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Elena91 blog


Il fatto sorprendente della caotica Tokyo è l’assenza di rumori assordanti e di cattivi odori. Niente traffico frenetico, né fastidiosi clacson e l’unica cosa che colpisce l’olfatto è il mix di profumi speziati del cibo cotto in strada. La pulizia, soprattutto nelle stazioni delle metropolitane, sorprende da subito il turista occidentale e lo fa riflettere sul vero significato della parola civiltà. Nella grande metropoli si trovano poi vere e proprie oasi di pace e tranquillità, dove il verde dei giardini e il silenzio interrotto soltanto dallo scorrere dell’acqua dei vari laghetti, invitano alla riflessione e alla meditazione. Uno di questi luoghi incantevoli si trova a Mitaka dove ha sede il Museo Ghibli, costruito nel 2001 su espresso volere del maestro Hayao Miyazaki che lo ha disegnato personalmente usando la stessa tecnica che adotta come regista, ovvero con una sceneggiatura in divenire. Il progetto del parco ha preso vita partendo da una serie di tavole nelle quali l’artista ha schizzato le prime stanze, per poi suddividere gli spazi interni: è partito dai dettagli per arrivare all’insieme e l’edificio stesso che ospita il Museo è divenuto così l’attrazione principale. Per esaudire il mio sogno di visitare il Museo Ghibli è stato necessario comprare i biglietti tre mesi prima del mio arrivo a Tokyo, vista la grande richiesta da ogni parte del mondo.




La scelta del nome Ghibli fu fatta dallo stesso Miyazaki nel 1985 quando riuscì a realizzare il suo sogno di fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli. Infatti il Ghibli o Caproni Ca.309, era un aereo della Regia Aeronautica del Regno d’Italia concepito per operare in nord Africa con l'aviazione coloniale e il regista, appassionato di aviazione, scelse questo nome sia per il suo amore per il volo che per significare l'entusiasmo e la determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell'animazione giapponese.Ghibli è una parola che deriva dall’arabo, lingua in cui significa “nella direzione della Mecca”, ovvero est, mentre in italiano il suo nome indica il vento caldo tipico del deserto.La nascita dello Studio Ghibli sottolineava quindi anche l’esigenza di portare un soffio di aria fresca per l’industria degli anime e voleva dire creare una produzione per tutti i suoi film e sogni, anche architettonici.Infatti lo spazio è cruciale, soprattutto nella ricerca di Miyazaki che lo intende non come limite, ma come orizzonte da aprire alla sua fantasia, senza mai farla sentire costretta. Per questo progettò personalmente gli spazi dello Studio nei quali doveva muoversi e le architetture risultavano così come uscite dai suoi film, diventando prosecuzioni del suo immaginario, la prova concreta che i sogni possono diventare realtà. L’animazione è arte, ogni prodotto animato è un’opera di ingegno e di talento e Miyazaki vuole che il Ghibli Museum venga inteso proprio come museo d’arte: «Questo è il tipo di museo che voglio fare!» Dichiarò all’epoca il regista. «Un museo interessante che rilassi l’anima, un museo dove ci sia molto da scoprire, un museo basato su una filosofia chiara e articolata, un museo dove coloro che cercano divertimento possano divertirsi, coloro che vogliono riflettere possano riflettere e coloro che vogliono emozionarsi possano emozionarsi, un museo che quando esci ti faccia sentire più ricco di quando sei entrato». Chiarite le ambizioni, Miyazaki dettò le sue regole: il suo Museo doveva avere ambienti che consentivano di vivere insieme la visita come se si stesse guardando un film; non doveva avere architetture oppressive o arroganti, ma spazi nei quali sentirsi a proprio agio; doveva essere gestito in modo da far sentire i bambini come adulti e viceversa, i membri dello staff soddisfatti e fieri del loro lavoro e soprattutto essere per tutti.




Il colorato Ghibli Museum è dunque uno spaccato dell’universo fantasioso di Miyazaki e si propone come percorso creativo ed esperienza: la scritta all’entrata suggerisce infatti “Perdiamoci insieme”. Si scende poi verso il basso, attraverso un itinerario labirintico che sollecita il piacere dell’esplorazione e ci si ritrova in una vasta hall attraversata da ponti e piani, sfalsati su vari livelli, dove lo sguardo e il cammino si sollevano verso l’alto. È lo stesso itinerario che compiono generalmente i protagonisti dei film di Miyazaki: basti pensare a Chichiro, che ne La città incantata prima scende verso le caldaie e poi risale verso i piani superiori dell’edificio termale.




Ad accogliere i visitatori nella hall è il monumentale Totoro in peluche. Il capolavoro miyazakianoTonari no Totoro (Il mio vicino Totoro, 1988) è un racconto intriso di tenerezza, un film che resta tutt’oggi uno dei maggiori successi del cinema giapponese e che ha visto il profilo dell’animale immaginario Totoro diventare il logo dello Studio Ghibli e avere l’onore di apparire in altre produzioni come in Toy Story 3, ne I Simpson e in South Park. I giapponesi amano Totoro come gli americani amano Topolino; per loro rappresenta il riconoscimento mondiale dell’animazione giapponese. Totoro è una sorta di spirito benevolo della foresta e si fa vedere solo da chi crede in lui. Le bambine protagoniste dell’anime vivono una situazione eccezionale carica di responsabilità a causa del ricovero in ospedale della loro mamma e hanno quindi un urgente bisogno di credere nella sua magia e nella sua protezione. Il film esprime anche il contatto con il cambiamento, con lo sconosciuto, con il diverso; con tutto ciò che può arrivare alla mente aperta dei più giovani e possa così aiutarli a fare quel salto, quel passo avanti nella vita in maniera sana. Tutti gli elementi necessari al percorso di crescita sono racchiusi in questo simpatico animale che offre protezione e trova le soluzioni ai problemi.Nella hall del Museo una porta si apre nella stanza delle meraviglie dove le vetrate, realizzate con forme e colori dei personaggi dei film, producono affascinanti giochi di luce a creare un’atmosfera da sogno. La stessa atmosfera si può ritrovare nei bagni meticolosamente curati e puliti.




Il soffitto della hall è affrescato e riproduce un sole luminoso in mezzo ad un cielo terso; il tetto diventa così un ostacolo relativo, una finzione che l’uomo ha imposto a se stesso per giustificare la propria paura di puntare in alto. Guardando bene si possono intravedere i vari personaggi di Miyazaki, tutti festosi in volo; non importa se si guarda con gli occhi o con il cuore, il messaggio è che tutto è possibile all’interno di questo spazio, senza promettere più meraviglie di quelle che ognuno può cogliere.Con grande emozione ho riconosciuto subito la piccola strega Kiki (Kiki consegne a domicilio, 1988) che parte sulla sua scopa per iniziare un addestramento lontano da casa. Pensando di trovare quel mondo che si era idealizzata, si scontra presto con le difficoltà della vita: tutti ostacoli che la introducono però all’amicizia, all’impegno e alle responsabilità della vita vera.




Il piano terra ospita anche una stanza dove i temi musicali dei più importanti film accompagnano il visitatore a soffermarsi su una sorta di casetta in penombra le cui finestre rappresentano con dei fotogrammi, ognuna l’anno di uscita dei vari anime di Miyazaki. Per gli appassionati del genere è una cosa da brividi e lacrime!La sorpresa più grande è stata quella di trovare un po’ ovunque la sagoma dell’indimenticabile protagonista di Porco Rosso, perfino sulla lavagnetta del menu del bar in terrazza.




Porco Rosso è un anime del 1991 elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca. Porco Rosso rispecchia la linea di pensiero di Miyazaki: il voler vivere libero senza ostruzioni e oppressioni. Ogni cosa che il protagonista dice diventa una citazione epica e lo avvolge in un alone di mistero che porta lo spettatore ad essere attento ad ogni battuta per cercare di capire il suo passato e la sua psiche, chi ama, chi odia e chi rispetta e qual è il suo obiettivo, il suo scopo. Nulla si sa di preciso e tutti questi misteri arricchiscono il protagonista e fanno muovere sia sottotrame che tutti gli altri personaggi intorno a lui. Nell’ironia di Porco Rosso, si legge un odio per la guerra e il fascismo, elementi dannosi per la libertà dell’uomo: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale». Con questa frase il protagonista inneggia alla totale libertà nella vita: preferirebbe rimanere l’unico maiale antropomorfo nel mondo, piuttosto che stare sotto una dittatura che di sicuro gli imporrebbe dei limiti. Questa è forse la spiegazione al perché della costruzione dello Studio Ghibli.I film dello Studio infatti non sono mai fini a se stessi; vedere una sola volta un qualsiasi anime, può essere limitante per il pubblico che non può coglierne istantaneamente tutti i significati inseriti, più o meno esplicitamente, all’interno della storia. Miyazaki infatti costringe lo spettatore a una difficile e stimolante sfida culturale; lo obbliga a liberarsi dalla forza di gravità della tradizione e a leggere il cinema proprio come si fa con i manga, in un verso opposto a quello al quale si è da sempre abituati. Le sue critiche feroci alla società, espresse attraverso i suoi film, oscillano sempre fra la sua compassione per l’umanità e la preoccupazione per il futuro dell’uomo, ma il regista lo fa in modo artistico e non lanciando messaggi banali o morali. Sebbene tutti i suoi capolavori siano squisitamente giapponesi, per quanto riguarda la sensibilità e i sentimenti, l’estetica e l’intensità drammatica sono universali.Su una delle porte che introducono alle varie sale del Museo, spicca il poster di Principessa Mononoke (Mononoke Hime, 1997), un anime crudele, affascinante e profondamente commovente, che trasmette un monito attento sul discorso ecologico tanto caro a Miyazaki.




«In tempi remoti la Terra era ricoperta di foreste, in cui sotto le sembianze di immensi animali si aggiravano da sempre gli spiriti della natura. Uomini e animali allora vivevano in armonia».Il film è carico di una voluta violenza per riproporre la tematica che ogni tentativo dell’uomo di rubare prepotentemente la scena alle forze naturali e soprannaturali e dirigere così il corso degli eventi, è solo fonte di rovina: per raggiungere la pace e l’armonia del mondo è necessario trovare un equilibrio. È un Miyazaki combattuto tra il pessimismo sulle azioni dell’uomo e l’ottimismo che ancora qualcosa può fare per salvare il mondo in cui vive. La sala principale del Museo Ghibli, dominata da un lucernario con ventilatore a pala, è animata da scale a chiocciola e passaggi nascosti, uno scenario perfetto per ambientare una favola e soprattutto per far percepire il movimento, come immagine e come “brezza”, tanto cara a Miyazaki.Il vento è infatti l’elemento simbolico della sua intera carriera come dimostra il suo ultimo film Si alza il vento (2013). Il vento è l’elemento che indica all’uomo la rotta della sua creatività per abbattere ogni pregiudizio, bigottismo e menefreghismo verso il nostro stesso mondo.Il Museo Ghibli è una sorta di guida al fantastico, perfino nei particolari biglietti per la sala proiezione che raccontano una brevissima storia. Sono infatti frame di pellicole in 35mm dei vari film di Miyazaki; basta puntarli verso la luce per vedere quale scena il destino abbia riservato ad ogni visitatore. A me è capitato quello de La città incantata :)




Il Museo ospita infatti una sala cinema da ottanta posti che ha il soffitto dipinto per celebrare le luci e il buio della notte. Vi si possono vedere cortometraggi esclusivi, che non hanno diffusione al di fuori del cinema stesso e quando le luci si accendono, la magia rivela i suoi trucchi, mettendo in mostra il proiettore. Ho visto un corto molto carino e delicato che, attraverso due animaletti di uno stagno, spiegava come si possono superare le diversità con l’aiuto proprio di chi consideriamo diverso, liberando la mente da pregiudizi e guardando il mondo dal suo punto di vista. Tutto il lavoro di Miyazaki è un tributo al potere di un’immaginazione straordinaria. Il primo piano del Museo ospita la mostra permanente sulla nascita di un film di animazione. La prima stanza è quella di un ragazzo, con un tavolo da disegno, schizzi, libri e giocattoli. È il rifugio dove il regista ha riunito gli oggetti simbolo delle sue passioni, le icone amate, modellini di aeroplani inclusi. È proprio quella forse la stanza più importante, senza età, che più che un luogo fisico è il luogo metafisico della memoria, dove si riuniscono voci, sensazioni, accenni e spunti. Il passato come motore è lì in quella serie di vecchie foto e schizzi, che dal pavimento arrivano fino al soffitto, a suggerire la ricchezza della fantasia e i colori dell’inconscio: dalla teoria alla pratica.La stanza che però mi ha emozionato più di tutti è stata quella che rappresenta il luogo di lavoro di Hayao Miyazaki: per chi come me è amante del disegnare e colorare, vedere sulla scrivania i suoi strumenti di lavoro, posizionati proprio come se lui fosse lì ad usarli durante un suo processo creativo, è entusiasmante e svela lati inediti della sua personalità. Il caffè, il posacenere pieno di mozziconi di sigarette insieme alle matite colorate, agli schizzi, alle foto, ai libri lasciati aperti a sottolineare le ispirazioni, convivono con ironia e semplicità e danno una visuale del mondo lavorativo sensibile e umana, un ritratto intimo del maestro Miyazaki che mi ha veramente commosso. Peccato che dentro al Museo sia assolutamente vietato fotografare; si è controllati praticamente a vista dai numerosi membri dello staff, quindi le foto si scattano con gli occhi e restano nella memoria del cuore. Un’altra sala è dedicata completamente ai gadget da acquistare. Come non approfittarne? *__*




Il percorso del Museo vuole essere sia di crescita che culturale, così Miyazaki ha fatto costruire la Mitaka, o Tri Hawks, una biblioteca per ragazzi con libri suggeriti da lui stesso. La collezione del Museo include anche rodovetri e stampe di scene dei film e tra le attrazioni c’è, solo per gli under dodici, il Gattobus in peluche. Personaggio del film Totoro, il Gattobus è una sorta di autobus che solo la fantasia dei bambini riesce a vedere e che li trasporta velocemente da un luogo a un altro del bosco incantato dove vive Totoro. Questa grande attrazione occupa un’intera sala del secondo piano e intrattiene allegramente i piccoli visitatori che si divertono ad entrarci. Nessun effetto speciale, solo la possibilità di realizzare il desiderio di toccare con mano l’illusione.Una scala a chiocciola conduce allo splendido giardino pensile su cui campeggia la statua in bronzo alta cinque metri, opera dell’artista Kunio Shachimaru, che raffigura uno dei Robot Soldato di Laputa, il castello nel cielo, custode di quel parco segreto. Fortunatamente negli spazi aperti del Museo si può fotografare, così ho potuto scattare alcune foto ricordo.




L’anime Laputa (1986), ispirato ai Viaggi di Gulliver e ai testi futuristici di Jules Verne, insegna dei valori basilari e importantissimi come l’amicizia, i piccoli amori, ma anche la cattiveria dell’uomo, la vita del mondo reale con le varie sfaccettature, una caratteristica che sarà sempre presente nei film futuri di Miyazaki. Laputa incarna tutte le passioni e i sogni del regista e non solo: tutti desideriamo di poter volare, di essere liberi, di raggiungere qualcosa di impossibile e di più avanzato rispetto a noi. Questo misterioso castello riassume tutti questi sogni e per questo tutti desiderano raggiungerlo, ma solo chi se lo merita può avere l’onore di vedere il mondo da lassù. Il protagonista maschile, rivolgendosi alla protagonista femminile, dice: «Quando sei scesa dal cielo mi sono emozionato. Doveva essere per forza l’inizio di qualcosa di straordinario», sicuramente è un riferimento alla nascita dello Studio Ghibli, visto che Laputa è stato il primo film prodotto dallo Studio. Impressionante è la cura meticolosa dedicata ad ogni pianta, o ramoscello che sia, negli spazi aperti: ho visto personalmente una donna dello staff controllare, foglia per foglia, una siepe e togliere delicatamente quelle secche.




Secondo Miyazaki la perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Questo ferreo meccanismo fatto di regole rigide e una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo oltre i propri limiti, nascondono il duro allenamento dietro la poesia, perché il bello non è un dono che arriva ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi.Ispirate a Il Castello Errante di Howl (2004), tanto da riproporre le atmosfere steampunk, sono una serie di oggetti in ferro o in ottone sparsi lungo tutto il percorso del Museo perché, se questo accende la fantasia, bisogna che poi il fantastico contamini lo sguardo in ogni luogo. Nei suoi toni cupi e invecchiati, i tombini, la fontana, la vasca, le borchie, i lampioni, rivelano il tesoro di una fucina in movimento, come fosse il dietro le quinte del Castello, a spiegare alla gente come e perché la magia va avanti.




D’altra parte Howl può intendersi come la personificazione dell’aspetto creativo di Miyazaki, del suo parallelismo con la vita di tutti i giorni, il suo contrasto fra ottimismo solare e cupo pessimismo, fra il desiderio di rinnovarsi e il bisogno di rimanere fedele al proprio mondo poetico. La scena in cui la fiamma di Calcifer torna nel petto di Howl viene sottolineata da Miyazaki con la frase: «Non sono mai cambiato dalla mia infanzia», ad evidenziare il contatto vitale fra creazione e memoria, tra i sogni dell’infanzia e la loro realizzazione attraverso la passione artistica.Howl dice: «Senza la bellezza che senso ha vivere?» e porta con sé una grande verità. Senza la bellezza di questi anime, senza maiali a bordo di idrovolanti e la libertà nel cielo; senza i sogni e le speranze dei bambini e senza quei mondi così caratteristici e particolari; senza le leggende, i misteri, i mostri, le maledizioni, le trasformazioni, i paesaggi e le creature fantastiche ma cariche di poesia, la bellezza non esisterebbe. L’emozione, i brividi e i sussulti al cuore che regala la visita al Museo Ghibli, diventano un tutt’uno con quelli che regala l’animazione del maestro Miyazaki.Dalla visita al Museo Ghibli emerge qualcosa di prezioso, che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori, dove si possono vedere i sogni realizzati con tutta la follia necessaria che serve per crederci. Il mio ultimo giorno in Giappone non poteva essere più bello, degna conclusione di un viaggio meraviglioso e tanto desiderato! ❤




Pictures © Elena Paoletta

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Evvai! Superato anche il secondo corso di lingua giapponese!!! 

A ottobre si continua... :D



Per chi ama i manga e gli anime essere a Tokyo è come stare nel Paese delle Meraviglie. Per esempio, passeggiare lungo i viali del giardino Shinjuku Gyoen vuol dire entrare direttamente nel film di Makoto Shinkai Il Giardino delle Parole (言の葉の庭 Kotonoha no niwa). Questo giardino pubblico nel cuore della metropoli si è rivelato una vera e propria gioia per gli occhi, con i salici, i glicini, le pietre, il ponticello e il gazebo in legno dove i protagonisti del film si incontravano. Tutto rievocava le immagini poetiche di Shinkai con un’unica differenza: i sakura in fiore. Il film è infatti ambientato durante la stagione delle piogge mentre io ci sono stata in primavera, ma questo non ha fatto altro che aumentare le mie emozioni perché lo spettacolo che offre è veramente stupendo e indimenticabile.





Nel quartiere di Shinjuku, una delle aeree di Tokyo più moderne e con molti grattacieli, ho percorso la stessa strada e rivissuto le stesse atmosfere di alcune scene di Death Note sentendomi proprio un personaggio di quel manga che tanto mi aveva appassionato. L’edificio simbolo di questo quartiere è senza dubbio il Tokyo Metropolitan Government Building, che sostanzialmente è il municipio di Tokyo anche se esce fuori da ogni idea che abbiamo riguardo a come è un municipio. Questo immenso palazzo composto da due torri progettate dal famoso architetto Kenzo Tange offre, al quarantacinquesimo piano, una panoramica su Tokyo mozzafiato presente in molti film ed è veramente suggestiva.




Il momento più eclatante è stato però quello vissuto ad Akihabara, il famoso quartiere di Tokyo conosciuto soprattutto per i tanti negozi di manga e di tecnologia.Incarnazione di tutto ciò che è pensabile riguardo anime e manga, ad Akihabara la realtà supera l’immaginazione!



Si vive a stretto contatto con un mondo surreale ed è lì che ho fatto l’esperienza che da tempo desideravo, quella del Maid Cafè, un particolare tipo di caffetteria a tema nata agli inizi del XXI secolo in Giappone, ma che nel corso degli anni ha acquistato una sua propria identità. Il primo vero e proprio Maid Café è stato probabilmente il Cure Maid Café, aperto proprio ad Akihabara nel maggio 2001.Pensati inizialmente solo per la clientela di appassionati di manga e anime che frequenta il famoso quartiere, questi locali hanno incuriosito piano piano anche salarymen, cosplayer e otaku, riscuotendo un crescente successo e una certa notorietà e coinvolgendo in seguito un pubblico sempre più vasto, che comprende anche liceali, mamme con bambini, riuscendo perfino ad uscire ai confini nazionali. Infatti molti Maid Café si possono trovare anche in Europa e negli Stati Uniti.




«Okaerinasaimase Goshujin-sama, Ojou-sama» (“Bentornati a casa Signori e Signore”) è la frase che viene rivolta ai clienti all’ingresso del locale da parte di una graziosa maid, una cameriera vestita in modo impeccabile con trine e merletti sull’abito corto e con le maniche a palloncino, proprio come è vestita Ayuzawa Misaki la protagonista del manga Maid-sama!, quando segretamente svolge il suo lavoro di maid. Nessuno deve infatti sapere che Misaki è quel particolare tipo di cameriera poiché a scuola è diventata un modello di serietà, educazione e di intransigenza all'indisciplina dei suoi compagni, mentre il suo abbigliamento e i suoi modi di fare cambiano radicalmente svolgendo questo tipo di lavoro. Infatti, vista la particolarità del locale, la ragazza deve comportarsi in maniera diametralmente opposta alla sua regolare vita da studentessa: deve indossare accessori eccentrici, recitare con una vocina kawaii frasi che apparentemente non hanno un senso, fare mossettine buffe per divertire i clienti, essere gentile e dolce con loro, ma anche vivere con il continuo timore di essere prima o poi scoperta da qualche studente di passaggio in quel maid café.




La mia esperienza al Maid Cafè è stata divertentissima e mi ha emozionata proprio tanto! Mi è sembrato per un po’ di vivere dentro uno dei tanti manga che ho letto.Una volta varcata la soglia di questi locali, ci si trova in un mondo impensabile. Gli arredi interni non sono uguali per tutti i maid; alcuni hanno uno stile semplice e sobrio, come un comune café occidentale, ma altri lasciano davvero senza fiato. I più curati e ricercati presentano uno stile “casetta di Hello Kitty”, con un trionfo di colori pastello che spaziano dalle pareti al pavimento. Le sedie sono ornate con soffici cuscini dall’aspetto spumeggiante, possibilmente di colore rosa o fucsia. Alle pareti foto di cuccioli o di personaggi dei fumetti, senza dimenticare lustrini e piumaggi vari, sempre in tinta con il resto degli arredi. Altri ancora prediligono i colori accesi, senza eccedere con le tonalità stucchevoli del rosa, in un delirante mix di fantasie astratte o di motivi anni Settanta.Per chiamare al tavolo la maid c’è una campanella in stile vittoriano; una volta illustrato il menu e scelte le consumazioni, la maid porta il cibo in tavola pronunciando la frase di rito: «Oishii kunare, moe moe kyun», mentre muove le mani su ciò che si è ordinato. È un incantesimo necessario a migliorare il sapore dei cibi, che vengono guarniti direttamente al tavolo con disegni di animaletti fatti con il ketchup o con la cioccolata.




Ho fatto tutto come da copione, cerchietto con orecchie da coniglietta in testa compreso e devo aver pronunciato bene la frase dell’incantesimo che serve a migliorare il sapore del cibo ordinato perché il mio gelato era squisito!




Mi sono molto divertita a salire sul palco del locale e ripetere le frasi che la maid proponeva accompagnate da gesti rigorosamente kawaii e ormai “Moe Moe” è entrato a far parte dei miei ricordi più cari, di quelli da raccontare anche ai futuri nipotini :)




Non è difficile trovare un maid café: basta girare per le strade e farsi attirare dalle ragazze in costume maid che reclamizzano il locale dove lavorano e loro molto allegramente ti guidano alla meta. Ce ne sono di tutti i tipi anche in altri quartieri di Tokyo: Kiki & Lala Café, è il locale pop-up che ha servito deliziosi manicaretti dedicati ai Little Twin Stars, i famosi gemellini Sanrio, fino alla sua chiusura; My Melody Café, all’interno del centro commerciale Parco Shibuya, serve adorabili piatti a tema per tutti i gusti, dai dolcetti alle insalate, con in regalo sottobicchieri, tovagliette e, in alcuni casi, una carinissima tazza.Anche l’adorato Rilakkumma, l’orsetto in stile anime, ha il suo maid pop-up omonimo a Shibuya; oltre a poter assaggiare dolci, cappuccini e un invitante riso al curry a forma rigorosamente di orsetto, i clienti possono visitare una speciale esposizione dedicata a Rilakkuma e acquistare gli accessori in edizione limitata della linea Rilakkuma Factory.Durante i mesi estivi, per attirare i turisti a Fujisawa, vengono servite al Chara-Cre di Marion Crepes, le deliziose crepes dolci o salate dedicate ai personaggi di Hello Kitty; mentre al Pompompurin Café, al Cute Cube di Harajuku, si possono assaggiare gli spaghetti al curry con bevande e dolci a tema, senza farsi mancare gli onnipresenti gadgets, come t-shirt e shopper bag.Non è raro infatti trovare all’interno dell’edificio che ospita il maid, anche una sorta di museo in tema o negozi di gadget.




Dedicati esclusivamente alle donne sono i Butler’s Café, in cui il personale che serve ai tavoli è solo maschile. Il butler, ovvero maggiordomo, riprende lo stereotipo del domestico inglese, dando molta importanza alla sua cura esteriore, in particolar modo quella dell’essere riconoscibile dalle belle mani. Un Butler Café molto popolare tra le giapponesi si trova a Shibuya, dove i camerieri/maggiordomi sono stranieri; probabilmente perché le donne giapponesi assegnano il ruolo dell’uomo galante agli occidentali, in quanto l’Occidente è visto come il Paese del “first ladies”. In effetti anche l’anime di successo Kuroshitsuji (Black Butler), che ha tra i protagonisti l’ormai famoso maggiordomo Sebastian, è ambientato nell’Inghilterra vittoriana. Al prossimo viaggio mi sono ripromessa di andarci…




In Giappone per le persone che amano gli animali domestici e in particolare i gatti, ma che a causa di regolamenti condominiali severi non possono tenerne in casa, sono stati realizzati i Neko Café (Cat Café), una catena di locali di tendenza davvero unici nel loro genere. All’interno dei Neko Café, oltre che sorseggiare un buon caffè o tè, si possono anche coccolare i tanti gatti presenti nel locale. Si tratta semplicemente di un luogo rilassante dove, insieme ai camerieri, ci sono circa una ventina di gatti che offrono la propria compagnia. È fondamentale precisare che i gatti non sono a completa disposizione della clientela, ma devono essere rispettati e non possono essere sollevati da terra per essere spostati all’interno della stanza, poiché devono essere liberi di muoversi come desiderano. I clienti devono prima lavare e disinfettare con cura le mani e poi possono giocare, accarezzare e stare in compagnia dei loro animali preferiti. Tra i più famosi Neko Café ci sono i Calico Cat Cafè, con grandi salotti ricchi di tavolini, divani e cuscini e i Nekorobi (orecchie di gatto) dove vengono offerti molti servizi tecnologici.

Certo girare a Tokyo non può che suscitare stupore e meraviglia; questa caotica e affascinante metropoli colpisce il turista sicuramente con le sue stravaganze, ma anche e senza ombra di dubbio con la gentilezza e il sorriso di chi ci lavora.



Pictures by Elena Paoletta

Video Editor / Blogger at Wonderland Tales

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Se volete guardare le foto del mio viaggio in Giappone, cliccate qui https://jobok.eu/photo/useralbums/Elena91


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