei suoi film. Miyazaki inoltre popola di creature divine i luoghi meravigliosi in cui svolge le sue storie: sono la cornice ideale per rendere al meglio la sacralità della natura e condannarne la sua profanazione.Ne La città incantata è particolarmente affascinante la divinità vagabonda del “senza volto”, che non ha nessun riferimento con la tradizione giapponese. Attraverso Kaonashi, Miyazaki intende rappresentare il Giappone contemporaneo, quello dove in molti sono convinti che i soldi bastino ad assicurare la felicità. La divinità si trova alle Terme, un luogo in cui Miyazaki immagina si rechino sia gli uomini che gli dei perché presuppone che le divinità del folklore giapponese, proprio come gli uomini d’affari, abbiano bisogno di fortificarsi in acque calde. Il loro percorso termale viene proposto attraverso ambienti favolosi, evocativi, onirici, che si fondono per creare un universo sorprendente e a tratti cupissimo, trasmettendo sensazioni forti e nostalgiche. Naturalmente gli dei desidererebbero rimanere più a lungo in quel tepore, ma sono costretti ad uscire quando si conclude il fine settimana perché, come gli uomini di oggi, sono indaffarati e devono riprendere le loro attività.Kaonashi si trova lì ed elargisce continuamente oro con le sue mani e tutti gli schiavetti rana si accalcano e si calpestano pur di ottenerlo; accecati dalla ricchezza e dal potere dei soldi, si picchierebbero e si ammazzerebbero per possederne la maggior quantità possibile. Hanno solo quello in testa, non gli interessa altro. Il “senza volto” ha però un’altra caratteristica, ovvero mangia qualsiasi cosa ed ha sempre fame, è inarrestabile e quindi arriva a mangiare anche gli schiavetti rana. Miyazaki vuol far capire che inseguendo continuamente la ricchezza tanto da esserne ossessionati senza pensare al resto, si può anche essere divorati dalla stessa fonte che produce quella ricchezza. Kaonashi non è però malvagio, anche se cerca di conquistare Chihiro con dell’oro, ma a lei questo non interessa; vuole solamente salvare i suoi genitori. Il “senza volto”, abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole resta così spiazzato, non capisce come conquistare la bambina e quindi impazzisce e si infuria. Si calmerà solo quando Chihiro, capendo la solitudine della divinità causata dal suo eccessivo potere a discapito di ogni sentimento, gli consentirà di prendere insieme a lei il suggestivo treno sull’acqua per condurlo da Zeniba e trovargli finalmente un posto tranquillo dove stare. 




Il regista dimostra ancora una volta che la ricchezza non è tutto nella vita, che ci sono altri aspetti molto più importanti, come i sentimenti, la gioia delle piccole cose, il senso del sentirsi utili, ma anche l’ecologia ed il rispetto dell’ambiente. A questo proposito introduce quindi alle Terme il personaggio di Okusare-Sama, un demone dal cattivo odore (Kusare in giapponese significa marcio), un mostro sporco e puzzolente che pretende di essere lavato. Una sorta di macchia gigante che nessuno vuole pulire per ribrezzo; solo Chihiro trova questo coraggio. Sotto la melma il demone è composto da lavatrici, frullatori, forni, televisori, tutti elettrodomestici e pezzi di metallo: questi elementi rappresentano il marcio del Giappone, ovvero l’inquinamento e il consumismo. Quando la bambina finirà di pulirlo, scoprirà che sotto tutta quella sporcizia e ammasso di elettrodomestici, c’era lo spirito di un fiume che era stato precedentemente inquinato.Ora finalmente si rivela la parte pulita del Giappone: fiumi incontaminati, bellissimi, perfetti, quella parte del Paese che dovrebbe sempre essere pulita e preservata, nonostante tutti gli elementi che rappresentano il progresso.Anche Haku, un bambino che accompagna ed aiuta Chihiro durante la sua permanenza alle Terme, ha a che fare con la natura. Sottomesso a Yubaba, ne esegue gli ordini segreti trasformato in dragone, ma ha perduto la sua identità, non sa più chi è e questo lo ha portato a perdere anche la sua libertà. Durante un volo sul dorso del dragone, Chihiro ricorda un evento infantile: da piccola era stata salvata mentre stava per annegare in un fiume. Il suo salvatore era stato Nume Kohaku Nigihayami, il dio del fiume che lei riconosce nel suo amico Haku. Ritrovata la propria identità, il ragazzino recupera anche le fattezze umane e si libera dalla schiavitù della strega Yubaba.




Un altro aspetto dei film di Miyazaki che mi ha sempre affascinata, è che molti di questi non si adeguano alla sempre più diffusa abitudine di abbandonare la sala prima del completo scorrimento dei titoli di coda. Il regista infatti aggiunge quasi sempre una piccola storia utilizzando quello spazio per evitare soluzioni scontate e accompagnare gli spettatori verso l’uscita. Il film finisce così con un tono più naturale e realistico fornendo spiegazioni o particolari della trama. Per esempio ne La città incantata, durante i titoli di coda vengono proposti i disegni preparatori dei fondali utilizzati poi per il film. I colori più tenui e le linee sfumate che definiscono i luoghi soprannaturali riportano Chihiro e gli spettatori alle Terme, dove la protagonista ha smesso di essere una bambina debole e capricciosa. Inoltre suggeriscono che quel mondo non è più nel presente di Chihiro, ma si conserva comunque nella sua memoria grazie al nastrino per capelli che lei ha con sè e che è stato intessuto con tanto affetto per lei dai suoi amici della città magica.La classifica stabilita dalla particolare giuria si basa ovviamente sui gusti dei critici interpellati, gusti da cinefili che non comprendono i grandi film da incasso o i blockbuster. Tuttavia ci sono dentro i film di animazione Disney, come Alla ricerca di Nemo al novantaseiesimo posto o Inside Out al quarantunesimo. Tuttavia trovare un anime tra i primi quattro classificati non può che riempire di orgoglio gli appassionati del genere e anche i semplici fan.



Collages by Elena Paoletta 

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at http://jobok.eu/user/Elena91

All’Istituto Giapponese di Cultura a Roma si può ammirare la mostra itinerante della Japan Foundation “Le bambole del Giappone: forme di preghiera, espressioni d’amore”.

Vi sono esposte bambole di ogni genere soprattutto quelle più rappresentative della cultura nipponica, fortemente impregnata di simbolismo e spiritualità che spazia, otre alle varianti regionali, dal folklore (Hinaningyō e Gogatsu ningyō) alla vita quotidiana, dalle antiche arti performative (Nō ningyō o Bunraku/Kabuki ningyō) all’arte contemporanea. Le bambole giapponesi infatti riflettono le abitudini del Giappone e le aspirazioni della sua gente e nel corso dei secoli sono andate sviluppandosi e modificandosi pur restando sempre fedeli alla filosofia prettamente giapponese del kawaii

Kawaii è un termine importante per i giapponesi che oggi ha assunto il significato dell’esteticamente bello, come il nostro “carino” o il cute “inglese”.

Nel suono di questa parola è racchiuso però un universo molto più complesso e profondo che nasce dalla capacità di alcuni oggetti, immagini o persone, di innescare in chi li guarda un incontenibile senso di tenerezza. Nel suo significato classico indica anche i concetti di “timido” ed “imbarazzato”, ma può voler dire “adorabile”, “caro”, “amabile” e “piccolo”, accezioni secondarie che i giovani però hanno preso come primarie. 

Molti anni fa il kawaii era considerato un sentimento che poteva portare a forme di immaturità e infantilismo, perché distraeva dagli obiettivi e dai comportamenti primari pretesi dalla società giapponese.

La cultura kawaii si presenta quindi con molte facce e ha molti livelli di profondità. Il primo è sicuramente l’aspetto visivo che si riflette su significati più sottili: i giapponesi più giovani abbinano il termine e l’immagine all’infanzia, all’innocenza, ad un’unione molto naïve con il mondo della natura, talvolta ad una quasi assenza di pensiero razionale e adulto. Più intimamente, il termine viene associato con l’idea di impaccio del proprio corpo e di conseguenza all’inadeguatezza che si può provare nella vita di tutti i giorni. La causa e allo stesso tempo l’effetto di ciò, si riscontra forse nell’aspetto fisico e nell’atteggiamento bambinesco dei personaggi kawaii dei manga e degli anime, a volte così impacciati nei loro fisici tozzi, con la testa grossa e di età spesso infantile, che rispecchiano appunto la difficoltà dei giovani di sentirsi adeguati alla società. 

Al contrario gli uomini e le donne tra i diciotto e i trent’anni, vivono il sentimento kawaii come una sorta di nostalgia del passato, dei bei tempi infantili ormai andati, una sorta di rimpianto che non riesce a far godere loro del presente. 

L’estetica del kawaii è dunque insita nella cultura giapponese dove c’è sempre un posto per le cose belle, come le bambole, che in questa ottica assumono un’importanza e un significato profondo, legato alle molteplici funzioni che svolgono. Infatti oltre a rallegrare i giochi infantili, le bambole hanno valenza di talismani o di oggetti sacri legati a scopi di protezione o di purificazione e per questo popolano le case nipponiche. A loro le famiglie giapponesi con bambine dedicano una festa il 3 marzo di ogni anno, lo Hina Matsuri, di tradizione millenaria. 




L’origine delle bambole è molto antica e risale al periodo compreso tra il 10000 a. C. e il 300 a. C. chiamato periodo Jomon. Solo tra il Seicento e l’Ottocento la loro diffusione sul territorio divenne capillare e si svilupparono diverse forme e varietà contraddistinte dai dettagli, dagli abiti, dagli accessori e dalle acconciature delle diverse epoche storiche. Il Giappone notoriamente produce un’enorme quantità di bambole; quelle più conosciute, considerate universalmente kawaii, appaiono spesso in manga e anime e aiutano noi occidentali a definire meglio la cultura giapponese. Le bambole maggiormente diffuse sono le Kokeshi, le Hakata e le Daruma.Le Daruma sono rappresentazioni, altamente stilizzate, del patriarca del buddismo Bodhidharma, considerate portafortuna, che vengono vendute nei templi e non solo. Di solito vengono acquistate all'interno o nelle vicinanze dei templi buddisti giapponesi e hanno dimensioni variabili tra i 5 ai 60 cm d'altezza. Se la bambola Daruma è stata comprata all'interno del tempio, il proprietario può riportarla in quel luogo per bruciarla. Le bambole comprate presso un tempio spesso sono marchiate e la maggior parte dei templi rifiutano di bruciare bambole che non hanno il loro marchio. Solitamente vengono bruciate alla fine dell'anno; è un rituale propiziatorio e di purificazione per far sì che la divinità che riceve questo omaggio sappia che la persona che ha espresso un desiderio non ha desistito se questo non si è ancora avverato, ma è su un'altra via per realizzarlo.La Daruma è una bambola senza braccia e senza gambe; ha un volto stilizzato da uomo con barba e baffi. I suoi colori più comuni sono il rosso, il giallo, il verde, ma gli occhi sono dei cerchi bianchi. Usando dell'inchiostro nero bisogna disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi verrà disegnato anche il secondo occhio. Alcune bambole recano delle scritte sulle guance che descrivono il desiderio che il proprietario ha espresso, che può anche essere una richiesta di protezione per i propri cari, mentre il cognome del proprietario può essere scritto sul mento. È consigliato possedere una singola Daruma per volta e fino a che il desiderio non è esaudito, la bambola viene esposta in un punto sollevato della casa, di solito vicino ad altri oggetti importanti come il Butsudan, un altare domestico buddista. A causa del loro basso centro di gravità, alcuni modelli di bambola Daruma si raddrizzano da sole dopo essere state spinte da un lato e per questo motivo sono diventate un simbolo di ottimismo, costanza e forte determinazione. Queste bambole derivano da un modello più antico che si raddrizzava da sola e che era nota come il "piccolo monaco rotondetto" o "piccolo monaco sempre-in-piedi" (Okiagari-kobōshi). Una filastrocca per bambini del XVII secolo, descrive le bambole Daruma dell'epoca in modo assai simile alle loro raffigurazioni moderne: «Hi ni! fu ni! Fundan Daruma ga. Akai zukin kaburi sunmaita!» (Una volta! Due volte! Sempre il Daruma di rosso vestito. Incurante torna seduto!).Le Kokeshi sono bambole tradizionali di legno del nord del Giappone e hanno un design molto semplice che non prevede né braccia né gambe. Realizzate manualmente, hanno un busto semplice cilindrico e una larga testa sferica e i particolari del viso sono dipinti con un segno grafico stilizzato, che suggerisce un’idea di semplicità ed essenzialità. All'inizio del Novecento divennero talmente famose che in Russia furono prese a modello dall'inventore della prima matrioska. Oltre a decorare le case giapponesi, sono ritenute di buon auspicio contro la cattiva sorte e considerate un raffinato oggetto da collezione da regalare a persone molto speciali. Le più conosciute in Occidente sono le contemporanee Kimmidoll, ognuna di un colore diverso a rappresentare i vari valori positivi della vita. 




Le bambole Hakata sono invece realizzate in terracotta e si distinguono dalle altre bambole per l’attenzione alle proporzioni della figura umana e dei dettagli dipinti, tanto da essere riconosciute come opere d’arte alla fine dell’Ottocento.Particolarmente interessanti sono le bambole Ningyō (figura umana) che, da quando hanno iniziato a diffondersi, sono andate incontro ad uno sviluppo di forme, colori e materiali particolarmente eclettico. Bambole di legno, di carta, d’avorio, di canna e di ceramica, bambole con stoffe e tessuti dipinti con motivi e dettagli estremamente curati che rivelano la qualità della manodopera.Nella mostra sono presenti anche le Hagoita, palette rettangolari usate per giocare a hanetsuki, un gioco tipo il nostro volano, ma spesso hanno anche solo scopo ornamentale. Sono in genere dipinte a lacca con simboli di buon auspicio, oppure decorate di elaborati collage di seta. Questa tradizione risale al XVII secolo e, sebbene il gioco dell’hanetsuki non sia più molto popolare, l’artigianato delle hagoita è ancora molto presente in Giappone. In genere le palette sono vendute alle fiere tradizionali che hanno luogo nel mese di dicembre, mentre a Tokyo si possono trovare nei santuari.




Le Karakuri ningyō sono letteralmente bambole meccaniche (dove il termine karakuri significa sì meccanismo, ma anche trucco o inganno) che incontrarono un'ampia diffusione durante il periodo Edo. Come suggerisce il nome, sono delle piccole bambole dotate di un meccanismo nascosto al loro interno che gli permette di muoversi.Esistono tre diversi tipi di Karakuri ningyō. Le Dashi Karakuri, cioè quelle utilizzate nelle feste religiose (i famosi matsuri), che si muovevano su piccoli carri di legno divisi su tre livelli e si ispiravano al Bunraku, il teatro classico dei burattini. Sul livello più alto, si muovevano due o tre bambole che ricreavano storie o miti, mentre in quello intermedio si trovavano i burattinai e in quello più basso i musicisti che accompagnavano lo spettacolo suonando flauti e tamburi.Le Butai Karakuri, ("butai" significa teatro, palcoscenico), venivano usate per dar forma a veri e propri spettacoli teatrali. Molti forse non sanno che in realtà, gesti ed espressioni considerati tipici delle più classiche forme teatrali giapponesi, come il o ilKabuki, sono invece vere e proprie imitazioni o mimiche di queste bambole. I copioni stessi, usati in molti di questi teatri erano stati inizialmente scritti per gli spettacoli di Karakuri e successivamente riadattati per essere interpretati da attori in carne ed ossa.Una forma più piccola di Karakuri sono le Zashiki Karakuri, destinate ad un uso prevalentemente domestico. Erano generalmente considerate articoli di lusso destinati agli antichi feudatari e tecnicamente molto più complesse e preziose delle loro "sorelle" più grandi. La più famosa era senza dubbio la Chahakobi Ningyō, la bambola che serve il tè. Si trattava di una piccola bambola che teneva tra le mani un vassoio; quando il padrone poggiava una tazza di tè sul vassoio, la bambola si metteva in moto camminando nella direzione dell'ospite. Appena questi prendeva la tazzina si fermava per rimuoversi soltanto quando, finito di bere, l’ospite la riposava sul vassoio; allora la bambola si girava e tornava dal suo padrone.Un'altra Zashiki molto famosa è la Yumihiki-Doji, la bambola arciere che, seduta su un piccolo piedistallo di 30 centimetri, afferrava una freccia, puntava il bersaglio e la scagliava, ripetendo quest'azione per quattro volte consecutive. Oggi queste bambole non vengono più utilizzate, ma hanno tutt'ora un peso fondamentale nell'evoluzione delle arti e della tecnologia giapponese e se ne possono ammirare alcuni esemplari solo nei musei.La mostra propone quindi delle vere e proprie opere d’arte, che si contraddistinguono per lo stile e la cura del dettaglio grazie alla bravura degli artigiani che le realizzano e che aiutano il visitatore a capire meglio ed apprezzare vari aspetti della cultura del Giappone. Potrà essere visitata fino al 28 dicembre 2016, è ad ingresso libero e con visite guidate gratuite.




 Roma, 4/10/2016


 Pictures © Elena Paoletta


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