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Elena91 blog


La visita guidata al giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura mi ha fatto tornare in mente, per l’atmosfera e i colori, un film d’animazione giapponese del 2013 che ho amato particolarmente, Il Giardino delle Parole (Kotonoha no niwa), diretto da Makoto Shinkai. Mi ha colpito soprattutto il suo riuscire a coniugare disegno animato e nuove tecnologie con una storia emozionante e profonda; in soli quarantacinque minuti racconta la realtà con immagini delicate e poetiche, che fanno riflettere sulla sensazione di continua solitudine che spesso avvertono gli animi più sensibili. Il regista giapponese ha realizzato il film quasi esclusivamente da solo, occupandosi sia della regia che della sceneggiatura, dello storyboard, della fotografia e del montaggio, orchestrando perfino la musica che poeticamente accompagna le immagini.

Il Giardino delle Parole è un anime intenso e sensibile allo stesso tempo che racconta la storia di Takao, un giovane studente quindicenne che sogna in segreto di disegnare e realizzare scarpe. Nelle giornate di pioggia salta la scuola per andare a cercare l’ispirazione in un delizioso e appartato giardino pubblico; è sua la voce narrante che spiega il perché di quel richiamo: «Quando ero piccolo il cielo mi sembrava molto più vicino: per questo mi piace la pioggia, perché porta con sé l’odore del cielo. Nelle mattine piovose non cambio treno e scendo a questa fermata». Qui incontrerà la misteriosa signorina Yukino, una donna di ventisette anni che sembra alla deriva in un mondo nel quale non si riconosce più.




Nonostante la differenza d’età, i due continuano a vedersi sempre e solo nei giorni di pioggia, in un breve periodo di poco più di tre mesi che segnerà però per sempre le loro vite. L’incontro casuale tra i due, inatteso e folgorante per entrambi, si trasformerà in una continua attesa dei giorni di pioggia e il loro rapporto si svilupperà attraverso emozioni forti e reali. Takao è una ragazzo introverso ma più maturo rispetto ai ragazzi della sua età; sa quello che vuole ma non sa come arrivarci e questo gli procura dei timori riguardo al futuro. Yukino è in un periodo difficile della sua vita; non ha più certezze, dubita di se stessa e questo è il motivo per cui rifiuta ogni tipo di contatto. Il rapporto tra Takao e Yukino si sviluppa piano piano grazie ai continui incontri in quello stesso giardino ad ogni giornata piovosa e le loro vite, ancora indefinita quella del ragazzo e confusa quella della donna, prenderanno una grande svolta incamminandosi verso una direzione migliore.

Il regista evidenzia i due personaggi concentrandosi sulle immagini, sui suoni, sulle gocce che cadono dal cielo e toccando terra toccano anche corde delicate dell’animo umano.

La ricchezza di dettagli particolari, presenti in ogni singola scena di questa breve ma grande opera d’animazione, permette allo spettatore di immergersi totalmente nella storia, arrivando quasi a sentire l’odore della pioggia, il vento che soffia tra gli alberi e il brulicare delle persone che si affannano nel prendere la metro, spostandosi da un lato all’altro della città. A questo frenetico movimento si contrappone la calma del giardino; alla speranza di Takao le ombre sul volto di Yukino, in un gioco di equilibri e contrasti, vitali e dirompenti come la natura che si rinnova.



Il giardino giapponese sen’en con i salici, i ciliegi, i glicini, le pietre e il ponticello, diventa il luogo ideale per far trovare la giusta serenità a due animi diversi, per spronarli ad aprirsi e a cercare un rimedio alla propria malinconia. La stagione delle piogge nutre quel giardino delle parole insieme alla bellezza poetica e travolgente, propria dei legami più improbabili e degli universi più distanti e fa nascere un dialogo profondo e complesso.

Un giardino pubblico nel cuore della metropoli, come lo Shinjuku Gyoen della Tokyo in cui è cresciuto il regista, diventa il luogo segreto in cui cercano rifugio le anime solitarie bagnate dalla pioggia, che lava via ogni contatto con il tempo e la realtà, attraverso i cieli annuvolati e il debole suono del tuono.

La strana donna che beve birra e mangia cioccolata, che ripara la sua anima ferita sotto un gazebo, sussurra le parole: «Un rumoreggiare indistinto di tuono nel cielo nuvoloso. Forse verrà a piovere. Nel caso, ti tratterrai con me?», mentre sullo sfondo simbolicamente riluce il lampo di un fulmine. In quella piccola perla verde, rigogliosa sintesi di speranza, un ragazzo quindicenne dall’anima irrequieta risponde alla donna: «Un rumoreggiare indistinto di tuono nel cielo nuvoloso. Quant’anche non dovesse venire a piovere, mi tratterrò comunque con te».  La frase è ripresa dal Man’yoshu, la più antica raccolta di poesie giapponesi, alla quale il regista si è ispirato anche per il significato della pioggia.

Shinkai tratta il tema della solitudine non in modo negativo, ma come tempo che permette di approfondire i propri pensieri e quindi elemento significativo per diventare adulti.




L’importanza delle parole si riscontra spesso nelle brevi frasi pronunciate dai protagonisti, come quando Yukino dice: «Non sono più stata capace di camminare come si deve», quasi a sottolineare la sua momentanea incapacità di vivere e l’importanza del sogno di Takao, quello di realizzare scarpe. In senso figurato il ragazzo la aiuta a camminare lungo la strada della vita e, a sua volta, è aiutato da lei nella sua scelta: «Farò delle scarpe che facciano nascere in lei il desiderio di camminare sempre: è questa la mia decisione».

La solitudine non viene considerata come un qualcosa da superare, ma soltanto un tempo trascorso da soli che consente di cercare poi, con convinzione maggiore, la compagnia di altre persone.

Il giardino delle parole è un film sia visivo che sonoro, dove il rumore della pioggia, dei passi, i suoni ambientali e i brevi dialoghi creano un’atmosfera di impatto e le musiche del compositore Daisuke Kashiwa mettono in risalto i colori ambientali, i paesaggi e l’armonia che i personaggi condividono con gli sfondi magistralmente resi e che restano la parte caratterizzante dell’opera.

In questo giardino le parole si perdono sotto il rumore della pioggia; qui non valgono le leggi dello scorrere del tempo e del vivere quotidiano, ma solo l’incanto che unisce i due personaggi, sottolineato dallo struggente ritmo della colonna sonora e dalla canzone Rain, scritta e interpretata da Senri Oe nel 1988 e riarrangiata e interpretata da Motohiro Hata appositamente per il film. La sua voce si adatta perfettamente a quella del protagonista, un ragazzo che si sente ancora insicuro e ha la sensazione che il posto in cui vive non sia quello in cui dovrebbe essere. La sensazione di incompletezza è rappresentata dal musicista con questo splendido pezzo al pianoforte; bello, ma anche drammatico, che alterna momenti di intensità e altri in cui sembra finire nel silenzio, anche se la musica al pianoforte continua. Rain avvolge l’intero film e gli dà un’anima; è una musica molto raffinata che ha il merito di trasmettere malinconia ma anche speranza, di comunicare una sensibilità tipicamente giapponese, molto delicata e attenta ai mutamenti dell’animo.

Le parole raccontano come l’amicizia, i legami e gli affetti siano importanti, soprattutto quando si pensa di essere soli e incompresi e si indirizzano i propri sentimenti verso qualcuno che non li corrisponde, ma che diventa una persona importantissima nel proprio percorso di crescita e per questo indimenticabile: «Lady, sei avvolta nella pioggia. Non mi importa di restare imprigionato nell’acquazzone. Non mi importa di diventare bagnato fradicio. Sospirando ti seguo, per afferrare il cielo che è sul punto di piangere […] Lady, mi hai guardato negli occhi per un po’ […] Come se avessi colpito l’acqua sotto ai tuoi piedi, sei sparita. Non andare, non andare, così dissi. La pioggia si è placata trasformandosi in pioviggine […] Lady, anche adesso continui ad andare avanti in questo modo, non avendo nemmeno un piccolo ombrello […] Nonostante ti abbia compreso fin troppo bene, come nella sera in cui ci incontrammo per la prima volta. Non andare, non andare, così dissi».





 Dedicato a tutti gli animi sensibili…




Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

Artist at http://jobok.eu/user/Elena91


Gli amanti della cultura giapponese, come me, non possono lasciarsi sfuggire l'occasione di visitare il piccolo ma bellissimo giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura a Roma.

Situato in una zona molto vicina al centro storico, la palazzina richiama nell'estetica una dimora signorile dell'epoca giapponese Heian (IX-XII secolo) e si inserisce armoniosamente nell'ambiente, dominando dall'alto Valle Giulia.

Il progettista, l'architetto Yoshida Isoya, pur servendosi del cemento armato, si è avvalso di tutte le caratteristiche dell'originale edificio di legno, da sempre materiale da costruzione preferito dai giapponesi.

Nel giardino, realizzato negli anni Sessanta dal noto architetto Ken Nakajima (responsabile anche del progetto per l'area giapponese presso l'Orto Botanico di Roma), compaiono tutti gli elementi essenziali e tradizionali del giardino giapponese sen'en (giardino con laghetto): la cascata, le rocce, le piccole isole, il ponticello, la lampada di pietra (tôrô) e naturalmente il laghetto.

É il primo giardino realizzato in Italia da un architetto giapponese.

Il percorso proposto dalla visita guidata, accompagna con discrezione il visitatore lungo una passeggiata, dove tutti gli elementi della natura presenti sono studiati con cura: dall'acqua che praticamente circonda l'Istituto facendone una sorta di isola virtuale, alle rocce provenienti dalla Toscana e disposte in modo da ricordare l'arcipelago giapponese. 

Tra le tante piante presenti si trovano il ciliegio, il glicine, gli iris e i pini nani, che sembrano appartenere ad una stampa artistica dei maestri dell'ukiyo-e ("immagine del mondo fluttuante").

L'immancabile ciliegio (sakura), la pianta simbolo per eccellenza del Giappone insieme all'acero (che però ancora non è presente nel giardino perché è stato piantato da poco), si unisce in un abbraccio simbolico all'ulivo, rappresentante della civiltà mediterranea.

Questa unione porta un messaggio di amicizia tra Italia e Giappone, soprattutto quest'anno che si celebrano i centocinquanta anni dalla firma del primo trattato delle relazioni commerciali e non solo, tra i due Paesi.

Sicuramente l'alternarsi delle stagioni propone di volta in volta un nuovo spettacolo ricco di particolari, ma il giardino resta un luogo ideale per mantenere o ritrovare la calma dello spirito.

L'Istituto offre visite guidate gratuite su appuntamento e, anche se i momenti di maggiore suggestione si hanno sicuramente in primavera o in autunno, l'armonia e la serenità che il giardino emana possono essere apprezzate da tutti, in qualsiasi periodo dell'anno.



 Picture © Elena Paoletta


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Pochi giorni fa sono andata al cinema a vedere il film "Alice Through the Looking Glass" ("Alice attraverso lo specchio") di James Bobin, sequel di "Alice in Wonderland" di Tim Burton (2010) che rispecchiava i nonsense d Lewis Carroll e la sua particolare visione del mondo: «Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è e viceversa».

Questa nuova trasposizione cinematografica vede la protagonista imbarcarsi in un viaggio indietro nel tempo che la porta a scontrarsi con la personificazione del Tempo stesso, dipinto come nemico/amico, il quale la costringe a spostarsi frettolosamente in diverse dimensioni temporali per salvare il Cappellaio Matto. Il suo tentativo di modificare il passato per cambiare il corso degli eventi, è un passaggio necessario ad Alice per affrontare le proprie responsabilità e accettare il presente.

La storia di Alice scritta da Carroll (1865) può essere considerata una fiaba perché rappresenta la metafora della vita e dei suoi cambiamenti, che spesso sono sofferti e dolorosi. Lei stessa, arrivata nel Paese delle Meraviglie, si sorprende nel dire: «Quando leggevo libri di fiabe, mi immaginavo che fossero tutte cose mai successe, e adesso invece eccomi qui proprio nel bel mezzo di una fiaba».

La spontaneità con cui viene raccontata la fiaba crea un paragone tra un viaggio immaginario e una crescita fisica e psicologica; una ricerca della propria identità, dove il tempo e lo spazio si deformano e sfuggono alle loro leggi, liberando quella dimensione del sogno di cui tutti abbiamo bisogno. Attraverso l'identificazione con l'eroe e il suo percorso di crescita, ci viene trasmessa la speranza che i problemi siano risolvibili e che esista sempre la possibilità di un cambiamento.

La versione Disney del 1951 presentava la storia di Alice bambina, concentrandosi sulla commedia, la musica e il lato più stravagante della fiaba popolata da esseri particolarmente strani, ma che dovevano rendere allegro un sogno. Per questo vennero mantenuti alcuni versi delle poesie fantasiose di Carroll e composte canzoni costruite attorno ad esse per poi essere utilizzate nel film. Vennero scritte oltre trenta canzoni e molte trovarono la loro collocazione nel film, anche se solo per pochi brevi istanti, come "La maratonda" e "La canzone dello Stregatto". Tra l'altro il sorriso dello Stregatto di Disney è diventato oggi un simbolo riconoscibilissimo.

Nella versione di Burton, Alice non è più una bambina ma una ragazza diciannovenne che torna nel Paese delle Meraviglie per sfuggire alle nozze annunciate e ad una vita ordinaria e convenzionale. La famosa frase: «Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti!», aleggia per tutto il film, già nei titoli di testa con toni gotici e visionari tanto cari al regista. Attraverso le immagini e la musica sospesa, si evocano ricordi di storie horror e fantastiche; c'è inseguimento, suspense, minaccia di annientamento dei personaggi positivi, battaglia colossale e happy ending finale per ristabilire l'equilibrio e l'armonia. Uno dei personaggi più belli e significativi di questa versione è senza dubbio il Brucaliffo, un grassoccio millepiedi blu che riesce sempre a mantenere la calma e che diverse volte sfida Alice a definirsi meglio, costringendolo ad affrontare la difficile ma fondamentale domanda: «Chi sei tu?», per prendere coscienza di se stessa e di quello che veramente vuole. Quando Alice realizzerà il sogno del padre di aprire la via dei commerci con l'Oriente, lui sarà sulla sua spalla trasformato in una bellissima farfalla blu, confermando il nesso tra sogno e realtà a cui il tema del film allude sempre.

"Alice attraverso lo specchio" si apre proprio con l'immagine del Brucaliffo/farfalla blu che annuncia il ritorno di Alice dai suoi viaggi reali, quelli compiuti per mare con la nave del padre e ne preannuncia un altro, quello che la ragazza compirà ancora una volta nel Paese delle Meraviglie. Alice tornerà lì apparentemente per salvare il suo amico Cappellaio, ma in realtà per sfuggire alla dolorosa scelta tra la sua casa, simbolo di stabilità e la sua nave Wonder, che rappresenta la sua libertà. Dopo aver appreso le storie familiari del Cappellaio e della Regina Rossa, riuscirà a trovare un compromesso rassicurante che darà un nuovo senso alla sua vita reale. Tutto nel film è all'insegna del nonsense di Carroll: «Non è impossibile, è solamente non possibile». 

In tutti i suoi viaggi e le sue avventure, Alice esprime che cercare il senso della vita è un'impresa impossibile: «Sarebbe molto bello se per una volta una cosa qui avesse senso». Allo stesso tempo però lo cerca, partendo da un inizio semplice per poi lanciarsi verso eventi che vanno oltre l'immaginazione. Torna infine alla realtà più matura, pronta ad affrontare con coraggio la vita e i complicati rapporti familiari. 

In tutti i film, come nei libri di Carroll, Alice è un'anima indipendente che si sente intrappolata nella ristrettezza della mentalità della sua epoca; non sa come conciliare i suoi sogni con le aspettative delle persone che la circondano. La sua esperienza nel Paese delle Meraviglie le permette di scoprirsi più sicura di sé e per questo deve trasformarsi, diventando piccola o grande, coraggiosa e intrepida; deve trovare le capacità necessarie per vincere prove quasi impossibili, alla ricerca di risposte sul proprio destino che troverà però solo in se stessa.

La fiaba di Alice rassicura e infonde speranza nel futuro offrendo sempre la promessa di un lieto fine, come tutte le fiabe che Carroll definiva "un dono d'amore".



 Artwork © Elena Paoletta


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Ieri ho avuto il piacere di partecipare ad un evento presso la Jaku Toys Fumetteria. Ho trascorso un pomeriggio interessante in compagnia dell'autrice Elisabetta Cifone che ha presentato il suo manga Ale & Cucca, uno shojo edito dalla Kasaobake.

Ho acquistato il primo volume e non vedo l'ora di leggerlo!

Sono veramente contenta di aver trascorso del tempo insieme ad altri ragazzi che condividono la mia stessa passione per i manga, soprattutto fa piacere scoprire che giovani talenti come Elisabetta Cifone riescono a realizzare il loro sogno! 


 Copertina del primo volume del manga 

 Ale & Cucca di Elisabetta Cifone


 Bellissima dedica di Elisabetta Cifone



 Presentazione dello shojo manga Ale & Cucca 

 di Elisabetta Cifone (sabato 11 giugno 2016)


Elena Paoletta

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