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Mannu blog


La ragazza sbatté la mano sul ripiano del piccolo negozio di elettrodomestici. I mille anelli e braccialetti tintinnarono insieme.

- Cazzo è questa roba? - esclamò senza curarsi di tenere bassa la voce. Tanto non c'erano altri clienti.

Dietro il bancone l'uomo dai corti capelli bianchi e grigi incurvò un sopracciglio, indifferente.

- Se non ti piace puoi anche dirlo, non è il caso di fare scene drammatiche – ribatté calmo dopo un paio di secondi di silenzio.

- Scherzi? Questa roba spacca! Ne voglio ancora!

Indicò la memoria a bastoncino che giaceva sul ripiano lì dove la mano aveva battuto. Con l'altra ricacciò indietro i lunghi capelli tinti di un vivissimo viola spezzato da sparuti ciuffi biondi. I capelli le scesero sul viso, ribelli e ingovernabili. Sbuffò loro contro da un angolo della bocca. Inclinò poi la testa da un lato per farli penzolare lontano dal viso. L'altra metà del cranio era rasata, la corta peluria rossiccia lasciava vedere la cute bianca.

- Si può fare, ma... - iniziò l'uomo dal volto rugoso segnato dall'età e da una corta barba ormai bianca. Con pollice e indice raggiunse la minuscola memoria anonima, un tipo comune e noto per la sua compatibilità e per il prezzo popolare.

- Ennò, zio! – la ragazza fu svelta come un serpente: batté di nuovo la mano inanellata sul banco proprio sulla memoria a bastoncino sottraendola all'uomo.

- Prima – aggiunse con sguardo di sfida, china verso il negoziante più basso di lei di tutta la testa – mi devi spiegare alcune cosette!

A fatica l'uomo alzò gli occhi dalla maglietta dal collo così ampio da non lasciare dubbi sulle preferenze della ragazza in fatto di abbigliamento intimo e tatuaggi. Mancante il primo, fosforescenti gli altri.

Fissò gli occhi castani e profondi di lei resi cupi e maliziosi dal sapiente uso di trucco nero. Abile e subdola, pensò smarrendosi tra ciglia lunghe e matite nere.

- Tipo?

- Tipo... come mai non c'è traccia di questa roba sulla Rete? Nemmeno M-Shatzz ci capisce un cazzo!

A sentir nominare la celeberrima IA musicale l'uomo accennò un sorriso tra le rughe. M-Shatzz sulla Rete offriva gratis un algoritmo di riconoscimento tra i più precisi e perfezionati. Era noto a tutti e frequentatissimo dai giovani. M-Shatzz aveva accumulato informazioni per anni e anni e si vociferava che il suo database di musica avesse da tempo superato lo zettabyte. La IA stessa gestiva un paio di vocaloidi rockstar da hit-parade che tenevano concerti sia in Rete che dal vivo per i pochi privilegiati che potevano assistere.

- Beh, è musica un po' particolare e... - l'uomo tentennò un poco. Sentì la sua bocca piegarsi in un sorriso aperto e soddisfatto.

- Dai zio, falla breve: quanto vuoi per altri... trenta minuti di questa meraviglia?

La ragazza offrì la memoria stretta tra i polpastrelli di indice e pollice. Innumerevoli braccialetti risuonarono.

- Questa meraviglia non si vende a minuti come la merda cui siete abituati – si sbilanciò il commerciante. La mano tesa, il palmo solcato dalle trincee scavate in una vita. Il bastoncino anonimo vi cadde sopra senza un suono.

- Quindi? - scura in volto la ragazza drizzò la testa così bruscamente che le catenelle dei piercing alle orecchie tintinnarono.

- Quindi ti carico un album intero. Di sicuro più di trenta minuti ma tu mi paghi per trenta. D'accordo?

- Andata – ribatté subito quella senza che il dubbio si fosse spento negli occhi nocciola. Non sapeva esattamente cosa il vecchio intendesse con la parola ”album”. Lo osservò ansiosa sparire nel retro. Cercò di cogliere qualcosa del segreto che l'uomo nascondeva dietro la porticina, ma tutto ciò che i suoi avidi occhi riuscirono a vedere fu un velocissimo scorcio di uno scaffale metallico ingombro di apparecchiature. Quando tornò con la memoria stretta tra le dita lei lo squadrò colma di sospetto.

- Chi mi dice che non l'hai formattata?

L'anziano sbuffò ma si vedeva il sorriso sotto la barba. Posò la memoria sul lettore e avviò la riproduzione. Dai diffusori del piccolo negozio si riversò un torrente di note infuocate, fiamme ossidriche che ricamavano un mare di metallo fuso in tempesta, violente onde modellate a viva forza dai ritmici colpi di un maglio divino. Era un inno di battaglia, una marcia imperiosa e una musica struggente al tempo stesso. La ragazza si sorprese a seguire quel ritmo con tutto il corpo. Voleva ballare: il suo corpo lo chiedeva a gran voce, il cuore voleva balzarle dal petto e il cervello era teso solo a bearsi del ritmo, attento solo di far sì che il corpo non franasse a terra. Il commerciante non ebbe cuore di interrompere la riproduzione prima che quella raggiungesse la sua naturale conclusione.

- Sei un grande! - la ragazza si slanciò entusiasta attraverso il bancone e senza nemmeno essere tanto certa di quello che stava facendo, si aggrappò al vecchio e gli stampò un cupo bacio blu sullo zigomo ossuto. Pochi istanti dopo aveva pagato e se n'era andata via, ancora ballando sulle note che le erano rimaste scolpite nella testa. Negli occhi del vecchio negoziante restava l'ombra di lei, la maglietta troppo larga e la gonna troppo corta che mostrava le lunghe gambe e i collant bucati ad arte con le proibitissime sigarette. Una piccola scintilla di liquida, luminosa felicità brillò.


- Bella, sei sicura che il posto è questo?

Lei scostò i lunghi capelli viola che le scendevano dalla metà della testa dove aveva deciso che non li avrebbe tagliati tanto spesso.

- Bello, ti ci porto a occhi chiusi.

Il giovane si guardò intorno disinvolto e finse di aggiustarsi gli occhiali neri totalmente opachi. Era massiccio e forte, le piaceva anche per quello. Le dava sicurezza. In quel momento ne aveva davvero bisogno.

- Eccolo – disse lui cingendole le spalle con un braccio pesante inguainato in similpelle nera. Aveva un odore particolare: sostanze chimiche e alcolici, deodorante dozzinale e sesso.

Lei gettò uno sguardo oltre la strada dove sapeva che avrebbe visto il loro amico Hussein. Era quasi un bravo ragazzo, solo frequentava compagnie discutibili. Era proprio in virtù di quelle poco oneste conoscenze che loro gli avevano proposto quell'affare.

- Vado – le disse Egon sfiorandole le labbra con un bacio veloce, sciogliendo l'abbraccio.

- Aspetta! - lo afferrò per il polso un attimo prima che fosse fuori tiro. Non era più sicura. Le era sembrato tutto fantastico: dopo aver acquistato la musica si era precipitata a casa di Egon per condividere con lui la gioia. Si erano fatti di gialla insieme e l'estasi della musica si era moltiplicata cento volte sull'onda della droga sintetica che stimolava tutti i sensi al tempo stesso. Avevano fatto l'amore a ritmo: era stato bellissimo, indimenticabile.

Poi Egon aveva violato il computer del negoziante per rubargli la musica. Lei gliel'aveva detto che non era lì che il vecchio la teneva, che aveva un terminale nel retro. Ma come Egon covava la segreta speranza di poter avere altra musica, subito. Da quando era uscita dal negozietto di elettrodomestici dove si era recata il giorno prima per una innocente batteria di ricambio, il suo minipad non aveva smesso di leggere e rileggere quella musica dal bastoncino di memoria. Aveva trovato strano, sospetto il metodo di vendita: la musica si acquistava ormai dalla Rete. I contenuti andavano fruiti on-line: era merce che si acquistava a minuti. Fatta la scelta i server compilavano il brano della lunghezza richiesta e lo trasmettevano. Chi ne desiderava di nuovi avrebbe dovuto pagare altri minuti.

Per il vecchio del negozio invece la musica si divideva in brani e in album la cui lunghezza non era fissa. Era rimasta spiazzata: musica fantastica ma irriconoscibile. Mai udito prima qualcosa di simile. Lei non gli aveva creduto: certa dell'onnipotenza di M-Shatzz, aveva dato un brano in pasto alla IA che però era rimasta senza risposte. Incredibile. Aveva provato a caricarla sui pantagruelici server, ma dopo una raffica di errori mai visti il caricamento era stato annullato dal server di destinazione, il totale di byte trasferiti pari a zero.

Il vecchio aveva ragione su tutto: era musica fortissima, esattamente come piaceva a lei. I suoi amici erano impazziti tutti di felicità. Non era da nessuna parte sulla Rete. Erano sulla memoria a bastoncino e lì sarebbero rimasti, protetti da un sistema anticopia davvero efficace. Il vecchio era stato onesto e quello che loro stavano per fare invece era una vera carognata.

- Tranquilla, il più è già fatto. Ci vorrà poco.

Malvolentieri aveva accolto l'idea di rubare la musica. Troppo tardi. Sia Egon che Hussein, avendo disattivato le difese del negozio e aperto le serrature elettroniche con un attacco informatico al server del palazzo, erano già criminali agli occhi della legge.

La ragazza allentò la stretta e il suo fidanzato le scivolò via dalle mani.

Ansiosa lo seguì con gli occhi mentre entrava nell'atrio affollato anche a quell'ora tarda per via dei locali h24 e di quelli aperti solo di notte. Scomparve inghiottito dalla gente e le si tuffò il cuore.

Cercò di consolarsi accendendo il suo minipad: obbediente quello le riversò direttamente negli impianti dei timpani torrenti di note fiammeggianti, stridenti come il grido di battaglia di un esercito meccanico. I ruggiti di mille carri armati in marcia, inarrestabili.

Ma l'ansia e la paura le stringevano il cuore, rendendo insapore perfino quella speziatissima prelibatezza. Stentava a decollare con le medesime note che l'avevano messa in orbita senza fallire mai il bersaglio. Una vibrazione del suo impianto mascellare spezzò definitivamente l'incantesimo.

- Corri qui subito perché questa devi proprio vederla.

La voce di Egon, un tono che non ammetteva obiezioni. La comunicazione si interruppe subito dopo l'ultima sillaba. Il fatto che lui fosse di buona famiglia e senza problemi di denaro al punto da potersi permettere un comunicatore personale non significava che avesse denaro da spendere in secondi di conversazione inutili. Ci aveva fatto l'abitudine a quelle comunicazioni essenziali, quindi non le restava altro da fare per soddisfare la sua curiosità che muoversi. E in fretta: ogni secondo trascorso in quella condizione di illegalità palese era una spina in più nelle budella.

Quasi tremava quando in mezzo alla gente che gironzolava ovunque aprì la porta del negozietto in pieno orario di chiusura e vi entrò.

Tutto sembrava diverso. Le vetrinette buie, le luci abbassate al minimo, la cassa che mostrava solo il punto decimale lampeggiante. In quella penombra le sagome dei prodotti in vendita si sommavano tra loro dando forma a nuovi, inquietanti oggetti dalle funzioni sconosciute. Le tremavano le gambe e conosceva solo una parola per definire quello stato d'animo: paura.

“Cogliona, non ci volevi nemmeno venire qui e invece eccoti... a tremare per la fifa. È quello che ti meriti” pensò spingendo la porticina bianca che conduceva al retro del negozio.

La fredda luce azzurra dei neon cadeva sugli scaffali ingombri di oggetti tutti uguali. Accatastati uno sull'altro, disposti in file ordinate e verticali tanti piccoli astucci rettangolari di pochi millimetri di spessore. Ce n'erano migliaia, erano ovunque. Quasi ogni superficie orizzontale era gremita di questi oggetti. Astucci di plastica, coloratissimi. In un angolo c'era un portatile interfacciato con alcuni apparecchi impilati l'uno sull'altro. Sul pavimento serpeggiavano misteriosi cavi neri. Lei non ci capì nulla ma non si pose alcun problema: era evidente che quello fosse lo strumento usato per caricare la memoria a bastoncino e tanto le bastava.

- Guarda qua!

Egon si volse verso di lei. Raggiante, aveva in mano uno degli astucci. Lo aprì svelandone il contenuto. Un disco argenteo, a specchio da un lato, stampato in una delle lingue proibite dall'altro. Lei incuriosita lo staccò dal supporto stringendolo per i bordi. La superficie era perfetta e istintivamente non volle sporcarla con le proprie impronte.

- Ecco perché non si trova da nessuna parte... che cazzo di supporti sono questi?

- Oh, cazzo! - escamò Hussein chinandosi ad afferrare qualcosa sotto uno scaffale. Il tono era allarmante.

- Spiegati meglio – lo esortò Egon preoccupato.

- Meglio tipo... armi?

Il ragazzo dai capelli corti e crespi si drizzò: reggeva una custodia rigida di forma insolita. Con tutta probabilità conteneva un fucile di qualche tipo, e di discrete dimensioni.

- Apri, apri!

La ragazza non condivideva affatto l'entusiasmo per le armi. A suo modo di vedere la situazione era di colpo gravemente peggiorata. Ma quando sentì le esclamazioni dei due volle vedere lo stesso di che arma si trattava.

- E questa? Che cazzo ci fa qui? - esclamò Egon.

- Ce ne sono altre... - commentò Hussein chinandosi ancora.

Egon la estrasse dalla custodia. Lucida e brillante come appena fabbricata, un'antica chitarra elettrica in perfetto stato di conservazione. Bianca e nera, bellissima nelle sue forme tonde senza alcuno spigolo ricordava una formosa fanciulla. L'amico dalla pelle olivastra aprì un'altra custodia e ne estrasse il contenuto.

- Questa è più piccola... però ha disegnate le fiamme! È anche un po' rovinata...

- Allora questo è un basso... ma con sei corde?

Specularono un poco sugli oggetti. Ce n'erano degli altri ma il retro del negozio non offriva abbastanza spazio per poter esaminare tutti quegli straordinari reperti. Fino a quel momento avevano saputo della loro esistenza da vecchissimi filmati e da brandelli di documentazione elettronica scampati alla distruzione delle ultime guerre. La musica moderna era interamente sintetica e sempre più spesso i vocaloidi, sempre più raffinati e realistici, sostituivano i cantanti.

- Ragazzi, mettiamo via tutto e andiamocene... non possiamo stare qui tutta la notte! - la ragazza aveva deciso d'un tratto d'averne avuto abbastanza. Il tono le uscì suo malgrado a metà tra il comando e la supplica. Ma ottenne il risultato voluto: i due compagni si riscossero e rimisero tutto in ordine.

- Hai ragione – disse Egon – non siamo ladri: andiamocene via.

Lei che era entrata per ultima nell'angusto retrobottega fu la prima a uscire. Aprì lesta la porticina e fece un balzo all'indietro gridando e portandosi le braccia al petto per lo spavento.

Seduto sul bancone, volto verso di loro c'era il vecchio del negozio.

Se ne stava curvo in avanti come se un peso lo stesse schiacciando, i gomiti puntati sulle cosce e le nodose mani abbandonate tra le ginocchia. Nella destra stringeva senza troppa convinzione una pistola fletcher, la canna rivolta verso il pavimento, l'indice ben lontano dal grilletto.

- Meno male che siete voi, ragazzi. Avevo paura che ci fossero dei ladri.


Il vecchio e la sua musica, sorrise mentre volava sulle ali d'acciaio di una canzone potente come un'astronave da guerra. Immaginava le lunghe canne delle armi fare fuoco nel nero dello spazio mentre boccioli di fuoco tutto intorno fiorivano per estinguersi in pochi istanti. Musica è potenza, si disse, contenta di essere tra i pochi a saperla apprezzare. Aveva buttato nel cesso tutta la gialla che le era rimasta e aveva intimato all'incredulo Egon di fare altrettanto se non voleva trovarsi subito un'altra fidanzata.

Era solo una delle decisioni che aveva preso. Un altro grande proposito che si era posta era di non giudicare mai più qualcuno dalle apparenze. Il vecchio: aveva pensato di fotterlo, di rubargli la musica sotto il naso. Aveva pensato di poterlo fare e basta, che non ci sarebbero state conseguenze. Tanto era solo un vecchio rimbambito. Se n'era pentita subito, ma l'aveva pensato. Invece il vecchio era molto in gamba. Dopo averli pizzicati in flagranza di reato nel suo retrobottega non aveva chiamato gli sbirri. Aveva aperto uno dei mini frigoriferi che aveva in vendita, acceso e pieno di birra, e aveva offerto da bere a tutti.

Avevano chiacchierato a lungo, da amici; la pistola era finita subito in un cassetto. Si erano scusati e a lui pareva andasse bene così. Avevano parlato di musica e il vecchio aveva raccontato loro molte cose interessanti. Avevano molto in comune con quell'uomo dai capelli bianchi e la barba d'argento.

Ma soprattutto avevano la stessa passione.

“Questa musica è tutto ciò di cui ho bisogno”, e cullata tra le braccia nude del suo fidanzato aumentò il volume.


Si puntellò sulla zappa posata al suolo. Zania aveva picchiato duro per tutto il giorno, lei era in ritardo col lavoro e gli automi agricoli della cooperativa non si erano ancora visti. Il suo fisico era forte e robusto ma aveva i suoi limiti. Mentre madida di sudore riprendeva il fiato valutò con gli occhi i progressi compiuti quel giorno. I solchi non erano dritti e in diversi punti nemmeno profondi. Avrebbe dovuto ispezionarli tutti e rimediare ove necessario. Il che significava percorrere a piedi diversi kli sotto i raggi impietosi del sole e zappare di più.

Non era il lavoro a spaventarla. Stirò i muscoli irrigiditi e bevve dalla borraccia che portava appesa al cinturone degli attrezzi. Dette uno sguardo alla rassicurante sagoma della sua abitazione e, al pensiero del lungo bagno con cui avrebbe concluso la giornata, impugnata la zappa l'alzò sopra la testa e la piantò con forza nella terra.

- Grande Madre – bisbigliò a denti stretti per risparmiare il fiato – concedimi un buon raccolto... e magari anche un automa o due...

Zappò di buona lena dandosi solo brevi soste e vibrando colpi potenti, decisa a spingere l'attrezzo a una profondità sufficiente. Come spesso le succedeva, la fatica la entusiasmava: mettere alla prova la propria potenza fisica la faceva stare bene. Era orgogliosa di essere una coltivatrice: bagnare col sudore la terra, non solo in senso figurato, le dava un senso di appartenenza che la appagava tantissimo.

Un rumore lontano la fece fermare. Alzò la testa dal lavoro e drizzò la schiena muscolosa. Erano gli automi della società agricola, finalmente. Li osservò mettersi al lavoro senza indugio. Il primo cominciò lì vicino avendo giudicato il suo lavoro non sufficiente; un altro andò dritto al lato opposto del campo, quello che lei avrebbe raggiunto zappando instancabilmente solo di lì a qualche giorno. Li vide sopraggiungere coi ferri spianati: lame e dischi che avrebbero scavato e rivoltato il terreno nel modo corretto, alla giusta profondità, alla velocità migliore.

Mai troppo tardi, si disse voltando le spalle agli automi dorati, sporchi di terra e impolverati. Seliana, puoi andare a goderti l'agognato bagno, pensò soddisfatta volgendo il viso ai raggi di Zania, forti e caldi nonostante fosse ormai bassa sull'orizzonte. Si incamminò verso casa abbandonando al loro lavoro gli automi che già muggivano per lo sforzo, le luci accese e le lame affondate nel fertile terreno.

Lasciò scorrere gli occhi sulle forme tondeggianti delle tre cupole che si univano a formare la sua casa. La superficie tecnologica assorbiva la pigra luce solare per conservarla, trasformarla e restituirla a comando. Già il cielo buio si sollevava sopra l'orizzonte all'inseguimento di Zania che ostinata illuminava d'oro la campagna. Nulla si muoveva e le luci ancora non erano accese.

Proprio in quell'istante una bimba spuntò da dietro la casa. Sporca di terra fino alle ginocchia e oltre i gomiti, appena la vide cominciò a correrle incontro strillando felice “madre, madre!”. Aveva da poco superato i cinque cicli maggiori d'età ma non aveva ancora perso i tipici tratti bambineschi: le membra piene e i lineamenti tondi della fanciullezza, anche se ormai di statura era prossima ad arrivarle alla vita. Aveva di certo ereditato dalla madre la robusta costituzione e l'altezza.

Seliana allargò le braccia per accoglierla e la piccola senza frenare lo slancio le saltò al collo. Per sostenerla le mise un braccio sotto le natiche ruvide di terriccio. La bimba si aggrappò serrandosi forte ai fianchi coi talloni e Seliana la strinse al seno. Voleva farle sentire più intensamente il calore dell'affetto che le albergava nel petto e che si sprigionava tutte le volte che vedeva la piccola sorridere così.

- Madre! Sei tutta scivolosa - protestò la piccoletta pigolando con la sua acuta voce infantile. Per tutta risposta Seliana la coprì di amorevoli baci sulla testa, sulle guance e infine sul collo, soffermandosi ad assaporare con le labbra le pulsazioni dei cuoricini impazziti.

- È questo che ti ho insegnato?

Quella voce severa! Era stata preceduta dalla ben nota aura di Ezil, sorella di sangue di Seliana. Condivideva con lei gli splendidi occhi color del corallo e l'altezza, ma non certo la potenza fisica. Mentre Seliana affrontava qualsiasi lavoro a cuor leggero, Ezil si occupava della maggioranza delle faccende domestiche e dell'orto. In più badava alla piccola Juni quando la madre era nei campi. Non perdendo un'occasione per cercare di allontanarla dalla Nuova Era.

Seliana spostò lo sguardo dalla sorella che sopraggiungeva alla figlia. Quella si era scostata ma le teneva una mano sul petto, restia a interrompere il contatto fisico. Abbassò gli occhietti, intimidita.

- Su, racconta... cosa ti ha insegnato madre Ezil? - la incoraggiò con voce morbida.

La bimba accennò il broncio. Si vergognava.

- Da brava... come si saluta? - la esortò Ezil, pacata ma severa.

- Sono vostra serva, madre! - disse infine la bimba tutto d'un fiato, sbagliando l'intonazione. Era chiaro che l'aveva fatto perché spinta da Ezil e non per ragioni più sentite. Seliana non poté evitare una veloce occhiataccia alla sorella, sforzandosi di non far trasparire il suo disappunto. La figlia in braccio se ne sarebbe accorta senza dubbio.

- Che hai fatto nell'orto tutto il giorno? - la incalzò subito Seliana cambiando discorso nel tentativo di sciogliere il broncio che la piccina aveva messo. Juni si illuminò di nuovo riempendo il petto della madre di gioia e orgoglio.

- Ho visto un leymur!

- E quanto era grande? - la canzonò.

La figlioletta spalancò le braccia per indicare la dimensione massima che potesse concepire. Seliana lanciò un fugace sguardo interrogativo alla sorella che sorridente approssimava un segmento molto più modesto con le dita di una mano. I leymur erano rettili timidi e pacifici: avevano già dimostrato in passato di gradire le buone verdure faticosamente coltivate da Ezil e più volte avevano dovuto scacciarli. Il più grosso mai avvistato da lei però non era più grande di una gamba ed era fuggito a tutta velocità quando era stato scoperto a saccheggiare l'orto.

Juni si agitò, d'un tratto desiderosa di sciogliere l'abbraccio della madre. Dichiarando con entusiasmo l'intento di voler catturare un leymur corse dentro l'orto come una saetta.

- Come invidio tutta la sua energia – confessò Ezil intenerita al punto che Seliana ebbe un netto moto empatico nei suoi confronti. Per un attimo si sentì quasi una matriarca: capace di dominare emozioni e di esprimersi telepaticamente a suo piacimento. Ma sapeva bene che le capacità psi nella sua famiglia erano al lumicino.

In quel mentre il rumore di un veicolo si affiancò al monotono e lontano mugghiare degli automi della società agricola interrompendo il momento di tenerezza fra le due sorelle di sangue.

- Che seccatura questa deviazione – sbottò Ezil. Erano abituate al silenzio pressoché totale lì, in aperta campagna. A interrompere i suoni della natura c'era solo il basso ronzare degli automi e l'occasionale sorvolo di qualche velivolo militare proveniente dalla vicina base. Da diversi cicli a quella parte però la quieta strada che passava a meno di mezzo kli dall'ingresso della loro proprietà era divenuta di colpo trafficata e rumorosa a causa di lavori sull'arteria principale.

Il motore si fece più vicino rivelandosi quello di un veicolo di notevoli dimensioni. Ma a preoccupare le due sorelle di sangue fu la certezza che il veicolo era diretto lì.

Lo videro incedere maestoso lungo la strada sterrata, uscendo lentamente dall'ultima curva sollevando due ali di polvere gialla. Era enorme. Un veicolo di rappresentanza di qualche matriarcato. Aveva ruote massicce lisce al centro e col battistrada profondamente scolpito ai lati; le ruote erano montate su cerchi aerodinamici. Era già una dura prova per la loro pazienza il fatto che fosse giunto fin lì: con quelle ruote enormi, quel pesantissimo veicolo avrebbe potuto arrecar loro dei danni. Evidentemente le matriarche si sentono al di sopra anche delle buone maniere, pensò Seliana: un'onda di stizza le montava dentro. Il veicolo si fermò a pochi passi da un limite invisibile oltrepassato il quale l'invasiva presenza sarebbe divenuta un'intollerabile offesa. I portelli tardarono ad aprirsi, mossa studiata per dare tempo alle due sorelle di valutare l'aspetto del veicolo. Seliana richiamò la figlia e la tenne avanti a sé, entrambe le mani posate sulle sottili spalle di quella che irrequieta continuava a torcersi verso la madre e a fare domande.

I portelli anteriori si aprirono. Venne estesa una corta passerella che sfiorava appena il terreno polveroso e finalmente dal veicolo a ruote multiple uscì una sorella.

- Vuoi lasciar parlare me, per una volta? - sibilò Ezil appena udibile. Ardeva dal desiderio di mostrarsi degna delle inattese ospiti.

- Per la Dea, non provare ad aprire bocca se non te lo chiedo io – ringhiò di rimando Seliana a denti stretti: temeva che Ezil si sarebbe prostrata in tutto e per tutto a quelle seccatrici. Ma più di ogni altra cosa la infastiva la consapevolezza che la sorella la ritenesse inadeguata alla situazione.

- Sono vostra serva, madre.

La giovane sorella che le fronteggiava al saluto si era fermata a rispettosa distanza e le fissava inespressiva. Alle sue spalle altre sue coetanee sbarcavano dall'imponente veicolo ma senza allontanarsene.

Seliana la squadrò da capo a piedi: era certamente membro di qualche matriarcato molto importante. Non si era mai data pena di tenere a mente i tatuaggi dei matriarcati più autorevoli della zona ma quelli ostentati dalla giovane le erano del tutto nuovi. Non era di quelle parti.

Agli occhi delle due contadine la giovane era semplicemente splendida. Il fisico armonioso e perfetto, la pelle dolcemente maculata e ornata da tatuaggi finissimi e pitture corporee tra le più belle che avessero mai visto. Seliana non si curava molto della propria pelle scurita dal vigore di Zania, né badava a frivolezze come i tatuaggi. Ne aveva ben pochi: il semplice simbolo della procreazione benedetta le ornava la liscia pelle dell'inguine; con esso celebrava la nascita di Juni. Pochi semplici simboli, variazioni di quelli della dea Zaideena tatuati nelle opportune posizioni esaltavano la sua potenza fisica. Ezil era molto più attenta alla tradizione: era più tatuata della sorella maggiore e si ostinava a curare molto le proprie pitture, ma i segni che mostrava non potevano rivaleggiare nemmeno per un istante con quelli delle matriarche.

Se da un lato agli occhi della giovane le due contadine non avevano segreti, quella rimaneva un mistero imperscrutabile.

- Una visita inattesa – esordì Seliana infrangendo un paio di protocolli minori. Sentì la sorella di sangue trasalire al suo fianco ma nessun altro parve fare caso a quella piccola insolenza.

- Perdonate l'intrusione, madre. Il nostro veicolo ha un guasto al sistema di navigazione e la deviazione dalla strada principale ci ha portate fin qui. Procediamo alla cieca e tutto ciò che chiediamo sono indicazioni per raggiungere la città sicura di Anaman.

- Il vostro bel veicolo non ha problemi – le rassicurò Seliana, ma senza benevolenza né sorrisi – è la base militare qui vicino che si prende gioco dei vostri sistemi. A volte perfino gli automi agricoli risentono delle loro armi elettroniche.

Istintivamente si voltò verso le macchine che finalmente lavoravano la terra in sua vece: mugghiavano lontane, i fari accesi, indaffarate e instancabili. Avevano già lavorato un buon tratto del suo grande campo e se avessero continuato a quel ritmo avrebbe seminato il giorno dopo. Rammentò la fatica che aveva fatto per zappare qualche misero solco e un istante dopo si rese conto del proprio acre odore corporeo. Ecco che le nuove arrivate, inopportune e indesiderate, già provocavano i primi danni. Belle e profumate com'erano la stavano facendo sentire a disagio. Proprio lei che era abituata a vantarsi di faticare e sudare, lei che considerava la propria vita modesta e sincera come fonte di grande orgoglio, lei che aveva spalancato le braccia alla Nuova Era! Non poteva tradire così quel timido, tardivo segno di consapevolezza che finalmente sembrava poter scuotere e svegliare la Sorellanza intera. Pari diritti, pari doveri, fine dell'onnipotenza dei matriarcati. Questo il sogno, ancora poco condiviso, di Seliana la contadina.

- Tornate pure indietro sulla strada principale e continuate a seguirla senza mai deviare – concluse Seliana – vi porterà alla città piccola di Oushai. Lì, alla Dea piacendo, troverete un aiuto maggiore del mio.

La bella giovane parve esitare. Che avesse percepito in lei l'ardore per il lavoro? No, non lo credeva. Forse è disgustata dall'odore. O, la Dea mi perdoni, ha capito di essere poco gradita. Seliana si sforzò di chiudere il più possibile la mente pur consapevole che la giovane che stava affrontando, appartenente di certo a un matriarcato potente, avrebbe potuto spazzare via la sua misera difesa e leggerle dentro con facilità.

- La vostra gentilezza ci onora tutte, madre – Seliana riconobbe con sollievo la comune formula di commiato.

- Buona vita – rispose, restituendo come meglio poté l'aggraziato inchino che la giovane nobile le rivolse prima di tornare al veicolo dove le sue pari l'attendevano in silenzio.

- Come sono belle, madre! - cantilenò la piccola Juni tendendo le braccia verso il viso della genitrice. Seliana la issò senza sforzo e la strinse al seno. Dopo pochi istanti il veicolo delle matriarche si rimise in moto rombando cupamente e la piccola si contorse tra le braccia della madre per vederlo ripartire. Il metallo decorato finemente scintillò sotto gli ultimi raggi di Zania e sparì alla vista.

- Anch'io voglio essere come loro! - esclamò la bimbetta.

- Cosa desideri di più? - la interrogò la madre scherzosa – Essere bellissima, o essere una matriarca molto importante e avere tante cose belle come quel veicolo?

- Tutto! - rispose Juni con l'entusiasmo di cui solo i fanciulli più giovani sono capaci.

- Quando avrai avuto tutto – si intromise Ezil – che mai sarà della tua povera madre? La abbandonerai per sempre?

Incupita dalla domanda troppo adulta Juni si paralizzò, fissando su Ezil gli occhi accesi come braci. Seliana sentì bene come il tormento della difficile scelta stesse dibattendosi nella testolina della figlia, un seme troppo grande per quel vaso ancora così piccolo. Seliana fu contrariata dall'intervento della sorella e fece in modo che quella se ne accorgesse senza incertezza.

- Su, su! Manca ancora un bel po' al tempo in cui sarai anche tu cresciuta come loro.

Ma quella doveva aver ereditato dalla genitrice anche la testardaggine.

- Quanto?

- Tanto.

- Tanto quanto? - insistè la piccola carezzando i capelli della madre come faceva per farsi concedere un capriccio.

- Tantotantissimo – rispose quella scherzosa – Ora andiamo a lavarci tutte e tre insieme perché siamo coperte di terra e polvere fino agli occhi.

Camminarono fino all'abitazione che le accolse col tepore secco della stagione troppo poco piovosa. Le pareti tecnologiche conservavano gli ultimi raggi di Zania esaltando il calore che possedevano. Avrebbero fornito luce e calore a comando, alimentando i servizi offerti dalla tecnologia senza timore di esaurimento.

Fecero un lungo bagno lavandosi a vicenda e premiandosi col tocco ristoratore della spugna viva. La placida creatura con le proprie secrezioni curò la loro pelle dalle offese della furia di Zania e indusse nelle tre calma e serenità.

Mangiarono cibo stando ben attente a non esagerare in nulla per non offendere la Dea e poi, stanche per la giornata di lavoro, si ritirarono per la notte.

Seliana depose nell'alcova la piccola Juni che le si era addormentata tra le braccia poco dopo il pasto. Un sonno leggero da cui si svegliò non appena la madre l'ebbe adagiata sulle imbottiture. Si affrettò a chiuderle gli occhi appoggiandovi teneri baci, ma la piccola dispettosa si aggrappò al collo della genitrice.

- Madre – le sussurrò con voce arrochita dal sonno – devo dirti una cosa...

- Va bene, ma poi dormi senza altre discussioni.

Seliana sentì qualcosa di cupo agitarsi dentro il cuore della figlia. Doveva rassegnarsi al fatto che la piccola Juni sarebbe cresciuta e divenuta adulta. Avrebbe fatto delle scelte e, per la durezza della vita nei campi, avrebbe facilmente scelto di abbandonare la casa e la madre, ora venerata. Sarebbe tornata un giorno a bordo di un possente veicolo, mostrandosi a lei splendidamente ornata da tatuaggi finissimi e pitture deliziose? Chi poteva dirlo? Sia la volontà della Dea, concluse. Il futuro è qualcosa contro cui non si può combattere.

- Sei bellissima tantotantissimo!

Seliana sentì il petto come se stesse per scoppiare gonfio e caldo d'affetto com'era. Sentì di non essersi controllata: quando stava con la figlia non ci riusciva mai. Lesse facilmente il riflesso di tutto quel traboccante calore nella figlioletta e nella sorella Ezil che sopraggiunse subito, attratta dal bel momento.

- Adesso però dormi – cercò di sembrare severa ma dalle labbra le uscì un sussurro colmo di passione. Osservò la piccina raggomitolarsi alla ricerca della posizione migliore per il sonno: il petto quasi le doleva per la commozione.

Si ritirò subito nella sua alcova e accolse tra le braccia Ezil che le si presentò dopo pochi istanti, colma di placida gioia e splendente. Un momento così bello andava vissuto fino in fondo, con la benedizione della Dea.

Der erste Teil


Il treno d'ebano entrò in stazione fischiando e stridendo sulle rotaie di lucido acciaio. Si fermò in perfetta corrispondenza con la banchina dove ben pochi viaggiatori lo stavano attendendo, pazienti e ordinati. Il treno soffiò su di loro il suo alito caldo avvolgendoli in nuvole bianche puzzolenti di carbone.

Stette fermo con le porte chiuse: una muta, enigmatica sfida per i passeggeri che lo guardavano tranquilli e indolenti, ancora fermi dentro le nuvole di vapore che tardava a dissiparsi nella fresca aria del mattino. Il lungo, cupo fuso d'acciaio e vetro, studiato per la migliore resa aerodinamica sembrava riposasse, ansimante dopo una lunga corsa sfrenata.

Scattando all'unisono un coro di bocche a soffietto si aprì per tutta la lungezza del convoglio. Gradini dorati vennero estroflessi e la forza del vapore azionò meccanismi nascosti che fecero apparire corrimano d'ottone lucidissimo con pomoli decorati da motivi a foglie d'acanto.

Senza fretta pochi viaggiatori fecero la loro comparsa sul gradino più alto. Come un quadro impressionista che si animasse all'improvviso le ampie pennellate bianche di vapore si punteggiarono di verticali tratti neri: abiti da viaggio con code e gonne lunghe fino alla caviglia, borse e ombrelli, piccole valigie, eleganti cappelli a cilindro e velette nere. Passeggeri scesero dai gradini dorati, altri dalla banchina salirono scomparendo nel ventre del treno in attesa.

Un signore ben vestito, alto e slanciato nel suo bel pastrano scuro, con pochi passi colmò la distanza che lo separava dalla scaletta più vicina. Si faceva precedere dal silenzioso e lieve tocco del suo bastone da passeggio, nero con un pomo d'argento lucido stretto nel pugno guantato. Il bastone si sollevò per posarsi sul gradino più basso ma con un gesto fluido ed elegante fu richiamato. L'uomo in segno di rispetto chinò il viso ornato da una barba scura e ben curata e si fece da parte. Facendo risuonare lievemente il metallo coi tacchi alti quattro dita, scarpe bicolori scesero i gradini fino a posarsi sulle piastrelle di ceramica sobriamente decorata. Scarpe strette e chiuse da una fila di lucidi bottoncini, palline d'argento lucido che salivano verso lo stinco e presto sparivano alla vista sotto l'orlo di una severa gonna nera. La gonna di un accollato abito da viaggio che si stringeva intorno alla vita sottile di una giovane, le fasciava aderente il torace, si apriva in ampi sbuffi pieghettati sulle spalle, si avvolgeva strettamente intorno a esili gomiti e si chiudeva rigido fino all'ultimo nero bottone intorno al collo. Sobri e lunghissimi guanti neri da viaggio salivano dalle sottili mani fino a infilarsi sotto le maniche del vestito, impedendo la vista di un solo centimetro di pelle. A celare il viso della giovane, sebbene solo in parte, la tesa di un cappellino da viaggio nero ornato di piume anch'esse nere, e la veletta di pizzo lavorato finemente che da essa pendeva accuratamente disposta.

- Benvenuta a Kräaftenburg, fräulein. E perdonate l'impudenza, se potete – disse il gentiluomo ancora leggermente inchinato, sollevando di un palmo il cappello a cilindro come esigeva l'etichetta.

- Bentrovato, mein herr. E facciate buon viaggio – rispose quella altrettanto cortesemente, solo l'ombra di un sorriso sulle labbra del più tenue corallo rosa.

La giovane fece qualche passo per allontanarsi dal treno. Era stata tra gli ultimi a scendere, riluttante ad abbandonare le lussuose comodità della carrozza. Morbidi velluti, imbottiture comode, ottoni lucidissimi, personale preparato e cortese, pochissimi ma squisiti compagni di viaggio abili a comprendere quando desiderava la compagnia di una brillante conversazione e quando la pace e la tranquillità che solo la solitudine di un comparto vuoto e il placido dondolio del treno potevano regalare.

Aggrappata al manico della sua borsa da viaggio con due mani stette un poco a guardarsi intorno. Era giunta a destinazione. La stazione ferroviaria di Kräaftenburg era grande anche se non poteva affatto rivaleggiare con altre ben più estese come Berlino Ostbahnhof e Monaco Carl Gustav VIII Hauptbahnhof. Aveva ben altri pregi: il caos, il rumore, la puzza soffocante, le migliaia di passeggeri in perenne movimento sui marciapiedi tra le decine di binari, il vociare, le urla degli ambulanti, gli ordini dei capotreni, le chiamate dagli altoparlanti che gracchiavano parole e numeri distorti al punto da essere a stento comprensibili in quel marasma. Tutto ciò era assente lì a Kräaftenburg Hbf.

Proprio mentre un lontano treno merci le scorreva davanti agli occhi stregati dalla malìa del potere della ruota e del vapore, apparvero le carrozze di coda che aperte mostravano il massiccio carico d'acciaio che rendeva Kräaftenburg degna di avere uno scalo merci. Enormi semilavorati di acciaio, parti di turbine a vapore che una volta assemblate avrebbero prodotto energia elettrica. Le riconobbe, sebbene smontate, dalla loro caratteristica forma a conchiglia nautilo. La radice dei suoi studi era profondamente umanista e poco si intendeva di tecnologia, ma anche un bimbo avrebbe riconosciuto le pale di una turbina. Era nata nell'era del carbone e del vapore, dell'energia elettrica e dell'acciaio speciale. Sulle spalle di questi giganti l'uomo procedeva a grandi balzi verso un futuro che non poteva essere che ricco e luminoso.

A quel pensiero una punta di amarezza la morse nel petto, vicino al cuore. Per potersi guadagnare da vivere in quel mondo di potenti macchine che avrebbero fatto grande l'uomo era stata costretta ad abbandonare gli studi, la casa dei genitori e la sua città per cercare un lavoro come domestica accompagnatrice. Mestiere non privo di un certo non so che di nobile, le aveva detto il tutore dell'istituto alberghiero che l'aveva preparata, ma quel non so che lei non l'aveva ancora trovato. E ciò che le restava era tutt'altro che ricco e luminoso.

Si diresse verso l'uscita della silenziosa stazione lasciandosi alle spalle il lungo fuso d'ebano sbuffante vapore e migliaia di metri di rotaie d'acciaio che scintillavano sotto il sole incrociandosi parallele all'infinito.

Kräaftenburg le cadde addosso, calda e rumorosa. Il sole era ormai sopra i tetti e l'abbagliava, schiaffeggiandola in viso coi suoi raggi impudenti. Se non avesse avuto cappellino e veletta, sarebbe rimasta accecata per ben più di qualche istante. Mentre i suoi occhi si adattavano, le sue orecchie dovettero sostenere l'assalto del rumore di una città dove l'industria pesante sfamava più della metà della popolazione. Motori elettrici gemevano, caldaie a vapore sibilavano, dai capannoni e dalle fabbriche si alzavano i ruggiti dei macchinari pesanti che sagomavano il metallo piegandolo alla volontà dell'uomo. Dopo il fresco dell'atrio della stazione gli sbuffi di calore soffocante prodotti dai veicoli le parevano insopportabili. A una vicina stazione di rifornimento l'acqua scrosciava con fragore da un tubo grande come una grondaia dentro il serbatoio di un camion col telone. Un arrotino ombrellaio passò col suo carretto a pedali dove la mola a vapore sbuffava in folle. Gettò il suo richiamo senza smettere di pedalare e di guardarsi intorno alla ricerca di clienti. Il profilo della città era spezzato dai tetti dentellati delle fabbriche e dalle ciminiere di mattoni rossi terminanti con anelli dipinti di bianco e rosso. Un operaio si stava arrampicando su una di queste grazie a una scala a spirale che la percorreva fino alla cima eruttante fumo grigio.

Cercò il posteggio delle auto pubbliche: doveva per forza essercene uno nelle vicinanze della stazione.

Fu molto sorpresa di trovare al posteggio un'auto elettrica. Si avvicinò all'uomo appoggiato alla portiera della bella auto blu che attendeva silenziosa e luccicante nella luce del mattino.

- Buongiorno – salutò lei com'era buona educazione fare – quanto costa una corsa?

- Buongiorno... dipende da dove la bella signorina vuole andare.

- Alla Villa Schmeisser – rispose quella seria e decisa.

Il conducente alzò prima un sopracciglio e poi l'altro.

- Sicura?

- Certo. Forse non è raggiungibile?

- Affatto, è raggiungibile... - tentennò l'autista. Era una persona semplice: indossava abiti di panno marrone e blu, semplici e puliti.

- È troppo costoso? - lo incalzò lei. La sua borsa da viaggio stava cominciando a darle noia per via del peso: voleva concludere.

- Ma cosa sono cinque demark per un viaggio a bordo di questo gioiello della meccanica? - esclamò l'autista suscitando ironici commenti da parte dei colleghi come lui in attesa di clienti.

La giovane ci pensò per qualche secondo e poi pagò all'autista la cifra richiesta.

- A bordo! - esclamò quello facendo tintinnare le monete nella tasca della giacca marrone.

L'auto era forse anche un gioiello della meccanica: certo pur non potendo competere in comodità col treno da cui era appena scesa, era discretamente accogliente e confortevole. I finestrini erano ampi e l'abitacolo ben fatto al punto che poteva osservare bene tutto ciò che desiderava.

Presto vide il cielo striarsi di nero, le belle case sostituite da lunghi muri di mattoni grigi e rossi, fughe di cemento interrotte da finestre con telai a scacchi, da grandissimi cancelli di ferro che a intervalli vomitavano nella strada giganti dalle molte ruote carichi di materie prime o prodotti lavorati nelle fabbriche.

Il conducente cominciò a ciarlare.

- Il nostro è un bel viaggetto, oggi... fino a Villa Schmeisser! Non capita tutti i giorni!

A quelle parole l'attenzione della giovane si destò. Del torrente di parole che fluiva verso il sedile posteriore quelle erano di certo degne di un piccolo approfondimento.

- Come sarebbe?

- Sarebbe che non capita spesso di portare qualcuno fin lassù.

- Lord Schmeisser ha forse un'auto privata? - volle sapere lei. Che esagerazione sarebbe, pensò. Il conducente rise di cuore.

- Un'auto privata... Ach! - esclamò ancora ridendo – Un'auto privata! Un autista tutto per lui, pagato solo per guidare una delle tre vetture con le quali si reca qui in città! Ecco cos'ha!

La ragazza si sbalordì, ma fu brava a controllarsi.

- Decisamente benestante – osò dire. Il conducente continuava a ridacchiare e la cosa la stava infastidendo.

- Guardi fuori, bella signorina... la vede quella grande “S” bianca sui muri?

Non ci aveva fatto caso. Effettivamente l'uomo aveva ragione: c'era un grande monogramma su moltissimi muri, su recinzioni, sulle pareti e sui tetti inclinati dei capannoni, ovunque. Sorpassarono tre camion dalle sponde di legno sulle quali campeggiava il medesimo simbolo: una grande esse bianca. Schmeisser.

- Esatto – le rispose quando esternò la sua intuizione – proprio lui. Lord Schmeisser. Camion, capannoni, fabbriche... tutta roba sua. Più di metà delle attività produttive di Kräaftenburg appartengono a lui. Metà di Kräaftenburg è di Lord Schmeisser e l'altra metà... beh, l'altra metà – il tono del conducente si fece d'un tratto molto meno ilare – lavora per lui.

Der zweite Teil


A questo non era preparata.

Era una villa dalle dimensioni impressionanti.

Le pareti erano del color della crema e il tetto era nero d'ardesia, cosparso di cento comignoli. Le finestre erano tutte alte e decorate con archi e timpani, alcune avevano terrazzi fioriti. Era circondata da un giardino così grande da digradare assecondando la pendenza della collina in cima alla quale lo smisurato edificio era stato costruito. Ma soprattutto a colpire l'attenzione di Veruska fu che la villa aveva almeno tre piani ed era molto, molto estesa. Abbagliata dal lusso sfrenato Veruska a stento si rese conto di dover scendere dalla macchina. Passò sotto gli occhi critici e severi dell'autista in divisa che teneva lo sportello aperto per lei, ma se ne rese conto appena. Era come entrare in una bomboniera gigante. Era tutto molto bello: dalla ghiaia chiara che le scricchiolava sotto le suole alle siepi tosate con geometrica, maniacale attenzione, alla pietra pallida che costituiva la grande scalinata curva che portava all'ingresso principale. La villa non incombeva opprimente ma anzi sembrava invitasse all'esplorazione. Chissà cos'altro mi attende, pensò costringendosi a prestare attenzione agli scalini.

Sulla soglia dell'atrio, visibile attraverso uno dei due battenti della massiccia porta di legno e ferro schiusa di poco, l'attendeva una delle donne più asciutte e severe che avesse mai visto. Doveva essere la signora Besen.

I capelli grigi raccolti sulla nuca in una crocchia perfetta, la faccia rugosa che sembrava non aver mai sorriso in vita sua, gli occhi duri come due sfere di metallo scuro: frau Besen sembrava attendere qualcuno da rimproverare e Veruska si sentì certa che quel qualcuno era lei.

- Veruska Meinhertz, recentemente diplomatasi domestica... buone referenze, ma davvero risicate. Ventun anni, mezza russa da parte di madre... se crede che i suoi occhi azzurri, i capelli biondi e il nome esotico possano contare qualcosa al servizio di Lord Schmeisser, ha sbagliato i suoi conti.

Purtroppo era con lei che avrebbe dovuto lavorare oltre che con l'altro spocchioso maggiordomo, il signor Hirsch, che occhieggiava alle spalle della signora Besen.

- Vedremo di cosa sarà capace, fräulein.

Ciò detto si voltò e sparì nella penombra.

Veruska la seguì, il cuore che le martellava nel petto per l'emozione.


Forse dopotutto frau Besen aveva avuto ragione.

Erano passate tre settimane e la vita a Villa Schmeisser si era rivelata tutt'altro che entusiasmante.

Le due cameriere con cui aveva cominciato a lavorare da subito, Inga e Karin, si erano rivelate presto due scansafatiche. Dal momento che piegare la testa e subire non era nell'indole di Veruska, il momento del conflitto era giunto inevitabile. Inga, la più velenosa delle due, da villana quale s'era subito dimostrata era passata dal bisticciare a parole al muovere le mani. L'aveva anche minacciata con un coltello a scatto, sbucato da chissà dove. Spaventata, Veruska era corsa dal signor Hirsch con in mano i due pezzi della lama di cui era avventurosamente riuscita a scoprire il nascondiglio. L'aveva spezzata sotto il tacco. L'aggressiva cameriera era stata licenziata in tronco e scortata fino in città. Non ne aveva saputo più nulla.

Purtroppo l'unico risultato pratico era che da quel giorno si era trovata costretta a lavorare spalla a spalla con una nemica giurata, Karin, e la medesima quantità di lavoro da suddividere in due anziché tre.

Arrivava alla sera così stanca da non avere la forza nemmeno di leggere il libro che suo padre le aveva regalato per il viaggio. Si alzava la mattina alle prime luci dell'alba. Spesso terminava gli ultimi lavori alla luce delle lampade elettriche che erano installate perfino nell'alloggio della servitù.

In tre settimane non era riuscita a vedere tutte le stanze della villa, a visitare per intero il parco che la circondava né ad andare almeno una volta in città.


Quella mattina nere nubi si erano rincorse nel cielo e un freddo vento teso aveva sferzato la cima della collina facendo sbattere le imposte di tutta Villa Schmeisser. Veruska temette il temporale, la mancanza di corrente e il buio. Il temporale ci fu e con esso un violento acquazzone, ma solo nel pomeriggio. Per l'ora di cena era già tutto finito e la fresca serata era sì umida, ma così bella e silenziosa che Veruska decise di fare quattro passi fuori prima di andare a coricarsi. Per non fare incontri sgraditi uscì da una delle porte di servizio e si limitò a pochi passi lungo la parete esterna della villa. Se ne stette lì a respirare l'aria fresca profumata di terra bagnata, a guardare le nuvole buie che mostravano ampi strappi stellati e, per osservarle meglio, si scelse un punto dove le lampade che rischiaravano il giardino stentavano ad arrivare con la loro luce tenue.

Proprio mentre fantasticava a naso all'insù sulla fetta di cielo nero trapunto di stelle visibile in quel momento, le luci da giardino tentennarono, minacciarono di spegnersi un paio di volte per poi tornare a brillare. Lontano si udirono gemiti elettrici e tonfi meccanici, macchinari pesanti che venivano avviati. Aveva già sentito rumori come quelli una volta uscita dalla stazione ferroviaria di Kräaftenburg. Le sembravano trascorsi cento anni.

Tese l'orecchio: non si sentiva più nulla. Stette in ascolto fino a dubitare d'aver udito davvero qualcosa. Perfino il ricordo d'aver visto le luci tremolare per un attimo si stava già sbiadendo. Si stropicciò gli occhi e sbadigliò compostamente com'era stata educata a fare sempre, anche trovandosi da sola. Ancora rumori meccanici, ma non così lontani: la città era troppo distante e a quell'ora erano ben poche le fabbriche attive. La fonte del rumore era decisamente più vicina.

Veruska, con la pelle accapponata e un po' d'ansia che le gravava lievemente sul cuore, rientrò e si coricò.


- Eccomi, signor Hirsch.

La mano del maggiordomo si fermò sopra il campanello e si ritrasse dopo un istante di incertezza. Come se suonarlo nonostante lei fosse giunta in tempo fornisse una scusa valida per poterla rimproverare.

- Molto bene, Veruska.

Il maggiordomo assunse un'aria più spocchiosa del solito e si impettì come se ciò che stesse per dire richiedesse qualche centimetro di statura in più.

- Ti informo che sono attesi ospiti: li accoglierai e li farai accomodare nella biblioteca piccola. Ti manterrai a disposizione finché non saranno congedati.

Il signor Hirsch concluse aprendo la porta del suo piccolo studio. Con una rapida riverenza si congedò e fece esattamente ciò che il maggiordomo si aspettava da lei: corse a controllare che la biblioteca piccola fosse in perfetto ordine e che altrettanto valesse del percorso che andava da lì all'ingresso. Tutto ciò che sarebbe potuto cadere sotto gli occhi degli ospiti fu scrutato con attenzione, spolverato e lucidato. Veruska aveva appena finito quando suonarono all'ingresso principale.

Guten Morgen, fräulein.

Di fronte a lei c'erano due uomini. Quello che aveva salutato teneva la bombetta sollevata dalla testa con una mano guantata, l'altro la teneva all'altezza del ventre e si limitò a un cenno del capo.

Nel tempo di una misurata riverenza Veruska li squadrò entrambi. Vestivano con pastrani grigio piombo molto simili se non addirittura identici e avevano l'aria di essere poliziotti. Uno portava la barba nera impomatata e appuntita sul mento mentre le guance erano rasate alla perfezione. L'altro ostentava una capigliatura color del legno di noce, folta e ben pettinata, mentre il viso era ornato da baffi neri lunghi fino al mento. Sembravano tutti e due oltre la trentina ma lontani dalla piena maturità maschile che lei, come sua madre le aveva inculcato, poneva a cavallo dei quaranta anni.

- Vogliate seguirmi, meine Herren.

Seguendo alla lettera le indicazioni avute Veruska li condusse nella biblioteca piccola e li fece accomodare. Si offrì di custodire i loro soprabiti nel guardaroba, ma entrambi rifiutarono cortesemente.

- Sarà questione di poco, non ci tratterremo – disse quello con la barba mefistofelica, la bombetta in mano.

Veruska si congedò da loro accennando una riverenza e si chiuse la porta alle spalle.

Il suo cuore perse un colpo.

C'era una persona che risaliva il corridoio procedendo spedito verso di lei. Una persona mai vista prima. Fu colpita dai capelli chiari tagliati a spazzola che incorniciavano un viso cupo dai lineamenti forti e squadrati. Gli occhi erano sottolineati dalle vistose borse di chi trascura il sonno e la salute per lo studio o per il lavoro. Anche la barba che ornava quel viso era chiara, molto fitta e mantenuta corta. L'uomo era nel fiore della gioventù e si muoveva grazie a una curiosa sedia a rotelle ronzante.

Le gambe, nonostante fossero celate da una coperta di lana, erano palesemente amputate sotto il ginocchio.

Mentre gli occhi di Veruska non riuscirono a staccarsi per un solo istante da quell'apparizione, lui non la degnò di uno sguardo. L'uomo aprì la porta della biblioteca piccola e vi entrò deciso.

Rimase imbambolata per qualche secondo, col cuore che faceva le capriole. Eric Schmeisser! Non poteva essere altrimenti! Nessuno le aveva mai detto nulla di lui ma la somiglianza con gli antenati i cui ritratti occhieggiavano severi in molte stanze della villa era innegabile.

Udì voci alle sue spalle. La porta della biblioteca non era chiusa bene e il tono della conversazione si era già alzato. Si riscosse: origliare il padrone di casa era motivo valido per il licenziamento.

Ma l'immagine di Eric Schmeisser non voleva uscirle dalla mente. Un'anima tormentata, una spugna gonfia di dolore. Ecco cosa aveva visto per pochi istanti. Non poteva certo far finta di nulla! Era suo dovere alleviare le sofferenze di quell'uomo, almeno quelle fisiche! Che razza di domestica potrò mai essere altrimenti, si chiese.

Veruska corse nella stanza adiacente e lasciò la porta aperta. Si acquattò contro la parete in modo da poter sentire senza essere vista da qualcuno che si trovasse a passare lungo il corridoio.

Non capiva nulla di quello che le arrivava alle orecchie: perfino la porta era imbottita per non trasmettere suoni attraverso il legno. Tese ancor di più l'orecchio cercando di catturare le parole che fuggivano proprio dalla porta dimenticata accostata. Il tono della conversazione rasentava il litigio. “Progetto”, “lavoro”, “fornitura” erano le parole pronunciate più di frequente, insieme a una gran quantità di negazioni. “No” e “non posso” erano forse quelle pronunciate dal giovane Schmeisser, una voce forte ma incrinata. Poi un improvviso scambio di battute troppo ruvido per essere un cortese e formale arrivederci, ma altrettanto breve. Veruska sentì la sedia a rotelle con le sue strane ruote disposte a triangolo ronzare nel corridoio e allontanarsi rapidamente.

Si decise ad abbandonare il suo nascondiglio appena in tempo: i due ospiti emersero dalla biblioteca. Rossi in viso, si fecero accompagnare in silenzio fino all'uscita. Ricambiarono a stento i saluti e, guadagnata la loro vettura nera che li attendeva ai piedi della gradinata, se ne andarono.


Quella settimana proseguì ricca di avvenimenti. Il giorno seguente, un martedì, si presentò alla porta la nuova cameriera. Maria: un'immigrata italiana che a parte qualche piccolo problema di pronuncia e una fastidiosa venerazione per la Beata Vergine e San Gennaro si mostrò subito un valido elemento. Piccoletta, pettoruta e robusta non si spaventava di fronte ai lavori pesanti mettendo in cattiva luce l'altra rancorosa cameriera, Karin. Maria si guadagnò le simpatie di Veruska quando affrontata Karin a muso duro il giovedì seguente, gliene disse quattro digradando da un tedesco un po' incerto all'italiano e finendo col napoletano stretto, incomprensibile ma ugualmente efficace. Karin abbassò la testa e cominciò a lavorare al punto che il signor Hirsch notò la differenza.

Il venerdì Veruska lo trascorse dividendosi faticosamente tra i suoi doveri e la perlustrazione della villa alla vana ricerca di una traccia qualsiasi di Eric Schmeisser. Venne meno la corrente elettrica dopo cena, ma fu solo per pochissimi minuti.

Domenica la servitù fu lasciata in libertà.

Veruska si sentiva troppo stanca per andare in città: prese il suo libro e si addentrò un poco nella prima parte del parco, quella più curata dai giardinieri.

Qui le siepi erano potate con geometrica maestria, le aiuole curate e fiorite, le statue delle fontanelle erano pulite e candide. Perfino i pesci rossi nelle vasche sembravano passarsela molto bene: pasciuti e vivaci, giocavano a rincorrersi guizzando di tanto in tanto in superfice.

Veruska si recò nel labirinto di basse siepi e si dedicò al suo libro lasciandosi andare all'immaginazione e a dolci fantasie.

Passi pesanti sulla ghiaia la riportarono in fretta alla realtà.

- Perdonate, magistra...

Jean, il capo dei giardinieri. Un uomo robusto, bruno come il cuoio, con una zazzera di capelli grigi e bianchi che sfuggiva da sotto il berretto verde bosco. Come sempre indossava i pantaloni da lavoro, la pettorina ben stretta con le tasche sformate dal peso degli attrezzi. In una mano teneva un candido ombrello parasole, nell'altra la pesante pietra forata atta a sostenerlo.

- Ho pensato che forse avreste gradito un po' d'ombra di tanto in tanto.

Veruska sorrise all'anziano giardiniere che la trattava con ancor più deferenza del solito. Quel titolo, poi! Dove l'aveva pescato?

- Non sono magistra di nessuno, Jean. Metta pure l'ombrello dove crede, mi sposterò io.

- Ma certo, signora.

In un battibaleno l'ombrellone fu posizionato e aperto in modo da offrire ombra fino a metà della panchina.

- Non vorrebbe sedersi un minuto, Jean? - l'uomo si bloccò lì dove le parole di Veruska l'avevano colto: già incamminato verso un nuovo lavoro.

- Dopotutto è un giorno di riposo oggi, no? È domenica – lo incoraggiò vedendolo titubante.

Jean si accomodò, goffo come un orso, a rispettosa distanza da lei.

Cercò di mettere il vecchio operaio a suo agio complimentandosi con lui per come il parco e i giardini di Villa Schmeisser erano tenuti, facendogli domande che lo invogliarono a chiacchierare di piante e fiori. Jean pian piano si sciolse e, forse complice il vino bevuto a pranzo, si lasciò portare verso altri argomenti.

- Non è sempre stato così – le rispose quando gli fece notare l'assenza di un tocco femminile nella villa, parlando in generale. Jean ribatté d'aver conosciuto la Signora, la consorte di Lord Schmeisser: Eva Kraun, figlia del barone Franz-Ferdinand Kraun. Jean pronunciò quei nomi con il massimo rispetto e gli occhi lucidi. Divagò un poco narrando disordinatamente delle sontuose feste alla villa dove i coniugi Schmeisser erano soliti avere sempre almeno un centinaio o più di invitati.

- Poi la Signora si ammalò e morì – aggiunse curvando le spalle in avanti come se rivivesse il dolore di quella perdita – e nulla fu più lo stesso. Lord Schmeisser si chiuse sempre più in se stesso, il Signorino ebbe l'incidente e perfino la sua amata Janine se ne andò tragicamente di lì a pochi anni.

Sospirò così profondamente che Veruska ebbe la sensazione che perfino le lontane montagne turchesi avessero sospirato con lui.

Der dritte Teil


Il sole era giunto poco oltre la metà della sua discesa verso le verdi colline quando Veruska decise di sgranchirsi un po' facendo una passeggiata. Si allontanò ulteriormente dalla villa esplorando il giardino e ne raggiunse il limitare. Passò sotto un arco festoso di bouganville viola. Sotto i suoi piedi il selciato bordato di ghiaia bianca si interruppe sostituito dal morbido terreno verde d'erba rigogliosa. Aboliti i geometrici confini delle siepi, sparite le fontanelle e i sentieri puliti e delimitati da piante di bordura, a Veruska parve di essersi inoltrata in uno dei boschi fatati di cui aveva letto nelle pagine del libro che ancora teneva tra le mani. Si inoltrò tra gli alberi ben tenuti esplorando tranquilla e placida, rincuorata dalla luce del sole che non aveva difficoltà a giungere fino al terreno. Di tanto in tanto si voltava indietro per controllare che si vedessero ancora le pallide mura di Villa Schmeisser.

Quasi non si accorse che il terreno cominciava a digradare e a diventare più aspro. Frulli d'ali sempre più vicini e l'erba che si faceva più alta e umida per la pioggia caduta abbondante nei giorni precedenti. Era palese che quella parte del parco fosse poco frequentata dai giardinieri e che la sua passeggiata dovesse terminare lì. Tornò sui suoi passi, o così credette di fare. Quando pensò di trovarsi in vista della villa si rese conto con spavento che non lo era affatto. Il luogo le era familiare ma la sua memoria la ingannava. Che sciocca, si rimproverò. Troppo svagata e con la testa fra le nuvole! Subito la consapevolezza di essersi smarrita le morse il petto ma non volle arrendersi. Mantenendo un buon passo cercò di ritrovare la via smarrita. Fece appello agli espedienti narrati nei libri divorati nella sua fanciullezza e che ancora prediligeva, ma la posizione del sole nel cielo rimase un enigma e no, non si era proprio ricordata di portare con sé un gran gomitolo di filo da svolgere passo per passo per poter ritrovare la via nel labirinto. A stento si rincuorò al pensiero che il mostruoso minotauro era solo un antico mito.

Il sole si abbassava a velocità sorprendente ora che la pungeva la fretta e l'ansia di rientrare. Verranno a cercarmi, pensò vedendo le ombre allungarsi sempre più, in fuga dal sole al tramonto. Con torce elettriche e chiamandomi a gran voce, si augurò vedendosi cinta d'assedio dalle prime ombre della sera che le scivolavano addosso come inchiostro.

Stanca, infreddolita, appoggiata al tronco di un albero per vincere la pendenza del terreno, Veruska giunse a un passo dallo sconforto. Ancora poco e sarebbe stato così buio tra gli alberi che a stento avrebbe potuto distinguere mani e piedi. C'erano alberi ovunque attorno a lei, fruscii spettrali tra le loro chiome. Il terrore dei pipistrelli montò improvviso dentro di lei rischiando di gettarla nel panico: non ci aveva pensato fino a quel momento.

Calma, si disse. Sono figlia di un'era moderna e i vampiri esistono solo nei libri. Si guardò intorno: nessuna luce, nessun punto di riferimento. Qualsiasi direzione era indistinguibile da un'altra. Qualcosa le volò sopra la testa facendola gemere per lo spavento come una bambina. Si chinò, le mani tra i capelli, e non poté vedere da dove erano sbucate all'improvviso le luci.

Il classico sibilo di un'auto a vapore, le luci dei fari che tagliavano veloci il buio sotto di lei, oltre gli alberi. Pochi istanti e si trovò a guardare con gioia le rosse luci di posizione, occhi brillanti e un po' diabolici che si allontanavano da lei. C'era una strada poco più sotto.

Rischiando una brutta storta a una caviglia Veruska discese in direzione della strada che non poteva vedere, ma che doveva esserci per forza. Finalmente le suole delle sue scarpe si posarono senza preavviso sull'asfalto. Alla luce delle stelle riuscì a distinguere la strada. Stanca e con le gambe indolenzite si incamminò lo stesso di buona lena. Avrebbe chiesto aiuto a un veicolo di passaggio.

Fu la luce a distrarla dai suoi propositi. La vide aumentare poco a poco al di là di una curva. Vi giunse col petto che rimbombava per i battiti del cuore esultante. Un edificio industriale di mattoni rossi: tutte le finestre erano illuminate. C'era dell'attività al suo interno, era evidente. Si sentiva un forte ronzio elettrico in alto nell'aria, qualcosa sfrigolava. Cavi elettrici, alta tensione. C'era una cabina elettrica lì vicino che alimentava i macchinari nell'edificio.

Individuò la porta nella faccia che l'edificio industriale le rivolgeva. I suoi piedi però si rifiutarono di muoversi. Le ginocchia si piegarono e tutto il corpo si chinò in avanti acquattandosi istintivamente. Nonostante il buio aveva scorto del movimento. Due figure erano già presso la porta con fare sospetto. Proprio mentre le guardava quelle entrarono nell'edificio.

Se ne stette lì inginocchiata allo scoperto, protetta solo da un velo di buio minacciato dalla luce elettrica che pioveva dalle vetrate del grande capannone. L'unico posto dove avrebbe potuto trovare aiuto e rifugio aveva ora un'aria minacciosa, inquietante. Tremava, non solo per il freddo. Non poteva certo starsene lì fuori ma nemmeno ficcare il naso in affari che non la riguardavano.

Decise che avrebbe aspettato un momento migliore. Si avvicinò: ma una volta nei pressi della porta furono le voci a farle cambiare idea.

Le riconobbe subito: erano i due misteriosi visitatori che avevano discusso col Signorino. Un'altra voce nota stava rispondendo loro, pacatamente. Eric Schmeisser, non aveva dubbi.

Veruska non seppe giustificarsi nemmeno con se stessa. Fu il suo intuito a dirle che Eric Schmeisser poteva essere in pericolo. Non esitò e aprì la porta con cautela.

- È finita, Schmeisser. Consegnerà i progetti a noi, immediatamente!

- No! Non vi impadronirete anche di questo – fu la calma risposta dell'uomo. Veruska non poteva vedere niente: un tramezzo di mattoni cementati da calce e mai intonacati le sbarrava la vista verso l'interno del capannone, ben illuminato da molteplici lampade elettriche. Il tramezzo era alto circa tre metri e non arrivava certo al soffitto; questo svettava altissimo sopra la sua testa ricco di tralicci, scale, passerelle, rotaie, condotte di scarico del vapore che si facevano strada verso il tetto e passatoie per cavi elettrici che serpeggiavano ovunque. Catene e pulegge per sollevare grandi carichi penzolavano da un carro ponte che aveva qualcosa di pesante agganciato ai verricelli più potenti. Robustissime catene triple erano in tensione ad angoli diversi, ma il tramezzo le impediva di vedere di che cosa si trattasse.

Si fece forza e si sporse di pochissimo per sbirciare.

Erano proprio i due uomini che erano stati alla villa quella settimana. Le offrivano il fianco e fronteggiavano decisi Eric Schmeisser.

Ritto in piedi.

Su gambe di acciaio e ottone.

Paralizzata dall'orrore e dalla sorpresa, non potè fare a meno di osservare quella straordinaria e spaventosa figura. Eric Schmeisser se ne stava ritto in piedi, la camicia bianca sporca di grasso e sudore, le maniche arrotolate sopra i gomiti tese intorno a massicci muscoli. Attraverso la camicia sbottonata si intuiva il petto ampio e poderoso. Sul viso stanco e lucido di sudore spiccavano profonde occhiaie scure, la barba chiara e sporca, lucidi occhi febbrili e la mascella larga e decisa. Aveva segni di nerofumo sulla fronte e gli tremavano le labbra.

Si appoggiava a una comune stampella e i moncherini delle gambe stretti nei pantaloni cuciti appositamente erano infilati in due protesi meccaniche: un intrico di molle, pistoni e tiranti che gli occhi di Veruska non riuscivano a cogliere del tutto.

- Non ci costringa ad agire, Schmeisser: non opponga resistenza. Noi rappresentiamo l'autorità del Kaiser!

- Ma non capite? Il Kaiser e tutta la nazione ricaveranno molto di più da tutto questo se verrà usato per ciò che io ho progettato. Per creare e non per distruggere!

- Adesso basta, Schmeisser! Nel nome del Kaiser August Gustav von Richter III, prendo possesso del suo progetto, del prototipo da lei costruito e di tutto ciò che si trova dentro e fuori questo edificio! Le ordino di collaborare!

Veruska vide l'uomo con la barba a punta estrarre una pistola brutta e squadrata da sotto il pastrano e spianarla contro Eric Schmeisser.

Ancora una volta fu il suo istinto a decidere per lei. Senza nemmeno sapere esattamente cosa stava facendo, vinta dall'impulso protettivo nei confronti del giovane, saltò fuori dal suo nascondiglio e si gettò a mani tese sul braccio che impugnava la pistola.

Vi fu un rapido parapiglia: Veruska era terrorizzata dalle armi e a stento riuscì a opporre resistenza. I due uomini ebbero ragione di lei in poche mosse, ma lo scompiglio da lei creato ebbe risultati sorprendenti.

- Sua Maestà Vittoria, Regina d'Inghilterra vi porta i suoi omaggi e ringrazia sentitamente!

Veruska trattenuta a terra alzò lo sguardo imitando i due agenti del Kaiser. Su una passerella prossima al soffito c'era l'autista di Lord Schmeisser, sorridente. In mano stringeva un tubo dorato: certamente si trattava di qualcosa di importante. Così importante che l'agente armato di pistola esplose contro la spia britannica tre fragorosi colpi in rapida successione. Nessuno di questi andò a segno.

- Attenzione!

Veruska ebbe le mani libere, ma non il tempo di gioire.

Era così grosso che ai suoi occhi era passato inosservato.

Un enorme automa metallico alimentato da motori elettrici e reso potente da cilindri azionati dal vapore cominciò a muoversi, prigioniero delle catene dei verricelli che lo mantenevano in posizione eretta. Aveva braccia lunghissime e gambe tozze, era irto di meccanismi di ogni genere: valvole che si aprivano e scaricavano l'eccesso di pressione, ruote dentate sporche di grasso bruno, cinghie multiple avvolte e incrociate su pulegge cui si accoppiavano nere catene di trasmissione larghe quanto una mano. Era chiaramente incompleto.

Era controllato da Eric Schmeisser, che se ne stava dietro i comandi nel torace cavo dello smisurato essere di metallo.

Tutto sommato il minotauro esiste, pensò Veruska.

Uno dei bracci avvinto dalle catene dei paranchi si alzò tra gemiti elettrici e soffi di vapore per poi calare con straordinaria e inattesa velocità. Lo strattone che diede alle catene si trasmise alle rotaie del carro ponte che si piegarono. Il pesante congegno di sollevamento si inclinò insieme alla passerella scelta dalla spia inglese come via di fuga. Per sostenersi e non cadere da quella vertiginosa altezza quello fu costretto a lasciare precipitare il cilindro di metallo che sparì alla vista tra i macchinari posati con ordine sul pavimento del capannone.

Il minotauro di Schmeisser nel frattempo si era liberato del tutto. Non era in grado di sostenersi ritto sugli arti inferiori quindi cadde in avanti, a quattro zampe. Essendo le braccia più lunghe delle tozze gambe senza ginocchia, riusciva a mantenere una posizione quasi eretta.

- Via! Tutti via! - sbraitò il giovane Eric alzando un braccio e menandolo a mò di martello contro l'agente del Kaiser che gli stava puntando contro la pistola. Quello dovette ripararsi per non perire schiacciato.

Strisciando a quattro zampe, terrorizzata dal caos e dal frastuono di metallo che cigolava, dai colpi che martellavano il pavimento di cemento e dal rumore orribile dei motori di quel minotauro meccanico, Veruska si era trovata con le spalle al muro. La paura le aveva paralizzato il cervello e strillò come un ossesso quando le rotaie del carro ponte, danneggiate irreparabilmente, cedettero di schianto sotto il peso delle attrezzature di sollevamento.

Molte volte aveva letto delle imprese del dio Thor che col suo Mjolnir era in grado di affrontare qualunque minaccia, certo del potere del tuono. Quando il coro di lamenti delle lamiere che si deformavano sofferenti e cadevano dal soffitto culminò nello schianto del carro ponte, fu come se Mjolnir si fosse abbattuto su quel capannone. Il pavimento vibrò, il tuono cancellò il grido dalle orecchie di Veruska e le rimbombò dentro polmoni, stomaco e ventre, lasciandola senza fiato. Nemmeno la pioggia di calcinacci e scheggie di mattone la indusse a togliersi da dove aveva irragionevolmente trovato rifugio, terrorizzata come un piccolo topo in trappola.

Invulnerabile, il mostro meccanico spazzò via il tramezzo di mattoni con un unico colpo del braccio sinistro. Vedere il suo riparo precedente finire in briciole con quella facilità aiutò Veruska a scuotersi.

L'aria si stava riempendo di polvere di cemento e dal soffitto continuavano a cadere briciole di mattone. Tossendo la giovane domestica sgattaiolò via. Il cemento vibrava a ogni passo del minotauro e lei non avrebbe voluto trovarsi sulla sua strada per nulla al mondo. Riuscì a rizzarsi in piedi e a rendersi conto di ciò che stava succedendo. Il mostro era lontano: si udì un colpo d'arma da fuoco, assordante. Ne vide anche la vampa: il braccio meccanico sinistro scattò subito in quella direzione ma centrò in pieno un pilastro di mattoni.

Veruska fu colta dal terrore. Il braccio si ritrasse vistosamente danneggiato, ma il pilastro aveva subito un danno più grave. Pesanti mattoni cominciarono a cadere dall'alto dove si era creata una frattura. Il massiccio sostegno stava per cedere. Il carro ponte cadendo aveva urtato il pilastro adiacente lesionandolo. Dovendo ora sostenere del peso aggiuntivo, anche quello cominciò a cedere rapidamente.

Una mano piccola e forte la afferrò per il braccio, tirandola con decisione.

Maria!

Aveva con se il tubo metallico, impolverato e acciaccato.

La trascinò tra macchinari e attrezzature, guidandola con sicurezza verso una grande porta schiusa di poco. Era lo scivolo di carico del capannone, dove i camion venivano a caricare e scaricare. Sgattaiolarono via in fretta e furia dalla porta carrabile: alle loro spalle l'intera struttura stava scricchiolando. All'interno l'instancabile minotauro si agitava nella sua furia cieca e distruttiva.

Mentre ancora correvano un tuono potente rotolò in un crescendo assordante dietro di loro. Veruska si voltò in tempo per vedere più della metà del grande edificio accartocciarsi su se stesso in un nube di polvere illuminata dalle azzurre e gialle scariche elettriche dell'alta tensione in corto circuito. Il terreno tremò, le luci si spensero.

- Peccato... in fondo erano tutti dei bravi guaglioni – sospirò Maria, già domato il fiatone per la corsa fatta.

- Il Principe di Savoia sarà contento – disse poi agitando il tubo metallico.

Veruska obbedì un'ultima volta al suo istinto. Strappò il cilindro metallico dalle mani di Maria, lo usò per colpirla in viso più forte che poté e corse via come il vento, nel buio.

Der letzte Teil


Aprì gli occhi di scatto, sobbalzando.

Si era appisolata. Si umettò le labbra disidratate. Il sole la colpiva attraverso il finestrino del treno e la veletta di pizzo del suo nuovo cappello da viaggio non la riparava granché.

Con un solo sguardo perquisì il compartimento dove si trovava. Nessun viaggiatore seduto con lei, nessun bagaglio oltre la sua borsa. Si tranquillizzò un poco.

Non voleva addormentarsi: non doveva farlo. Anche se aveva dormito poco, anche se era stanca e indolenzita in ogni punto del corpo. Non si sentiva ancora abbastanza al sicuro. Si rimproverò subito per quel pensiero sciocco. Era tutto finito invece. Non doveva temere più nessuno.

Con la memoria andò indietro ai fatti della sera prima. Rivisse tutto come guardando una pellicola troppo veloce la lotta con gli emissari di diverse superpotenze europee. Chissà se l'avevano davvero tutti scambiata per una spia dello Zar di Russia. Le si strinse il cuore al pensiero della fine di Eric, tanto da sentire dolorose lacrime affiorarle agli occhi. Oh, come avrebbe voluto che le cose fossero andate diversamente!

Ma l'edificio di mattoni era crollato seppellendo tutto sotto le macerie. Tutto tranne lei, Maria e i progetti degli arti meccanici, trafugati dalla spia britannica avendoli forse scambiati per quelli della corazza gigante.

Veruska si abbandonò contro lo schienale e si lasciò cullare dal treno che procedeva spedito.

Era fuggita coi disegni di Schmeisser. Si era rifugiata in un albergo di poche pretese a dormire. Sonni ricchi di incubi e intervallati da lunghi crisi di pianto. La mattina era andata a comprare un biglietto per il primo treno.

Non voleva più sentire parlare di Kräaftenburg, di Villa Schmeisser e di fabbriche. Ne aveva avuto abbastanza. Di una sola cosa era contenta: di essersi sbarazzata del tubo metallico, ma non dei progetti che conteneva. Le parole dell'uomo l'avevano colpita profondamente: la tecnologia del metallo, la potenza del vapore e l'energia elettrica dovevano essere unite tra loro per la creazione di opere benefiche, non per creare altre armi. Mors tua vita mea. Era ora che qualcuno dicesse basta, che questo meccanismo perverso venisse fermato.

Sì, era deciso: avrebbe fatto in modo che così fosse.

Aprì gli occhi di scatto, sobbalzando.

Si era appisolata di nuovo. Il treno correva sempre velocissimo. Il sole si era alzato e non riusciva più a raggiungerla. Le membra cantavano ancora in vivace coro il loro malcontento. C'era qualcuno nello scompartimento.

- Buongiorno, mia cara Veruska.

Il tedesco dell'uomo era quasi perfetto. Si tradì con la pronuncia del nome: era uguale a quella di sua madre. Il ricordo della sua dolce genitrice eclissò subito nella paura e nello spavento.

L'uomo la guardava sorridendo. Aveva superato abbondantemente la cinquantina e si vedevano i primi fili grigi nei capelli tagliati corti in stile militare. Aveva occhi di giaccio e il viso rasato era largo e squadrato. Indossava un completo blu scuro sopra un gilet nero dai bottoni d'argento; dal taschino pendeva la catenella dell'orologio. Un Ascot nero decorato da una spilla d'argento era portato morbidamente intorno al collo.

Veruska lo guardò bene due volte: si era tradito. Quelle mani: posate su un bastone dal pomo bianco a testa di levriero erano segnate, grandi, ruvide, forti. Mani da soldato.

- Chi siete? Che volete? Come sapete il mio nome? - Veruska soffiò quelle domande tutte d'un fiato, con lo stomaco freddo e serrato dalla paura.

- Le mie scuse, mademoiselle... il mio nome è Ivan Grimovski, capitano di artiglieria dell'esercito del Popolo. Per servirla.

Accennò un inchino col capo, ma ostentava il sorriso di un coccodrillo. Sembrava una molla compressa: pronta a scattare.

- Non ho nulla che possa interessare il suo popolo o... il suo Zar, capitano.

Il sorriso del soldato si fece un poco più caldo, gli occhi brillarono di soddisfazione.

- Vengo da una famiglia di contadini e mio padre mi ha insegnato il prezzo del lavoro e il valore del tempo. Apprezzo sempre chi sa cos'è il primo e non spreca il secondo.

Sorrise ancora e poi disse con disinvoltura sconcertante:

- Che ne dice di diecimila corone svedesi? O preferisce i franchi svizzeri?


- Il filtro numero due è di nuovo sporco.

Larsen quasi non sentì la comunicazione a lui rivolta. Faceva un caldo terrificante e l'aria condizionata stentava a contrastarlo. La polvere entrava a sbuffi dal portello aperto insieme al rumore del motore e al perenne cigolio dei cingoli. Il carro armato al suo comando, specializzato nelle operazioni in ambienti vasti, stava pattugliando le strade cosparse di macerie di una città ribelle recentemente bombardata dall'Aviazione. Le stazioni di sorveglianza in orbita avevano segnalato movimenti di truppe nemiche tra le rovine. Ma Larsen non era furioso solo per il fatto d'essere di pattuglia in quel claustrofobico labirinto di cemento con un tipo di carro armato senza torretta, senza nemmeno avere avuto una vaga idea delle forze avversarie che avrebbe potuto incontrare.

- Ahmed, falla finita!

Larsen tolse le dita dal laringofono: il suo compagno non dava cenno di averlo sentito. Aveva aperto il portello e sporto fuori la testa pensando di fare chissà cosa. Ma non aveva chiuso la radio e stava ascoltando la sua orrenda musica accompagnandola con ululati che il suo laringofono raccoglieva e trasmetteva a tutto l'equipaggio. Alfred se ne infischiava: per lui era facile. Ma per Larsen non lo era. Il fracasso del carro armato che si muoveva lentamente tra le macerie della città deserta rendeva indispensabile l'uso dell'impianto di comunicazione e ciò condannava il mercenario a subire.

- Alfred, spegnigli quella dannata musica – ordinò secco Larsen. Aveva sopportato abbastanza.

- Spiacente, Larsen. Stavolta ha portato con sé un dispositivo indipendente.

Larsen arricciò le labbra e si lasciò sfuggire una bestemmia. Aveva già discusso col suo artigliere africano riguardo quel comportamento irregolare. L'ultima volta aveva caricato centinaia di mega di musica nel computer del tank e usato l'impianto audio di bordo per ascoltarla. Nulla di insopportabile se il negro non avesse avuto il maledetto vizio di ululare durante l'ascolto. A sentir lui, cantava accompagnando ciò che stava ascoltando. Chiunque altro lo avrebbe detto un pazzo affetto da peritonite.

Contorcendosi sul suo sedile, cercò con una mano di raggiungere Ahmed dalla sua angusta posizione. Nonostante il carro armato fosse stato progettato inizialmente per un equipaggio di quattro persone, lo spazio all'interno era poco per due. Ahmed era recentemente rientrato da una licenza e aveva scoperto di non passare più dal portello poiché si era lasciato andare un po' troppo ai piaceri del buon cibo.

- Ahmed! - gridò ancora Larsen riuscendo a sfiorare un ginocchio del caporale. Per poter mettere la testa fuori dallo scafo il sedile era stato sollevato.

L'ululato si interruppe, con gran sollievo di Larsen.

- Dimmi, capo! - la voce del caporale Ahmed suonò forte negli auricolari del capocarro Larsen. Sembrava felice.

- Falla finita! - gridò rabbioso il mercenario.

- Va bene... - rispose il caporale con tono mesto. Larsen stava per ordinargli di tirare dentro la testa, ma lasciò stare. Pensò che con un po' di fortuna un cecchino gliel'avrebbe staccata con un colpo di Nagant.

Ma era un'ipotesi piuttosto remota: Alfred era vigile e infallibile. Se un cecchino avesse sporto la canna della sua arma nel raggio di mille metri lui se ne sarebbe accorto immediatamente e avrebbe dato l'allarme. Era il terzo e ultimo membro dell'equipaggio. Una intelligenza artificiale posta al governo del carro armato per permettere di dimezzare l'equipaggio umano. Di fatto, Alfred era il carro armato. Un mostro dal corpo costituito di leghe metalliche resistentissime, trentotto tonnellate di acciaio plastico che si muovevano su due cingoli larghi sessanta centimetri. Il treno di rotolamento era composto da otto rulli per parte, ciascuno con una robustissima sospensione indipendente. Ogni sospensione aveva diversi sensori per rilevare velocità, condizioni del terreno e molto altro. L'intero carro, dai cingoli al motore all'armamento era percorso da una rete di sensori tra i più diversi: un sistema nervoso artificiale per un cervello artificiale. Il risultato era davvero micidiale: un carro senza torretta alto al massimo due metri armato con un cannone principale da centoventi millimetri e diverse mitragliatrici. Una delle quali, quella da dodici millimetri, brandeggiabile e servoassistita con funzione antiaerea, era tra le mani di Ahmed impegnato a cantare.

Il carro armato si arrampicò guardingo su una montagna di detriti: era tutto ciò che rimaneva della metà di un edificio di otto piani crollato sulla strada che gli passava davanti. Alfred fermò i cingoli non appena fu in cima a quella collinetta di rovine.

- Contatto – comunicò subito.

Lo schermo multifunzione davanti a Larsen passò immediatamente all'infrarosso mostrando una traccia termica debolissima.

- Bersaglio morbido in direzione tre-cinque-uno, distanza ottocentoquaranta metri – declinò poi Alfred, del tutto asettico. Classificava i bersagli a seconda del livello di protezione di cui erano dotati. La categoria dei bersagli morbidi andava dai veicoli non blindati come autovetture, camion e simili fino agli esseri umani.

- Ahmed? - Larsen era di nuovo calmo e concentrato. Anche un solo uomo poteva essere una minaccia: il sistema anticarro AT-11 Spearman usato dal nemico consisteva in un tubo di polimero usa e getta contenente un missile intelligente. Lanciato tenendolo sulla spalla, la sua gittata utile andava dai due o trecento metri ai due chilometri e mezzo.

- Non aggancio nulla, capo.

Il sistema di puntamento della mitragliatrice brandeggiabile era ottico e non poteva vedere bersagli che se ne stavano nascosti. Larsen cercò di ricavare qualcosa dai sensori all'infrarosso, gli unici che segnalavano la minaccia, ma non riusciva ad andare oltre quella debole, piccola macchia. Una traccia di calore che indicava la presenza di qualcuno nascosto nell'ombra. Così debole che se il sole, che arroventava la città diroccata, avesse raggiunto quel punto con i suoi raggi l'avrebbe resa invisibile.

- Alfred non stare impalato. Avanti piano e togliamoci da qui. E cazzo, Ahmed... tira dentro la testa.

Larsen non aveva nemmeno dovuto alzare la voce. Il motore del carro armato salì immediatamente invadendo col suo rumore l'ambiente che era occupato dall'equipaggio umano. Ahmed abbassò subito il sedile e richiuse il portello. Larsen pensò che forse adesso l'aria condizionata avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente e che lui avrebbe smesso di respirare la polvere delle ossa di quella città morta.

Alfred avanzò con estrema prudenza mantenendo tutti i suoi sensori di combattimento al massimo dell'attività. Il contatto col diminuire della distanza andava facendosi più definito fino a quando fu chiaro che si trattava di qualcuno coricato a terra. Larsen tirò un sospiro di sollievo: era molto pericoloso lanciare un AT-11 stando sdraiati poiché il missile aveva bisogno di alcune decine di metri per accelerare e stabilizzarsi. Se invece si trattava di qualcuno con un fucile anticarro, il tiratore aveva già perso la sua occasione. Ormai era a tiro dei sensori più raffinati di Alfred e i proiettili a elevata penetrazione della calibro dodici tra le mani di Ahmed potevano passare attraverso i muri di mattoni come attraverso la carta.

- Scansione – ordinò Larsen quando vide il telemetro segnalare una distanza inferiore ai cinquecento metri.

Con sua grande sorpresa il bersaglio era un essere umano di piccole dimensioni, disarmato. Era un bambino.

- Abbiamo trovato uno scampato al bombardamento – disse Ahmed, sorpreso.

- Già... i nostri goblin non saranno contenti di saperlo.

Larsen pensò ai piloti dei bombardieri notturni: si vantavano in continuazione della loro bravura, dovuta alla stretta comunione tra loro e gli impressionanti velivoli che pilotavano. Non avevano IA a bordo poiché il loro stesso cervello veniva interfacciato con i sistemi dell'aereo. Vedevano con i sensori dell'aereo, volavano con i suoi motori, colpivano con le sue armi. Era come se uccidessero con le loro stesse mani. Alla base Larsen rabbrividiva quando al tramonto li vedeva alzarsi con i loro mostri neri, panciuti, ululanti. I goblin: un nomignolo molto azzeccato.

- Alfred avanti così. Ahmed, lo tieni?

- Sì capo. Non lo vedo ma so dov'è.

Alfred aveva ovviamente il pieno controllo di tutti i sistemi di puntamento e tiro. Avrebbe potuto togliere i comandi della mitragliatrice ad Ahmed e fare fuoco al posto suo. Ma di solito non ce n'era bisogno: all'artigliere piaceva da matti il rumore della calibro dodici e ogni scusa era buona per sparare qualche colpo. L'unica cosa che dava fastidio a Larsen era che anche quando sparava Ahmed gareggiava col rumore delle armi urlando soddisfatto.

L'intensificatore di immagini, un potente occhio elettronico in grado di sconfiggere l'oscurità, aveva inquadrato la zona del bersaglio: un palazzo era stato sventrato da una bomba ma il parcheggio coperto era rimasto in piedi. Probabilmente i goblin andavano di fretta il giorno che erano passati di lì “a fare il lavoro”, com'erano soliti dire. “Consegnare il pacco”, “disinfestare”, “fare il lavoro”: tutti sinonimi della medesima operazione: il bombardamento. Lì, in quel parcheggio coperto realizzato in cemento armato, probabilmente appoggiato a una parete crollata a metà c'era un bambino solo. Intorno a lui non c'era traccia di attività termica fin dove giungeva la capacità di rilevamento dei sensori di Alfred. Se si trattava di una trappola, era davvero ben preparata.

Ma quando il telemetro era ormai sceso sotto i trecento metri accadde qualcosa.

- Movimento – disse Alfred atono come sempre.

- È lui?

- Sì. Contatto visivo.

Sullo schermo Alfred mostrò ciò che le sue telecamere anteriori stavano inquadrando. Sotto il reticolo di mira che si adattava automaticamente al bersaglio era apparso un bambino. Larsen non aveva figli: subito dopo essere partito per la zona d'operazioni aveva saputo che la sua fidanzata si era messa con un altro buttando nel cesso quattro anni di convivenza con sorprendente tempismo e facilità. Aveva avuto una relazione con una carrista come lui ma era morta dopo due settimane saltando su una mina anticarro con tutto il suo cingolato antiaereo. Da allora Larsen aveva fatto una croce sulla possibilità di avere una famiglia prima della fine della guerra, se mai fosse finita. Era diventato un frequentatore del bordello della base.

Non sapeva nulla di bambini quindi ma a occhio e croce quello doveva avere circa sette anni. Gli abiti sporchi e laceri, sembrava avesse una ferita alla testa. La sua pelle scura faceva risaltare il bianco degli occhi tanto da dare al suo sguardo un aspetto inquietante, spiritato. Era inespressivo, la bocca chiusa e le labbra strette. Stava fissando il tank, non c'era ombra di dubbio. Non c'era altro da guardare in quel cimitero di cemento, rottami e macerie.

- Consiglierei di fermarci qui e di attaccare il bersaglio.

Alfred era un freddo calcolatore: anche se poter parlare lo rendeva simile a un essere umano, non lo era.

- Non è una minaccia – ribatté Larsen.

- Questa situazione non mi piace. È potenzialmente pericolosa – ribatté Alfred.

- Il massimo che il moccioso può fare è prenderci a sassate – disse Larsen aprendo per la prima volta il suo portello. Di nuovo il condizionatore d'aria salì al massimo per compensare l'ingresso di aria rovente dall'esterno.

- Hey! Dai, vieni qui! - gridò al bambino che, pur essendo uscito allo scoperto, esitava ad avvicinarsi. Larsen alzò ancora un po' il sedile e sporse anche le braccia dallo scafo. Fece cenno al bambino di avvicinarsi.

- Dai, andiamo a fare un giro!

Larsen si voltò: alla sua destra la testa di Ahmed sporgeva da dietro la mitragliatrice calibro dodici. Con un braccio faceva dei cenni per indurre il bimbo ad avvicinarsi al tank il cui motore brontolava fortemente al minino dei giri.

Forse fu la vista della pelle nera dell'artigliere, forse il bambino si era finalmente deciso, vinto dalla curiosità di vedere il carro armato da vicino. Forse per non dare l'idea di essere ansioso di salire sul mezzo corazzato, camminò con ostentata calma fino a raggiungere il fianco destro.

- Forza, aggrappati! - lo esortò Ahmed guardandolo dall'alto della sua postazione di combattimento.

Quello non se lo fece dire due volte: mise un piede chiuso dentro una scarpa rotta su un rullo di corsa e afferratosi al bordo di una placca della corazza reattiva, si arrampicò con un po' di fatica fino a raggiungere l'artigliere.

- Bravo! - disse quello aiutandolo a superare l'ultimo ostacolo. Il bimbo rimaneva ostinatamente serio, come se intendesse a tutti i costi mascherare la propria felicità per essere salito a bordo del carro armato. Larsen lo osservò: quella alla testa non era una ferita da lacerazione ma una ustione ancora viva. I capelli crespi del ragazzino dalla pelle nera erano stati bruciati, il cuoio capelluto era stato in buona parte ustionato ed era umido di siero. Forse era solo per via dei gas di scarico del motore a turbina che non sentiva l'odore che emanava il piccolino: anche gli abiti erano bruciacchiati e da quello che vedeva una delle manine era orribilmente infetta e piagata. Non seppe dire con quale coraggio Ahmed cercò di strappare un sorriso al bambino facendogli il solletico.

- Hey, cos'hai di bello qui? - disse l'artigliere dopo aver toccato il bambino. Larsen si voltò in tempo per vedere il bimbo portarsi le mani allo stomaco e muovere le dita come se cercasse qualcosa.

- Che cos'è? - ripeté Ahmed con un tono ben diverso. Larsen si allarmò.

- Missile!

L'allarme lanciato da Alfred lasciò Larsen pietrificato. Il motore ruggì altissimo e il tank saltò all'indietro senza preavviso. Strisciando il cingolo di sinistra stava iniziando una manovra evasiva. Larsen si dovette aggrappare ma picchiò lo stesso con il casco contro i periscopi che circondavano il bordo del portello.

- Dentro! - gridò verso Ahmed. Lo vide afferrare qualcosa tra gli stracci del bambino e caricare il braccio per scagliare lontano l'oggetto. Un breve sibilo appena percepibile precedette la vampa dell'accecante fiammata che avvolse tutto.


Il pilota agì sui comandi con mano esperta e l'enorme aerogrifo quadrigetto, un velivolo equipaggiato per missioni di salvataggio e recupero, si inclinò docilmente per compiere un'ampia virata. All'interno del casco il capitano poteva leggere gli strumenti e vedere una riproduzione virtuale dell'ambiente che circondava il velivolo in volo sulle macerie della città a poche centinaia di metri d'altezza. L'aerogrifo infatti era mediamente blindato e nell'abitacolo si aprivano delle strette fessure alte una decina di centimetri che consentivano di vedere solo se fuori era buio o no.

Il pilota staccò una mano dai comandi mentre il velivolo era ancora inclinato e sollevò l'impenetrabile visiera nera. Si voltò verso il suo equipaggio, gli specialisti che occupavano le tre poltrone dietro la sua. Due artiglieri e un uomo-ragno.

- Siete pronti là dietro? T meno dieci.

- Pronti, capitano. Bersaglio confermato, zona tranquilla.

- Bravi.

Il capitano Jennifer Tosco abbassò di nuovo la visiera e rientrò nel suo mondo virtuale fatto di strumenti, orizzonti artificiali e telemetria laser. Esattamente dieci secondi dopo, come previsto, sorvolò il bersaglio. L'aerogrifo era difeso da torrette armate di cannoni a canne rotanti da venti millimetri, caricati con proiettili perforanti per corazze pesanti. Difficilmente avrebbero avuto ragione di un carro armato, ma altrettanto difficilmente ne avrebbero incontrato uno. I satelliti avevano spazzolato tutta la zona per un'ora e non avevano rilevato nemmeno un topo per un raggio di duemila metri intorno al bersaglio.

- Siamo arrivati, bello. Ti portiamo via – disse il pilota alla radio.

- Che bello sentirla, capitano. Non vedo l'ora di togliermi da qui – giunse immediatamente la risposta.

- Dammi il tempo di mettermi a punto fisso e ti agganciamo.

L'aerogrifo virò strettamente eseguendo una manovra piuttosto azzardata volta a perdere tutta la velocità orizzontale. I quattro motori a getto scaricavano furiosamente gas dagli ugelli vettoriali ora orientati verticalmente per sostenere il velivolo che si avvicinò al bersaglio lentamente. Le due torrette ventrali ruotavano velocemente da una parte all'altra scandagliando con i sistemi di puntamento tutta la zona alla ricerca di una minaccia. Condotto da una mano esperta il grande velivolo si fermò proprio sopra il bersaglio in attesa, a poche decine di metri di quota. Tutto sembrava tranquillo. Polvere di cemento e cenere veniva alzata dai getti dell'aerogrifo e scagliata via con forza in tutte le direzioni. Nell'occhio del ciclone, intorno al carro armato danneggiato niente sembrava muoversi.

Poi dal ventre del velivolo cadde qualcosa. Qualcosa che a pochi metri dal suolo accese dei razzi di frenata che lo rallentarono bruscamente fin quasi ad arrestarne la caduta a mezz'aria. Il congegno, rimasto collegato al velivolo che l'aveva sganciato da diversi cavi, aprì rapidamente molteplici gambe snodate e cadde pesantemente al suolo a distanza di sicurezza. Paragonato al tank era minuscolo: in realtà era grande un po' più di uomo e pesante circa duecento chili. Come se dovesse riprendersi dal brusco atterraggio esitò a muoversi per qualche secondo. Poi saettò verso il tank e usando le sue otto gambe articolate si arrampicò con insospettabile agilità sullo scafo trascinandosi dietro i cavi che pendevano laschi dal ventre dell'aerogrifo, fermo nell'aria come un gigantesco insetto curvo.

- Allora, vuoi dirmi qualcosa? - disse il capitano Tosco, impegnata a mantenere l'aerogrifo fermo rispetto al suolo. Il computer poteva farlo per lei, ma non l'avrebbe giudicato divertente.

- Ho scingolato, mobilità ridotta al tre per cento. Poi ho perso i sensori termici di destra e la telemetria principale. La calibro dodici antiaerea è fuori uso. Credo che bisognerà revisionare la turbina: faceva rumore e l'ho spenta. Le batterie sono al sessantasette per cento.

- Sei messo peggio dell'altra volta... almeno avevi ancora i cingoli.

- Lo so, capitano. Il mio debito aumenta ancora.

Il capitano Jennifer Tosco stirò le labbra in un sorriso invisibile sotto la visiera completamente nera del casco. Chiuse per un momento il canale della radio passando alle comunicazioni interne.

- Come va, Vikkonen?

- Manca poco, capitano.

- Sbrigati... sono messi un po' male laggiù.

Il soldato specializzato Vikkonen manovrava alacremente i comandi del ragno, il robot con zampe articolate che stava agganciando i cavi d'acciaio dell'elicottero ai ganci di sollevamento del tank in avaria. Per questo era chiamato uomo-ragno. La cabina dell'aerogrifo non era molto grande e il microfono del casco era sensibile quindi si limitò a pensare ciò che avrebbe voluto rispondere al capitano.

- Ci siamo quasi, resisti – disse il pilota una volta riaperto il canale radio.

- Grazie di nuovo, capitano.

- Bersaglio agganciato e pronto per il sollevamento – disse l'uomo-ragno.

L'ultimo cavo, quello più sottile, era rimasto attaccato al dorso del robot. Si tese dapprima gradualmente e poi in fretta, dando uno strattone al robot e sollevandolo. Questi, perso il contatto fisico con lo scafo del tank ripiegò automaticamente le zampe contro il ventre e si lasciò issare a bordo. Il suo compito era finito: quattro robustissimi cavi d'acciaio erano agganciati correttamente e si tesero contemporaneamente mentre l'aerogrifo li riavvolgeva con metodo. Poi il capitano Tosco diede più manetta ai motori e i cavi di sollevamento si irrigidirono, sopportando il peso del veicolo corazzato. Questo si alzò da terra regolarmente, dondolando un po' solo quando il cingolo rotto si sfilò del tutto dai rulli di scorrimento e cadde contorcendosi a terra con un tonfo poderoso, che però si perse nel rumore assordante dei motori dell'aerogrifo.

Il capitano guadagnò quota e contemporaneamente orientò gli ugelli vettoriali dei motori in modo da cominciare a muoversi.

- Fra trenta minuti saremo sulla nostra base – comunicò il capitano una volta raggiunta la velocità di crociera massima consentita dal fardello sospeso sotto il ventre del suo velivolo.

- Di nuovo grazie, capitano.

- Non c'è di che. Vuoi dirmi cosa è successo?

- Un missile – giunse la risposta, atona, senza esitazioni – mi ha agganciato grazie a un dispositivo tracciante.

- Un tracciante? E come ti è arrivato addosso un tracciante?

- Era nascosto sotto i vestiti di un bambino. Una volta avvicinatosi è stato attivato. L'impulso ha fatto da guida al missile attraverso le mie contromisure.

- Un bambino? - si meravigliò il capitano. Nessuno poté vedere la smorfia di disgusto che le si dipinse sul volto.

- Precisamente.

- E l'equipaggio ha fatto avvicinare un bambino?

- Esatto.

- Idioti. Speriamo che il tuo prossimo equipaggio sia un po' meno sprovveduto, Alfred.

- Speriamo. Se lei potesse fare qualcosa in proposito le sarei grato.

- Ci posso provare. Ma non farmi fare promesse ora. Ti farò sapere. Ah, una cosa...

- Sì capitano?

- Chiamami pure Jenny.

6.


La consapevolezza della sconfitta inevitabile l'aveva raggiunta subito. Si era addestrata alle arti marziali abbastanza a lungo da capire quando un avversario era oltre la sua portata e quell'uomo apparentemente del tutto anonimo e insignificante doveva essere due o tre dan oltre il suo sensei. Praticamente intoccabile.

Era esattamente così che doveva andare. Ci mise tutto il suo impegno, superò se stessa in più di un'occasione ma non fu abbastanza. Molto sportivamente il suo avversario le aveva dato occasioni per farsi valere, per poi sbatterle la porta in faccia a causa della sua insufficienza. Non era al suo livello e non lo sarebbe stata senza dedicare la sua intera vita al karate, probabilmente.

Un colpo al torace le tolse il fiato e un istante dopo fu atterrata sul duro pavimento di sfavillanti diamanti. Il colpo finale giunse prevedibile in pieno viso. Non ve n'era alcuna necessità ma era richiesto per una perfetta esecuzione dell'attacco.

- Direi che può bastare – disse inchinandosi con grazia a lei che non riusciva nemmeno a pensare di rialzarsi, e la lasciò lì a boccheggiare supina.

- Dal momento che sei stata ai patti... – sentì la voce allontanarsi sempre più. Evidentemente il tempo a disposizione era davvero agli sgoccioli e, per un motivo che lei non era ancora riuscita a figurarsi, il signor Valdemort o chiunque fosse davvero quell'uomo non aveva alcun interesse a incassare gli onori per aver sventato il clamoroso furto. Nemmeno ci teneva a farsi immortalare dalle telecamere di sorveglianza, che stavano per riprendere a funzionare.

- ...farò altrettanto, stanne certa. Avrai presto notizie.

Le aveva promesso l'attenzione di agguerrite IA legali che la difendessero per alleviarle la pena alla luce della collaborazione che aveva fornito.

Inutile collaborazione, si disse mentre si girava faticosamente su un fianco alla ricerca di una tregua dal dolore. Non aveva ancora forza abbastanza nemmeno per mettersi seduta. Per tutto il tempo della sua faticosa collaborazione con lo sconosciuto, che aveva creduto un agente speciale di polizia o di un'agenzia di sbirri privati, aveva avuto la sensazione che la rete in cui si era lasciata cadere fosse già pronta. E che se non vi si fosse lanciata lei, le sarebbe stata scagliata addosso, inevitabile.


Nadia si avvicinò all'avversario abbattuto e lo scalciò violentemente con gli anfibi colpendolo ai reni. Quello non si mosse, tramortito dall'ultimo stupefacente pugno ricevuto in pieno viso. La donna bionda si teneva la mano con cui aveva colpito: nonostante i mezzi guanti protettivi era stato doloroso anche per lei centrare in pieno il grugno dell'uomo tutte quelle volte.

- Tutto muscoli e coglioni... che noia! - si lamentò a voce alta.

- Sono pochi gli avversari alla tua altezza, ormai.

L'uomo dal cranio calvo si staccò dal fondo della scena e diventò palesemente visibile solo in quel momento. Passare inosservato era la sua specialità.

- Se è una battuta non fa ridere – cantilenò lei. Lo superava di molto con i suoi duecentodue centimetri di statura.

- ...e la voglia di menare le mani non mi è affatto passata – aggiunse.

L'uomo guardò l'orologio da polso. Non c'era più tempo.

- Meglio che non ci trovino qui. Hai la moto, immagino.

- Qua dietro – rispose lei accennando la direzione con un piccolo scatto della testa.

- Io tornerò col treno, è più comodo.

- Il solito snob. Questo lo lasciamo qui? - di nuovo Nadia colpì con la punta dell'anfibio il corpo supino di Masashi, ancora privo di sensi. Una lieve carezza a confronto col trattamento che gli aveva riservato fino a quel momento.

- Dove vuoi che vada? Gli hai fracassato la faccia. Sessanta secondi al massimo e poi lo trovano.

I due si incamminarono placidamente, fianco a fianco. Lui sobrio e misurato nei gesti come nel vestire, una persona qualunque in mezzo a milioni di persone qualunque. Lei altissima e atletica, fasciata nella tuta da moto aderente. Una coppia che non sarebbe sfuggita a nessuna telecamera, se ve ne fossero state di attive in quel momento tra quelle rivolte verso di loro.

- E a te com'è andata con la dolce gattina? Ti ha graffiato? O ti sei fatto graffiare? - lo stuzzicò Nadia, pettegola.

- Tutto come previsto – fu l'atona risposta.

- Assì? Tutto qui?

- Sei gelosa?

- Certo!

- Calmati... la tua gelosia è del tutto fuori luogo...

I due svoltarono l'angolo e la loro conversazione si spense alle orecchie della telecamera di sorveglianza del parcheggio, il cui occhio elettrico si apriva in quel momento sulla scena che aveva per protagonisti ormai solo un corpo steso a terra vicino ai vellutati sacchi neri della refurtiva.

5.


Era andato tutto liscio anche quella volta. Era toccata a lui la parte più faticosa, ma dei due era quello più forte quindi era piuttosto normale. Era stato quasi facile penetrare dall'esterno usando la forza: il classico cavo sparato dal palazzo adiacente che aveva misure di sicurezza molto meno strette di quello da attaccare. Kuniko non era una che lasciava qualcosa al caso: aveva individuato la finestra di una stanza deserta le cui pareti presentavano i parametri migliori in fatto di compattezza e resistenza. Senza trascurare l'importanza di una scarsa densità di ospiti dell'albergo, ovviamente da lei stessa provocata con il consueto attacco informatico. Il dardo sparato attraverso il pannello polarizzato non solo aveva attraversato senza sorprese gli strati multipli di crilex ma era affondato quanto bastava nella parete opposta per sostenere il peso dell'equipaggiamento e di Masashi che, non senza un po' di batticuore, si era affidato al cavo teso per volare velocemente da un palazzo all'altro appeso a una carrucola frenata.

Con il robot industriale che creava le opportune zone d'ombra nel sistema dei sensori dell'allarme dell'edificio e spediva le guardie altrove, non era stato troppo difficile infilarsi nell'intercapedine dell'altissimo soffitto della sala dove erano stati esposti i preziosi. Era la medesima intercapedine che fungeva da soffitto all'agorà dell'albergo, quella enorme area alta dieci piani che trovava posto all'interno dello smisurato palazzo e che era una vera e propria piazza pubblica, punto di ritrovo e centro commerciale con decine di negozi, ristoranti e attrazioni varie. Ovvio che vi fossero dei locali tecnici per i servizi come l'aria e la luce e quello del soffitto era così ampio che era possibile camminarvi eretti senza problemi.

C'erano chiare indicazioni che portavano al centro del soffitto dove era stato installato un ingombrante sistema di illuminazione: ne aveva sfruttato il robustissimo sistema di ancoraggio per fissare i cavi con cui aveva issato la refurtiva, sacco dopo sacco.

Percorsa la strada a ritroso col cuore in gola e gli occhi sul cronometro, affidandosi esclusivamente al lavoro fatto da Kuniko con l'impianto di allarme e con i suoi virus personalizzati, Masashi si diresse alla stanza dove il pesante dardo si era profondamente conficcato nel muro e qui si tolse dalle spalle i vellutati ma pesanti sacchi coi gioielli appena sottratti.

Agganciò allo speciale cavo ancora teso fuori dalla finestra infranta un meccanismo di recupero rapido dotato di un sistema di avvio ritardato. Doveva riutilizzare il cavo usato per volare da un palazzo all'altro se voleva scendere. Andarsene calandosi dalla finestra era l'unica opzione possibile: ancora pochi secondi e tutti i trucchi informatici di Kuniko sarebbero crollati, svelando il furto agli occhi del sistema di allarme. Se qualcosa fosse andato storto nell'avvolgimento del cavo sul grosso rocchetto vuoto, avrebbe potuto ricevere una frustata tale da mozzargli un arto o da ucciderlo sul colpo. Azionò il meccanismo a innesco ritardato e cercò riparo nel bagno della camera d'albergo.

Fu come un colpo di pistola seguito da un ululato fortissimo: sfruttando la bassa gravità tipica delle zone di quel settore, adiacente al vertiginoso pozzo gravitazionale della stazione orbitante, centoventi metri di cavo ad alta resistenza vennero riavvolti in pochi secondi prima che cadendo frustassero la facciata svelando disastrosamente la sua presenza e, soprattutto, le sue intenzioni.

Un sonoro schiocco lo avvisò che il rocchetto aveva finito il suo lavoro. Scattò fuori del bagno pronto a proseguire la sua fuga: il rocchetto e il meccanismo di recupero fumavano vistosamente per il calore prodotto dal rapidissimo riavvolgimento. Non c'era tempo di controllare in che condizioni fosse l'equipaggiamento: un po' impacciato dai guanti, che non gli impedirono di sentire quanto scottasse il cavo e tutto il meccanismo, annodò al cavo i moschettoni per i sacchi di refurtiva e la staffa per la discesa. Starnutì per la calda puzza acre che gli pizzicava il naso: aveva invaso la stanza nonostante dalla finestra sfondata entrassero gelidi sbuffi d'aria. Si maledisse per i secondi perduti.

Fissati i sacchi alla corda li scagliò fuori dalla finestra senza esitazione. Il freno entrò in azione subito, ma Masashi sapeva di non poter pretendere che ciò fosse garanzia di buon funzionamento del sistema di recupero. Il suo peso era maggiore di quello della refurtiva e andava sommato a essa. Spinse con violenza un comodino sotto l'ampia frattura nel crilex e vi montò sopra: usandolo come un trampolino, infilò i piedi nella staffa e afferrate saldamente le manopole che quella aveva all'estremità opposta, saltò fuori.

I primi metri furono i peggiori. Gli parve che il freno del rocchetto non dovesse mai entrare in azione. Masashi vide la parete di vetro riflettente del palazzo avvicinarsi, vi sbatté dolorosamente contro un paio di volte poiché non era saltato esattamente perpendicolare o forse perché il rocchetto non stava girando alla velocità prevista. Non aveva mai davvero provato quel sistema e solo allora rimpianse di aver scelto di ignorare variabili e incognite che in quel momento sembravano tutte decisive.

Quando il freno finalmente si fece sentire mettendo in tensione il cavo al punto che Masashi lo sentì scricchiolare, nuove angosce lo assalirono nei lunghi istanti della caduta: il calore avrebbe potuto danneggiare il cavo e in quel momento il freno stava di nuovo scaldando tutto il congegno, portandolo a temperature tali da far fumare rocchetto, pastiglie e pinze. Se il calore avesse grippato il meccanismo lui sarebbe rimasto lì a penzolare, un facile bersaglio a diverse decine di metri d'altezza. Se il calore avesse cotto il freno fino a renderlo inutile o danneggiato il cavo, sarebbe precipitato a velocità pazzesca, trascinato anche dal peso dei gioielli, senza speranza di sopravvivere.

Invece il buio suolo si avvicinava a velocità costante, senza intoppi né strappi. Solo negli ultimi metri Masashi avvertì una preoccupante vibrazione lungo il cavo, tanto forte da farlo ronzare e da percepirlo distintamente trasmesso a mani e piedi dalla staffa speciale cui si era affidato.

Giunse a terra sano e salvo rotolando come un paracadutista e, tranciato in fretta col coltello uno spezzone di cavo, lo usò per issarsi sulle spalle tutti i sacchi contemporaneamente.

Grazie all'attento studio delle planimetrie dello smisurato edificio avevano potuto trovare il miglior punto per l'atterraggio. Kuniko aveva provveduto ad accecare o ingannare le telecamere lungo il percorso che Masashi coprì nel tempo previsto, incontrando nessuna resistenza. Il piano di fuga prevedeva che la giovane complice si trovasse già presso la vettura parcheggiata, o che vi giungesse al massimo entro un minuto. Vettura che ormai distava poche decine di metri, giusto dietro l'angolo.

Masashi intuì che qualcosa non era andato per il verso giusto un attimo prima di cercare la vettura con gli occhi. La trovò dove l'aveva lasciata ma...

- Hey, ciccione!

Per la sorpresa l'uomo si paralizzò sui due piedi. Inebetito fissava Hoshi Nakano torreggiare su di lui avvolta in una tuta aderente nera, i grossi stivali anfibi posati sul tettuccio della sua vettura color polpa di ciliegia.

- Ti prego... - disse quella strafottente, saltando giù dalla vettura con agilità – dimmi che vuoi fare a pugni...

Masashi si sentì colmare di liquida ira incandescente. Era troppo. Non capiva, non voleva e non gli importava capire in quel momento. L'odiosa donna era di fronte a lui, alta e muscolosa, rideva di lui e lo provocava con grande insolenza. Nonostante gli occhi a mandorla e il nome, non era una figlia del Sol Levante, non certo pura come lui. Scorreva abbondante sangue gaijin nelle vene di lei che nulla aveva della grazia di Kuniko né delle altre donne che conosceva, e che pure non esitava a definirsi giapponese. Un affronto vivente, da cancellare prima possibile. Tutto quello che la sua mente riuscì a concepire fu che quella strega meritava pienamente la lezione che stava per impartirle, più dolorosamente possibile.

Abbandonò al suolo i sacchi della refurtiva e si mise in guardia alta, cominciando a spostarsi di lato per studiare l'avversaria. Avrebbe trasformato il suo corpo nelle mura della fortezza e i colpi della sua avversaria sarebbero stati come debole pioggia sulle pietre. Come se quella gli avesse letto la mente, rise e si fece beffe di lui.

- Vuoi giocare a karate, eh? Attento, potresti farti male...

Masashi accorciò le distanze. La donna non alzava la guardia, limitandosi a tenere le gambe leggermente piegate come per scattare. Avrebbe pagato caro quell'errore.

Cercò l'affondo con un colpo basso mirando alle ginocchia per atterrare l'avversaria, togliendole il vantaggio della sua maggiore altezza. Ma il suo piede non incontrò il bersaglio: l'odiosa donna non era già più lì.

Errore, fu l'unico pensiero gridato dalla mente di Masashi mentre cercava di correre ai ripari. Il pugno passò attraverso la sua guardia sbilanciata e si schiantò sullo zigomo con molta più forza di quanto lui avrebbe mai pensato.

Forte e veloce: la Nakano mise a segno un fulmineo uno-due-uno che avrebbe mandato al tappeto moltissimi uomini. Masashi fu fortunato: il sinistro lo colpì male, troppo vicino all'orecchio per fare davvero danni e il secondo destro si abbatté in parte sulla difesa ripristinata in fretta e furia. Entrambi arretrarono interrompendo il contatto. Masashi vedeva rosso, accecato dall'ira e dal dolore. Nessuno stile, nessuna tecnica. Solo forza bruta e velocità. Ciò non era accettabile. Non era accettabile che quell'indegna avversaria avesse la meglio così facilmente.

Attaccò di nuovo, con più cautela ma con tutta la forza e la velocità che poteva mettere nei propri pugni. Stavolta l'irrispettosa donna eseguì una perfetta serie di parate degne di una espertissima cintura nera. Masashi tentò una presa per atterrare ma con una tecnica e una perizia imprevedibili la donna bionda sgusciò via senza danno alcuno regalandogli una gomitata sul collo che lui accusò in pieno.

- Bravo! - esclamò prendendolo in giro. Come se si trovasse sul tatami del dojo, Masashi lanciò un grido e attaccò, ingannato dalla breve distanza cui la giovane si trovava. Fu messo a terra con maestria e il calcio alla nuca che lo colpì inevitabile lo spedì indietro nel tempo. Era davvero nel dojo ora, il suo sensei l'aveva appena mandato per l'ennesima volta bocconi sul tatami. Ne sentiva sulla lingua l'amaro e sabbioso sapore, sapore di umiliazione e sconfitta. “Troppa rabbia!” la voce del maestro lo rimproverava spesso per la sua eccessiva irruenza. Sapeva di essere più forte del suo istruttore, doveva solo riuscire a colpirlo. Mettendo alla prova la sua potenza, Masashi si sollevò dal tatami. Si rialzava sempre, spesso solo per crollare pochi secondi dopo, disastrosamente. Anche quella volta i potenti muscoli lo sostennero e si sollevò. Ma non era il suo sensei l'avversario.

Il colpo giunse disonesto, diretto al viso e duro come un muro di mattoni, cogliendolo totalmente impreparato. Franò a terra supino, con la testa piena di ovatta e la lingua che sapeva di sangue premuta contro i denti traballanti nelle gengive.

- Ancora uno! Dai che ce la fai, ciccione!

Senza nemmeno sapere cosa stava facendo, Masashi si rialzò consumando le ultime gocce di ira impotente per tenersi in piedi e ricevere l'ultimo, tremendissimo colpo.

4.


- Questo giocattolo ci è costato una piccola fortuna – disse il taxista alla ragazza delle pulizie mettendo una mano nell'abitacolo attraverso il finestrino aperto. Azionati i comandi giusti sul complesso cruscotto, si ritrasse come se l'auto fosse improvvisamente diventata pericolosa. Invece dopo meno di mezzo minuto la vernice blu cominciò a cambiare di colore, virando lentamente dal blu scuro al viola, fino al cupo rosso della polpa di ciliegia.

- Consuma una follia e non è proprio perfetto, ma funziona.

- Non capisco perché mi hai fatta scendere prima di attivarlo. Ci ha messo una vita a cambiare colore.

- Perché applica una carica elettrica alla carrozzeria per far cambiare di colore questa vernice speciale. C'è pericolo di incendio, questo aggeggio è un prototipo non omologato.

- E ce ne andiamo con questa?

La ragazza delle pulizie additò la vettura parcheggiata in un'area riservata al personale di servizio tra uno sgangherato furgone e un'altra modestissima auto a batterie. Sparito il blu e spenti gli ologrammi, difficilmente qualcuno l'avrebbe riconosciuta come il taxi che aveva accolto a bordo la sofisticata Kuniko Yamazaki.

- Certo. O vuoi andare a piedi?

Lei storse la bocca e si diresse verso l'entrata di servizio, aprendola con un badge dedicato. Titubando un poco il taxista si avvicinò all'auto scintillante di vernice rosso scuro e, aperta la portiera anteriore dal lato del passeggero, prelevò una anonima, pesante borsa da palestra. Telecomandata la chiusura delle serrature, si allontanò a sua volta.


Kuniko incontrò presto gli uomini di guardia. Spingendo il carrello coi prodotti per la pulizia e inseguita a pochi metri dall'idropulitrice robot programmabile, fu dirottata diverse volte dal percorso più diretto che l'avrebbe portata nella zona dove avrebbe dovuto iniziare le pulizie. Esattamente come previsto gli ascensori principali erano stati istruiti a scavalcare del tutto la zona più vulnerabile: la parte cava dell'albergo, un tratto comune a moltissimi edifici della stazione spaziale. Lì infatti era stata organizzata l'esposizione di gioielli: la direzione dell'albergo, fiutando un ritorno impagabile in termini di immagine e pubblicità, aveva acconsentito a modificare drasticamente l'interno dei primi dieci piani: l'installazione di un pavimento di speciale materiale tecnologico parzialmente trasparente che aveva reso quello un posto unico. Questo pavimento, capace di portare un carico impressionante per ogni metro quadro di superficie, era stato lavorato in modo da dare la sensazione ai visitatori dell'esposizione di camminare su un tappeto di diamanti scintillanti. I deboli di cuore e i sofferenti di vertigini non avrebbero minimamente patito alcunché se avessero abbassato gli occhi: sotto i loro piedi la smisurata voragine profonda ben sei piani era davvero difficilmente intuibile.

Fu indirizzata verso un angusto ascensore periferico, lo stesso utilizzabile dall'idropulitrice, un robot in grado di spostarsi autonomamente di piano in piano per lavare, pulire e asciugare i pavimenti. Divisa la cabina con l'ingombrante macchina carica di detersivi speciali per lavare senza acqua, giunse finalmente dove la sorveglianza era entro i normali parametri per un albergo di lusso a sei stelle.

Avviò il programma dell'idropulitrice che aveva personalmente modificato in una macchina per produrre caos elettronico. Sfruttando il proprio talento informatico e la sofisticata configurazione del congegno, Kuniko aveva introdotto un virus che avrebbe di lì a poco preso il controllo del robot industriale e usato le sue capacità di dialogo col sistema d'allarme, utili per pulire di notte senza far scattare allarmi, per creare una copertura alla sua incursione e per produrre dei diversivi ad arte per dirottare l'attenzione dei sorveglianti. Allo stesso tempo avrebbe pulito il pavimento come si deve.

L'informazione è vitale, si disse mentre col badge del personale delle pulizie sconfiggeva una serratura dopo l'altra, in perfetto silenzio. Il suo paziente lavoro di infiltrazione nel sistema informatico dell'albergo stava pagando: le serrature elettroniche erano infette da un virus fatto su misura per lei. Aveva studiato le misure di sicurezza originali, le modifiche apportate per l'esposizione dei gioielli che sarebbe iniziata di lì a poche ore, esaminato l'azienda incaricata di installare i nuovi impianti di allarme, penetrato le difese dell'agenzia di sicurezza cui era stata appaltata la difesa perimetrale. Un lavoro durissimo e costoso, ma che le era valso preziose planimetrie, le schede del personale, schemi tattici e molto, molto altro. La sua conoscenza era tale che avrebbe potuto salutare per nome ognuno di quei robusti ragazzoni messi di guardia agli ingressi e snocciolare loro cosa avevano indosso, a partire dai costosi occhiali tecnici che ciascuno di loro indossava.

Guadagnò l'accesso a un locale di servizio dove si trovavano alcuni apparati della rete locale dell'edificio. Usò la stanza per cambiarsi d'abito, trasformandosi in fretta in un tecnico della manutenzione. La divisa recava il corretto identificativo e perfino lo stemma dell'albergo ricamato sul seno sinistro era esattamente come doveva essere.

Si diresse decisa verso il largo cavedio in fondo al locale: ruotò le serrature a farfalla che bloccavano il coperchio lungo e stretto, rivelando fasci di tubi di colorato materiale plastico. Chi aveva progettato la rete informatica aveva pensato di far passare i cavi della dorsale in tubi a pressione in modo da prevenire l'intercettazione dei dati mediante un intervento diretto sul cavo stesso. Un manometro nella sala di controllo avrebbe indicato immediatamente anche il minimo calo di pressione se qualcuno avesse forato un tubo per raggiungere i cavi della dorsale. Ma per lei la rete locale non rivestiva alcun interesse in quel momento: consultò il piccolo orologio che si era messa al polso e si infilò nell'ampio cavedio, aggrappandosi ai tubi. Sostenendosi con braccia e gambe sfruttò il proprio fisico snello e forte per calarsi di piano in piano, scavalcando le varie cinture di sicurezza poste a difesa dei gioielli che l'organizzazione aveva solertemente provveduto a porre nelle teche. Sfruttando la cecità temporanea dei sensori che avrebbero dovuto vigilare sul cavedio stesso, misurò la distanza contando i secondi che impiegava a calarsi. Fu il turno del duro allenamento fisico di pagare: si fermò esattamente davanti all'apertura del cavedio tre piani più sotto, nel buio più pesto. Col tatto individuò le semplici serrature e ne sfruttò ogni punto debole per aprirle: chi le aveva progettate non aveva certo pensato a renderle sicure da entrambi i lati.

Si trovava ora in un locale tecnologico gemello di quello che aveva abbandonato poco prima. L'impianto mascellare vibrò dolcemente.

- Vedo fumo grigio.

Era Masashi che con quella frase in codice le annunciava che l'idropulitrice modificata era entrata in azione. Non solo lavava diligentemente il pavimento come da programma, ma aveva iniziato a spargere i semi del caos con cui Kuniko l'aveva caricata. Le cose non stavano andando nel migliore dei modi, altrimenti il “fumo” sarebbe stato nero. Ma con un po' di prudenza in più si poteva andare avanti. Lei e Masashi avevano previsto perfino un piano per fare a meno dei diversivi elettronici.

Esitò un istante davanti alla porta del locale tecnico, la mano sospesa sopra la piastra della serratura elettronica. Da quel momento aveva cinque minuti e quarantotto secondi di tempo; qualsiasi cosa sarebbe successa avrebbe dovuto cavarsela da sola. Era il piano dell'esposizione di gioielli, era sorvegliato da uomini armati che avevano ricevuto ordine di usare qualsiasi livello di forza giudicato opportuno per neutralizzare ogni eventuale minaccia. Questo includeva anche armi caricate con munizioni letali. L'unica cosa a rassicurarla era il categorico divieto che era stato imposto di usare armi a proiettile all'interno della sala dell'esposizione. Cinque minuti e quarantaquattro secondi.

Sfiorò la piastra e la serratura scattò. Col massimo della naturalezza che poté ostentare si incamminò nel corridoio deserto. Aveva memorizzato il percorso: incontrò tre telecamere cieche nonostante il led rosso fosse acceso, una postazione fissa di sorveglianza era stata disertata dal suo occupante. I diversivi stavano funzionando. Le telecamere in quel corridoio non sarebbero rimaste inattive a lungo, la guardia mandata a investigare un allarme (falso) nelle vicinanze sarebbe tornata di lì a momenti. Senza esitazione abbassò la maniglia di una uscita di sicurezza che avrebbe dovuto essere protetta dal sistema di allarme e ne varcò la soglia. Cinque minuti e quindici secondi.

Non riuscì a trattenere la sorpresa. Aveva studiato in lungo e in largo quella sala, l'aveva vista attraverso gli occhi del sistema di sorveglianza, l'aveva esplorata grazie alla realtà virtuale, l'aveva perfino vista di persona avendo visitato il cantiere alcune settimane prima, travestita da ispettore. Ora che ogni lavoro era compiuto, che tutto l'arredamento era stato posizionato, che i veri gioielli erano stati posti sugli espositori... tutto era semplicemente fantastico.

I gioielli esposti senza alcuna protezione visibile scintillavano riflettendo la luce intensissima di faretti appositamente studiati, i riflessi erano acuminate frecce che ferivano gli occhi impedendo di fissare lo sguardo. Il nero del velluto su cui posavano non si staccava dalle ombre della sala dove l'illuminazione principale era stata abbassata per la politica di risparmio energetico dell'albergo e diamanti, oro e argento, corone, collane, gemme e perle sembravano galleggiare a mezz'aria, prive di peso.

- Che fai? - la vibrazione alla mascella e la voce di Masashi la riscossero dall'improvviso stupefatto torpore in cui la vista di quella scintillante galassia di gemme l'aveva precipitata. Quattro minuti e cinquantacinque secondi. Localizzò in un baleno i cavi metallici che il suo complice aveva calato dall'alto. Si diede subito da fare, richiamando alla mente i gioielli di maggior valore e procedendo con ordine. Allungò la mano verso il primo ricchissimo diadema, un pezzo autentico appartenuto a una zarina dell'antica Russia. Esitò prima di sfiorarlo, nessun allarme scattò. Sirene avrebbero dovuto ululare, serrature scattare, il capsico avrebbe dovuto saturare l'aria, guardie armate accorrere numerose.

Nulla.

Con una rapida sequenza di movimenti netti e precisi scelse i preziosi più ricchi tralasciando gli altri di minor valore, passò veloce di espositore in espositore lasciando il velluto nero orfano dei pezzi migliori. Procedette con ordine e metodo, controllando con la fredda logica il potentissimo desiderio di riempire i morbidi sacchi che Masashi le aveva calato dall'alto con tutto ciò che le capitava a tiro.

Nonostante tutto l'autocontrollo duramente coltivato, il petto le doleva al pensiero di mettere finalmente le mani sulla corona di Ardat Lili e di potersi specchiare nel rubino più grande e perfetto che esistesse. Un gioiello senza valore. Non riuscì a dominarsi e le sue mani frementi si fermarono in una breve pausa di ossequiosa riverenza, il tempo di dare agli occhi modo di bagnarsi nella luce rosso sangue del rubino grande come il pugno di un bambino.

Forza, si disse Kuniko e afferrata impunemente la pesante corona la ripose da sola in un sacco vellutato. Quattro minuti e quaranta secondi.

Il buio provocato dal virus che teneva in scacco il sistema informatico era ormai prossimo a svanire. Agganciò l'ultimo sacco ai cavi di Masashi e non perse tempo a osservarli risalire in fretta e sparire nell'ombra.

Resistendo alla fortissima tentazione di mettersi in tasca uno dei tanti gioielli privi di protezione per ancora pochi secondi, anche solo un diamantino, un anello o un orecchino, Kuniko corse decisa verso la porta da dove era entrata, la sua via di fuga garantita.

Chiusa.

Spinse più forte il maniglione antipanico. Nulla. La porta era bloccata, sulla sofisticata serratura galleggiava l'ologramma rosso del sistema di allarme, prematuramente tornato in servizio. Trentotto secondi rimasti.

Le balzò il cuore nel petto una, due, tre volte prima che i muscoli delle gambe si decidessero a scattare. Volò verso la porta adiacente.

Chiusa anche quella. Saltò con gli occhi di porta in porta lungo il perimetro dell'amplissimo locale: tutte le uscite di emergenza erano bloccate, l'ologramma rosso visibile a distanza. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo: il sistema di sicurezza era programmato per isolare la sala in caso di violazione delle teche. Chiunque avesse allungato la mano verso uno dei pezzi esposti avrebbe fatto scattare il blocco automatico di tutte le porte, anche le uscite di emergenza.

- Brava.

Kuniko sobbalzò. Non riusciva a vedere nessuno. Quella voce d'uomo che le giungeva dal nulla la gettò ancora più profondamente nel panico. Non devo cedere così ora, si disse. Il panico mi acceca la mente.

- Avevi ancora trentotto secondi. Ce l'avresti fatta.

L'uomo si palesò camminando tranquillamente al centro della sala. Non un poliziotto, né un agente di sicurezza privato. Li conosceva tutti per aver violato i loro database del personale e imparato a memoria le loro schede personali.

Camminava tranquillo tra i coni di luce dei faretti, come se nulla fosse. Una persona comune, vestita in modo sobrio e poco appariscente, il cranio leggermente oblungo e ben rasato, lineamenti insignificanti tranne che per un naso deciso e pronunciato.

- Peccato interrompere qui la tua azione. Sarei stato interessato a scoprire se davvero saresti tornata dal tuo complice Masashi Inoue. Ma temo che dovrò accontentarmi della tua parola.

Era lui, dunque. L'aveva colta di sorpresa, non erano quelli i patti. L'uomo continuava ad avvicinarsi e Kuniko, sentendosi le spalle al muro, non seppe far altro che mettersi in una posizione media di karate, buona sia per la difesa che per l'attacco. Gambe divaricate, ginocchia piegate e mani aperte all'altezza del torace.

- Mi sono permesso di migliorare un poco il tuo lavoro sul sistema di allarme e abbiamo poco meno di tre minuti... se vogliamo metterla su questo piano... – l'uomo si mise in una posizione alta di attesa e cominciò ad avanzare con più cautela - ...dovremo fare in fretta.

Kuniko non aveva bisogno di essere esortata. Accorciò decisa le distanze e attaccò.

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