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Luca Mannurita
1.

La giovane donna in bikini emerse dall'acqua mentre con le dita si toglieva i capelli corvini dalla fronte e li accomodava dietro le orecchie piccole e graziose. Raggiunto il più alto degli ampi gradini sagomati della piscina, si diresse con elegante calma verso il lettino libero che l'attendeva. Snella e flessuosa, si sdraiò nella luce intensa e gialla e, inforcati gli occhiali da sole, si accomodò per meglio godere dell'abbraccio dei caldi raggi e della splendida vista: un trionfo di ciliegi in fiore, il monte Fuji col suo cono imbiancato padrone del cielo terso e dell'acqua blu cobalto.

- È per stasera?

L'uomo sdraiato nel lettino adiacente annuì, il viso nascosto da un padd caricato con le notizie del giorno. Pareva l'antitesi della giovane: il fisico tozzo e muscoloso, la pelle scura e pelosa, era sintesi di potenza e sproporzione, di stolida brutalità ma anche di salda determinazione.

- Hai già controllato tutto?

Il padd passò a mani più affusolate e delicate: scomparse le pagine dei quotidiani sciorinò planimetrie e grafici, complessi schemi e tabelle fitte di dati.

- Bravo... - fu il piatto e atono commento della giovane. Passò in rassegna le informazioni con finto disinteresse ed espresse alcuni commenti molto tecnici e mirati. L'uomo le rispose con competenza e preparazione.

- Arriva qualcuno – di nuovo i notiziari fecero la loro bella figura sul padd con le immagini ad alta risoluzione e i roboanti ipertesti pronti da sfiorare con le dita. L'uomo accomodò meglio gli occhiali neri che gli coprivano il viso e finse di guardarsi intorno. Dal solarium emerse una figura alta e slanciata. Con la falcata permessa dalle gambe lunghissime, la donna raggiunse con pochi passi il bordo della piscina mentre al tempo stesso lanciava su un lettino vuoto l'accappatoio dell'albergo. Sistemato con volgarità il ridotto bikini bianco si tuffò nella parte più profonda della piscina, sfidando ogni divieto. Quando riemerse tra gli spruzzi sputando acqua dalla bocca li salutò chiassosamente con ampi gesti, invitandoli a tuffarsi anche loro.

- Quella cafona della Nakano – commentò la giovane, schifata e altezzosa. Non si era scomposta minimamente, limitandosi a ricambiare i saluti con un singolo cenno della mano. L'uomo al suo fianco non si era nemmeno mosso.

- Ce l'abbiamo in continuazione tra i piedi – si decise a commentare lui quando vide che con ampie bracciate l'indesiderata ospite puntava dritta verso di loro.

- Ci ha decisamente presi in simpatia – la giovane abbozzò un sorriso per mascherare il disappunto.

- Parlaci tu. Non la posso sopportare – rispose acido l'uomo.

- Solo perché è cinquanta centimetri più alta di te – stavolta il sorriso sulle labbra della giovane era sincero.

- Quaranta! - sbottò piccato l'uomo, mantenendo però bassa la voce.

- Quarantuno, per la precisione.

Non vi fu replica: la bionda e fracassona nuotatrice, tra spruzzi e schizzi era giunta a portata d'orecchio.

- Ciao gente! Come va?

- Non c'è male – rispose la giovane adagiata con grazia sul lettino.

- Un paio di bracciate?

- Per ora no, grazie.

- Io sento che potrei attraversare a nuoto l'oceano! - starnazzò l'ultima arrivata sollevandosi di scatto dall'acqua con la sola forza delle braccia muscolose. L'unica cosa che la giovane sul lettino aveva apprezzato di quella fastidiosa presenza non richiesta erano proprio le sue capacità atletiche. Nella palestra dell'albergo si era dimostrata un'ottima compagna di allenamento, forte e resistente alla fatica.

- Dev'essere il panorama che mi esalta! L'avete messo voi il monte Fuji?

- Certo.

- Lo sapevo! Vi amo! - strillò quella battendo rumorosamente le ruvide mani dalle nocche schiacciate. La situazione stava facendosi imbarazzante. Inoltre il bikini bianco era diventato semitrasparente e rivelava più di quanto consentiva la decenza. Evidentemente la Nakano non era interessata al regolamento dell'albergo che non solo sconsigliava caldamente l'uso dei succinti coprisesso tanto in voga al momento ma anche suggeriva a tutti gli ospiti un “abbigliamento adeguato” sia nel solarium che ai bordi della piscina. Per gli altri ospiti il solarium e la piscina non erano tanto interessanti al momento e nessun altro era presente a testimoniare quella ridicola e seccante esibizione.

Fortunatamente per i due sdraiati sui lettini la bionda e rozza ospite decise che l'acqua riscaldata dell'enorme piscina era troppo invitante per stare seduta sul bordo a chiacchierare.

- Quasi quasi ora metto le isole Figi. Per puro dispetto – sbottò l'uomo, ma non mosse un dito.

- Ha un fisico davvero invidiabile. Potrebbe esserci utile, se non fosse scema come un'oca.

- È troppo alta, non potrebbe mai affiancarti o sostituirti.

- Vero. Masashi, sento dell'invidia nella tua voce – commentò la giovane rimanendo impassibile.

- Non è vero. Quella spilungona mi infastidisce e basta: è troppo maleducata e cafona. Mi domando a cosa pensassero i suoi genitori quando l'hanno chiamata Hoshi. Un nome immeritato. E a cosa pensavi tu quando le hai dato retta la prima volta. Ci si è appiccicata addosso e non ci ha più mollati. Avresti dovuto...

- Sì, appiccicosa è la parola giusta – convenne lei interrompendolo. Masashi era incline a perdere la pazienza e quando succedeva diventava noioso. O violento.

- È un tormento! - anche in questa occasione l'uomo esclamò mantenendo bassa la voce.

- Sopportala fino a stasera. Poi...

La giovane si girò su un fianco volgendo un sorriso malizioso verso l'uomo. Tese una mano accarezzandogli il petto peloso e muscoloso. Lui le prese dolcemente la mano e le posò un lieve bacio sul braccio candido.


Novella Fois
Le riflessioni di un Omino di marzapane alle prese col suo primo Natale.


Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.



Il primo Natale non si scorda mai
 
            


Omino di panpepato guardò estasiato sotto di sé: quella marea di pacchetti rossi e gialli e verdi, con tutti quei fiocchi e nastri, erano una visione da mozzare il fiato. 
E in quel preciso istante dimenticò i disagi, il fatto che gli aghi appuntiti dell’albero gli facessero il solletico ad ogni movimento o che avesse una lucina piantata proprio vicino ad un occhio. Gli aveva provocato una o due convulsioni nei giorni scorsi. 
Omino sospirò di contentezza, ne era valsa la pena, senza dubbio. Quando gli avevano comunicato che quell’anno sarebbe partito con i fratelli alla conquista dell’Albero quasi era stato troppo incredulo per gioire veramente. Ricordò il dolore lancinante quando gli avevano forato il capo per applicargli il nastrino rosso, a volte ancora gli faceva male la testa. Ma poi l’emozione di essere appeso aveva sommerso tutto: era così che doveva essere, glielo avevano raccontato e lui non ci aveva creduto, ma ora era lì col sorriso di glassa un po’ sbilenco stampato sul volto, felice e fiero. 
Era talmente concentrato sulla propria gioia orgogliosa che non si rese conto della mano che lo divelse dalla sua posizione. Ebbe solo il tempo d’intravedere un’ombra su di sé mentre una bocca enorme gli staccava la testa in un tripudio di briciole e glassa rossa. 

- Hey Gladys, hai visto? Se n’è appena andato il primo.

Esclamò una pallina dorata rivolta alla sua compagna panciuta:

- Stupidi novellini, non imparano mai che conviene stare nascosti!

Luca Mannurita

- Pensi di farcela?

Lui non spostò lo sguardo. Concentrato sul sollevamento del pesante manubrio, sulla respirazione, sui segnali provenienti dai muscoli affaticati e induriti dallo sforzo, storse la bocca per la fatica, sbuffò ma non disse nulla. Un ticchettio segnalava ogni sollevamento, un clic alla volta per contare le flessioni.

Gli voltò le spalle. Fece qualche passo nel monolocale, metà palestra e metà armeria, senza dare l'idea di interessarsi davvero a qualcosa. Il suo sguardo sorvolò i pesi, la corda per saltare avvolta ordinatamente su se stessa, fermandosi sulla valigia metallica lasciata aperta. All'interno si vedeva chiaramente un fucile di precisione smontato, un paio di pistole e diverse scatole di munizioni.

- Le gemelle sono piuttosto arrabbiate. Non sopporterebbero un fallimento.

Ora era esattamente dietro di lui. Poteva vedere i muscoli della schiena che si muovevano ogni volta che il manubrio veniva alzato dalle cosce al petto, e poi accompagnato di nuovo in basso. Osservò la nuca rasata, il sudore che scorreva giù dal collo, lungo la spina dorsale e poi dentro la maglietta senza maniche che si era appiccicata alla pelle. Il manubrio si abbassò e si fermò, il contatore incorporato cessò di ticchettare. Lui appoggiò il peso sui ganci della rastrelliera che ne conteneva degli altri.

- Il poliziotto non ha fermato il killer? - chiese lui con una voce delicata, quasi inadatta al suo corpo forte e muscoloso. Delicata, ma fredda.

- Sì... ma è stato un caso. Le gemelle non sono convinte che abbia fatto tutto da solo. Ma questa è un'altra storia.

La frase rimase in sospeso, come se non fosse completa. Le parole erano bloccate lì, tra loro.

- C'è un “ma”, vero? - stava scegliendo un altro bilanciere per continuare l'allenamento, apparentemente calmo.

- Sembra certo che l'abbiano già sostituito.

- Nulla di strano... – commentò lui impugnando due pesi più piccoli e cominciando un nuovo esercizio sempre tenendo lo sguardo fisso sulla parete davanti a sé. Il ticchettio riprese, più rapido.

- Se quello che hai detto è vero, è del tutto normale – aggiunse, misurando il fiato per non affannarsi durante l'esercizio.

- Pare che si tratti di Nico.

Si interruppe di colpo e le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi.

- Nico? Sei sicura? - si voltò a guardarla, quasi di scatto. Quando lei se ne accorse interruppe i suoi tentativi di sollevare un disco di metallo dal peso di venti chili standard, posato in terra in un angolo. Sollevò il viso per affrontarlo, gli occhi negli occhi.

- No. Nessuno l'ha mai visto in faccia, quindi non ne sono sicura. Ma pare che sia qui.

- Credevo che lavorasse su Icaro.

- Anch'io lo credevo. Ma evidentemente è stato ingaggiato dalla concorrenza.

- Duecentomila – disse lui tornando a fissare la parete opposta e ricominciando l'esercizio di sollevamento dei pesi, ancora stretti nelle mani.

- Cosa? È troppo! – gli fece notare lei con astio nella voce.

- Quando mi hai chiamato la prima volta non mi hai detto che si trattava di Nico – rispose facendo le opportune pause per la respirazione richiesta dall'esercizio. I clic si susseguivano sempre più rapidi, sottolineando ogni respiro dell'uomo.

- Le gemelle non saranno contente.

- Non è un mio problema.

- Hai dato la tua parola – insisté lei, avvicinandosi alla schiena. Ora i movimenti erano molto veloci e i muscoli lucidi delle braccia esprimevano potenza guizzando a ritmo elevato.

- Senti, piccina – i pesi caddero a terra con un doppio tonfo fortissimo e lui la fissò dall'alto dei suoi duecentootto centimetri d'altezza – un contratto su Nico non è uno scherzo. Nessuno lo ha mai visto in faccia, tranne forse i cadaveri che si lascia dietro. Mai una traccia, un'impronta, un solo indizio. Nemmeno una email. Quando credi di averlo in pugno, scopri che non è dove pensavi che fosse. Un contratto su Nico è molto pericoloso. Quindi è anche l'ultimo, chiaro? Duecentomila, non si discute.

- Solo a lavoro finito.

- Non potrà essere che così.

- Ti faccio sapere – disse lei avviandosi verso la porta. Non ottenne risposta.


Diede un colpo al pulsante di chiamata dell'ascensore e frugò nelle profonde tasche dei suoi trasandati vestiti da nichilista, l'unico segno evidente dei suoi turbolenti trascorsi giovanili. Gli altri infatti li aveva sotto gli abiti, nella carne. Estrasse un costoso comunicatore cellulare e, certa di essere fuori della portata di orecchie altrui, con pochi tocchi sui pulsanti a sfioramento avviò una chiamata.

- Hai fatto presto – le rispose una voce acuta ma maschile – vuol dire che c'è qualche problema?

- Ne vuole duecentomila.

Il silenzio prolungato del suo interlocutore non lasciava presagire nulla di buono.

- Ma è impazzito? Con quella cifra ne assoldiamo un plotone come lui... magari anche meglio!

- Senti, questo è il primo che non si squaglia a sentir nominare Nico. Proviamo. Se le cose vanno come penso io, non li spenderemo mai quei duecentomila.

- Sì... potresti avere ragione. Pedersen è una montagna di muscoli, ma sta dimostrando di avere un cervello. Mettiamolo alla prova. Vuole un anticipo?

- No, non vuole nulla prima di aver finito il lavoro.

- Oh, un professionista dotato di etica... va bene. Gli mando quello che abbiamo.

- Dammi il prossimo nome – disse Yoko mentre le porte dell'ascensore le si aprivano davanti. Freddi sguardi di disapprovazione l'accolsero, ma non ci fece nemmeno caso. Ci era abituata. Si aggrappò a un sostegno verticale e continuò la conversazione.

- Più tardi. Ora per favore passa da Callahan e digli di non fare nulla di avventato... lo tiriamo fuori noi. Digli di collaborare con l'avvocato che gli manderemo presto e di non fare cazzate. Le gemelle lo vogliono ringraziare per aver ingabbiato l'assassino delle nostre ragazze.

- Era solo un pezzo di merda... ne vale la pena sbattersi? - chiese Yoko. Nessuno dei passeggeri si stupì per il vocabolario della piccola nichilista stracciona dai lunghi capelli neri, ma tutti fissavano invidiosi il comunicatore che lei teneva accostato all'orecchio.

- Tientelo per te... sta succedendo qualcosa al distretto di polizia. Temiamo che i nostri... concorrenti siano passati all'offensiva su larga scala e che alcuni poliziotti siano passati dalla loro. Certo non Callahan. Ma sai... lui è uno che canta abbastanza facilmente... potrebbe svelarci informazioni utili.

- Sì, so anche chi è bravissima a fargli abbassare subito i pantaloni. Ma è sparita... - Yoko cercò di abbassare la voce, ma era difficile non farsi sentire. L'apparecchio trasmetteva solo segnali pesantemente crittografati, ma i presenti nell'ascensore potevano udire chiaramente quanto lei diceva. Non che la cosa fosse molto importante, per lei. Non temeva nulla: né la polizia, né “la concorrenza”. Godeva della piena protezione delle gemelle e tutti sapevano bene che toccare lei equivaleva a far scoppiare una rivoluzione. Una di quelle molto sanguinose.

- Sono stato informato... seccante, direi. Lilly è una bella leva per manovrare Callahan. Se è in giro la troveremo. Ora devo chiudere, Yoko... non è bene che queste conversazioni siano troppo lunghe.

- Ci vediamo – concluse lei e interruppe la comunicazione.


Pedersen stava controllando l'attrezzatura quando lo schermo del terminale si accese. L'aveva programmato per segnalare prontamente la ricezione di messaggi di qualsiasi genere. Controllò subito e infatti trovò un messaggio anonimo piuttosto ingombrante. Conteneva un piccolo file di testo con alcune indicazioni e diverse foto. Lesse le poche righe: un indirizzo del terzo settore, un quartiere malfamato. Nessun problema. Confermati i duecentomila. Visualizzò le foto e strinse i denti fino a farli scricchiolare. I muscoli della mascella e del collo si tesero fino ad apparire evidenti. Le foto, scattate di nascosto in un locale pubblico e per strada, mostravano due persone: un uomo alto e robusto in compagnia di una ragazza rossa di capelli. Guardò l'uomo: muscoli allenati ma non gonfi di anabolizzanti, viso anonimo e normale, vestito comunemente, capelli cortissimi.

- Nico – disse a se stesso guardando quel viso e imprimendoselo nella memoria artificiale, una protesi cibernetica fatta apposta per permettergli di memorizzare volti, luoghi, dettagli utili alla caccia.

Tornò a controllare meticolosamente ogni componente delle armi, poiché sapeva che tutto avrebbe dovuto funzionare, subito. Contro Nico non avrebbe avuto una seconda possibilità.


Era il secondo giorno di caccia. Se non avesse trovato traccia di Nico avrebbe dovuto abbandonare: il suo impianto cibernetico gli aveva già segnalato due volte facce già viste. Farsi notare non era certo il modo migliore per sperare di avvicinarsi con successo alla vittima. Se avesse avuto ancora due o tre segnalazioni dall'innesto cerebrale avrebbe fatto meglio a tagliare la corda, senza perdere altro tempo.

Camminare senza una meta in quella zona del terzo settore non era molto indicato per la salute: in un giorno e mezzo aveva assistito a due rapine a mano armata e udito gli echi di uno scontro a fuoco. La polizia interveniva sempre in forze da quelle parti arrestando chiunque capitasse a tiro. Aveva quindi badato a stare lontano il più possibile da sirene e lampeggianti di tutti i tipi. Quella mattina non era successo ancora nulla: aveva gironzolato tra gli stim di un paio di locali irregolari facendo bene attenzione a non farsi notare e a non avvicinarsi agli spacciatori di gialla. Erano solo bulli di quartiere circondati da feccia attaccabrighe, ma spalleggiati da qualche organizzazione malavitosa piuttosto potente. Le capsule di gialla infatti passavano di mano in mano nemmeno tanto discretamente.

Stanco di perdere tempo, decise di provare all'indirizzo che gli era stato indicato. Andò a piedi, memorizzando facce in continuazione, guardandosi in giro, calcolando mentalmente i possibili percorsi per allontanarsi in fretta facendo perdere le sue tracce.

Infine lo vide. Il suo impianto cibernetico segnalò immediatamente una sagoma di tre quarti. Era lui, non c'era alcun dubbio. Camminava da solo, dall'altra parte della strada. Lo seguì da lontano per qualche minuto solo per accertarsi che si stesse dirigendo dove avesse la stanza. Era molto probabile che avesse anche lui qualche microchip nel cervello per difendersi dai pedinamenti, quindi non era il caso di tentare la sorte. La notte precedente con un attacco informatico aveva ottenuto la pianta dell'edificio, quindi si diresse immediatamente all'entrata di servizio precedentemente forzata. Si era dato la pena di disattivare i sensori contro le intrusioni, ma aprendola si rese conto che il sensore di quella porta in particolare era stato rotto molto tempo prima.

Non sapeva a che piano aveva la stanza ma poteva ricavare l'informazione spremendo il guardiano all'ingresso. Se ci fosse stato: la postazione era deserta, sporca e ingombra di rifiuti al punto da lasciar pensare che fosse del tutto abbandonata. Di nuovo strinse i denti facendoli scricchiolare: doveva arrendersi. Ma prima voleva giocare l'ultima carta. C'era un solo ascensore funzionante e lo chiamò. Inforcati gli occhiali tecnici, li regolò per esaltare le tracce termiche. Quando la porta si aprì studiò il pannello dei pulsanti per cercare di capire quali fossero stati toccati di recente. Una speranza vana: il software degli occhiali colorava tutta la pulsantiera con la stessa tonalità di blu.

- Aspetti, aspetti!

Fermò la chiusura delle porte appena in tempo. La rossa della foto. Un colpo di fortuna insperato. Lei fece in fretta a digitare il numero del piano, ma lui aveva ancora gli occhiali attivi e fece in tempo a vedere il numero grazie alla debolissima traccia termica. Lei tenne gli occhi bassi per tutto il tragitto: aveva braccia sottili, il ventre un po' sporgente, il viso chiazzato da lentiggini. Era sgraziata, brutta e vestita male, ma il rosso chiaro dei capelli spettinati era autentico. La sovrastava in altezza e lei se ne stava curva appoggiata con le spalle alla parete della cabina tenendo la schiena storta per chissà quale motivo, sembrando ancora più bassa e minuta. Uscì in fretta dall'ascensore, senza salutare, quasi in fuga. Pedersen salì di altri due piani, poi attraversò tutto il corridoio fino alle scale di servizio. Ridiscese i due piani, scavalcando un tossicomane immobile. Aveva scelto i gradini per inalarsi qualche cosa che lo aveva messo fuori combattimento. Fu tentato di regalargli il sonno eterno, ma quando si rese conto che era perso dentro i suoi sogni chimici, lasciò perdere.

Grazie alla pianta dell'edificio memorizzata nel cervello cibernetico, trovò una stanza dalla quale si potesse vedere la finestra della sua vittima. Scassinò la serratura elettronica dell'appartamento e vi entrò con l'arma spianata. Non c'era nessuno, esattamente come gli occhiali tecnici avevano evidenziato prima. Spostò una sedia vicino alla finestra e regolò le lenti elettroniche per superare la polarizzazione delle finestre: essa impediva a chi stava di là dal crilex di poter sbirciare dentro. Infatti le tende, un lusso impossibile per la maggior parte delle finestre del terzo settore, mancavano all'appello. Dopo qualche minuto passato a regolare gli occhiali finalmente riuscì a combinare la funzione termoscopica a quella ottica e poté vedere delle ombre muoversi nell'appartamento. Nico era ben distinguibile: la sagoma alta e massiccia non poteva che essere lui. Se avesse portato anche un microfono laser avrebbe potuto comodamente ascoltare i loro discorsi, ma non era indispensabile. Doveva solo aspettare. Nel misero appartamento occupato all'insaputa del proprietario non c'era nulla, e non aveva voglia di violare la protezione del terminale solo per giocare un po'. Si concentrò esclusivamente su quelle sagome opache, che si muovevano dentro la lontana cornice di quella finestra. Le seguì minuto per minuto, osservandole scomparire e riapparire. Poi vide la luce spegnersi e la traccia termica dei due corpi farsi leggermente più evidente. Era quasi il momento di agire. Controllò la sua arma automatica, una SMG di modeste dimensioni ma capace di svuotare il suo caricatore da quaranta colpi in poco più di due secondi. L'arma era perfetta, oliata e collaudata. Era la sua mano che tremava leggermente.


Quando si riaccese la luce i due amanti giacevano ancora ansimanti, lucidi di sudore e soddisfatti.

- Hey, non sei così male... - disse lei sorridendo, i corti capelli rossi come fiamme sul cuscino bianco.

- Come sarebbe “non sei così male”? - ribatté lui rotolandole sopra con tutta la sua mole e inchiodandola al letto tenendola bloccata con le mani sulle spalle. Lei trattenne il fiato poiché si attendeva qualcosa, ma non smise di sorridere sotto le lentiggini che le coprivano il viso. Lui era sul punto di dire qualcosa ma si interruppe al suono della serratura che scattava.

Un istante dopo la porta si spalancò di colpo e una massiccia figura ne ingombrò totalmente lo specchio. Impugnava un'arma dalla quale partirono due raffiche controllate di tre colpi: raggiunsero l'uomo alla schiena e al torace, uccidendolo sul colpo. Poi l'aggressore cadde all'indietro, anche lui privo di vita. La ragazza dai capelli rossi si mise in piedi sul letto scivolando fuori dal lenzuolo bucato e già macchiato di sangue, senza curarsi della propria nudità. In mano teneva una piccola arma da fuoco con silenziatore. La puntò verso l'aggressore e fece fuoco altre tre volte, centrando il cadavere al petto e alla testa, sfigurandolo.

- Stronzo – disse con un'espressione glaciale sul viso.

Scesa dal letto si avvicinò al cadavere del compagno, caduto scomposto sul pavimento dove già si allargava una pozza di sangue scuro. Con un piede lo fece rotolare sulla schiena per potergli mettere in mano l'arma ancora calda. Poi si infilò tranquilla dentro la doccia e fece scendere l'acqua bollente.


Archie credeva di avere davanti il periodo più bello della sua vita. Lo aveva confidato agli amici, badando bene a non svelare il suo segreto. Due giorni prima era arrivato l'accredito per le foto che aveva fatto. Un mare di soldi se confrontati ai miseri guadagni fatti vendendo software per stim craccato e violando le protezioni dei server di pornografia a pagamento. Grazie a una soffiata era riuscito a individuare il famigerato killer Nico. Era sceso da uno shuttle di linea e lui lo aveva aspettato pazientemente, nascosto all'uscita del cancello di sbarco. Fortunatamente con quel volo erano arrivate solo ottantadue persone. Di nascosto li aveva fotografati tutti: una montagna di foto da cui aveva selezionato pazientemente una decina di persone. Non era un esperto di grafica ma tempo addietro un suo amico, che si era vantato di aver violato i sistemi della polizia, gli aveva fornito come prova un software in grado di rintracciare la gente in base al volto. Aveva identificato otto di quelle persone e dopo brevi indagini tramite la Rete, aveva scoperto che nessuno di loro poteva essere Nico. Ne erano rimasti solo due: un uomo e una ragazza dai capelli rossi immortalati quasi per caso al bar dello spazioporto. Non poteva che essere lui: ogni ricerca sul suo conto non dava alcun esito. Non risultava nemmeno il biglietto del volo da cui l'aveva visto scendere. Aveva contattato nuovamente quel suo amico pirata e, dopo un po' di insistenza ma senza svelare il vero motivo del suo interesse, si era fatto dare un ferocissimo spider della polizia, tecnologia molto recente. Lo spider era ritornato dalla Rete, dopo due giorni e mezzo di ricerche, a mani vuote.

Aveva immediatamente messo al corrente le gemelle nella speranza di far loro cosa gradita. Lavorava per loro di tanto in tanto, stando ben attento a non dar loro un motivo per schiacciarlo impietosamente come avrebbero potuto fare in qualsiasi momento. La cosa sembrava averle interessate poco al momento e non si era fatto illusioni. Ma poi erano arrivati i soldi. Tanti soldi.

Infine, cosa niente affatto di secondaria importanza per Archie, finalmente la ragazza con cui chattava da un mese aveva accettato di vederlo e gli aveva dato un appuntamento. Finì di sistemarsi davanti allo specchio: ci teneva a fare una buona impressione. Sapeva di non essere un granché: Helen avrebbe dovuto adeguarsi. Lei lo aveva lusingato a lungo e aveva lasciato intendere d'essere affascinata dalla persona e che, avendolo conosciuto attraverso una chat di solo testo, non poteva avere pregiudizi su di lui. Archie non chiedeva di meglio e, stabilito di essere pronto con un'ultima occhiata alla dubbiosa immagine di se stesso, uscì diretto al locale dell'appuntamento.

Alla seconda birra bevuta per ingannare l'attesa cominciò a dare segni di impazienza. Tamburellava nervosamente sul tavolo e si guardava intorno, ansioso. Spuntate all'improvviso alle sue spalle, due mani piccole e fresche gli si posarono sugli occhi quasi spaventandolo.

- Ciao Archie! Indovina chi sono... - disse una dolce voce femminile. Ci fu il lieve pizzicore di una scarica elettrostatica che lo raggiunse sotto l'orecchio.

Sorridendo estasiato Archie esclamò il nome di lei a voce troppo alta e, avuti liberi gli occhi, si voltò per guardarla.

- Helen, mi hai quasi fatto morire di pau...

Gli occhi di Archie saltarono immediatamente dagli abiti sintetici di lei ai suoi luminosi occhi verdi e poi alle lentiggini e ai corti capelli di un rosso vivo, naturale. Il sorriso gli si spense sul nascere e il colore gli defluì dal volto. La ragazza della foto.

Brancolò con le braccia per cercare un appiglio mentre le gambe lo spingevano giù dalla sedia in un disperato tentativo di fuga. Il boccale cadde senza infrangersi e quella poca birra rimasta si versò sul pavimento. Archie toccò terra dolorosamente col fondoschiena ma si rialzò subito tenendosi una mano sul collo dove aveva sentito il pizzicore della scarica elettrostatica. Faceva male. Si precipitò fuori dal locale con movimenti scoordinati e scomposti. Inciampò, cadde ancora e si rialzò barcollando paurosamente. Tentò di articolare un grido di aiuto ma i presenti udirono solo suoni strozzati. Quando la vettura lo investì uccidendolo sul colpo, Archie stava ancora cercando di fuggire, ma nessuno seppe dire alla polizia cosa lo avesse indotto ad attraversare la strada all'improvviso. Nessuno dei testimoni si rammentò di aver visto la ragazza coi capelli rossi parlare con la vittima e i poliziotti, rilevato dell'alcol nel sangue di Archie, archiviarono l'accaduto come incidente.

Novella Fois

Una Dama. Una guerra. Il suo nemico e un destino da compiere.



Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.


Immobile accanto alla finestra guardava quello che una volta era stato il suo regno. Dove un tempo si estendevano a perdita d’occhio campi verdi e gialli, ora si allargava una distesa di brulla terra rivoltata. L’aria era offuscata dal fumo dei centinaia d’incendi serviti a cancellare i numerosi, piccoli villaggi che punteggiavano le sue terre. 

La Dama osservava con sguardo corrucciato, strinse le labbra, livide contro la pelle esangue del viso. I capelli corvini scendevano in onde scomposte sulla veste bianca, ormai lisa. Chiuse gli occhi appoggiandosi alla fredda pietra. Si chiese quanto ancora il suo orgoglio e la sua stoltezza avrebbero potuto sostenerla in quella folle guerra. 

Erano in stallo da tanto tempo, due paesi un tempo ricchi potevano vantare, ora, solo popolazione affamata, torri diroccate ed eserciti cenciosi che continuavano a scontrarsi l’uno contro l’altro con una insensatezza pari solo a quella dei propri governanti. Con stizza allontanò quei pensieri. Aveva sfidato il Negromante, con tutto il coraggio della disperazione. Non avrebbero avuto mai né pace né integrità se non avesse annientato la sua brama che di giorno in giorno cresceva più impaziente e brutale che mai. 

Un rumore di passi la indusse a riaprire gli occhi. 

- Mia Signora… 

La Dama si voltò, un uomo l’aveva raggiunta: sporco e lacero, sembrava esausto. La donna provò un moto di tenerezza verso il suo valoroso Capitano. Un lieve sorriso le increspò le labbra. Non portava buone notizie. 

 - La Torre Bianca è caduta. Non rimane che una squadra di cavalieri e pochi fanti. 

L’uomo aveva abbassato gli occhi, tutto in lui parlava di sconfitta. La Dama si avvicinò di un passo. 

- Così…è arrivato il mio momento. 

Il Capitano rialzò il viso, c’erano rammarico e paura nei suoi occhi scuri. Le prese le mani tra le sue. La donna gli sorrise dolcemente, il suo viso sembrava risplendere di una luce soffusa. 

- Sono le regole del gioco, è il mio destino. Non posso rimanere nascosta qui, quando è mio dovere fare la mia parte. 

Era questo ciò a cui tutto si riduceva, alla fine. Un ultimo inesorabile cimento, lo scontro finale tra la Bianca Regina e il Negromante. Il Capitano comprese, l’aveva sempre saputo e aveva fatto di tutto per evitarle quella sorte. Attirò la sua dama contro il petto tenendola stretta per un tempo che sembrò indefinito.

Più tardi, dopo aver elaborato un estremo, disperato piano di battaglia, dopo che il Capitano si era accomiatato con un ultimo bacio, la Dama si era fermata accanto al talamo. 

Tirò la cortina di mussola finissima e guardò con tenerezza il suo Re. Dormiva, i riccioli chiari, quasi bianchi, erano sparsi disordinati sul cuscino, le ciglia tremolavano impercettibilmente. Stava sognando. Mugolò. 

La donna lo prese in braccio, lo strinse al cuore. Il suo Re, il suo bambino, l’avrebbe difeso a costo della morte. 

Pensò con cautela le parole magiche che avrebbe scagliato contro il Negromante, per far finire tutta quella follia. Le salirono alle labbra con un singulto. 

- Shamat. - mormorò piano.
Novella Fois

Una scienziata e il suo esperimento...




Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.
 


Linda guardò stanca il grande orologio appeso al muro del laboratorio: le sette meno un quarto. Sospirò infelice. Si massaggiò la nuca dolorante ed osservò al di là del vetro l’oggetto dei suoi studi. Invece di eseguire l’esercizio che le era stato assegnato si era distratta di nuovo e Linda imprecò dentro di sé, poi la incitò a bassa voce certa che non potesse sentirla nella sua stanza: 


- Coraggio, Matilda: un piccolo sforzo e ce ne possiamo andare tutti a casa!


Guardò gli appunti: la piccola era andata bene fino a quel momento, per la sua età era ben sviluppata e con buone capacità cognitive, ma tendeva a distrarsi, non finiva gli esercizi e per questo era un po’ indietro rispetto agli altri. Linda aveva scelto di studiare Matilda perché, nonostante tutto, le era sembrata sveglia ed estroversa e quando riusciva a rimanere concentrata era capace di trovare delle soluzioni brillanti ai problemi che le mettevano di fronte. 

Per questo la ricercatrice aveva tanto a cuore quel progetto e in quel momento si trovava in laboratorio invece che a casa con la sua bambina. Dall'altra parte del vetro Matilda aveva ripreso ad interessarsi alla scatola, la studiava, la smuoveva: sapeva che dentro c’era un premio e che per prenderlo avrebbe dovuto aprirla, ma non sapeva come fare. Urlò la sua frustrazione e corse da una parte all'altra della stanza mulinando gli arti superiori. 

Linda osservava e intanto pensava a Bea, la sua bambina, che aveva la stessa età di Matilda:due anni e mezzo. Entrambe sapevano camminare, pulirsi (Bea aveva ancora qualche problema col vasino) e mangiare da sole. Ma a differenza di sua figlia Matilda non avrebbe mai imparato a parlare o a vestirsi ed era per questo che c’era lei dietro al vetro e non sua figlia! Linda sorrise, sapeva che se ci fosse stata Bea là dentro avrebbe rinunciato molto prima e si sarebbe accovacciata in un angolo a piagnucolare, invece Matilda era testarda, ostinata. Poteva intravedere il premio dentro alla scatola e aveva deciso che lo voleva ed erano ore che lavorava su come poter raggiungere il suo scopo. 

La ricercatrice era fiera di lei e nello stesso modo ostinato restava a guardare i suoi sforzi nonostante fosse stanca e desiderasse andare a casa: perché la piccola meritava tutta la sua attenzione. 

In quel momento Matilda lanciò un altro urlo e scagliò la scatola contro il muro, Linda ebbe un moto di disappunto: non era la soluzione originale che si era aspettata e sapeva che per quanto Matilda continuasse a lanciare la scatola, questa non si sarebbe aperta a suo beneficio. Doveva pensare a qualcos'altro. Matilda sembrava infuriata, urlava, correva, tornava alla scatola e di nuovo la lanciava. Linda sapeva che quel momento di frustrazione le sarebbe passato presto, che non aveva altro modo per sfogare l’insoddisfazione che stava provando. Dopo altri strilli finalmente Matilda si calmò, si accovacciò accanto alla scatola un po’ ammaccata e cominciò ad osservarla attentamente. 

Linda si sporse in avanti, negli occhi di Matilda colse un barlume di consapevolezza, poteva quasi sentire gli ingranaggi del suo cervello girare e girare fino ad incastrarsi perfettamente l’un con l’altro nel trovare la soluzione del problema. Con dita goffe Matilda stava muovendo il coperchio della scatola: aveva già provato a sollevarlo senza riuscirvi, ma provò di nuovo. Il coperchio non si mosse, lo spinse verso il basso e la scatola scricchiolò. Matilda lasciò la presa e si grattò il capo, mugolando. Poi provò a tirare verso di sé il coperchio, ma quello di nuovo rimase al suo posto e allora tentò a spingerlo: un altro scricchiolio. 

Linda la osservava attentissima: sapeva che la soluzione era tutt'altro che facile, i movimenti da compiere per aprire il contenitore erano complessi e nessuno degli altri soggetti studiati era ancora riuscito a risolvere il problema. Matilda emise un verso di frustrazione e aggirò la scatola, poi vi si sedette di nuovo accanto, con lentezza spinse verso il basso il coperchio e poi lo tirò verso di sé: con un clic la scatola si aprì. 

Linda sorrise e fece un gesto di vittoria, era un risultato eccellente! Sapeva che Matilda ci sarebbe riuscita, si sentì gonfia di orgoglio ed entusiasmo: era valsa la pena aspettare tutto quel tempo. Finalmente Matilda aveva il suo premio, con entusiasmo roteò per la stanza ed allargò le labbra a mostrare i grossi denti con un verso di soddisfazione. 

Poi il piccolo scimpanzé si accovacciò in un angolo e cominciò a mangiare la sua banana.

Novella Fois Ott 25 '13 · Tags: racconto, generale
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