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Luca Mannurita

6.


La consapevolezza della sconfitta inevitabile l'aveva raggiunta subito. Si era addestrata alle arti marziali abbastanza a lungo da capire quando un avversario era oltre la sua portata e quell'uomo apparentemente del tutto anonimo e insignificante doveva essere due o tre dan oltre il suo sensei. Praticamente intoccabile.

Era esattamente così che doveva andare. Ci mise tutto il suo impegno, superò se stessa in più di un'occasione ma non fu abbastanza. Molto sportivamente il suo avversario le aveva dato occasioni per farsi valere, per poi sbatterle la porta in faccia a causa della sua insufficienza. Non era al suo livello e non lo sarebbe stata senza dedicare la sua intera vita al karate, probabilmente.

Un colpo al torace le tolse il fiato e un istante dopo fu atterrata sul duro pavimento di sfavillanti diamanti. Il colpo finale giunse prevedibile in pieno viso. Non ve n'era alcuna necessità ma era richiesto per una perfetta esecuzione dell'attacco.

- Direi che può bastare – disse inchinandosi con grazia a lei che non riusciva nemmeno a pensare di rialzarsi, e la lasciò lì a boccheggiare supina.

- Dal momento che sei stata ai patti... – sentì la voce allontanarsi sempre più. Evidentemente il tempo a disposizione era davvero agli sgoccioli e, per un motivo che lei non era ancora riuscita a figurarsi, il signor Valdemort o chiunque fosse davvero quell'uomo non aveva alcun interesse a incassare gli onori per aver sventato il clamoroso furto. Nemmeno ci teneva a farsi immortalare dalle telecamere di sorveglianza, che stavano per riprendere a funzionare.

- ...farò altrettanto, stanne certa. Avrai presto notizie.

Le aveva promesso l'attenzione di agguerrite IA legali che la difendessero per alleviarle la pena alla luce della collaborazione che aveva fornito.

Inutile collaborazione, si disse mentre si girava faticosamente su un fianco alla ricerca di una tregua dal dolore. Non aveva ancora forza abbastanza nemmeno per mettersi seduta. Per tutto il tempo della sua faticosa collaborazione con lo sconosciuto, che aveva creduto un agente speciale di polizia o di un'agenzia di sbirri privati, aveva avuto la sensazione che la rete in cui si era lasciata cadere fosse già pronta. E che se non vi si fosse lanciata lei, le sarebbe stata scagliata addosso, inevitabile.


Nadia si avvicinò all'avversario abbattuto e lo scalciò violentemente con gli anfibi colpendolo ai reni. Quello non si mosse, tramortito dall'ultimo stupefacente pugno ricevuto in pieno viso. La donna bionda si teneva la mano con cui aveva colpito: nonostante i mezzi guanti protettivi era stato doloroso anche per lei centrare in pieno il grugno dell'uomo tutte quelle volte.

- Tutto muscoli e coglioni... che noia! - si lamentò a voce alta.

- Sono pochi gli avversari alla tua altezza, ormai.

L'uomo dal cranio calvo si staccò dal fondo della scena e diventò palesemente visibile solo in quel momento. Passare inosservato era la sua specialità.

- Se è una battuta non fa ridere – cantilenò lei. Lo superava di molto con i suoi duecentodue centimetri di statura.

- ...e la voglia di menare le mani non mi è affatto passata – aggiunse.

L'uomo guardò l'orologio da polso. Non c'era più tempo.

- Meglio che non ci trovino qui. Hai la moto, immagino.

- Qua dietro – rispose lei accennando la direzione con un piccolo scatto della testa.

- Io tornerò col treno, è più comodo.

- Il solito snob. Questo lo lasciamo qui? - di nuovo Nadia colpì con la punta dell'anfibio il corpo supino di Masashi, ancora privo di sensi. Una lieve carezza a confronto col trattamento che gli aveva riservato fino a quel momento.

- Dove vuoi che vada? Gli hai fracassato la faccia. Sessanta secondi al massimo e poi lo trovano.

I due si incamminarono placidamente, fianco a fianco. Lui sobrio e misurato nei gesti come nel vestire, una persona qualunque in mezzo a milioni di persone qualunque. Lei altissima e atletica, fasciata nella tuta da moto aderente. Una coppia che non sarebbe sfuggita a nessuna telecamera, se ve ne fossero state di attive in quel momento tra quelle rivolte verso di loro.

- E a te com'è andata con la dolce gattina? Ti ha graffiato? O ti sei fatto graffiare? - lo stuzzicò Nadia, pettegola.

- Tutto come previsto – fu l'atona risposta.

- Assì? Tutto qui?

- Sei gelosa?

- Certo!

- Calmati... la tua gelosia è del tutto fuori luogo...

I due svoltarono l'angolo e la loro conversazione si spense alle orecchie della telecamera di sorveglianza del parcheggio, il cui occhio elettrico si apriva in quel momento sulla scena che aveva per protagonisti ormai solo un corpo steso a terra vicino ai vellutati sacchi neri della refurtiva.

Luca Mannurita

5.


Era andato tutto liscio anche quella volta. Era toccata a lui la parte più faticosa, ma dei due era quello più forte quindi era piuttosto normale. Era stato quasi facile penetrare dall'esterno usando la forza: il classico cavo sparato dal palazzo adiacente che aveva misure di sicurezza molto meno strette di quello da attaccare. Kuniko non era una che lasciava qualcosa al caso: aveva individuato la finestra di una stanza deserta le cui pareti presentavano i parametri migliori in fatto di compattezza e resistenza. Senza trascurare l'importanza di una scarsa densità di ospiti dell'albergo, ovviamente da lei stessa provocata con il consueto attacco informatico. Il dardo sparato attraverso il pannello polarizzato non solo aveva attraversato senza sorprese gli strati multipli di crilex ma era affondato quanto bastava nella parete opposta per sostenere il peso dell'equipaggiamento e di Masashi che, non senza un po' di batticuore, si era affidato al cavo teso per volare velocemente da un palazzo all'altro appeso a una carrucola frenata.

Con il robot industriale che creava le opportune zone d'ombra nel sistema dei sensori dell'allarme dell'edificio e spediva le guardie altrove, non era stato troppo difficile infilarsi nell'intercapedine dell'altissimo soffitto della sala dove erano stati esposti i preziosi. Era la medesima intercapedine che fungeva da soffitto all'agorà dell'albergo, quella enorme area alta dieci piani che trovava posto all'interno dello smisurato palazzo e che era una vera e propria piazza pubblica, punto di ritrovo e centro commerciale con decine di negozi, ristoranti e attrazioni varie. Ovvio che vi fossero dei locali tecnici per i servizi come l'aria e la luce e quello del soffitto era così ampio che era possibile camminarvi eretti senza problemi.

C'erano chiare indicazioni che portavano al centro del soffitto dove era stato installato un ingombrante sistema di illuminazione: ne aveva sfruttato il robustissimo sistema di ancoraggio per fissare i cavi con cui aveva issato la refurtiva, sacco dopo sacco.

Percorsa la strada a ritroso col cuore in gola e gli occhi sul cronometro, affidandosi esclusivamente al lavoro fatto da Kuniko con l'impianto di allarme e con i suoi virus personalizzati, Masashi si diresse alla stanza dove il pesante dardo si era profondamente conficcato nel muro e qui si tolse dalle spalle i vellutati ma pesanti sacchi coi gioielli appena sottratti.

Agganciò allo speciale cavo ancora teso fuori dalla finestra infranta un meccanismo di recupero rapido dotato di un sistema di avvio ritardato. Doveva riutilizzare il cavo usato per volare da un palazzo all'altro se voleva scendere. Andarsene calandosi dalla finestra era l'unica opzione possibile: ancora pochi secondi e tutti i trucchi informatici di Kuniko sarebbero crollati, svelando il furto agli occhi del sistema di allarme. Se qualcosa fosse andato storto nell'avvolgimento del cavo sul grosso rocchetto vuoto, avrebbe potuto ricevere una frustata tale da mozzargli un arto o da ucciderlo sul colpo. Azionò il meccanismo a innesco ritardato e cercò riparo nel bagno della camera d'albergo.

Fu come un colpo di pistola seguito da un ululato fortissimo: sfruttando la bassa gravità tipica delle zone di quel settore, adiacente al vertiginoso pozzo gravitazionale della stazione orbitante, centoventi metri di cavo ad alta resistenza vennero riavvolti in pochi secondi prima che cadendo frustassero la facciata svelando disastrosamente la sua presenza e, soprattutto, le sue intenzioni.

Un sonoro schiocco lo avvisò che il rocchetto aveva finito il suo lavoro. Scattò fuori del bagno pronto a proseguire la sua fuga: il rocchetto e il meccanismo di recupero fumavano vistosamente per il calore prodotto dal rapidissimo riavvolgimento. Non c'era tempo di controllare in che condizioni fosse l'equipaggiamento: un po' impacciato dai guanti, che non gli impedirono di sentire quanto scottasse il cavo e tutto il meccanismo, annodò al cavo i moschettoni per i sacchi di refurtiva e la staffa per la discesa. Starnutì per la calda puzza acre che gli pizzicava il naso: aveva invaso la stanza nonostante dalla finestra sfondata entrassero gelidi sbuffi d'aria. Si maledisse per i secondi perduti.

Fissati i sacchi alla corda li scagliò fuori dalla finestra senza esitazione. Il freno entrò in azione subito, ma Masashi sapeva di non poter pretendere che ciò fosse garanzia di buon funzionamento del sistema di recupero. Il suo peso era maggiore di quello della refurtiva e andava sommato a essa. Spinse con violenza un comodino sotto l'ampia frattura nel crilex e vi montò sopra: usandolo come un trampolino, infilò i piedi nella staffa e afferrate saldamente le manopole che quella aveva all'estremità opposta, saltò fuori.

I primi metri furono i peggiori. Gli parve che il freno del rocchetto non dovesse mai entrare in azione. Masashi vide la parete di vetro riflettente del palazzo avvicinarsi, vi sbatté dolorosamente contro un paio di volte poiché non era saltato esattamente perpendicolare o forse perché il rocchetto non stava girando alla velocità prevista. Non aveva mai davvero provato quel sistema e solo allora rimpianse di aver scelto di ignorare variabili e incognite che in quel momento sembravano tutte decisive.

Quando il freno finalmente si fece sentire mettendo in tensione il cavo al punto che Masashi lo sentì scricchiolare, nuove angosce lo assalirono nei lunghi istanti della caduta: il calore avrebbe potuto danneggiare il cavo e in quel momento il freno stava di nuovo scaldando tutto il congegno, portandolo a temperature tali da far fumare rocchetto, pastiglie e pinze. Se il calore avesse grippato il meccanismo lui sarebbe rimasto lì a penzolare, un facile bersaglio a diverse decine di metri d'altezza. Se il calore avesse cotto il freno fino a renderlo inutile o danneggiato il cavo, sarebbe precipitato a velocità pazzesca, trascinato anche dal peso dei gioielli, senza speranza di sopravvivere.

Invece il buio suolo si avvicinava a velocità costante, senza intoppi né strappi. Solo negli ultimi metri Masashi avvertì una preoccupante vibrazione lungo il cavo, tanto forte da farlo ronzare e da percepirlo distintamente trasmesso a mani e piedi dalla staffa speciale cui si era affidato.

Giunse a terra sano e salvo rotolando come un paracadutista e, tranciato in fretta col coltello uno spezzone di cavo, lo usò per issarsi sulle spalle tutti i sacchi contemporaneamente.

Grazie all'attento studio delle planimetrie dello smisurato edificio avevano potuto trovare il miglior punto per l'atterraggio. Kuniko aveva provveduto ad accecare o ingannare le telecamere lungo il percorso che Masashi coprì nel tempo previsto, incontrando nessuna resistenza. Il piano di fuga prevedeva che la giovane complice si trovasse già presso la vettura parcheggiata, o che vi giungesse al massimo entro un minuto. Vettura che ormai distava poche decine di metri, giusto dietro l'angolo.

Masashi intuì che qualcosa non era andato per il verso giusto un attimo prima di cercare la vettura con gli occhi. La trovò dove l'aveva lasciata ma...

- Hey, ciccione!

Per la sorpresa l'uomo si paralizzò sui due piedi. Inebetito fissava Hoshi Nakano torreggiare su di lui avvolta in una tuta aderente nera, i grossi stivali anfibi posati sul tettuccio della sua vettura color polpa di ciliegia.

- Ti prego... - disse quella strafottente, saltando giù dalla vettura con agilità – dimmi che vuoi fare a pugni...

Masashi si sentì colmare di liquida ira incandescente. Era troppo. Non capiva, non voleva e non gli importava capire in quel momento. L'odiosa donna era di fronte a lui, alta e muscolosa, rideva di lui e lo provocava con grande insolenza. Nonostante gli occhi a mandorla e il nome, non era una figlia del Sol Levante, non certo pura come lui. Scorreva abbondante sangue gaijin nelle vene di lei che nulla aveva della grazia di Kuniko né delle altre donne che conosceva, e che pure non esitava a definirsi giapponese. Un affronto vivente, da cancellare prima possibile. Tutto quello che la sua mente riuscì a concepire fu che quella strega meritava pienamente la lezione che stava per impartirle, più dolorosamente possibile.

Abbandonò al suolo i sacchi della refurtiva e si mise in guardia alta, cominciando a spostarsi di lato per studiare l'avversaria. Avrebbe trasformato il suo corpo nelle mura della fortezza e i colpi della sua avversaria sarebbero stati come debole pioggia sulle pietre. Come se quella gli avesse letto la mente, rise e si fece beffe di lui.

- Vuoi giocare a karate, eh? Attento, potresti farti male...

Masashi accorciò le distanze. La donna non alzava la guardia, limitandosi a tenere le gambe leggermente piegate come per scattare. Avrebbe pagato caro quell'errore.

Cercò l'affondo con un colpo basso mirando alle ginocchia per atterrare l'avversaria, togliendole il vantaggio della sua maggiore altezza. Ma il suo piede non incontrò il bersaglio: l'odiosa donna non era già più lì.

Errore, fu l'unico pensiero gridato dalla mente di Masashi mentre cercava di correre ai ripari. Il pugno passò attraverso la sua guardia sbilanciata e si schiantò sullo zigomo con molta più forza di quanto lui avrebbe mai pensato.

Forte e veloce: la Nakano mise a segno un fulmineo uno-due-uno che avrebbe mandato al tappeto moltissimi uomini. Masashi fu fortunato: il sinistro lo colpì male, troppo vicino all'orecchio per fare davvero danni e il secondo destro si abbatté in parte sulla difesa ripristinata in fretta e furia. Entrambi arretrarono interrompendo il contatto. Masashi vedeva rosso, accecato dall'ira e dal dolore. Nessuno stile, nessuna tecnica. Solo forza bruta e velocità. Ciò non era accettabile. Non era accettabile che quell'indegna avversaria avesse la meglio così facilmente.

Attaccò di nuovo, con più cautela ma con tutta la forza e la velocità che poteva mettere nei propri pugni. Stavolta l'irrispettosa donna eseguì una perfetta serie di parate degne di una espertissima cintura nera. Masashi tentò una presa per atterrare ma con una tecnica e una perizia imprevedibili la donna bionda sgusciò via senza danno alcuno regalandogli una gomitata sul collo che lui accusò in pieno.

- Bravo! - esclamò prendendolo in giro. Come se si trovasse sul tatami del dojo, Masashi lanciò un grido e attaccò, ingannato dalla breve distanza cui la giovane si trovava. Fu messo a terra con maestria e il calcio alla nuca che lo colpì inevitabile lo spedì indietro nel tempo. Era davvero nel dojo ora, il suo sensei l'aveva appena mandato per l'ennesima volta bocconi sul tatami. Ne sentiva sulla lingua l'amaro e sabbioso sapore, sapore di umiliazione e sconfitta. “Troppa rabbia!” la voce del maestro lo rimproverava spesso per la sua eccessiva irruenza. Sapeva di essere più forte del suo istruttore, doveva solo riuscire a colpirlo. Mettendo alla prova la sua potenza, Masashi si sollevò dal tatami. Si rialzava sempre, spesso solo per crollare pochi secondi dopo, disastrosamente. Anche quella volta i potenti muscoli lo sostennero e si sollevò. Ma non era il suo sensei l'avversario.

Il colpo giunse disonesto, diretto al viso e duro come un muro di mattoni, cogliendolo totalmente impreparato. Franò a terra supino, con la testa piena di ovatta e la lingua che sapeva di sangue premuta contro i denti traballanti nelle gengive.

- Ancora uno! Dai che ce la fai, ciccione!

Senza nemmeno sapere cosa stava facendo, Masashi si rialzò consumando le ultime gocce di ira impotente per tenersi in piedi e ricevere l'ultimo, tremendissimo colpo.

Luca Mannurita

4.


- Questo giocattolo ci è costato una piccola fortuna – disse il taxista alla ragazza delle pulizie mettendo una mano nell'abitacolo attraverso il finestrino aperto. Azionati i comandi giusti sul complesso cruscotto, si ritrasse come se l'auto fosse improvvisamente diventata pericolosa. Invece dopo meno di mezzo minuto la vernice blu cominciò a cambiare di colore, virando lentamente dal blu scuro al viola, fino al cupo rosso della polpa di ciliegia.

- Consuma una follia e non è proprio perfetto, ma funziona.

- Non capisco perché mi hai fatta scendere prima di attivarlo. Ci ha messo una vita a cambiare colore.

- Perché applica una carica elettrica alla carrozzeria per far cambiare di colore questa vernice speciale. C'è pericolo di incendio, questo aggeggio è un prototipo non omologato.

- E ce ne andiamo con questa?

La ragazza delle pulizie additò la vettura parcheggiata in un'area riservata al personale di servizio tra uno sgangherato furgone e un'altra modestissima auto a batterie. Sparito il blu e spenti gli ologrammi, difficilmente qualcuno l'avrebbe riconosciuta come il taxi che aveva accolto a bordo la sofisticata Kuniko Yamazaki.

- Certo. O vuoi andare a piedi?

Lei storse la bocca e si diresse verso l'entrata di servizio, aprendola con un badge dedicato. Titubando un poco il taxista si avvicinò all'auto scintillante di vernice rosso scuro e, aperta la portiera anteriore dal lato del passeggero, prelevò una anonima, pesante borsa da palestra. Telecomandata la chiusura delle serrature, si allontanò a sua volta.


Kuniko incontrò presto gli uomini di guardia. Spingendo il carrello coi prodotti per la pulizia e inseguita a pochi metri dall'idropulitrice robot programmabile, fu dirottata diverse volte dal percorso più diretto che l'avrebbe portata nella zona dove avrebbe dovuto iniziare le pulizie. Esattamente come previsto gli ascensori principali erano stati istruiti a scavalcare del tutto la zona più vulnerabile: la parte cava dell'albergo, un tratto comune a moltissimi edifici della stazione spaziale. Lì infatti era stata organizzata l'esposizione di gioielli: la direzione dell'albergo, fiutando un ritorno impagabile in termini di immagine e pubblicità, aveva acconsentito a modificare drasticamente l'interno dei primi dieci piani: l'installazione di un pavimento di speciale materiale tecnologico parzialmente trasparente che aveva reso quello un posto unico. Questo pavimento, capace di portare un carico impressionante per ogni metro quadro di superficie, era stato lavorato in modo da dare la sensazione ai visitatori dell'esposizione di camminare su un tappeto di diamanti scintillanti. I deboli di cuore e i sofferenti di vertigini non avrebbero minimamente patito alcunché se avessero abbassato gli occhi: sotto i loro piedi la smisurata voragine profonda ben sei piani era davvero difficilmente intuibile.

Fu indirizzata verso un angusto ascensore periferico, lo stesso utilizzabile dall'idropulitrice, un robot in grado di spostarsi autonomamente di piano in piano per lavare, pulire e asciugare i pavimenti. Divisa la cabina con l'ingombrante macchina carica di detersivi speciali per lavare senza acqua, giunse finalmente dove la sorveglianza era entro i normali parametri per un albergo di lusso a sei stelle.

Avviò il programma dell'idropulitrice che aveva personalmente modificato in una macchina per produrre caos elettronico. Sfruttando il proprio talento informatico e la sofisticata configurazione del congegno, Kuniko aveva introdotto un virus che avrebbe di lì a poco preso il controllo del robot industriale e usato le sue capacità di dialogo col sistema d'allarme, utili per pulire di notte senza far scattare allarmi, per creare una copertura alla sua incursione e per produrre dei diversivi ad arte per dirottare l'attenzione dei sorveglianti. Allo stesso tempo avrebbe pulito il pavimento come si deve.

L'informazione è vitale, si disse mentre col badge del personale delle pulizie sconfiggeva una serratura dopo l'altra, in perfetto silenzio. Il suo paziente lavoro di infiltrazione nel sistema informatico dell'albergo stava pagando: le serrature elettroniche erano infette da un virus fatto su misura per lei. Aveva studiato le misure di sicurezza originali, le modifiche apportate per l'esposizione dei gioielli che sarebbe iniziata di lì a poche ore, esaminato l'azienda incaricata di installare i nuovi impianti di allarme, penetrato le difese dell'agenzia di sicurezza cui era stata appaltata la difesa perimetrale. Un lavoro durissimo e costoso, ma che le era valso preziose planimetrie, le schede del personale, schemi tattici e molto, molto altro. La sua conoscenza era tale che avrebbe potuto salutare per nome ognuno di quei robusti ragazzoni messi di guardia agli ingressi e snocciolare loro cosa avevano indosso, a partire dai costosi occhiali tecnici che ciascuno di loro indossava.

Guadagnò l'accesso a un locale di servizio dove si trovavano alcuni apparati della rete locale dell'edificio. Usò la stanza per cambiarsi d'abito, trasformandosi in fretta in un tecnico della manutenzione. La divisa recava il corretto identificativo e perfino lo stemma dell'albergo ricamato sul seno sinistro era esattamente come doveva essere.

Si diresse decisa verso il largo cavedio in fondo al locale: ruotò le serrature a farfalla che bloccavano il coperchio lungo e stretto, rivelando fasci di tubi di colorato materiale plastico. Chi aveva progettato la rete informatica aveva pensato di far passare i cavi della dorsale in tubi a pressione in modo da prevenire l'intercettazione dei dati mediante un intervento diretto sul cavo stesso. Un manometro nella sala di controllo avrebbe indicato immediatamente anche il minimo calo di pressione se qualcuno avesse forato un tubo per raggiungere i cavi della dorsale. Ma per lei la rete locale non rivestiva alcun interesse in quel momento: consultò il piccolo orologio che si era messa al polso e si infilò nell'ampio cavedio, aggrappandosi ai tubi. Sostenendosi con braccia e gambe sfruttò il proprio fisico snello e forte per calarsi di piano in piano, scavalcando le varie cinture di sicurezza poste a difesa dei gioielli che l'organizzazione aveva solertemente provveduto a porre nelle teche. Sfruttando la cecità temporanea dei sensori che avrebbero dovuto vigilare sul cavedio stesso, misurò la distanza contando i secondi che impiegava a calarsi. Fu il turno del duro allenamento fisico di pagare: si fermò esattamente davanti all'apertura del cavedio tre piani più sotto, nel buio più pesto. Col tatto individuò le semplici serrature e ne sfruttò ogni punto debole per aprirle: chi le aveva progettate non aveva certo pensato a renderle sicure da entrambi i lati.

Si trovava ora in un locale tecnologico gemello di quello che aveva abbandonato poco prima. L'impianto mascellare vibrò dolcemente.

- Vedo fumo grigio.

Era Masashi che con quella frase in codice le annunciava che l'idropulitrice modificata era entrata in azione. Non solo lavava diligentemente il pavimento come da programma, ma aveva iniziato a spargere i semi del caos con cui Kuniko l'aveva caricata. Le cose non stavano andando nel migliore dei modi, altrimenti il “fumo” sarebbe stato nero. Ma con un po' di prudenza in più si poteva andare avanti. Lei e Masashi avevano previsto perfino un piano per fare a meno dei diversivi elettronici.

Esitò un istante davanti alla porta del locale tecnico, la mano sospesa sopra la piastra della serratura elettronica. Da quel momento aveva cinque minuti e quarantotto secondi di tempo; qualsiasi cosa sarebbe successa avrebbe dovuto cavarsela da sola. Era il piano dell'esposizione di gioielli, era sorvegliato da uomini armati che avevano ricevuto ordine di usare qualsiasi livello di forza giudicato opportuno per neutralizzare ogni eventuale minaccia. Questo includeva anche armi caricate con munizioni letali. L'unica cosa a rassicurarla era il categorico divieto che era stato imposto di usare armi a proiettile all'interno della sala dell'esposizione. Cinque minuti e quarantaquattro secondi.

Sfiorò la piastra e la serratura scattò. Col massimo della naturalezza che poté ostentare si incamminò nel corridoio deserto. Aveva memorizzato il percorso: incontrò tre telecamere cieche nonostante il led rosso fosse acceso, una postazione fissa di sorveglianza era stata disertata dal suo occupante. I diversivi stavano funzionando. Le telecamere in quel corridoio non sarebbero rimaste inattive a lungo, la guardia mandata a investigare un allarme (falso) nelle vicinanze sarebbe tornata di lì a momenti. Senza esitazione abbassò la maniglia di una uscita di sicurezza che avrebbe dovuto essere protetta dal sistema di allarme e ne varcò la soglia. Cinque minuti e quindici secondi.

Non riuscì a trattenere la sorpresa. Aveva studiato in lungo e in largo quella sala, l'aveva vista attraverso gli occhi del sistema di sorveglianza, l'aveva esplorata grazie alla realtà virtuale, l'aveva perfino vista di persona avendo visitato il cantiere alcune settimane prima, travestita da ispettore. Ora che ogni lavoro era compiuto, che tutto l'arredamento era stato posizionato, che i veri gioielli erano stati posti sugli espositori... tutto era semplicemente fantastico.

I gioielli esposti senza alcuna protezione visibile scintillavano riflettendo la luce intensissima di faretti appositamente studiati, i riflessi erano acuminate frecce che ferivano gli occhi impedendo di fissare lo sguardo. Il nero del velluto su cui posavano non si staccava dalle ombre della sala dove l'illuminazione principale era stata abbassata per la politica di risparmio energetico dell'albergo e diamanti, oro e argento, corone, collane, gemme e perle sembravano galleggiare a mezz'aria, prive di peso.

- Che fai? - la vibrazione alla mascella e la voce di Masashi la riscossero dall'improvviso stupefatto torpore in cui la vista di quella scintillante galassia di gemme l'aveva precipitata. Quattro minuti e cinquantacinque secondi. Localizzò in un baleno i cavi metallici che il suo complice aveva calato dall'alto. Si diede subito da fare, richiamando alla mente i gioielli di maggior valore e procedendo con ordine. Allungò la mano verso il primo ricchissimo diadema, un pezzo autentico appartenuto a una zarina dell'antica Russia. Esitò prima di sfiorarlo, nessun allarme scattò. Sirene avrebbero dovuto ululare, serrature scattare, il capsico avrebbe dovuto saturare l'aria, guardie armate accorrere numerose.

Nulla.

Con una rapida sequenza di movimenti netti e precisi scelse i preziosi più ricchi tralasciando gli altri di minor valore, passò veloce di espositore in espositore lasciando il velluto nero orfano dei pezzi migliori. Procedette con ordine e metodo, controllando con la fredda logica il potentissimo desiderio di riempire i morbidi sacchi che Masashi le aveva calato dall'alto con tutto ciò che le capitava a tiro.

Nonostante tutto l'autocontrollo duramente coltivato, il petto le doleva al pensiero di mettere finalmente le mani sulla corona di Ardat Lili e di potersi specchiare nel rubino più grande e perfetto che esistesse. Un gioiello senza valore. Non riuscì a dominarsi e le sue mani frementi si fermarono in una breve pausa di ossequiosa riverenza, il tempo di dare agli occhi modo di bagnarsi nella luce rosso sangue del rubino grande come il pugno di un bambino.

Forza, si disse Kuniko e afferrata impunemente la pesante corona la ripose da sola in un sacco vellutato. Quattro minuti e quaranta secondi.

Il buio provocato dal virus che teneva in scacco il sistema informatico era ormai prossimo a svanire. Agganciò l'ultimo sacco ai cavi di Masashi e non perse tempo a osservarli risalire in fretta e sparire nell'ombra.

Resistendo alla fortissima tentazione di mettersi in tasca uno dei tanti gioielli privi di protezione per ancora pochi secondi, anche solo un diamantino, un anello o un orecchino, Kuniko corse decisa verso la porta da dove era entrata, la sua via di fuga garantita.

Chiusa.

Spinse più forte il maniglione antipanico. Nulla. La porta era bloccata, sulla sofisticata serratura galleggiava l'ologramma rosso del sistema di allarme, prematuramente tornato in servizio. Trentotto secondi rimasti.

Le balzò il cuore nel petto una, due, tre volte prima che i muscoli delle gambe si decidessero a scattare. Volò verso la porta adiacente.

Chiusa anche quella. Saltò con gli occhi di porta in porta lungo il perimetro dell'amplissimo locale: tutte le uscite di emergenza erano bloccate, l'ologramma rosso visibile a distanza. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo: il sistema di sicurezza era programmato per isolare la sala in caso di violazione delle teche. Chiunque avesse allungato la mano verso uno dei pezzi esposti avrebbe fatto scattare il blocco automatico di tutte le porte, anche le uscite di emergenza.

- Brava.

Kuniko sobbalzò. Non riusciva a vedere nessuno. Quella voce d'uomo che le giungeva dal nulla la gettò ancora più profondamente nel panico. Non devo cedere così ora, si disse. Il panico mi acceca la mente.

- Avevi ancora trentotto secondi. Ce l'avresti fatta.

L'uomo si palesò camminando tranquillamente al centro della sala. Non un poliziotto, né un agente di sicurezza privato. Li conosceva tutti per aver violato i loro database del personale e imparato a memoria le loro schede personali.

Camminava tranquillo tra i coni di luce dei faretti, come se nulla fosse. Una persona comune, vestita in modo sobrio e poco appariscente, il cranio leggermente oblungo e ben rasato, lineamenti insignificanti tranne che per un naso deciso e pronunciato.

- Peccato interrompere qui la tua azione. Sarei stato interessato a scoprire se davvero saresti tornata dal tuo complice Masashi Inoue. Ma temo che dovrò accontentarmi della tua parola.

Era lui, dunque. L'aveva colta di sorpresa, non erano quelli i patti. L'uomo continuava ad avvicinarsi e Kuniko, sentendosi le spalle al muro, non seppe far altro che mettersi in una posizione media di karate, buona sia per la difesa che per l'attacco. Gambe divaricate, ginocchia piegate e mani aperte all'altezza del torace.

- Mi sono permesso di migliorare un poco il tuo lavoro sul sistema di allarme e abbiamo poco meno di tre minuti... se vogliamo metterla su questo piano... – l'uomo si mise in una posizione alta di attesa e cominciò ad avanzare con più cautela - ...dovremo fare in fretta.

Kuniko non aveva bisogno di essere esortata. Accorciò decisa le distanze e attaccò.

Luca Mannurita

3.


Niente.

Pareva che di Eric Valdemort non ci fosse nulla da sapere oltre quanto scritto nella sua scarna biografia ufficiale. Pochi pettegolezzi, qualche vecchia notizia qua e là, nessun ritratto ufficiale. Un ricco industriale che doveva la sua fortuna, apparentemente, all'attività di importazione ed esportazione di beni da e verso il pianeta. Attività che gli aveva riempito le tasche per bene: la sua azienda, sconosciuta ai più, aveva bilanci in attivo da anni. Un piccolo ricco, uno dei tanti con l'allergia alle fotografie: di lui poche immagini, mai al centro dell'inquadratura, mai in primo piano, mai perfettamente a fuoco. Catturato per caso dalle lenti di paparazzi più interessati ad altri soggetti nelle vicinanze. Mai immortalato al fianco della sua attuale compagna: in Rete informazioni su Hoshi Nakano ce n'erano forse ancora di meno. Ex nuotatrice agonista distintasi in un paio di campionati per dei buoni piazzamenti, stellina fallita di olofilm di terz'ordine, ex fidanzata di attorucoli ignoti, arrampicatrice sociale che aveva finalmente scalato la sua piccola vetta con successo proprio grazie all'ignorato signor Valdemort. Ecco due tipici esempi di identità digitale “lavata”, si rammaricò.

Kuniko lasciò cadere gli occhi sull'orologio di sistema del terminale: era quasi l'ora di entrare in azione.

Uscì dalla lussuosa suite che divideva con Masashi e si diresse agli ascensori. Indossava un bell'abito nero scollato davanti e dietro, corto ma senza spacco. L'aveva ritenuto l'ideale per mettere in mostra la sua carnagione pallida. Ad esso aveva accostato un trucco lieve e molto sfumato, con labbra scure e matita molto sottile sugli occhi. A conferire un tocco di classe alla sua figura finissimi gioielli dall'apparenza modesta e minima, ma l'ideale per sottolineare i suoi lineamenti sottili e delicati. Si immerse nella festa organizzata dall'albergo sorridendo enigmatica, sorseggiando del vino bianco delicatissimo appoggiando appena le labbra al lunghissimo flute di cristallo prelevato dal vassoio portato in punta di dita da un esperto cameriere.

Si fece vedere un po' in giro, intrecciò rarefatte e frivole conversazioni di cortesia con ospiti che conosceva solo di vista, accettò il braccio offerto da un giovane cicisbeo che la condusse a ballare per qualche minuto.

Più tardi finalmente, mentre stava valutando se fosse davvero il caso di assaggiare un piccolo stuzzichino di pesce, una lieve vibrazione alla base della mascella la riportò al vero scopo della sua presenza lì.

- Cinque minuti – la voce di Masashi la raggiunse chiaramente, udibile da lei sola dopo aver attivato il suo impianto mascellare con un piccolo movimento della bocca.

Sentì la linea protetta chiudersi. Non era necessaria una risposta. Fingendo senza alcuna fatica totale disinteresse per il buffet mosse ancora qualche annoiato passo qua e là nell'ampia sala. Zigzagò casualmente tra piccoli capannelli di uomini e donne riccamente agghindati intenti a bere e mangiare e chiacchierare più o meno rumorosamente, camminando come se stesse cercando qualcosa o qualcuno che non si trovava lì, ricambiando cenni e sorrisi. Si allontanò gradualmente dalla folla e quando fu certa che nessuno la notasse, si avvicinò decisa al guardaroba e chiese il suo coprispalle bianco di vero e costosissimo kashmeer naturale. Facendo ticchettare decisa i tacchi sul pavimento raggiunse la hall e chiese al concierge un taxi per un noto ed esclusivo locale privato, meta usuale di personaggi famosi e del loro ampio entourage.

In meno di due minuti un'auto dai finestrini oscurati si fermò poco lontano dal confine con la hall, inseguita dagli ologrammi arancioni della compagnia di taxi cui apparteneva. Il portiere la attese con lo sportello aperto mentre lei percorreva impettita la distanza che separava l'ampia reception dalla corsia riservata ai taxi dei clienti. Senza che fosse necessaria una sola parola, lo sportello fu chiuso e il veicolo si mise in moto con misurata determinazione. Una volta nel taxi il silenzio fu rotto dall'autista che d'iniziativa abbassò il vetro nero che separava il posto di guida dal resto dello spazioso abitacolo.

- Tutto a posto?

Impeccabile nella sua divisa da taxista, Masashi le volse per un attimo il viso leggermente butterato dall'acne.

- Tutto come previsto. Però niente su Valdemort e Nakano. Due maniaci della privacy.

- C'era da aspettarselo. Non saranno più un problema: sono molto contento di non dover vedere più quell'orribile donna.

- Concentrati sul lavoro e basta. E alza questo vetro che mi devo cambiare.

Riguadagnata l'invulnerabilità agli sguardi, Kuniko sbloccò con forza i duri ganci di arresto che tenevano in posizione lo schienale del sedile posteriore sdoppiabile e guadagnò l'accesso al bagagliaio della vettura. Attraverso l'apertura, studiata per consentire il trasporto di oggetti troppo grandi per il bagagliaio, fece passare facilmente una morbida borsa da palestra. Ne estrasse degli abiti stazzonati e spogliatasi rapidamente del ricco vestito e dei gioielli, cominciò a indossarli.

Luca Mannurita

2.


Masashi ebbe il primo sospetto quando notò il cameriere avvicinarsi senza che ve ne fosse necessità. Sospetto confermato dal fatto che sul vassoio che recava con sé era adagiato un biglietto.

- Kuniko, ti prego – mormorò quando vide la giovane seduta di fronte a lui prendere il biglietto con pacata determinazione.

Il biglietto una volta aperto proiettò nell'aria un ologramma di modeste dimensioni ma molto ben definito: sotto lo stemma araldico simbolo del lussuoso albergo scintillavano discretamente caratteri obliqui ricchi di eleganti svolazzi. Un invito.

- Ma cosa abbiamo fatto di male per... - Kuniko impassibile lo scalciò sotto il tavolo e Masashi fu l'unico ad accorgersene.

- Grazie – con un sorriso la giovane congedò il cameriere. Il compagno si esibì in smorfie visibili al punto che Kuniko lo rimproverò.

- Controllati. È stata carina a invitarci a bere un caffè.

- Ha quel maledetto vizio di toccare tutto con quelle orrende mani... - si disperò lui.

- Devo darti ragione... è davvero maleducata. E ha brutte mani. Ma mi sto ripetendo, e anche tu.

- Come avrà fatto una così ad entrare in società...

- Con lo stesso biglietto da visita che usiamo io e te, mio caro. Il denaro. È quello che apre le porte a chiunque ne abbia abbastanza. Me l'hai insegnato tu.

- Ha l'aspetto di chi non ha lavorato un solo giorno della sua vita! La detesto anche solo per questo.

- Hai ragione – convenne Kuniko abbandonando con delicatezza le posate sul piatto – Io e te invece siamo di tutt'altra pasta.

Il tono ironico non sfuggì a Masashi.

- Certo che lo siamo. Te l'ho detto un milione di volte. Siamo molto più meritevoli noi di tutti questi...

L'uomo aveva abbracciato con gli occhi l'ampia e ricca sala del ristorante, i tavoli occupati da coppie bisbiglianti o piccoli gruppi, tutti clienti dell'albergo. Gente ricca, altolocata, potente e blasonata, spesso tutte queste cose insieme. Ma riportato lo sguardo sulla sua compagna si era bruscamente interrotto. Kuniko sapeva comunicare il suo disappunto in modo molto efficace anche senza parole. Quel dolce volto, agli occhi di lui bello da far male al cuore, sapientemente truccato e illuminato dagli occhi cupi in quel momento era freddo e severo.

Quell'espressione dura, provocato lo stallo emotivo tra i due si sciolse un attimo dopo.

- Detesto darti ragione troppe volte di fila, ma quando è giusto... è giusto.

Accompagnò quelle parole con un misuratissimo cenno di saluto. Masashi intuì e si voltò: quella cafona di Hoshi Nakano non sapeva proprio stare al suo posto. Non paga di aver interrotto il loro pranzo con un biglietto di invito, aveva ora la faccia tosta di presentarsi di persona a sollecitarli. Se ne stava in piedi all'ingresso del ristorante vestita da turista squattrinata con braghette, sandali e canottiera sgargianti. Imbarazzante. L'unico segno distintivo era una costosissima rivista di carta patinata che aveva arrotolato con noncuranza e negligenza e che ora stava sventolando in aria sorridendo giuliva, incurante di rendersi ridicola agli occhi di tutti.


- Sei paranoico.

- Siamo sempre tornati indietro, e mai a mani vuote. Ti dico che questa storia puzza.

Sull'ascensore di servizio che stava calandosi nelle viscere dell'albergo Kuniko si lasciò andare a un sospiro rassegnato.

- Ammetto che ci sono alcune coincidenze, ma...

- Io non credo alle coincidenze. Proprio oggi quella scema salta fuori con il suo uomo e la sua “idea fantastica”.

Dopo il pranzo l'altissima Hoshi Nakano aveva insistito per averli ospiti per un caffè espresso. Avevano subito la presenza ingombrante della donna per pura cortesia e poiché desideravano mantenere un profilo molto basso. Chiacchierare del più e del meno era facile per Kuniko, meno per Masashi e alla fine la logorrea incontenibile della loro conterranea bionda aveva finito col prevalere. Tra ondate di parole inutili era saltato fuori che quel giorno l'insopportabile Hoshi sarebbe stata raggiunta dal marito o compagno che fosse. Un uomo di cui stranamente aveva detto poco o nulla nei giorni precedenti, un'incognita del tutto nuova da calcolare. Come se non bastasse Hoshi col suo fastidioso fare da oca sempre contenta aveva proposto loro di visitare l'esposizione di gioielli che sarebbe stata inaugurata il giorno successivo nel lussuosissimo albergo adiacente a quello in cui erano ospitati. Questo perché ardeva dal desiderio di ammirare la famosissima corona di Ardat Lili, un gioiello unico al mondo. Era stata sparsa la voce che il diadema ospitava incastonate in fasce di oro e platino autentiche pietre preziose terrestri senza pari: su tutte troneggiava un rubino di dimensioni e purezza straordinarie, che dava il nome a tutto il gioiello. Tutto questo proprio il giorno stesso.

- Neutralizziamoli.

- Mi stupisco di te. Non potremmo fare di peggio, direi. Chiunque sarebbe pronto a metterci in relazione con quei due. E ti ricordo che non sappiamo proprio nulla di quel gaijin che la scema ha sicuramente irretito col denaro. O per denaro.

Kuniko tacque per qualche secondo. Masashi aveva ragione. Doveva stare più attenta: abituata alla paranoia del compagno iperprotettivo, rischiava di abbassare la guardia.

- Quindi cosa suggerisci? - si arrese, fiduciosa nella maggiore esperienza di lui.

- Anzitutto dobbiamo cercare tutte le informazioni possibili su questo Eric Valdemort. Se non è una minaccia non faremo proprio nulla. Se invece anche uno solo dei due rappresentasse un pericolo, e secondo me Hoshi Nakano lo è, non potremmo agire indirettamente. È troppo tardi per chiedere aiuto a un professionista serio e l'intervento di un dilettante equivarrebbe a improvvisare noi qualcosa. Sarebbe disastroso. O un diversivo, o nulla.

- Anche un diversivo sarebbe pericoloso.

- Certo – convenne Masashi proprio mentre le porte del trascurato montacarichi si aprivano su un ampio locale male illuminato – dovremo studiarlo bene. Dovranno sembrare tutti eventi scollegati tra loro. Casuali.

- Non sarà facile.

- Nulla è facile di ciò che facciamo. Eppure abbiamo sempre avuto successo.

- Finora – aggiunse Kuniko camminando lieve al suo fianco.

- Finora – ribadì lui dopo una pausa significativa – Ti risparmio la lezioncina, la conosci già. Ora controlliamo l'attrezzatura, da cima a fondo...

- Due volte – sospirò Kuniko. Quella era la parte che avrebbe volentieri delegato a Masashi, pignolo ed esperto.

- Tutte le volte che serve – corresse lui, addentrandosi nella penombra di sagome geometriche accatastate le une sulle altre.

Luca Mannurita
1.

La giovane donna in bikini emerse dall'acqua mentre con le dita si toglieva i capelli corvini dalla fronte e li accomodava dietro le orecchie piccole e graziose. Raggiunto il più alto degli ampi gradini sagomati della piscina, si diresse con elegante calma verso il lettino libero che l'attendeva. Snella e flessuosa, si sdraiò nella luce intensa e gialla e, inforcati gli occhiali da sole, si accomodò per meglio godere dell'abbraccio dei caldi raggi e della splendida vista: un trionfo di ciliegi in fiore, il monte Fuji col suo cono imbiancato padrone del cielo terso e dell'acqua blu cobalto.

- È per stasera?

L'uomo sdraiato nel lettino adiacente annuì, il viso nascosto da un padd caricato con le notizie del giorno. Pareva l'antitesi della giovane: il fisico tozzo e muscoloso, la pelle scura e pelosa, era sintesi di potenza e sproporzione, di stolida brutalità ma anche di salda determinazione.

- Hai già controllato tutto?

Il padd passò a mani più affusolate e delicate: scomparse le pagine dei quotidiani sciorinò planimetrie e grafici, complessi schemi e tabelle fitte di dati.

- Bravo... - fu il piatto e atono commento della giovane. Passò in rassegna le informazioni con finto disinteresse ed espresse alcuni commenti molto tecnici e mirati. L'uomo le rispose con competenza e preparazione.

- Arriva qualcuno – di nuovo i notiziari fecero la loro bella figura sul padd con le immagini ad alta risoluzione e i roboanti ipertesti pronti da sfiorare con le dita. L'uomo accomodò meglio gli occhiali neri che gli coprivano il viso e finse di guardarsi intorno. Dal solarium emerse una figura alta e slanciata. Con la falcata permessa dalle gambe lunghissime, la donna raggiunse con pochi passi il bordo della piscina mentre al tempo stesso lanciava su un lettino vuoto l'accappatoio dell'albergo. Sistemato con volgarità il ridotto bikini bianco si tuffò nella parte più profonda della piscina, sfidando ogni divieto. Quando riemerse tra gli spruzzi sputando acqua dalla bocca li salutò chiassosamente con ampi gesti, invitandoli a tuffarsi anche loro.

- Quella cafona della Nakano – commentò la giovane, schifata e altezzosa. Non si era scomposta minimamente, limitandosi a ricambiare i saluti con un singolo cenno della mano. L'uomo al suo fianco non si era nemmeno mosso.

- Ce l'abbiamo in continuazione tra i piedi – si decise a commentare lui quando vide che con ampie bracciate l'indesiderata ospite puntava dritta verso di loro.

- Ci ha decisamente presi in simpatia – la giovane abbozzò un sorriso per mascherare il disappunto.

- Parlaci tu. Non la posso sopportare – rispose acido l'uomo.

- Solo perché è cinquanta centimetri più alta di te – stavolta il sorriso sulle labbra della giovane era sincero.

- Quaranta! - sbottò piccato l'uomo, mantenendo però bassa la voce.

- Quarantuno, per la precisione.

Non vi fu replica: la bionda e fracassona nuotatrice, tra spruzzi e schizzi era giunta a portata d'orecchio.

- Ciao gente! Come va?

- Non c'è male – rispose la giovane adagiata con grazia sul lettino.

- Un paio di bracciate?

- Per ora no, grazie.

- Io sento che potrei attraversare a nuoto l'oceano! - starnazzò l'ultima arrivata sollevandosi di scatto dall'acqua con la sola forza delle braccia muscolose. L'unica cosa che la giovane sul lettino aveva apprezzato di quella fastidiosa presenza non richiesta erano proprio le sue capacità atletiche. Nella palestra dell'albergo si era dimostrata un'ottima compagna di allenamento, forte e resistente alla fatica.

- Dev'essere il panorama che mi esalta! L'avete messo voi il monte Fuji?

- Certo.

- Lo sapevo! Vi amo! - strillò quella battendo rumorosamente le ruvide mani dalle nocche schiacciate. La situazione stava facendosi imbarazzante. Inoltre il bikini bianco era diventato semitrasparente e rivelava più di quanto consentiva la decenza. Evidentemente la Nakano non era interessata al regolamento dell'albergo che non solo sconsigliava caldamente l'uso dei succinti coprisesso tanto in voga al momento ma anche suggeriva a tutti gli ospiti un “abbigliamento adeguato” sia nel solarium che ai bordi della piscina. Per gli altri ospiti il solarium e la piscina non erano tanto interessanti al momento e nessun altro era presente a testimoniare quella ridicola e seccante esibizione.

Fortunatamente per i due sdraiati sui lettini la bionda e rozza ospite decise che l'acqua riscaldata dell'enorme piscina era troppo invitante per stare seduta sul bordo a chiacchierare.

- Quasi quasi ora metto le isole Figi. Per puro dispetto – sbottò l'uomo, ma non mosse un dito.

- Ha un fisico davvero invidiabile. Potrebbe esserci utile, se non fosse scema come un'oca.

- È troppo alta, non potrebbe mai affiancarti o sostituirti.

- Vero. Masashi, sento dell'invidia nella tua voce – commentò la giovane rimanendo impassibile.

- Non è vero. Quella spilungona mi infastidisce e basta: è troppo maleducata e cafona. Mi domando a cosa pensassero i suoi genitori quando l'hanno chiamata Hoshi. Un nome immeritato. E a cosa pensavi tu quando le hai dato retta la prima volta. Ci si è appiccicata addosso e non ci ha più mollati. Avresti dovuto...

- Sì, appiccicosa è la parola giusta – convenne lei interrompendolo. Masashi era incline a perdere la pazienza e quando succedeva diventava noioso. O violento.

- È un tormento! - anche in questa occasione l'uomo esclamò mantenendo bassa la voce.

- Sopportala fino a stasera. Poi...

La giovane si girò su un fianco volgendo un sorriso malizioso verso l'uomo. Tese una mano accarezzandogli il petto peloso e muscoloso. Lui le prese dolcemente la mano e le posò un lieve bacio sul braccio candido.


Novella Fois
Le riflessioni di un Omino di marzapane alle prese col suo primo Natale.


Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.



Il primo Natale non si scorda mai
 
            


Omino di panpepato guardò estasiato sotto di sé: quella marea di pacchetti rossi e gialli e verdi, con tutti quei fiocchi e nastri, erano una visione da mozzare il fiato. 
E in quel preciso istante dimenticò i disagi, il fatto che gli aghi appuntiti dell’albero gli facessero il solletico ad ogni movimento o che avesse una lucina piantata proprio vicino ad un occhio. Gli aveva provocato una o due convulsioni nei giorni scorsi. 
Omino sospirò di contentezza, ne era valsa la pena, senza dubbio. Quando gli avevano comunicato che quell’anno sarebbe partito con i fratelli alla conquista dell’Albero quasi era stato troppo incredulo per gioire veramente. Ricordò il dolore lancinante quando gli avevano forato il capo per applicargli il nastrino rosso, a volte ancora gli faceva male la testa. Ma poi l’emozione di essere appeso aveva sommerso tutto: era così che doveva essere, glielo avevano raccontato e lui non ci aveva creduto, ma ora era lì col sorriso di glassa un po’ sbilenco stampato sul volto, felice e fiero. 
Era talmente concentrato sulla propria gioia orgogliosa che non si rese conto della mano che lo divelse dalla sua posizione. Ebbe solo il tempo d’intravedere un’ombra su di sé mentre una bocca enorme gli staccava la testa in un tripudio di briciole e glassa rossa. 

- Hey Gladys, hai visto? Se n’è appena andato il primo.

Esclamò una pallina dorata rivolta alla sua compagna panciuta:

- Stupidi novellini, non imparano mai che conviene stare nascosti!

Luca Mannurita

- Pensi di farcela?

Lui non spostò lo sguardo. Concentrato sul sollevamento del pesante manubrio, sulla respirazione, sui segnali provenienti dai muscoli affaticati e induriti dallo sforzo, storse la bocca per la fatica, sbuffò ma non disse nulla. Un ticchettio segnalava ogni sollevamento, un clic alla volta per contare le flessioni.

Gli voltò le spalle. Fece qualche passo nel monolocale, metà palestra e metà armeria, senza dare l'idea di interessarsi davvero a qualcosa. Il suo sguardo sorvolò i pesi, la corda per saltare avvolta ordinatamente su se stessa, fermandosi sulla valigia metallica lasciata aperta. All'interno si vedeva chiaramente un fucile di precisione smontato, un paio di pistole e diverse scatole di munizioni.

- Le gemelle sono piuttosto arrabbiate. Non sopporterebbero un fallimento.

Ora era esattamente dietro di lui. Poteva vedere i muscoli della schiena che si muovevano ogni volta che il manubrio veniva alzato dalle cosce al petto, e poi accompagnato di nuovo in basso. Osservò la nuca rasata, il sudore che scorreva giù dal collo, lungo la spina dorsale e poi dentro la maglietta senza maniche che si era appiccicata alla pelle. Il manubrio si abbassò e si fermò, il contatore incorporato cessò di ticchettare. Lui appoggiò il peso sui ganci della rastrelliera che ne conteneva degli altri.

- Il poliziotto non ha fermato il killer? - chiese lui con una voce delicata, quasi inadatta al suo corpo forte e muscoloso. Delicata, ma fredda.

- Sì... ma è stato un caso. Le gemelle non sono convinte che abbia fatto tutto da solo. Ma questa è un'altra storia.

La frase rimase in sospeso, come se non fosse completa. Le parole erano bloccate lì, tra loro.

- C'è un “ma”, vero? - stava scegliendo un altro bilanciere per continuare l'allenamento, apparentemente calmo.

- Sembra certo che l'abbiano già sostituito.

- Nulla di strano... – commentò lui impugnando due pesi più piccoli e cominciando un nuovo esercizio sempre tenendo lo sguardo fisso sulla parete davanti a sé. Il ticchettio riprese, più rapido.

- Se quello che hai detto è vero, è del tutto normale – aggiunse, misurando il fiato per non affannarsi durante l'esercizio.

- Pare che si tratti di Nico.

Si interruppe di colpo e le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi.

- Nico? Sei sicura? - si voltò a guardarla, quasi di scatto. Quando lei se ne accorse interruppe i suoi tentativi di sollevare un disco di metallo dal peso di venti chili standard, posato in terra in un angolo. Sollevò il viso per affrontarlo, gli occhi negli occhi.

- No. Nessuno l'ha mai visto in faccia, quindi non ne sono sicura. Ma pare che sia qui.

- Credevo che lavorasse su Icaro.

- Anch'io lo credevo. Ma evidentemente è stato ingaggiato dalla concorrenza.

- Duecentomila – disse lui tornando a fissare la parete opposta e ricominciando l'esercizio di sollevamento dei pesi, ancora stretti nelle mani.

- Cosa? È troppo! – gli fece notare lei con astio nella voce.

- Quando mi hai chiamato la prima volta non mi hai detto che si trattava di Nico – rispose facendo le opportune pause per la respirazione richiesta dall'esercizio. I clic si susseguivano sempre più rapidi, sottolineando ogni respiro dell'uomo.

- Le gemelle non saranno contente.

- Non è un mio problema.

- Hai dato la tua parola – insisté lei, avvicinandosi alla schiena. Ora i movimenti erano molto veloci e i muscoli lucidi delle braccia esprimevano potenza guizzando a ritmo elevato.

- Senti, piccina – i pesi caddero a terra con un doppio tonfo fortissimo e lui la fissò dall'alto dei suoi duecentootto centimetri d'altezza – un contratto su Nico non è uno scherzo. Nessuno lo ha mai visto in faccia, tranne forse i cadaveri che si lascia dietro. Mai una traccia, un'impronta, un solo indizio. Nemmeno una email. Quando credi di averlo in pugno, scopri che non è dove pensavi che fosse. Un contratto su Nico è molto pericoloso. Quindi è anche l'ultimo, chiaro? Duecentomila, non si discute.

- Solo a lavoro finito.

- Non potrà essere che così.

- Ti faccio sapere – disse lei avviandosi verso la porta. Non ottenne risposta.


Diede un colpo al pulsante di chiamata dell'ascensore e frugò nelle profonde tasche dei suoi trasandati vestiti da nichilista, l'unico segno evidente dei suoi turbolenti trascorsi giovanili. Gli altri infatti li aveva sotto gli abiti, nella carne. Estrasse un costoso comunicatore cellulare e, certa di essere fuori della portata di orecchie altrui, con pochi tocchi sui pulsanti a sfioramento avviò una chiamata.

- Hai fatto presto – le rispose una voce acuta ma maschile – vuol dire che c'è qualche problema?

- Ne vuole duecentomila.

Il silenzio prolungato del suo interlocutore non lasciava presagire nulla di buono.

- Ma è impazzito? Con quella cifra ne assoldiamo un plotone come lui... magari anche meglio!

- Senti, questo è il primo che non si squaglia a sentir nominare Nico. Proviamo. Se le cose vanno come penso io, non li spenderemo mai quei duecentomila.

- Sì... potresti avere ragione. Pedersen è una montagna di muscoli, ma sta dimostrando di avere un cervello. Mettiamolo alla prova. Vuole un anticipo?

- No, non vuole nulla prima di aver finito il lavoro.

- Oh, un professionista dotato di etica... va bene. Gli mando quello che abbiamo.

- Dammi il prossimo nome – disse Yoko mentre le porte dell'ascensore le si aprivano davanti. Freddi sguardi di disapprovazione l'accolsero, ma non ci fece nemmeno caso. Ci era abituata. Si aggrappò a un sostegno verticale e continuò la conversazione.

- Più tardi. Ora per favore passa da Callahan e digli di non fare nulla di avventato... lo tiriamo fuori noi. Digli di collaborare con l'avvocato che gli manderemo presto e di non fare cazzate. Le gemelle lo vogliono ringraziare per aver ingabbiato l'assassino delle nostre ragazze.

- Era solo un pezzo di merda... ne vale la pena sbattersi? - chiese Yoko. Nessuno dei passeggeri si stupì per il vocabolario della piccola nichilista stracciona dai lunghi capelli neri, ma tutti fissavano invidiosi il comunicatore che lei teneva accostato all'orecchio.

- Tientelo per te... sta succedendo qualcosa al distretto di polizia. Temiamo che i nostri... concorrenti siano passati all'offensiva su larga scala e che alcuni poliziotti siano passati dalla loro. Certo non Callahan. Ma sai... lui è uno che canta abbastanza facilmente... potrebbe svelarci informazioni utili.

- Sì, so anche chi è bravissima a fargli abbassare subito i pantaloni. Ma è sparita... - Yoko cercò di abbassare la voce, ma era difficile non farsi sentire. L'apparecchio trasmetteva solo segnali pesantemente crittografati, ma i presenti nell'ascensore potevano udire chiaramente quanto lei diceva. Non che la cosa fosse molto importante, per lei. Non temeva nulla: né la polizia, né “la concorrenza”. Godeva della piena protezione delle gemelle e tutti sapevano bene che toccare lei equivaleva a far scoppiare una rivoluzione. Una di quelle molto sanguinose.

- Sono stato informato... seccante, direi. Lilly è una bella leva per manovrare Callahan. Se è in giro la troveremo. Ora devo chiudere, Yoko... non è bene che queste conversazioni siano troppo lunghe.

- Ci vediamo – concluse lei e interruppe la comunicazione.


Pedersen stava controllando l'attrezzatura quando lo schermo del terminale si accese. L'aveva programmato per segnalare prontamente la ricezione di messaggi di qualsiasi genere. Controllò subito e infatti trovò un messaggio anonimo piuttosto ingombrante. Conteneva un piccolo file di testo con alcune indicazioni e diverse foto. Lesse le poche righe: un indirizzo del terzo settore, un quartiere malfamato. Nessun problema. Confermati i duecentomila. Visualizzò le foto e strinse i denti fino a farli scricchiolare. I muscoli della mascella e del collo si tesero fino ad apparire evidenti. Le foto, scattate di nascosto in un locale pubblico e per strada, mostravano due persone: un uomo alto e robusto in compagnia di una ragazza rossa di capelli. Guardò l'uomo: muscoli allenati ma non gonfi di anabolizzanti, viso anonimo e normale, vestito comunemente, capelli cortissimi.

- Nico – disse a se stesso guardando quel viso e imprimendoselo nella memoria artificiale, una protesi cibernetica fatta apposta per permettergli di memorizzare volti, luoghi, dettagli utili alla caccia.

Tornò a controllare meticolosamente ogni componente delle armi, poiché sapeva che tutto avrebbe dovuto funzionare, subito. Contro Nico non avrebbe avuto una seconda possibilità.


Era il secondo giorno di caccia. Se non avesse trovato traccia di Nico avrebbe dovuto abbandonare: il suo impianto cibernetico gli aveva già segnalato due volte facce già viste. Farsi notare non era certo il modo migliore per sperare di avvicinarsi con successo alla vittima. Se avesse avuto ancora due o tre segnalazioni dall'innesto cerebrale avrebbe fatto meglio a tagliare la corda, senza perdere altro tempo.

Camminare senza una meta in quella zona del terzo settore non era molto indicato per la salute: in un giorno e mezzo aveva assistito a due rapine a mano armata e udito gli echi di uno scontro a fuoco. La polizia interveniva sempre in forze da quelle parti arrestando chiunque capitasse a tiro. Aveva quindi badato a stare lontano il più possibile da sirene e lampeggianti di tutti i tipi. Quella mattina non era successo ancora nulla: aveva gironzolato tra gli stim di un paio di locali irregolari facendo bene attenzione a non farsi notare e a non avvicinarsi agli spacciatori di gialla. Erano solo bulli di quartiere circondati da feccia attaccabrighe, ma spalleggiati da qualche organizzazione malavitosa piuttosto potente. Le capsule di gialla infatti passavano di mano in mano nemmeno tanto discretamente.

Stanco di perdere tempo, decise di provare all'indirizzo che gli era stato indicato. Andò a piedi, memorizzando facce in continuazione, guardandosi in giro, calcolando mentalmente i possibili percorsi per allontanarsi in fretta facendo perdere le sue tracce.

Infine lo vide. Il suo impianto cibernetico segnalò immediatamente una sagoma di tre quarti. Era lui, non c'era alcun dubbio. Camminava da solo, dall'altra parte della strada. Lo seguì da lontano per qualche minuto solo per accertarsi che si stesse dirigendo dove avesse la stanza. Era molto probabile che avesse anche lui qualche microchip nel cervello per difendersi dai pedinamenti, quindi non era il caso di tentare la sorte. La notte precedente con un attacco informatico aveva ottenuto la pianta dell'edificio, quindi si diresse immediatamente all'entrata di servizio precedentemente forzata. Si era dato la pena di disattivare i sensori contro le intrusioni, ma aprendola si rese conto che il sensore di quella porta in particolare era stato rotto molto tempo prima.

Non sapeva a che piano aveva la stanza ma poteva ricavare l'informazione spremendo il guardiano all'ingresso. Se ci fosse stato: la postazione era deserta, sporca e ingombra di rifiuti al punto da lasciar pensare che fosse del tutto abbandonata. Di nuovo strinse i denti facendoli scricchiolare: doveva arrendersi. Ma prima voleva giocare l'ultima carta. C'era un solo ascensore funzionante e lo chiamò. Inforcati gli occhiali tecnici, li regolò per esaltare le tracce termiche. Quando la porta si aprì studiò il pannello dei pulsanti per cercare di capire quali fossero stati toccati di recente. Una speranza vana: il software degli occhiali colorava tutta la pulsantiera con la stessa tonalità di blu.

- Aspetti, aspetti!

Fermò la chiusura delle porte appena in tempo. La rossa della foto. Un colpo di fortuna insperato. Lei fece in fretta a digitare il numero del piano, ma lui aveva ancora gli occhiali attivi e fece in tempo a vedere il numero grazie alla debolissima traccia termica. Lei tenne gli occhi bassi per tutto il tragitto: aveva braccia sottili, il ventre un po' sporgente, il viso chiazzato da lentiggini. Era sgraziata, brutta e vestita male, ma il rosso chiaro dei capelli spettinati era autentico. La sovrastava in altezza e lei se ne stava curva appoggiata con le spalle alla parete della cabina tenendo la schiena storta per chissà quale motivo, sembrando ancora più bassa e minuta. Uscì in fretta dall'ascensore, senza salutare, quasi in fuga. Pedersen salì di altri due piani, poi attraversò tutto il corridoio fino alle scale di servizio. Ridiscese i due piani, scavalcando un tossicomane immobile. Aveva scelto i gradini per inalarsi qualche cosa che lo aveva messo fuori combattimento. Fu tentato di regalargli il sonno eterno, ma quando si rese conto che era perso dentro i suoi sogni chimici, lasciò perdere.

Grazie alla pianta dell'edificio memorizzata nel cervello cibernetico, trovò una stanza dalla quale si potesse vedere la finestra della sua vittima. Scassinò la serratura elettronica dell'appartamento e vi entrò con l'arma spianata. Non c'era nessuno, esattamente come gli occhiali tecnici avevano evidenziato prima. Spostò una sedia vicino alla finestra e regolò le lenti elettroniche per superare la polarizzazione delle finestre: essa impediva a chi stava di là dal crilex di poter sbirciare dentro. Infatti le tende, un lusso impossibile per la maggior parte delle finestre del terzo settore, mancavano all'appello. Dopo qualche minuto passato a regolare gli occhiali finalmente riuscì a combinare la funzione termoscopica a quella ottica e poté vedere delle ombre muoversi nell'appartamento. Nico era ben distinguibile: la sagoma alta e massiccia non poteva che essere lui. Se avesse portato anche un microfono laser avrebbe potuto comodamente ascoltare i loro discorsi, ma non era indispensabile. Doveva solo aspettare. Nel misero appartamento occupato all'insaputa del proprietario non c'era nulla, e non aveva voglia di violare la protezione del terminale solo per giocare un po'. Si concentrò esclusivamente su quelle sagome opache, che si muovevano dentro la lontana cornice di quella finestra. Le seguì minuto per minuto, osservandole scomparire e riapparire. Poi vide la luce spegnersi e la traccia termica dei due corpi farsi leggermente più evidente. Era quasi il momento di agire. Controllò la sua arma automatica, una SMG di modeste dimensioni ma capace di svuotare il suo caricatore da quaranta colpi in poco più di due secondi. L'arma era perfetta, oliata e collaudata. Era la sua mano che tremava leggermente.


Quando si riaccese la luce i due amanti giacevano ancora ansimanti, lucidi di sudore e soddisfatti.

- Hey, non sei così male... - disse lei sorridendo, i corti capelli rossi come fiamme sul cuscino bianco.

- Come sarebbe “non sei così male”? - ribatté lui rotolandole sopra con tutta la sua mole e inchiodandola al letto tenendola bloccata con le mani sulle spalle. Lei trattenne il fiato poiché si attendeva qualcosa, ma non smise di sorridere sotto le lentiggini che le coprivano il viso. Lui era sul punto di dire qualcosa ma si interruppe al suono della serratura che scattava.

Un istante dopo la porta si spalancò di colpo e una massiccia figura ne ingombrò totalmente lo specchio. Impugnava un'arma dalla quale partirono due raffiche controllate di tre colpi: raggiunsero l'uomo alla schiena e al torace, uccidendolo sul colpo. Poi l'aggressore cadde all'indietro, anche lui privo di vita. La ragazza dai capelli rossi si mise in piedi sul letto scivolando fuori dal lenzuolo bucato e già macchiato di sangue, senza curarsi della propria nudità. In mano teneva una piccola arma da fuoco con silenziatore. La puntò verso l'aggressore e fece fuoco altre tre volte, centrando il cadavere al petto e alla testa, sfigurandolo.

- Stronzo – disse con un'espressione glaciale sul viso.

Scesa dal letto si avvicinò al cadavere del compagno, caduto scomposto sul pavimento dove già si allargava una pozza di sangue scuro. Con un piede lo fece rotolare sulla schiena per potergli mettere in mano l'arma ancora calda. Poi si infilò tranquilla dentro la doccia e fece scendere l'acqua bollente.


Archie credeva di avere davanti il periodo più bello della sua vita. Lo aveva confidato agli amici, badando bene a non svelare il suo segreto. Due giorni prima era arrivato l'accredito per le foto che aveva fatto. Un mare di soldi se confrontati ai miseri guadagni fatti vendendo software per stim craccato e violando le protezioni dei server di pornografia a pagamento. Grazie a una soffiata era riuscito a individuare il famigerato killer Nico. Era sceso da uno shuttle di linea e lui lo aveva aspettato pazientemente, nascosto all'uscita del cancello di sbarco. Fortunatamente con quel volo erano arrivate solo ottantadue persone. Di nascosto li aveva fotografati tutti: una montagna di foto da cui aveva selezionato pazientemente una decina di persone. Non era un esperto di grafica ma tempo addietro un suo amico, che si era vantato di aver violato i sistemi della polizia, gli aveva fornito come prova un software in grado di rintracciare la gente in base al volto. Aveva identificato otto di quelle persone e dopo brevi indagini tramite la Rete, aveva scoperto che nessuno di loro poteva essere Nico. Ne erano rimasti solo due: un uomo e una ragazza dai capelli rossi immortalati quasi per caso al bar dello spazioporto. Non poteva che essere lui: ogni ricerca sul suo conto non dava alcun esito. Non risultava nemmeno il biglietto del volo da cui l'aveva visto scendere. Aveva contattato nuovamente quel suo amico pirata e, dopo un po' di insistenza ma senza svelare il vero motivo del suo interesse, si era fatto dare un ferocissimo spider della polizia, tecnologia molto recente. Lo spider era ritornato dalla Rete, dopo due giorni e mezzo di ricerche, a mani vuote.

Aveva immediatamente messo al corrente le gemelle nella speranza di far loro cosa gradita. Lavorava per loro di tanto in tanto, stando ben attento a non dar loro un motivo per schiacciarlo impietosamente come avrebbero potuto fare in qualsiasi momento. La cosa sembrava averle interessate poco al momento e non si era fatto illusioni. Ma poi erano arrivati i soldi. Tanti soldi.

Infine, cosa niente affatto di secondaria importanza per Archie, finalmente la ragazza con cui chattava da un mese aveva accettato di vederlo e gli aveva dato un appuntamento. Finì di sistemarsi davanti allo specchio: ci teneva a fare una buona impressione. Sapeva di non essere un granché: Helen avrebbe dovuto adeguarsi. Lei lo aveva lusingato a lungo e aveva lasciato intendere d'essere affascinata dalla persona e che, avendolo conosciuto attraverso una chat di solo testo, non poteva avere pregiudizi su di lui. Archie non chiedeva di meglio e, stabilito di essere pronto con un'ultima occhiata alla dubbiosa immagine di se stesso, uscì diretto al locale dell'appuntamento.

Alla seconda birra bevuta per ingannare l'attesa cominciò a dare segni di impazienza. Tamburellava nervosamente sul tavolo e si guardava intorno, ansioso. Spuntate all'improvviso alle sue spalle, due mani piccole e fresche gli si posarono sugli occhi quasi spaventandolo.

- Ciao Archie! Indovina chi sono... - disse una dolce voce femminile. Ci fu il lieve pizzicore di una scarica elettrostatica che lo raggiunse sotto l'orecchio.

Sorridendo estasiato Archie esclamò il nome di lei a voce troppo alta e, avuti liberi gli occhi, si voltò per guardarla.

- Helen, mi hai quasi fatto morire di pau...

Gli occhi di Archie saltarono immediatamente dagli abiti sintetici di lei ai suoi luminosi occhi verdi e poi alle lentiggini e ai corti capelli di un rosso vivo, naturale. Il sorriso gli si spense sul nascere e il colore gli defluì dal volto. La ragazza della foto.

Brancolò con le braccia per cercare un appiglio mentre le gambe lo spingevano giù dalla sedia in un disperato tentativo di fuga. Il boccale cadde senza infrangersi e quella poca birra rimasta si versò sul pavimento. Archie toccò terra dolorosamente col fondoschiena ma si rialzò subito tenendosi una mano sul collo dove aveva sentito il pizzicore della scarica elettrostatica. Faceva male. Si precipitò fuori dal locale con movimenti scoordinati e scomposti. Inciampò, cadde ancora e si rialzò barcollando paurosamente. Tentò di articolare un grido di aiuto ma i presenti udirono solo suoni strozzati. Quando la vettura lo investì uccidendolo sul colpo, Archie stava ancora cercando di fuggire, ma nessuno seppe dire alla polizia cosa lo avesse indotto ad attraversare la strada all'improvviso. Nessuno dei testimoni si rammentò di aver visto la ragazza coi capelli rossi parlare con la vittima e i poliziotti, rilevato dell'alcol nel sangue di Archie, archiviarono l'accaduto come incidente.

Novella Fois

Una Dama. Una guerra. Il suo nemico e un destino da compiere.



Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.


Immobile accanto alla finestra guardava quello che una volta era stato il suo regno. Dove un tempo si estendevano a perdita d’occhio campi verdi e gialli, ora si allargava una distesa di brulla terra rivoltata. L’aria era offuscata dal fumo dei centinaia d’incendi serviti a cancellare i numerosi, piccoli villaggi che punteggiavano le sue terre. 

La Dama osservava con sguardo corrucciato, strinse le labbra, livide contro la pelle esangue del viso. I capelli corvini scendevano in onde scomposte sulla veste bianca, ormai lisa. Chiuse gli occhi appoggiandosi alla fredda pietra. Si chiese quanto ancora il suo orgoglio e la sua stoltezza avrebbero potuto sostenerla in quella folle guerra. 

Erano in stallo da tanto tempo, due paesi un tempo ricchi potevano vantare, ora, solo popolazione affamata, torri diroccate ed eserciti cenciosi che continuavano a scontrarsi l’uno contro l’altro con una insensatezza pari solo a quella dei propri governanti. Con stizza allontanò quei pensieri. Aveva sfidato il Negromante, con tutto il coraggio della disperazione. Non avrebbero avuto mai né pace né integrità se non avesse annientato la sua brama che di giorno in giorno cresceva più impaziente e brutale che mai. 

Un rumore di passi la indusse a riaprire gli occhi. 

- Mia Signora… 

La Dama si voltò, un uomo l’aveva raggiunta: sporco e lacero, sembrava esausto. La donna provò un moto di tenerezza verso il suo valoroso Capitano. Un lieve sorriso le increspò le labbra. Non portava buone notizie. 

 - La Torre Bianca è caduta. Non rimane che una squadra di cavalieri e pochi fanti. 

L’uomo aveva abbassato gli occhi, tutto in lui parlava di sconfitta. La Dama si avvicinò di un passo. 

- Così…è arrivato il mio momento. 

Il Capitano rialzò il viso, c’erano rammarico e paura nei suoi occhi scuri. Le prese le mani tra le sue. La donna gli sorrise dolcemente, il suo viso sembrava risplendere di una luce soffusa. 

- Sono le regole del gioco, è il mio destino. Non posso rimanere nascosta qui, quando è mio dovere fare la mia parte. 

Era questo ciò a cui tutto si riduceva, alla fine. Un ultimo inesorabile cimento, lo scontro finale tra la Bianca Regina e il Negromante. Il Capitano comprese, l’aveva sempre saputo e aveva fatto di tutto per evitarle quella sorte. Attirò la sua dama contro il petto tenendola stretta per un tempo che sembrò indefinito.

Più tardi, dopo aver elaborato un estremo, disperato piano di battaglia, dopo che il Capitano si era accomiatato con un ultimo bacio, la Dama si era fermata accanto al talamo. 

Tirò la cortina di mussola finissima e guardò con tenerezza il suo Re. Dormiva, i riccioli chiari, quasi bianchi, erano sparsi disordinati sul cuscino, le ciglia tremolavano impercettibilmente. Stava sognando. Mugolò. 

La donna lo prese in braccio, lo strinse al cuore. Il suo Re, il suo bambino, l’avrebbe difeso a costo della morte. 

Pensò con cautela le parole magiche che avrebbe scagliato contro il Negromante, per far finire tutta quella follia. Le salirono alle labbra con un singulto. 

- Shamat. - mormorò piano.
Novella Fois

Una scienziata e il suo esperimento...




Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.
 


Linda guardò stanca il grande orologio appeso al muro del laboratorio: le sette meno un quarto. Sospirò infelice. Si massaggiò la nuca dolorante ed osservò al di là del vetro l’oggetto dei suoi studi. Invece di eseguire l’esercizio che le era stato assegnato si era distratta di nuovo e Linda imprecò dentro di sé, poi la incitò a bassa voce certa che non potesse sentirla nella sua stanza: 


- Coraggio, Matilda: un piccolo sforzo e ce ne possiamo andare tutti a casa!


Guardò gli appunti: la piccola era andata bene fino a quel momento, per la sua età era ben sviluppata e con buone capacità cognitive, ma tendeva a distrarsi, non finiva gli esercizi e per questo era un po’ indietro rispetto agli altri. Linda aveva scelto di studiare Matilda perché, nonostante tutto, le era sembrata sveglia ed estroversa e quando riusciva a rimanere concentrata era capace di trovare delle soluzioni brillanti ai problemi che le mettevano di fronte. 

Per questo la ricercatrice aveva tanto a cuore quel progetto e in quel momento si trovava in laboratorio invece che a casa con la sua bambina. Dall'altra parte del vetro Matilda aveva ripreso ad interessarsi alla scatola, la studiava, la smuoveva: sapeva che dentro c’era un premio e che per prenderlo avrebbe dovuto aprirla, ma non sapeva come fare. Urlò la sua frustrazione e corse da una parte all'altra della stanza mulinando gli arti superiori. 

Linda osservava e intanto pensava a Bea, la sua bambina, che aveva la stessa età di Matilda:due anni e mezzo. Entrambe sapevano camminare, pulirsi (Bea aveva ancora qualche problema col vasino) e mangiare da sole. Ma a differenza di sua figlia Matilda non avrebbe mai imparato a parlare o a vestirsi ed era per questo che c’era lei dietro al vetro e non sua figlia! Linda sorrise, sapeva che se ci fosse stata Bea là dentro avrebbe rinunciato molto prima e si sarebbe accovacciata in un angolo a piagnucolare, invece Matilda era testarda, ostinata. Poteva intravedere il premio dentro alla scatola e aveva deciso che lo voleva ed erano ore che lavorava su come poter raggiungere il suo scopo. 

La ricercatrice era fiera di lei e nello stesso modo ostinato restava a guardare i suoi sforzi nonostante fosse stanca e desiderasse andare a casa: perché la piccola meritava tutta la sua attenzione. 

In quel momento Matilda lanciò un altro urlo e scagliò la scatola contro il muro, Linda ebbe un moto di disappunto: non era la soluzione originale che si era aspettata e sapeva che per quanto Matilda continuasse a lanciare la scatola, questa non si sarebbe aperta a suo beneficio. Doveva pensare a qualcos'altro. Matilda sembrava infuriata, urlava, correva, tornava alla scatola e di nuovo la lanciava. Linda sapeva che quel momento di frustrazione le sarebbe passato presto, che non aveva altro modo per sfogare l’insoddisfazione che stava provando. Dopo altri strilli finalmente Matilda si calmò, si accovacciò accanto alla scatola un po’ ammaccata e cominciò ad osservarla attentamente. 

Linda si sporse in avanti, negli occhi di Matilda colse un barlume di consapevolezza, poteva quasi sentire gli ingranaggi del suo cervello girare e girare fino ad incastrarsi perfettamente l’un con l’altro nel trovare la soluzione del problema. Con dita goffe Matilda stava muovendo il coperchio della scatola: aveva già provato a sollevarlo senza riuscirvi, ma provò di nuovo. Il coperchio non si mosse, lo spinse verso il basso e la scatola scricchiolò. Matilda lasciò la presa e si grattò il capo, mugolando. Poi provò a tirare verso di sé il coperchio, ma quello di nuovo rimase al suo posto e allora tentò a spingerlo: un altro scricchiolio. 

Linda la osservava attentissima: sapeva che la soluzione era tutt'altro che facile, i movimenti da compiere per aprire il contenitore erano complessi e nessuno degli altri soggetti studiati era ancora riuscito a risolvere il problema. Matilda emise un verso di frustrazione e aggirò la scatola, poi vi si sedette di nuovo accanto, con lentezza spinse verso il basso il coperchio e poi lo tirò verso di sé: con un clic la scatola si aprì. 

Linda sorrise e fece un gesto di vittoria, era un risultato eccellente! Sapeva che Matilda ci sarebbe riuscita, si sentì gonfia di orgoglio ed entusiasmo: era valsa la pena aspettare tutto quel tempo. Finalmente Matilda aveva il suo premio, con entusiasmo roteò per la stanza ed allargò le labbra a mostrare i grossi denti con un verso di soddisfazione. 

Poi il piccolo scimpanzé si accovacciò in un angolo e cominciò a mangiare la sua banana.

Novella Fois Ott 25 '13 · Tags: racconto, generale
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