Loading...

Articoli utenti sul blog

Associazione Culturale TUTTOTEATRO

Ciao

Ci siamo . Manca poco  alla trasmissione televisiva artistivì  a cui tengo molto

Venerdì 24 ottobre, dalle 22.00 alle 23.00, al Canale Italia 160 del digitale terrestre, sarò intervistato su artistivì, spero che anche tu sarai dei nostri.

Sarei felice se tu inoltrassi questa comunicazione ai tuoi contatti.

 Il programma televisivo è a diffusione nazionale e viene visto ovunque, se tu non prendessi questo canale è sufficiente risintonizzare il decoder.

Clicca sul link per vedere lo spot: http://youtu.be/NX4wNVz8X5k

 

Cordiali saluti Maurizio

 

Associazione Culturale TUTTOTEATRO

Gentile amico

Ci siamo quasi. Manca esattamente 3giorni  alla trasmissione televisiva artistivì e ci tengo molto mi farebbe piacere che tu la possa vedere . Divulgare a cultura dell’arte è una necessità  e bisogna continuare ad impegnarsi nel diffonderla. La cultura del bello è fondamento per l'umanità, troppo spesso, soprattutto in tempi come questi, ci si è dimenticati di questo.

Promuovere l’arte attraverso la sua diffusione, dare visibilità alla bellezza, diventa un dovere, per realizzare la crescita sociale che merita l’essere umano.

Venerdì 24 ottobre, dalle 22.00 alle 23.00, al Canale Italia 160 del digitale terrestre, sarò intervistato su artistivì, spero che anche tu sarai dei nostri.

Sarei felice se tu inoltrassi questa comunicazione ai tuoi contatti.

 Il programma televisivo è a diffusione nazionale e viene visto ovunque, se tu non prendessi questo canale è sufficiente risintonizzare il decoder.

Clicca sul link per vedere lo spot: http://youtu.be/NX4wNVz8X5k

 

Cordiali saluti

 

Roberto Boscaini

(In una normale e semplice serata, quattro amici  per la vita, si  trovano a confrontarsi ognuno con i propri  sentimenti...

Appartamento di Frank.

Frank è al telefono e sembra piuttosto irritato...)

Frank: Cosa?
Non è possibile!
Ma fra voi due sempre così finisce?
Certo che tu e Juliet non vi smentite mai eh!?

(Nel frattempo suonano alla porta)

Frank: Senti Mark, devo lasciarti che stanno suonando alla porta, tanto hai detto che passerai prima qui no, così poi andiamo al pub insieme.
Bene, continueremo allora il discorso a quattr'occhi!

Ok, a dopo. (riattacca il telefono)

Frank: (scuotendo il capo, pensando alla telefonata, va ad aprire la porta, borbottando...)
Ma che seratina che ci aspetta.

James: (fuori dalla porta)
Ehi Frank, come va!?

Frank: E tu cosa cavolo ci fai qui, James!?

(Nel mentre James entra in casa, con Frank che chiude la porta)

James: Beh, è questo il modo di accogliere un caro amico?

Frank: E sì, scusami tanto se sono sorpreso di vederti, visto che a quest'ora dovevi essere in viaggio con la tua nuova fiamma, a tuo dire <<quella giusta stavolta!!>>
Certo che è proprio vero, le disgrazie non vengono mai sole!

James: Addirittura Frank?
E perché mai!?

Frank: Tua sorella...

James: (Interrompendo Frank, non facendogli finire la frase)
Juliet!?
Che cosa è successo?
Oddio, sta bene?

Frank: Sì certo, ma fammi finire, dicevo, tua sorella e Mark, tanto per cambiare, hanno discusso di nuovo.

James: Di nuovo?
Quei due sono proprio incorreggibili eh!?

Frank: (sarcastico) Disse colui che stronca ogni nuova relazione sul nascere!

James: Vabbè Frank, che centra, è diverso, la mia situazione è un altro paio di maniche.

Frank: Hmm, diversa, tu dici eh?

James: (minimizzando) Ma sì... certo... comunque (guardandosi attorno) notavo solamente ora che non c'è Claire, dov'è andata?

Frank: È passata a trovare i suoi genitori, ci vedremo poi dopo al pub, insieme con Mark e Juliet.

James: Capirai, immagino già la bella atmosfera che ci sarà, grazie a quei due!

Frank: Come no!!!
Piuttosto James, non divaghiamo, mi vuoi dire o no cosa è successo tra te e la tua presunta compagna?
O vogliamo far finta di niente!?

James: (dopo qualche secondo di silenzio, con tono serio)
L' ho lasciata.

Frank: (pungente) Sai che novità!

James: (dismesso) Sono diventato prevedibile ormai, vero?

Frank: Come da copione James, e scommetto che il motivo è stato perché tu stavi ancora pensando a quella tua famigerata "lei", giusto?

James: Sì, io non ce la faccio Frank, non riesco a togliermela dalla testa, è più forte di me.

Frank: Lasciala andare James, lasciala andare.

James: Non posso, ci penso in continuazione, giorno e notte, nessun altra relazione che ho avuto è stata tanto seria o importante da riuscire a distrarmi e da farmela dimenticare, non c'è niente da fare, sono innamorato di lei, sono sempre stato innamorato di lei, fin dal primo giorno che l'ho vista.
Lei è la mia parte mancante, io non riesco ancora a credere che non farà mai parte della mia vita.

Frank: Ma lo sai benissimo anche tu che questa è una storia impossibile, senza contare, che neanche sa che tu sei stracotto di lei!

James: E non dovrà mai saperlo!
Il destino ha voluto che oltre ad essere già fidanzata, lo sia anche felicemente, per di più, lui è anche un bravo ragazzo.
(con amarezza) Eppure, uno dovrebbe essere felice per la felicità stessa della persona a cui più tiene al mondo, ma sarei un ipocrita se dicessi che non sarei contento se di punto in bianco si lasciasse con il suo ragazzo.

Frank: (colpito da quest'ultima dichiarazione di James)
James...

James: Lo so Frank, sto sparlando.
Mi sento uno schifo a pensare queste cose.
È solo che non riesco a non pensarci, sai, delle volte penso di essere riuscito a dimenticarla, ma poi mi basta solo rivederla di nuovo, e puff, tutto ritorna.

Frank: Devi fartene una ragione James, altrimenti non riuscirai mai a voltare pagina, e ad andare avanti.

James: (scettico) Voltare pagina?
Andare avanti?
Come se fosse così semplice Frank.

Frank: (duro e deciso) No.
Infatti non è semplice, però è necessario.
Non possiamo rimanere come i pesci,  sempre attaccati all'amo, e dichiararci vinti, bisogna trovare il coraggio di lottare per staccarsi da esso, così come con la vita, bisogna lottarci contro ogni singolo giorno e MAI e poi MAI arrendersi, altrimenti ci fotte!
Non permettere alla vita di controllarti, ma sii tu a controllare lei!

James: (quasi sconsolato) Credo invece che sto man mano consegnandomi a lei, diventando così  suo ostaggio.
Beato te Frank che non hai di questi problemi, non per niente tu sei quello saggio e forte del gruppo, lo sei sempre stato, sai, vorrei essere proprio come te.

Frank: (quasi seccato) Ma si può sapere cosa diavolo stai farneticando?
Non ho problemi?
Credi davvero che io non abbia mai incontrato delle difficoltà?
Pensi che tra me e Claire non ci sia mai stato un litigio?
Che sia sempre stato tutto rose e fiori il nostro rapporto?
No, ti sbagli di grosso, anche noi abbiamo avuto le nostre incomprensioni, come tutti del resto, ma abbiamo avuto anche la forza di affrontarle e cercato di risolverle, invece di rimanere fermi a piangerci addosso.
Diamine James, tra qualche mese io sarò padre, pensi che io non abbia paura?
Pensi che io abbia letto ed imparato il manuale del padre perfetto, che sia pronto per questo?
No, no che non lo sono, mio figlio non nascerà certo in tempi che si possono definire migliori, ma questo non vuol dire che non lotterò, affinché per lui possano invece diventarlo!
E sai cos'è che mi da, anzi, che ci da questa grande forza di volontà, questa voglia, sono l' amore e la speranza James, sarò anche uno sciocco a pensare questo, ma io credo che l' amore e la speranza siano il motore della vita, il resto, sono solo cazzate!!!
E non ti disperare se ancora non hai trovato la tua VERA lei, perché magari non sarai tu a trovarla lì di fuori, ma sarà lei che troverà te alla fine!

James: (sorpreso, quasi rinfrancato, incoraggiato dalle parole di  Frank)
Cavolo Frank, non ti facevo così profondo...
Ma non hai mai pensato di scrivere?

Frank: Ma piantala scemo!!!

James: He he he he.
Comunque, a parte tutto, avevo veramente bisogno di sentirmi dire certe cose... sei un vero amico... non so davvero come ringr...

Frank: (troncando James, non facendolo finire) Non farlo!
Lo sai che non sopporto queste situazioni!
Ho capito quello che mi vuoi dire,  e va bene così, ok?

James: (accennando un sorriso) Hmm, sempre il solito...
(cambiando poi discorso) Allora, che ne dici se mi unisco anch'io insieme a tutti voi, stasera al pub!?

Frank: Insomma, ti autoinviti!
Vedi però di non tormentare troppo tua sorella con Mark, come tuo solito.

James: (andando via e chiudendo la porta) Tranquillo Frank, tranquillo!

Frank: Sì, come no!
Mi immagino proprio!

(Frank andò a finire di prepararsi per uscire anch'egli, quando, dopo qualche istante, suonarono alla porta)

 

Frank: (aprendo la porta) Ehi Mark, finalmente sei arrivato!
Ma che hai, perché il fiatone?

(facendolo intanto accomodare)

Mark: (entrando in casa, ansimando)
Eh..... le scale..... lo sai che non le sopporto..... UFF!!!

Frank: Beh, potevi prendere l'ascensore, no?

Mark: (riprendendo pian piano fiato)
Lo so!
Ma proprio in quel momento era occupato!

Frank: (intuendo qualcosa, quasi tra se e se)
Ah sì, giusto!
Neanche le scale per scendere usa, quello scansafatiche!

Mark: Cosa dici?

Frank: No niente, non ci far caso!
Ma bando alle ciancie, si può sapere allora cosa è successo, questa volta, tra te e Juliet?

Mark: Ma no, niente di che, abbiamo avuto solo una piccola discussione per una stupidaggine.

Frank: Sarebbe a dire?

Mark: Lo trovo quasi assurdo guarda, tutto è nato perché io ancora non gli ho detto un semplice ti amo, ma dai!

Frank: (quasi rimproverandolo, per quel che ha sentito) Un semplice... ti amo dici, eh?
Una stupidaggine.
Wow.
Sai Mark, io non voglio assolutamente fare il moralista, però, permettimi di dirti che questa non è affatto una stupidaggine, non è una cosa da prendere così alla leggera.

Mark: (come a voler rimediare a quanto appena detto)
Aspetta Frank!
Non intendevo dire in questo senso...

Frank: (diretto) Spiegati allora.

Mark: Quello che volevo dire, non è che non la ami eh, ci mancherebbe altro, è solo che... non me la sento di dirglielo, cioè, lo sai come sono fatto no, certe cose non ci riesco a dirle di persona.

Frank: (secco) Saresti in grado di spiegare precisamente cosa significhi amare qualcuno?

Mark: (colto di sorpresa dalla domanda)
Beh... vediamo... amare qualcuno... significa...
Diamine, non riesco a trovare le parole giuste.

Frank: Ecco, esatto!
È proprio questo il punto!
Vedi, amare  è un sentimento, un'emozione così incredibile, che per l'appunto è indescrivibile!
La si può solo sentire dentro di noi, e ognuno la percepisce a modo suo, ed è per questo che, anche se non sempre ma ogni tanto, è semplicemente bellissimo sentirselo dire.

Mark: (consapevole) Lo so, Frank, lo so.
Difatti ogni volta che Juliet me lo dice, è proprio come dici tu, è una sensazione bellissima, e solo ora mi rendo conto del mio egoismo, cosa può provare Juliet a non sentirsi dire quelle parole.
Però, resta il fatto che io non ce la faccio, e poi, come so quando è il momento giusto, il momento perfetto per dirglielo.

Frank: Non esiste il momento giusto, la situazione perfetta per dirlo, lo capisci da te quando arriva, lo senti dentro.

Mark: (con curiosità e timidezza allo stesso tempo) E per te...
Come fu Frank?
Come andò con Claire?
Se non sono troppo indiscreto...

Frank: Vuoi sapere come andò a me?
Magari ti immagini una cena a lume di candela, un ristorante di classe, o davanti a qualche monumento pittoresco, no, niente di tutto di questo.
Lo ricordo ancora come se fosse ieri.
Eravamo qui a casa, di là nel salotto, sul divano a guardare la tv, in pigiama, Claire era tutta rannicchiata vicino a me, la sua testa era poggiata sul mio petto, dalla parte del cuore, io le stavo accarezzando prima i capelli, poi il viso, ad un certo punto lei alzò il suo dolce sguardo verso di me, e non so dirti come, o perché, ma in quell' istante glielo dissi... <<ti amo>>.
Cavolo, avrei voluto che il tempo, in quel momento, si fosse fermato per sempre.
Quella semplice serata, ancora oggi, la considero una delle più belle della mia vita.
Capisci Mark, come vedi, non c'è nulla di trascendentale, di complicato, o perfetto, io vi vedo a voi due, tu sei follemente innamorato di Juliet, e lei di te, perciò cos'altro aspetti, non te lo tenere dentro, diglielo!

Mark: (annuendo con la testa, rimanendo però in silenzio, come se avesse capito la "lezione") .....

Frank: Ok, senti vado di là a finirmi di preparare, così poi scendiamo e andiamo insieme al pub, in attesa che arrivino anche Juliet e Claire, va bene?
(Andando intanto di in camera)
Ah, dimenticavo, ci sarà anche James.

Mark: (sorpreso) Anche James!?
(ironico) Ma che bella notizia!
Comunque va bene dai, ti aspetto qui.

(Nel frattempo, suona il campanello della porta)

Frank: (dalla camera) Ci pensi un attimo tu Mark?

Mark: Sì, non ti preoccupare, vado io.
(Aprendo la porta) COSA? JULIET!!!

 

Juliet: (anch'essa sorpresa) MARK???

Mark: E tu cosa ci fai qui?

Juliet: Potrei chiederti la stessa cosa, no?

Frank: (uscendo dalla camera) Allora Mark, chi... (vedendo chi è) ehi, Juliet, anche tu qui?

Juliet: (entrando in casa) Volevo parlare con Claire di una cosa.

Frank: Ora non c'è, è andata a trovare i suoi genitori, ci raggiungerà dopo.

Juliet: Ah, capisco...
Dunque... (rivolgendosi a Mark) vista la situazione e che ci troviamo qui, vorrei approfittare per parlare di oggi.

Mark: Sì, anch'io vorrei parlarti.

Frank: Sentite ragazzi, se volete io vado un attimo di là, così potete parlare tranquillamente.

Juliet: No, resta pure Frank, non preoccuparti, ci conosciamo da una vita, non siamo certo fra degli sconosciuti, e non abbiamo niente da nascondere, e poi questa è casa tua, anzi, scusaci tu se ce ne stiamo approfittando!

(Frank, per non dare comunque nell'occhio e non volersi impicciare, fece finta di cercare qualcosa, come se avesse perso quel qualcosa)

Mark: Senti Juliet, io volevo...

Juliet: (interropendolo) Aspetta Mark, se non ti dispiace, vorrei parlare prima io.

Mark: Ok... va bene.

Juliet: Riguardo alla discussione di oggi, riflettendoci sopra, ho esagerato a prendermela con te in quel modo, alla fine, anche se non lo dici, tu me lo dimostri ogni singolo giorno di amarmi, anche con quei piccoli gesti, apparentemente insignificanti, ma che invece non lo sono.
Sai, non mi rendo conto abbastanza di quanto io sia fortunata, quando la mattina, una volta aperti gli occhi, ti trovo al mio fianco, ne dovrei essere grata per questo, perché molte delle persone che si trovano sole al mondo, vorrebbero trovarsi volentieri in questa situazione, perché stare soli fa schifo, fa dannatamente schifo, io lo so cosa significa, e nessuno si meriterebbe di esserlo, nessuno.
Quello di oggi, in confronto, è stato solo un mio capriccio.

Mark: (prendendole le mani e guardandola fissa negli occhi) Io ti amo Juliet.

Juliet: (rimanendo di sasso, non aspettandosi quelle parole, giunte come un fulmine a ciel sereno) Cosa...

Frank: (sempre intento a cercare, ma anch'egli rimasto sorpreso) ???

Mark: Il tuo non è stato affatto un capriccio, tu meriti di sentirtelo dire, sono io che sono stato un cazzone a non dirti mai niente fino ad oggi, sei importantissima per me, tu dai un senso ad ogni mio singolo giorno, riempendolo di te.

Juliet: (rimasta colpita dalle parole di Mark) Mark... io... (commossa) scusami!

(Juliet uscì di colpo da casa di Frank, scappando via)

Mark: (rimanendo immobile) Aspetta Juliet!
Dove vai?

Frank: Mark, allora?
Cosa stai aspettando?
Va da lei!

Mark: Sì, vado!

(Mark stava per andare, quando si fermò all'improvviso)

Mark: Frank...

Frank: Che altro c'è ora?

Mark: Ti ringrazio.

Frank: Ma per piacere!
Vedi di andartene và!
Anzi, aspetta un secondo, una curiosità, da dove l'hai tirata fuori quella cosa "del dare un senso a tutti i tuoi giorni"?

Mark: (accennando un sorriso) Beh, da qui... (indicando il cuore)

Frank: (sorridendo anche lui) Già, e da dove sennò!
Anch'io, che domande che faccio...
Ora va da lei, non perdere altro tempo.

Mark: (andandosene via) Corro!
A dopo!

(Frank andò ad infilarsi il cappotto per prepararsi a uscire, quando squillò il suo telefonino)

Frank: Pronto?
Oi amore, allora, come è andata dai  tuoi, tutto bene?
Ah, meno male...
Se ho sentito i ragazzi?
Beh, in effetti li ho più che sentiti...
Se ci sono novità da loro?
A dire il vero no, o meglio, in realtà è la solita routine sai...
Sì, James ha lasciato di nuovo un'altra ragazza...
...Esatto...
Perché continua a pensare ancora a quella sua "lei", però chissà, magari questa è davvero la volta buona che volti definitivamente pagina...
Mark e Juliet?
Eh, lo sai anche tu come sono fatti quei due no?
Sempre a discutere, ma alla fine sempre più follemente innamorati uno dell'altro...
Cosa ho fatto io?
Io...mi conosci, ho cercato di aiutarli, nel mio piccolo, dando loro dei consigli, sperando di aver detto le cose giuste!
...Sì, ho fatto quel che potevo...
Comunque, pensandoci, credo che possiamo considerare questa serata... (uscendo nel mentre da casa) come lo specchio della nostra vita.
Non credi?

FINE

Novella Fois

Sommario: Le cose si possono mettere davvero male quando una Primaria si fa sopraffare dai sentimenti! ma “a volte sono le cose più semplici a risolvere le situazioni più complicate”

Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me.

Un inverno troppo lungo

La mattina risplendeva di luce, ma il sole era solo un pallido disco nel cielo limpido e nessun calore emanava da esso. La neve immacolata sembrava una morbida coltre sul terreno ghiacciato e gli alberi parevano decorati da festoni di trina. Non si udiva alcun rumore, era tutto silente come la morte. Non c’era gioia o stupore in quella mattina perché era uguale a mille altri giorni che l’avevano preceduta. Il freddo era pungente e tutto immobile. Solo una torre infrangeva quella monotonia, era bassa e grigia e disadorna. Nella stanza principale una donna era alla finestra e sorrideva crudelmente, ammirando la sua opera: non più cinguettare di uccelli, né raspare di talpe, né guaiti di volpi. Il suo sguardo si spinse fino all’orizzonte senza notare, come al solito, nessun essere vivente. Qualche ululato interruppe il silenzio, ma la donna continuò a sorridere, quelli erano Sligo e Bres i due lupi guardiani. La Strega d’Inverno si voltò e la sua immagine si riflesse su di un lungo specchio. Osservò la figura di una pallida donna ammantata di nero, poi il suo sguardo si diresse verso il suo piccolo. Era un bambino di poco più di due anni, pallido come la madre. Era nudo e sedeva su un folto tappeto davanti al camino spento. Giocava tristemente con un pezzo di legno sagomato. Non sentiva freddo. La Strega lo guardò con disprezzo perché vide in lui il padre mortale, un tagliaboschi cui si era data come una cagna, tuttavia gli si avvicinò. Provò a sollevarlo da terra, ma il bambino cominciò a piangere finché lei fu costretta a lasciarlo andare “Va bene, va bene, piccolo ingrato!” esclamò ritraendosi. La donna si sedette stancamente su uno scranno dall’alto schienale. Da quando era nato, il bambino non tollerava essere toccato dalla madre, lei non lo sopportava eppure non riusciva a darlo via, anzi tutta la sua opera era stata fatta per proteggere il piccolo. Chiamò con un fischio uno dei due lupi che si accucciò vicino al bambino e lo allattò. La Strega dell’Inverno tornò a guardare dalla finestra. Improvvisamente aguzzò gli occhi: le era sembrato che una macchia di colore avesse interrotto la sinfonia dei bianchi. Quando scorse una figura imbacuccata in panni pesanti arricciò le labbra con scherno, era un altro dei patetici tentativi del Consiglio di sedare la sua furia. La donna strinse i pugni “Non riusciranno a farmi cambiare idea” pensò con gli occhi azzurri ridotti a fessure.Heilyn si avvolse più strettamente il mantello, ma il freddo ormai le era penetrato fino alle ossa. Quanto avrebbe voluto trovarsi nella Tana! Intorno a lei c’era solo neve e silenzio. Ma a questo era abituata. Ricordava un tempo in cui l’erba era verde e punteggiata di fiori, in cui il sole era caldo, le api ronzavano, i fiumi scorrevano impetuosi e le sue protette scorrazzavano per i boschi. Ma ormai questi erano tempi passati. Heilyn guardò la bassa costruzione avanti a sé e cominciò a riflettere a come porre fine a quella situazione. Scosse il capo perché era un compito difficile, se non erano riuscite le sue sorelle a fermare Llywyd, come avrebbe potuto lei? La ragazza aggrottò la fronte. Era rimasta sbalordita quando il Consiglio l’aveva convocata chiedendole aiuto, Heylin aveva risposto che era solo una Semplice, aveva il potere di aiutare le volpi, non certo per fermare una delle Primarie, soprattutto se infuriata. Ma Elatha, la Strega d’Estate, aveva sorriso e le aveva spiegato che loro Primarie erano troppo simili per contrastare la sorella. Poi le avevano spiegato che Llywyd si era troppo compenetrata con l’inverno e, per questo, non riuscivano a fermarla. “Vedi, noi Primarie abbiamo il dovere di controllare le stagioni, ma se una di noi si fa sopraffare da una di queste non è più capace, poi, di controllarla” aveva chiarito Llyr, la Strega d’Autunno. Ma Heylin aveva ribattuto che lei era in grado di capire le anime degli esseri semplici, come le volpi, non certo quella di una Primaria. Eothail, la Strega di Primavera, allora, aveva sorriso “E’ proprio questo il segreto, forse. Vai Strega delle Volpi e salvaci”. Così lei era là, al freddo, senza alcun’idea di come sbrogliare la situazione.

Llywyd si sfregò le mani, ma aveva un’espressione seccata. Era stanca di tutte quelle pressioni, dei pianti del bambino, del gelo che aveva dentro e sospirò. Ma poi ripensò a come l’aveva trattata quel mortale e cosa le aveva fatto il Consiglio e la furia si riaccese nel suo cuore. Avrebbe fatto pesare su tutta Inis Fall la sua sofferenza! Intanto il piccolo si era addormentato, la madre lo guardò e qualcosa le si mosse dentro. Era proprio simile al padre, ma la Strega non provò disprezzo, solo una fitta di dolore. Si era innamorata di quell’uomo come mai aveva creduto possibile, lui era bello e dolce e riverente. Ma era solo un mortale e Llywyd aveva cercato di allontanarsi da lui. Non c’era riuscita, lui era sempre lì, sotto le sue finestre e lavorava al bosco, tagliando alberi, mettendo in evidenza la sua prestanza. La Strega, allora, poiché non era la sua stagione e non aveva nulla da fare, restava a guardarlo per ore, aspettando un suo sorriso. A volte scendeva a portargli qualcosa da bere e il boscaiolo s’inginocchiava nell’accettare il favore della Strega. Sapevano entrambi che il loro era un amore impossibile, eppure andarono avanti così per tutta la Primavera. Llywyd ricordava che le sorelle l’avevano messa in guardia, ma come resistere ai capelli biondi e le dolci parole del mortale? Così una calda notte d’Estate si erano amati. La Strega seppe subito che dentro il suo corpo stava avvenendo qualcosa di meraviglioso… e terribile. Quando lo aveva detto all’amante, lui le aveva riso in faccia e non ne aveva più voluto sapere di lei. Llywyd, allora, si era resa conto che quell’uomo aveva solo voluto sedurre una creatura potente come lei e che non gli importava nulla del loro bambino. La Strega era stata presa da una furia cieca e aveva cominciato ad odiare tutti i mortali. Si era rinchiusa nella sua torre e da allora non era più uscita. La Strega d’Inverno strinse le labbra e chiamò i due lupi, sapeva che nulla potevano contro le Streghe, e lasciò entrare la ragazza. Sentì i suoi passi sulle scale e poi la vide, affannata, sulla porta. Llywyd osservò la sua figura, era piccola e delicata, con un visino appuntito e una massa di capelli rossi. La Strega d’Inverno annuì, aveva capito di chi si trattava e sorrise con cattiveria: le sue sorelle erano arrivate alla disperazione per mandarle una Semplice!

La Strega delle Volpi era giunta sulla porta della stanza spoglia, davanti a lei era Llywyd con un’espressione di scherno sul volto. Heilyn cercò di riportare alla calma il respiro, poi entrò. “Cosa vuoi, Semplice?” chiese la Strega d’Inverno con tono annoiato. Heilyn cercò di assumere una posizione più dignitosa “Sono stata inviata dal Consiglio, sono Heilyn la…”
“Strega delle Volpi” terminò per lei la donna in nero. La ragazza sembrò essere sorpresa, poi ricordò che, effettivamente, il suo aspetto ricordava molto quello delle sue protette. Si ravviò i capelli e il suo sguardo cadde sul bambino. Si era appena svegliato e i suoi capelli biondi erano scomposti. La Strega d’Inverno aveva seguito il suo sguardo ed assunse una posa protettiva “So perché sei venuta e per quanto mi riguarda poi anche tornartene alla tua tana” disse. Heilyn non si lasciò turbare ma continuò ad osservare il bimbo “Dunque questo è il cucciolo, no, il piccolo di Llywyd. Umani, che lo vogliano oppure no sono sempre fonte di guai” pensò. Il piccolo sembrava infelice e la giovane Strega cercò di accarezzarlo “Non toccarlo!” scattò Llywyd bloccando la sua mano. Heilyn fece un passo indietro, turbata. Si chiese perché Llywyd non lo prendesse lei in braccio. Le due streghe si fronteggiavano con il bambino tra loro. Heilyn sapeva che il piccolo era un problema, non era mai accaduta una cosa simile. Le streghe, riunitesi in consiglio, avevano deciso che per il momento sarebbe stato meglio che il piccolo non fosse a conoscenza del suo lato magico. La Strega delle Volpi incontrò gli occhi azzurri del bambino, non era sicura che lui non capisse quello che stava accadendo. Il Consiglio aveva cercato di convincere Llywyd a dare via il piccolo, ma ella aveva rifiutato e, quando il Consiglio aveva cercato di strapparglielo con la forza, fu in quel momento che la Strega d’Inverno si era infuriata. Amore, odio: i sentimenti sono pericolosi per le streghe. Una corrente di tensione aleggiava nella stanza; la Strega delle Volpi sapeva che non aveva poteri per contrastare la sua rivale ben più forte ed aggrottò la fronte: doveva farsi venire un’idea. La Strega d’Inverno non parlava ed il silenzio pesava come una cappa, ma, d’altra parte le streghe non hanno bisogno di parlare molto. Come spinta da un ispirazione Heilyn guardò il piccolo e si chiese se avesse un nome. Quando glielo domandò, la Strega d’Inverno rispose di no, che era solo un mortale e non aveva bisogno di un nome.“Se lo disprezza tanto, perché non se ne vuole separare?” pensò Heylin e guardò il bambino ancora più attentamente, vide che era bluastro “Il tuo bambino ha freddo” disse. La Strega d’Inverno guardò la pelle rosea del figlio e sorrise “Non può avere freddo, è figlio della Strega d’Inverno” Heilyn rimase stupita, come non poteva vedere la madre ciò che vedeva lei? Poi sgranò gli occhi screziati: aveva capito! Sapeva che poteva vedere nell’anima delle creature più elementari ed un bambino, in fondo, è un essere molto semplice. In un lampo comprese quello che doveva fare. Con la sua magia evocò la figura di una piccola volpe. Era magra ed infreddolita e guaiva disperatamente. Llywyd guardò la figura con aria divertita “Se cerca di commuovermi…” ed alzò un sopracciglio con fare sarcastico. La Strega delle Volpi non perse la concentrazione, ma evocò un’altra figura. Era una volpe adulta dal manto lucente che si avvicinò al cucciolo e cominciò a leccarlo, lo nutrì e lo scaldò. La piccola volpe, allora, smise di uggiolare e si accoccolò vicino alla madre.“Molto commovente” esclamò la Strega d’Inverno, ma sentiva come una fitta dentro. “Il tuo piccolo ha freddo nell’animo, sciogli il ghiaccio nel tuo cuore, Llywyd” disse piano la ragazza accarezzando il capo del bambino. La Strega abbassò le spalle “Come faccio a scaldarlo se non vuole che lo tocchi?” chiese, sembrava che tutta la sua alterigia fosse scorsa via come acqua di un ruscello in disgelo. Heilyn aveva preso il bambino in braccio e guardò gli occhi disperati della sua avversaria, si rese conto che aveva sofferto indicibilmente, rifiutata anche da suo figlio. Parlò dolcemente “Il piccolo sente in te solo freddo, cancella l’odio e lascia che l’amore scaldi il tuo cuore” Llywyd ripensò al suo amante mortale, al Consiglio, a ciò che aveva sofferto, ma che importava? Fu come risvegliarsi da un sogno. Adesso la Strega d’Inverno vide che il suo bambino era illuminato da una specie di luce interna. Oh, come le somigliava! Il piccolo le sorrise e la Strega sentì le lacrime bagnarle le ciglia, timidamente sporse le braccia ed il bambino fece lo stesso. Heilyn sorrideva e tirò un sospiro di sollievo: a volte sono le cose più semplici a risolvere le situazioni più complicate. La Strega se ne andò silenziosamente lasciando che Llywyd cullasse amorosamente suo figlio. Quando fu fuori Heilyn sentì l’aria farsi meno pungente e un timido trillo d’usignolo. Era felice, sentiva che ormai quel lungo inverno sarebbe passato e sospettava che, d’ora in avanti, quelli successivi sarebbero stati meno duri per le sue amate volpi!

Novella Fois
Un mago solitario rinchiuso nella sua torre, un bardo che vuole cantare ciò che nessuno ha mai cantato prima, un incontro che cambierà le loro vite.


Questa storia è arrivata quarta al contest Teatranti, girovaghi e cantastorie indetto da Alaide

Disclaimer: Trama, personaggi, luoghi e tutti gli elementi che questa storia contiene, sono una mia creazione e appartengono solo a me 


Solo una ballata

       Rimangono solo i ricordi e i sogni quando una vita è distrutta: il mago lo sa bene. La sua casa è una torre diroccata dove l'inverno vaga a suo piacimento con il suo cavaliere, il vento ulula con disprezzo, la luce non ha gioia ad entrare ed illumina l’interno solo per poco tempo, la vegetazione ama crescere e la polvere ha il suo regno. Il mago sa anche che è un intruso e per questo lascia la torre al suo silenzio: essere vivo equivale a essere fonte di rumore, non fa altro che disturbare l'arcana quiete della torre. Il suono del vento è una canzone di guerra e d'amore, lo stormire degli alberi è una dolce melodia e il ticchettio della pioggia una consolazione delle giornate solitarie. Una sera il mago è davanti alla finestra e guarda le nuvole addensarsi all'orizzonte. L’ampia stanza dove soggiorna sembra ancora più cupa e fredda del solito e spoglia: solo un tavolo massiccio al centro, qualche sedia e libri ovunque appoggiati ai freddi blocchi di pietra grigia del pavimento. L’uomo si volta verso il camino dove il fuoco langue, ormai la legna è quasi tutta consumata. Il mago osserva per un momento i libri ma qualcosa dentro di sé lo trattiene: non può, non deve toccarli. Il mago sospira e torna a guardare la finestra.
            Non filtra molta luce dalle fronde degli alberi ed il cielo si sta incupendo. La ragazza accelera il passo, i suoi capelli rosso rame crepitano e ondeggiano tanto che ormai non tenta nemmeno di dargli una forma, sembra che vivano di una vita propria. La ragazza sospira ma non rallenta l'andatura sebbene sia stanca. Quanta strada ha fatto fino ad allora? Molta: ha attraversato una città, poi un villaggio ed un altro e ancora una città ed infine la foresta. Improvvisamente sente una goccia striarle una guancia poi un'altra colpire una mano ed infine le nuvole lasciano andare tutto il loro carico e l'acqua inizia a scorrere a fiumi infradiciando la ragazza fino alle ossa. Impreca ad alta voce e si mette a correre. In lontananza può scorgere una torre diroccata, se riuscisse a non affogare prima forse potrebbe raggiungerla prima di notte.
            Le gocce cominciano a striare il vetro della finestra sempre più fittamente finché la visibilità diviene nulla. Solo in quel momento il mago si allontana facendo strusciare la lunga veste blu scuro e si siede davanti al fuoco, stringendosi la veste addosso e protendendo le mani verso il calore. Il fuoco sembra resuscitare quando ha in pasto un altro ciocco di legna. Il cappuccio scivola indietro lasciando intravedere i capelli argentati mentre gli occhi mandano bagliori sinistri. Il mago è così concentrato che non sente battere alla porta, solo quando ode una voce femminile si riscuote dalle proprie riflessioni e con una punta di inquietudine va ad aprire il pesante portone che tiene sempre sprangato. Si trova davanti una ragazza bagnata come un pulcino dai capelli simili a fili di rame intrecciati che crepitano e si gonfiano quasi come una criniera. 
            - Ti ringrazio, mio signore! 
Ringrazia la ragazza non appena entrata guardando con curiosità l'uomo che le è davanti. A prima vista ha creduto molto più vecchio per via dell'incredibile colore dei capelli, si guarda intorno notando la povertà della stanza e le robuste travi di legno del soffitto che lasciano cadere qualche goccia qua e là. Il mago notando l’esame della ragazza le chiede se qualcosa non andasse 
            - Mi chiedevo solo dove avrei potuto dormire. 
risponde lei 
            - Di questo non preoccuparti, ci penseremo dopo. 
la rassicura il mago trafficando con un paiolo.
            - Stai preparando una pozione?
            - No, solo un po’ di zuppa - il mago sorride - devi avere freddo, sei tutta bagnata. Vieni più vicino al fuoco!
Mentre si china per poggiare la grossa pentola, il mago ha una visione delle gambe della sua ospite, distoglie in fretta lo sguardo e continua:
            - Hai anche un nome? Io sono Zaedan.
La giovane donna ingoia qualche cucchiaiata della zuppa così in fretta da scottarsi la lingua. Al mago scappa un mezzo sorriso. Quando riesce a trovare la voce la ragazza afferma di chiamarsi Nyala
            - Cosa ci fa un mago qui, tutto solo? A Conakry c'è un grosso raduno, non lo sapevi?
            - Si, lo sapevo. E, comunque, cosa ci fa una ragazza tutta sola in mezzo ad una foresta?
            - Viaggio.
risponde Nyala con un'alzata di spalle mentre Zaedan le versa un altro po’ di zuppa nella ciotola. 
            - Viaggi, ma da dove a dove? 
chiede sedendosi a sua volta. 
            - Vengo da un luogo e sto andando verso un altro. Tutto qua. 
la ragazza lo guarda di sottecchi mentre ingoia una cucchiaiata di zuppa. 
            - Questa foresta non è sul tragitto delle strade più frequentate. Dì un po’ –
Zaedan si sporge verso la ragazza - stai scappando da qualcuno?
Non sa perché sia così interessato a quello che ha da dirle la ragazza, forse è il bisogno di parlare con un altro essere umano dopo tutta quella solitudine in cui si è rifugiato e che è finita per diventare la sua prigione. O forse  a causa di quei incredibili capelli o dei suoi occhi screziati. Improvvisamente avverte il bisogno di toccarla e solo con un grande sforzo riesce a dominarsi e costringersi a restare impassibile. Nyala non risponde subito ma quando alza la testa sul suo volto appare un'espressione sicura  e determinata 
            - Non sto scappando, voglio solo seguire le vie più nascoste per conoscere ciò che non ha visto mai nessuno. E' nella mia natura: sono un bardo, una degli ultimi. 
            - Perché non mi fai ascoltare una delle tue ballate? 
Propone Zaedan sempre più stregato dagli occhi di Nyala che estrae dal suo sacco un involto di pelle di daino. Dentro c'è una cetra di legno chiaro e lucido, quasi bianco, che manda bagliori. Su tutta la sua superficie sono incise delle rune: un incantesimo per conservare la cetra e per accordarla con il musicista. Nyala accarezza nervosamente il legno.
            - Va bene. Cosa...cosa vuoi ascoltare?
            - Quello che vuoi
La ragazza comincia a pizzicare le corde quasi accarezzandole. La cetra vibra  tanto che sembra vivere nelle sue mani. La musica ha una tonalità strana, a volte metallica, a volte sussurrante. Dopo pochi accordi Nyala si ferma: le tremano le mani. Guarda Zaedan che l'osserva attentamente sorridendole. I suoi occhi sono di un azzurro metallico, freddi ma profondi. Nyala si sente risucchiata da quegli occhi, sempre più giù, in un abisso. Le corde della cetra vibrano quasi per darle un avvertimento e la ragazza, accorgendosene, si strappa a fatica da quell'abisso e barcolla. Zaedan le stringe una mano e Nyala si calma un poco e sorride. Ricomincia a suonare la cetra: i tuoni fanno da contrappunto alla musica che vaga per la stanza, arriva fino al soffitto e poi ricade giù ed entra nelle ossa facendole vibrare. Zaedan si rende conto di sentire la musica non solo con l'udito ma con l'intero corpo ed aspetta con impazienza di udire la voce di Nyala. Si chiede come sia: acuta, roca, squillante o profonda. Quando Nyala comincia a cantare il mago capisce che è tutte queste cose a seconda delle parole che pronuncia. La musica è come un incantesimo che lo avvince a poco a poco:

S'addensano le tenebre all'orizzonte, 
stracci di nuvole striano il cielo,
il vento ulula come una torma di cavalieri,
scuote gli esili tronchi, 
spazza l'erica di brughiera, 
solleva spruzzi e onde dal mare lontano. 
I Cavalieri del Vento s'avvicinano urlando, 
sui bianchi destrieri lanciati al galoppo, 
gli occhi sbarrati, la bava alla bocca, 
gli zoccoli scalpitanti di scintille. 
In lontananza, il Drago d'Occidente, 
dalle scaglie dorate e lucenti, 
rimane accucciato tra brughiera e cielo, 
placido,non un muscolo si muove, 
le lance dei cavalieri lo penetrano, 
un urlo lacera la sera 
ed il sangue del drago tinge il cielo. 
Anche questa sera il rito s'è compiuto. 
I cavalieri soddisfatti vanno via, 
il vento all'improvviso cade, 
in cielo le stelle s'accendono. 


            Quando la ballata termina la tensione cala di colpo come un panno scuro, il silenzio è assoluto, le rocce non vibrano più, si sente solo il crepitio sommesso del fuoco e il tambureggiare della pioggia. 
            - Canta ancora. 
supplica Zaedan e Nyala ricomincia. Nuovamente nella sala la tensione si fa quasi insopportabilmente alta e di nuovo la musica penetra nelle ossa facendole vibrare. Quando anche questa canzone finisce Nyala ripone la cetra nel suo panno. 
            - Io ti ho fatto vedere il mio dono... 
e il resto della frase resta come sospeso tra loro, Nyala vorrebbe che il mago le desse una dimostrazione del suo potere. Non sa perché le importi tanto, è affascinata e turbata da quell’uomo. Non riesce a comprendere per quale motivo abbia rifiutato la magia, la stessa condizione della sua esistenza. 
Il volto del mago cambia visibilmente, si fa tormentato, come se qualcosa dentro di lui  stia per spezzarsi ed il suo sguardo, quando lo alza verso di lei è disperato
            Zaedan scuote il capo. Di nuovo gli unici suoni nella torre sono quelli del fuoco e della pioggia. Il mago guarda Nyala che sembra aspettare, forse comprende quello che prova, in fondo magia e musica non sono poi tanto diverse. 
            - Non so - risponde infine sospirando - ho rinnegato la mia natura, dove può arrivare la mia ostinazione? 
sembra parlare più a se stesso. Nyala lo lascia fare senza interromperlo 
            - E' come se tu decidessi di non cantare più e poi ci riprovassi dopo tanto tempo. Capisci? 
Nyala fa cenno di si ma non può immaginare la sua vita senza il suono della cetra, l'ha sentito dalla sua nascita e ad ogni occasione importante della sua vita.
            - Ma perché? 
si arrischia a chiedere. Zaedan contrae le dita e goccioline di sudore imperlano la sua fronte. 
            - E' per qualcosa di così orribile che non voglio ricordare, posso solo espiare. 
Risponde infine stentatamente e Nyala comprende che quell'uomo ha la vita spezzata e che ha commesso, o crede di aver commesso, un delitto così grave per il quale punirsi e quale pena più severa per un mago se non quella di rinunciare al potere?
Decide di non fare altre domande, il tempo guarirà le sue ferite o lo farà cadere nell'oblio. Però c'è qualcosa in Nyala che non la trattiene dal chiedere: 
            - Resterai in questa torre per quanto tempo? 
Zaedan si alza per attizzare il fuoco e risponde dal fondo del cappuccio:
            - Finché non avrò espiato. 
ma le sue spalle sono curve e la voce incrinata. Nyala lo può quasi vedere mentre lancia un incantesimo: la fronte corrugata, gli occhi che mandano bagliori, le mani che si muovono sempre più veloci, la veste che si gonfia e i capelli che ondeggiano. La scena le sembra così credibile che per un momento crede che sia vera, ma quando si riscuote da quel sogno ad occhi aperti vede solo un uomo distrutto:
            - Hai visto com'ero. 
Le spiega semplicemente. Poi scompare nell'altra stanza. Nyala alza le spalle, è così stanca che non le importa più niente. Bussa piano alla porta. Quando questa si apre chiede: 
            - Ho sonno, dove posso dormire?
            - Nel mio letto, io starò qui. 
mentre Zaedan si scansa per indicare la camera, Nyala nota che è più piccola e, se possibile, ancora più spoglia di quell'altra. C'è solo una fiammella e un pagliericcio 
            - Riposa bene cantore, perché non sai quando potrai trovare un altro letto.

            La pioggia ha cessato di cadere e Nyala è addormentata profondamente quando qualcosa turba il suo sonno. Con fatica apre un occhio. Il mago è accanto a lei e la guarda come un animale supplicante e disperato. In mano ha un bastone ricoperto di rune d'argento che emette una luce azzurrognola. Nyala sussulta e la luce si spegne.
            - Non avere paura, ti prego! 
esclama Zaedan: 
            - Volevo solo guardarti dormire. 
e la luce si riaccende. 
            - Strano modo di passare il tempo! 
risponde Nyala alzandosi. Fuori comincia ad albeggiare ed è tempo di andare. Zaedan comprende; la prende per un braccio: 
            - Resta con me! 
supplica, rendendosi conto egli stesso dell'impossibilità e della pazzia della proposta. Nyala scuote il capo: 
            - Non posso: è nella mia natura viaggiare, come è nella tua restare qui. 
E nel dirlo qualcosa nel suo cuore s’incrina. Vorrebbe chiedergli di accompagnarla ma sa che lui è troppo legato a quel luogo. Zaedan abbassa il capo, Nyala sente una lacrima bagnarle le ciglia. 
Non hanno fatto né detto nulla ma le loro nature, seppure così diverse, si sono incontrate e comprese completamente. Nyala non può fare altro che cantare: una canzone che parla di un mago tormentato in una torre diroccata e di un bardo dai capelli di rame che viaggia per il mondo in cerca di ciò che non ha visto mai nessuno. Zaedan le prende la mano mentre Nyala promette: 
            - Questa ballata è solo nostra, non la canterò mai più. Un giorno tornerò, mi aspetterai? 
            - Si: ricorderò queste parole ogni giorno della mia vita…fino a quando tornerai. 
La bacia sulla fronte. Mentre cammina, Nyala continua a voltarsi indietro finché non vede altro che gli alberi e il cielo della mattina.

Luca Mannurita

6.


La consapevolezza della sconfitta inevitabile l'aveva raggiunta subito. Si era addestrata alle arti marziali abbastanza a lungo da capire quando un avversario era oltre la sua portata e quell'uomo apparentemente del tutto anonimo e insignificante doveva essere due o tre dan oltre il suo sensei. Praticamente intoccabile.

Era esattamente così che doveva andare. Ci mise tutto il suo impegno, superò se stessa in più di un'occasione ma non fu abbastanza. Molto sportivamente il suo avversario le aveva dato occasioni per farsi valere, per poi sbatterle la porta in faccia a causa della sua insufficienza. Non era al suo livello e non lo sarebbe stata senza dedicare la sua intera vita al karate, probabilmente.

Un colpo al torace le tolse il fiato e un istante dopo fu atterrata sul duro pavimento di sfavillanti diamanti. Il colpo finale giunse prevedibile in pieno viso. Non ve n'era alcuna necessità ma era richiesto per una perfetta esecuzione dell'attacco.

- Direi che può bastare – disse inchinandosi con grazia a lei che non riusciva nemmeno a pensare di rialzarsi, e la lasciò lì a boccheggiare supina.

- Dal momento che sei stata ai patti... – sentì la voce allontanarsi sempre più. Evidentemente il tempo a disposizione era davvero agli sgoccioli e, per un motivo che lei non era ancora riuscita a figurarsi, il signor Valdemort o chiunque fosse davvero quell'uomo non aveva alcun interesse a incassare gli onori per aver sventato il clamoroso furto. Nemmeno ci teneva a farsi immortalare dalle telecamere di sorveglianza, che stavano per riprendere a funzionare.

- ...farò altrettanto, stanne certa. Avrai presto notizie.

Le aveva promesso l'attenzione di agguerrite IA legali che la difendessero per alleviarle la pena alla luce della collaborazione che aveva fornito.

Inutile collaborazione, si disse mentre si girava faticosamente su un fianco alla ricerca di una tregua dal dolore. Non aveva ancora forza abbastanza nemmeno per mettersi seduta. Per tutto il tempo della sua faticosa collaborazione con lo sconosciuto, che aveva creduto un agente speciale di polizia o di un'agenzia di sbirri privati, aveva avuto la sensazione che la rete in cui si era lasciata cadere fosse già pronta. E che se non vi si fosse lanciata lei, le sarebbe stata scagliata addosso, inevitabile.


Nadia si avvicinò all'avversario abbattuto e lo scalciò violentemente con gli anfibi colpendolo ai reni. Quello non si mosse, tramortito dall'ultimo stupefacente pugno ricevuto in pieno viso. La donna bionda si teneva la mano con cui aveva colpito: nonostante i mezzi guanti protettivi era stato doloroso anche per lei centrare in pieno il grugno dell'uomo tutte quelle volte.

- Tutto muscoli e coglioni... che noia! - si lamentò a voce alta.

- Sono pochi gli avversari alla tua altezza, ormai.

L'uomo dal cranio calvo si staccò dal fondo della scena e diventò palesemente visibile solo in quel momento. Passare inosservato era la sua specialità.

- Se è una battuta non fa ridere – cantilenò lei. Lo superava di molto con i suoi duecentodue centimetri di statura.

- ...e la voglia di menare le mani non mi è affatto passata – aggiunse.

L'uomo guardò l'orologio da polso. Non c'era più tempo.

- Meglio che non ci trovino qui. Hai la moto, immagino.

- Qua dietro – rispose lei accennando la direzione con un piccolo scatto della testa.

- Io tornerò col treno, è più comodo.

- Il solito snob. Questo lo lasciamo qui? - di nuovo Nadia colpì con la punta dell'anfibio il corpo supino di Masashi, ancora privo di sensi. Una lieve carezza a confronto col trattamento che gli aveva riservato fino a quel momento.

- Dove vuoi che vada? Gli hai fracassato la faccia. Sessanta secondi al massimo e poi lo trovano.

I due si incamminarono placidamente, fianco a fianco. Lui sobrio e misurato nei gesti come nel vestire, una persona qualunque in mezzo a milioni di persone qualunque. Lei altissima e atletica, fasciata nella tuta da moto aderente. Una coppia che non sarebbe sfuggita a nessuna telecamera, se ve ne fossero state di attive in quel momento tra quelle rivolte verso di loro.

- E a te com'è andata con la dolce gattina? Ti ha graffiato? O ti sei fatto graffiare? - lo stuzzicò Nadia, pettegola.

- Tutto come previsto – fu l'atona risposta.

- Assì? Tutto qui?

- Sei gelosa?

- Certo!

- Calmati... la tua gelosia è del tutto fuori luogo...

I due svoltarono l'angolo e la loro conversazione si spense alle orecchie della telecamera di sorveglianza del parcheggio, il cui occhio elettrico si apriva in quel momento sulla scena che aveva per protagonisti ormai solo un corpo steso a terra vicino ai vellutati sacchi neri della refurtiva.

Luca Mannurita

5.


Era andato tutto liscio anche quella volta. Era toccata a lui la parte più faticosa, ma dei due era quello più forte quindi era piuttosto normale. Era stato quasi facile penetrare dall'esterno usando la forza: il classico cavo sparato dal palazzo adiacente che aveva misure di sicurezza molto meno strette di quello da attaccare. Kuniko non era una che lasciava qualcosa al caso: aveva individuato la finestra di una stanza deserta le cui pareti presentavano i parametri migliori in fatto di compattezza e resistenza. Senza trascurare l'importanza di una scarsa densità di ospiti dell'albergo, ovviamente da lei stessa provocata con il consueto attacco informatico. Il dardo sparato attraverso il pannello polarizzato non solo aveva attraversato senza sorprese gli strati multipli di crilex ma era affondato quanto bastava nella parete opposta per sostenere il peso dell'equipaggiamento e di Masashi che, non senza un po' di batticuore, si era affidato al cavo teso per volare velocemente da un palazzo all'altro appeso a una carrucola frenata.

Con il robot industriale che creava le opportune zone d'ombra nel sistema dei sensori dell'allarme dell'edificio e spediva le guardie altrove, non era stato troppo difficile infilarsi nell'intercapedine dell'altissimo soffitto della sala dove erano stati esposti i preziosi. Era la medesima intercapedine che fungeva da soffitto all'agorà dell'albergo, quella enorme area alta dieci piani che trovava posto all'interno dello smisurato palazzo e che era una vera e propria piazza pubblica, punto di ritrovo e centro commerciale con decine di negozi, ristoranti e attrazioni varie. Ovvio che vi fossero dei locali tecnici per i servizi come l'aria e la luce e quello del soffitto era così ampio che era possibile camminarvi eretti senza problemi.

C'erano chiare indicazioni che portavano al centro del soffitto dove era stato installato un ingombrante sistema di illuminazione: ne aveva sfruttato il robustissimo sistema di ancoraggio per fissare i cavi con cui aveva issato la refurtiva, sacco dopo sacco.

Percorsa la strada a ritroso col cuore in gola e gli occhi sul cronometro, affidandosi esclusivamente al lavoro fatto da Kuniko con l'impianto di allarme e con i suoi virus personalizzati, Masashi si diresse alla stanza dove il pesante dardo si era profondamente conficcato nel muro e qui si tolse dalle spalle i vellutati ma pesanti sacchi coi gioielli appena sottratti.

Agganciò allo speciale cavo ancora teso fuori dalla finestra infranta un meccanismo di recupero rapido dotato di un sistema di avvio ritardato. Doveva riutilizzare il cavo usato per volare da un palazzo all'altro se voleva scendere. Andarsene calandosi dalla finestra era l'unica opzione possibile: ancora pochi secondi e tutti i trucchi informatici di Kuniko sarebbero crollati, svelando il furto agli occhi del sistema di allarme. Se qualcosa fosse andato storto nell'avvolgimento del cavo sul grosso rocchetto vuoto, avrebbe potuto ricevere una frustata tale da mozzargli un arto o da ucciderlo sul colpo. Azionò il meccanismo a innesco ritardato e cercò riparo nel bagno della camera d'albergo.

Fu come un colpo di pistola seguito da un ululato fortissimo: sfruttando la bassa gravità tipica delle zone di quel settore, adiacente al vertiginoso pozzo gravitazionale della stazione orbitante, centoventi metri di cavo ad alta resistenza vennero riavvolti in pochi secondi prima che cadendo frustassero la facciata svelando disastrosamente la sua presenza e, soprattutto, le sue intenzioni.

Un sonoro schiocco lo avvisò che il rocchetto aveva finito il suo lavoro. Scattò fuori del bagno pronto a proseguire la sua fuga: il rocchetto e il meccanismo di recupero fumavano vistosamente per il calore prodotto dal rapidissimo riavvolgimento. Non c'era tempo di controllare in che condizioni fosse l'equipaggiamento: un po' impacciato dai guanti, che non gli impedirono di sentire quanto scottasse il cavo e tutto il meccanismo, annodò al cavo i moschettoni per i sacchi di refurtiva e la staffa per la discesa. Starnutì per la calda puzza acre che gli pizzicava il naso: aveva invaso la stanza nonostante dalla finestra sfondata entrassero gelidi sbuffi d'aria. Si maledisse per i secondi perduti.

Fissati i sacchi alla corda li scagliò fuori dalla finestra senza esitazione. Il freno entrò in azione subito, ma Masashi sapeva di non poter pretendere che ciò fosse garanzia di buon funzionamento del sistema di recupero. Il suo peso era maggiore di quello della refurtiva e andava sommato a essa. Spinse con violenza un comodino sotto l'ampia frattura nel crilex e vi montò sopra: usandolo come un trampolino, infilò i piedi nella staffa e afferrate saldamente le manopole che quella aveva all'estremità opposta, saltò fuori.

I primi metri furono i peggiori. Gli parve che il freno del rocchetto non dovesse mai entrare in azione. Masashi vide la parete di vetro riflettente del palazzo avvicinarsi, vi sbatté dolorosamente contro un paio di volte poiché non era saltato esattamente perpendicolare o forse perché il rocchetto non stava girando alla velocità prevista. Non aveva mai davvero provato quel sistema e solo allora rimpianse di aver scelto di ignorare variabili e incognite che in quel momento sembravano tutte decisive.

Quando il freno finalmente si fece sentire mettendo in tensione il cavo al punto che Masashi lo sentì scricchiolare, nuove angosce lo assalirono nei lunghi istanti della caduta: il calore avrebbe potuto danneggiare il cavo e in quel momento il freno stava di nuovo scaldando tutto il congegno, portandolo a temperature tali da far fumare rocchetto, pastiglie e pinze. Se il calore avesse grippato il meccanismo lui sarebbe rimasto lì a penzolare, un facile bersaglio a diverse decine di metri d'altezza. Se il calore avesse cotto il freno fino a renderlo inutile o danneggiato il cavo, sarebbe precipitato a velocità pazzesca, trascinato anche dal peso dei gioielli, senza speranza di sopravvivere.

Invece il buio suolo si avvicinava a velocità costante, senza intoppi né strappi. Solo negli ultimi metri Masashi avvertì una preoccupante vibrazione lungo il cavo, tanto forte da farlo ronzare e da percepirlo distintamente trasmesso a mani e piedi dalla staffa speciale cui si era affidato.

Giunse a terra sano e salvo rotolando come un paracadutista e, tranciato in fretta col coltello uno spezzone di cavo, lo usò per issarsi sulle spalle tutti i sacchi contemporaneamente.

Grazie all'attento studio delle planimetrie dello smisurato edificio avevano potuto trovare il miglior punto per l'atterraggio. Kuniko aveva provveduto ad accecare o ingannare le telecamere lungo il percorso che Masashi coprì nel tempo previsto, incontrando nessuna resistenza. Il piano di fuga prevedeva che la giovane complice si trovasse già presso la vettura parcheggiata, o che vi giungesse al massimo entro un minuto. Vettura che ormai distava poche decine di metri, giusto dietro l'angolo.

Masashi intuì che qualcosa non era andato per il verso giusto un attimo prima di cercare la vettura con gli occhi. La trovò dove l'aveva lasciata ma...

- Hey, ciccione!

Per la sorpresa l'uomo si paralizzò sui due piedi. Inebetito fissava Hoshi Nakano torreggiare su di lui avvolta in una tuta aderente nera, i grossi stivali anfibi posati sul tettuccio della sua vettura color polpa di ciliegia.

- Ti prego... - disse quella strafottente, saltando giù dalla vettura con agilità – dimmi che vuoi fare a pugni...

Masashi si sentì colmare di liquida ira incandescente. Era troppo. Non capiva, non voleva e non gli importava capire in quel momento. L'odiosa donna era di fronte a lui, alta e muscolosa, rideva di lui e lo provocava con grande insolenza. Nonostante gli occhi a mandorla e il nome, non era una figlia del Sol Levante, non certo pura come lui. Scorreva abbondante sangue gaijin nelle vene di lei che nulla aveva della grazia di Kuniko né delle altre donne che conosceva, e che pure non esitava a definirsi giapponese. Un affronto vivente, da cancellare prima possibile. Tutto quello che la sua mente riuscì a concepire fu che quella strega meritava pienamente la lezione che stava per impartirle, più dolorosamente possibile.

Abbandonò al suolo i sacchi della refurtiva e si mise in guardia alta, cominciando a spostarsi di lato per studiare l'avversaria. Avrebbe trasformato il suo corpo nelle mura della fortezza e i colpi della sua avversaria sarebbero stati come debole pioggia sulle pietre. Come se quella gli avesse letto la mente, rise e si fece beffe di lui.

- Vuoi giocare a karate, eh? Attento, potresti farti male...

Masashi accorciò le distanze. La donna non alzava la guardia, limitandosi a tenere le gambe leggermente piegate come per scattare. Avrebbe pagato caro quell'errore.

Cercò l'affondo con un colpo basso mirando alle ginocchia per atterrare l'avversaria, togliendole il vantaggio della sua maggiore altezza. Ma il suo piede non incontrò il bersaglio: l'odiosa donna non era già più lì.

Errore, fu l'unico pensiero gridato dalla mente di Masashi mentre cercava di correre ai ripari. Il pugno passò attraverso la sua guardia sbilanciata e si schiantò sullo zigomo con molta più forza di quanto lui avrebbe mai pensato.

Forte e veloce: la Nakano mise a segno un fulmineo uno-due-uno che avrebbe mandato al tappeto moltissimi uomini. Masashi fu fortunato: il sinistro lo colpì male, troppo vicino all'orecchio per fare davvero danni e il secondo destro si abbatté in parte sulla difesa ripristinata in fretta e furia. Entrambi arretrarono interrompendo il contatto. Masashi vedeva rosso, accecato dall'ira e dal dolore. Nessuno stile, nessuna tecnica. Solo forza bruta e velocità. Ciò non era accettabile. Non era accettabile che quell'indegna avversaria avesse la meglio così facilmente.

Attaccò di nuovo, con più cautela ma con tutta la forza e la velocità che poteva mettere nei propri pugni. Stavolta l'irrispettosa donna eseguì una perfetta serie di parate degne di una espertissima cintura nera. Masashi tentò una presa per atterrare ma con una tecnica e una perizia imprevedibili la donna bionda sgusciò via senza danno alcuno regalandogli una gomitata sul collo che lui accusò in pieno.

- Bravo! - esclamò prendendolo in giro. Come se si trovasse sul tatami del dojo, Masashi lanciò un grido e attaccò, ingannato dalla breve distanza cui la giovane si trovava. Fu messo a terra con maestria e il calcio alla nuca che lo colpì inevitabile lo spedì indietro nel tempo. Era davvero nel dojo ora, il suo sensei l'aveva appena mandato per l'ennesima volta bocconi sul tatami. Ne sentiva sulla lingua l'amaro e sabbioso sapore, sapore di umiliazione e sconfitta. “Troppa rabbia!” la voce del maestro lo rimproverava spesso per la sua eccessiva irruenza. Sapeva di essere più forte del suo istruttore, doveva solo riuscire a colpirlo. Mettendo alla prova la sua potenza, Masashi si sollevò dal tatami. Si rialzava sempre, spesso solo per crollare pochi secondi dopo, disastrosamente. Anche quella volta i potenti muscoli lo sostennero e si sollevò. Ma non era il suo sensei l'avversario.

Il colpo giunse disonesto, diretto al viso e duro come un muro di mattoni, cogliendolo totalmente impreparato. Franò a terra supino, con la testa piena di ovatta e la lingua che sapeva di sangue premuta contro i denti traballanti nelle gengive.

- Ancora uno! Dai che ce la fai, ciccione!

Senza nemmeno sapere cosa stava facendo, Masashi si rialzò consumando le ultime gocce di ira impotente per tenersi in piedi e ricevere l'ultimo, tremendissimo colpo.

Luca Mannurita

4.


- Questo giocattolo ci è costato una piccola fortuna – disse il taxista alla ragazza delle pulizie mettendo una mano nell'abitacolo attraverso il finestrino aperto. Azionati i comandi giusti sul complesso cruscotto, si ritrasse come se l'auto fosse improvvisamente diventata pericolosa. Invece dopo meno di mezzo minuto la vernice blu cominciò a cambiare di colore, virando lentamente dal blu scuro al viola, fino al cupo rosso della polpa di ciliegia.

- Consuma una follia e non è proprio perfetto, ma funziona.

- Non capisco perché mi hai fatta scendere prima di attivarlo. Ci ha messo una vita a cambiare colore.

- Perché applica una carica elettrica alla carrozzeria per far cambiare di colore questa vernice speciale. C'è pericolo di incendio, questo aggeggio è un prototipo non omologato.

- E ce ne andiamo con questa?

La ragazza delle pulizie additò la vettura parcheggiata in un'area riservata al personale di servizio tra uno sgangherato furgone e un'altra modestissima auto a batterie. Sparito il blu e spenti gli ologrammi, difficilmente qualcuno l'avrebbe riconosciuta come il taxi che aveva accolto a bordo la sofisticata Kuniko Yamazaki.

- Certo. O vuoi andare a piedi?

Lei storse la bocca e si diresse verso l'entrata di servizio, aprendola con un badge dedicato. Titubando un poco il taxista si avvicinò all'auto scintillante di vernice rosso scuro e, aperta la portiera anteriore dal lato del passeggero, prelevò una anonima, pesante borsa da palestra. Telecomandata la chiusura delle serrature, si allontanò a sua volta.


Kuniko incontrò presto gli uomini di guardia. Spingendo il carrello coi prodotti per la pulizia e inseguita a pochi metri dall'idropulitrice robot programmabile, fu dirottata diverse volte dal percorso più diretto che l'avrebbe portata nella zona dove avrebbe dovuto iniziare le pulizie. Esattamente come previsto gli ascensori principali erano stati istruiti a scavalcare del tutto la zona più vulnerabile: la parte cava dell'albergo, un tratto comune a moltissimi edifici della stazione spaziale. Lì infatti era stata organizzata l'esposizione di gioielli: la direzione dell'albergo, fiutando un ritorno impagabile in termini di immagine e pubblicità, aveva acconsentito a modificare drasticamente l'interno dei primi dieci piani: l'installazione di un pavimento di speciale materiale tecnologico parzialmente trasparente che aveva reso quello un posto unico. Questo pavimento, capace di portare un carico impressionante per ogni metro quadro di superficie, era stato lavorato in modo da dare la sensazione ai visitatori dell'esposizione di camminare su un tappeto di diamanti scintillanti. I deboli di cuore e i sofferenti di vertigini non avrebbero minimamente patito alcunché se avessero abbassato gli occhi: sotto i loro piedi la smisurata voragine profonda ben sei piani era davvero difficilmente intuibile.

Fu indirizzata verso un angusto ascensore periferico, lo stesso utilizzabile dall'idropulitrice, un robot in grado di spostarsi autonomamente di piano in piano per lavare, pulire e asciugare i pavimenti. Divisa la cabina con l'ingombrante macchina carica di detersivi speciali per lavare senza acqua, giunse finalmente dove la sorveglianza era entro i normali parametri per un albergo di lusso a sei stelle.

Avviò il programma dell'idropulitrice che aveva personalmente modificato in una macchina per produrre caos elettronico. Sfruttando il proprio talento informatico e la sofisticata configurazione del congegno, Kuniko aveva introdotto un virus che avrebbe di lì a poco preso il controllo del robot industriale e usato le sue capacità di dialogo col sistema d'allarme, utili per pulire di notte senza far scattare allarmi, per creare una copertura alla sua incursione e per produrre dei diversivi ad arte per dirottare l'attenzione dei sorveglianti. Allo stesso tempo avrebbe pulito il pavimento come si deve.

L'informazione è vitale, si disse mentre col badge del personale delle pulizie sconfiggeva una serratura dopo l'altra, in perfetto silenzio. Il suo paziente lavoro di infiltrazione nel sistema informatico dell'albergo stava pagando: le serrature elettroniche erano infette da un virus fatto su misura per lei. Aveva studiato le misure di sicurezza originali, le modifiche apportate per l'esposizione dei gioielli che sarebbe iniziata di lì a poche ore, esaminato l'azienda incaricata di installare i nuovi impianti di allarme, penetrato le difese dell'agenzia di sicurezza cui era stata appaltata la difesa perimetrale. Un lavoro durissimo e costoso, ma che le era valso preziose planimetrie, le schede del personale, schemi tattici e molto, molto altro. La sua conoscenza era tale che avrebbe potuto salutare per nome ognuno di quei robusti ragazzoni messi di guardia agli ingressi e snocciolare loro cosa avevano indosso, a partire dai costosi occhiali tecnici che ciascuno di loro indossava.

Guadagnò l'accesso a un locale di servizio dove si trovavano alcuni apparati della rete locale dell'edificio. Usò la stanza per cambiarsi d'abito, trasformandosi in fretta in un tecnico della manutenzione. La divisa recava il corretto identificativo e perfino lo stemma dell'albergo ricamato sul seno sinistro era esattamente come doveva essere.

Si diresse decisa verso il largo cavedio in fondo al locale: ruotò le serrature a farfalla che bloccavano il coperchio lungo e stretto, rivelando fasci di tubi di colorato materiale plastico. Chi aveva progettato la rete informatica aveva pensato di far passare i cavi della dorsale in tubi a pressione in modo da prevenire l'intercettazione dei dati mediante un intervento diretto sul cavo stesso. Un manometro nella sala di controllo avrebbe indicato immediatamente anche il minimo calo di pressione se qualcuno avesse forato un tubo per raggiungere i cavi della dorsale. Ma per lei la rete locale non rivestiva alcun interesse in quel momento: consultò il piccolo orologio che si era messa al polso e si infilò nell'ampio cavedio, aggrappandosi ai tubi. Sostenendosi con braccia e gambe sfruttò il proprio fisico snello e forte per calarsi di piano in piano, scavalcando le varie cinture di sicurezza poste a difesa dei gioielli che l'organizzazione aveva solertemente provveduto a porre nelle teche. Sfruttando la cecità temporanea dei sensori che avrebbero dovuto vigilare sul cavedio stesso, misurò la distanza contando i secondi che impiegava a calarsi. Fu il turno del duro allenamento fisico di pagare: si fermò esattamente davanti all'apertura del cavedio tre piani più sotto, nel buio più pesto. Col tatto individuò le semplici serrature e ne sfruttò ogni punto debole per aprirle: chi le aveva progettate non aveva certo pensato a renderle sicure da entrambi i lati.

Si trovava ora in un locale tecnologico gemello di quello che aveva abbandonato poco prima. L'impianto mascellare vibrò dolcemente.

- Vedo fumo grigio.

Era Masashi che con quella frase in codice le annunciava che l'idropulitrice modificata era entrata in azione. Non solo lavava diligentemente il pavimento come da programma, ma aveva iniziato a spargere i semi del caos con cui Kuniko l'aveva caricata. Le cose non stavano andando nel migliore dei modi, altrimenti il “fumo” sarebbe stato nero. Ma con un po' di prudenza in più si poteva andare avanti. Lei e Masashi avevano previsto perfino un piano per fare a meno dei diversivi elettronici.

Esitò un istante davanti alla porta del locale tecnico, la mano sospesa sopra la piastra della serratura elettronica. Da quel momento aveva cinque minuti e quarantotto secondi di tempo; qualsiasi cosa sarebbe successa avrebbe dovuto cavarsela da sola. Era il piano dell'esposizione di gioielli, era sorvegliato da uomini armati che avevano ricevuto ordine di usare qualsiasi livello di forza giudicato opportuno per neutralizzare ogni eventuale minaccia. Questo includeva anche armi caricate con munizioni letali. L'unica cosa a rassicurarla era il categorico divieto che era stato imposto di usare armi a proiettile all'interno della sala dell'esposizione. Cinque minuti e quarantaquattro secondi.

Sfiorò la piastra e la serratura scattò. Col massimo della naturalezza che poté ostentare si incamminò nel corridoio deserto. Aveva memorizzato il percorso: incontrò tre telecamere cieche nonostante il led rosso fosse acceso, una postazione fissa di sorveglianza era stata disertata dal suo occupante. I diversivi stavano funzionando. Le telecamere in quel corridoio non sarebbero rimaste inattive a lungo, la guardia mandata a investigare un allarme (falso) nelle vicinanze sarebbe tornata di lì a momenti. Senza esitazione abbassò la maniglia di una uscita di sicurezza che avrebbe dovuto essere protetta dal sistema di allarme e ne varcò la soglia. Cinque minuti e quindici secondi.

Non riuscì a trattenere la sorpresa. Aveva studiato in lungo e in largo quella sala, l'aveva vista attraverso gli occhi del sistema di sorveglianza, l'aveva esplorata grazie alla realtà virtuale, l'aveva perfino vista di persona avendo visitato il cantiere alcune settimane prima, travestita da ispettore. Ora che ogni lavoro era compiuto, che tutto l'arredamento era stato posizionato, che i veri gioielli erano stati posti sugli espositori... tutto era semplicemente fantastico.

I gioielli esposti senza alcuna protezione visibile scintillavano riflettendo la luce intensissima di faretti appositamente studiati, i riflessi erano acuminate frecce che ferivano gli occhi impedendo di fissare lo sguardo. Il nero del velluto su cui posavano non si staccava dalle ombre della sala dove l'illuminazione principale era stata abbassata per la politica di risparmio energetico dell'albergo e diamanti, oro e argento, corone, collane, gemme e perle sembravano galleggiare a mezz'aria, prive di peso.

- Che fai? - la vibrazione alla mascella e la voce di Masashi la riscossero dall'improvviso stupefatto torpore in cui la vista di quella scintillante galassia di gemme l'aveva precipitata. Quattro minuti e cinquantacinque secondi. Localizzò in un baleno i cavi metallici che il suo complice aveva calato dall'alto. Si diede subito da fare, richiamando alla mente i gioielli di maggior valore e procedendo con ordine. Allungò la mano verso il primo ricchissimo diadema, un pezzo autentico appartenuto a una zarina dell'antica Russia. Esitò prima di sfiorarlo, nessun allarme scattò. Sirene avrebbero dovuto ululare, serrature scattare, il capsico avrebbe dovuto saturare l'aria, guardie armate accorrere numerose.

Nulla.

Con una rapida sequenza di movimenti netti e precisi scelse i preziosi più ricchi tralasciando gli altri di minor valore, passò veloce di espositore in espositore lasciando il velluto nero orfano dei pezzi migliori. Procedette con ordine e metodo, controllando con la fredda logica il potentissimo desiderio di riempire i morbidi sacchi che Masashi le aveva calato dall'alto con tutto ciò che le capitava a tiro.

Nonostante tutto l'autocontrollo duramente coltivato, il petto le doleva al pensiero di mettere finalmente le mani sulla corona di Ardat Lili e di potersi specchiare nel rubino più grande e perfetto che esistesse. Un gioiello senza valore. Non riuscì a dominarsi e le sue mani frementi si fermarono in una breve pausa di ossequiosa riverenza, il tempo di dare agli occhi modo di bagnarsi nella luce rosso sangue del rubino grande come il pugno di un bambino.

Forza, si disse Kuniko e afferrata impunemente la pesante corona la ripose da sola in un sacco vellutato. Quattro minuti e quaranta secondi.

Il buio provocato dal virus che teneva in scacco il sistema informatico era ormai prossimo a svanire. Agganciò l'ultimo sacco ai cavi di Masashi e non perse tempo a osservarli risalire in fretta e sparire nell'ombra.

Resistendo alla fortissima tentazione di mettersi in tasca uno dei tanti gioielli privi di protezione per ancora pochi secondi, anche solo un diamantino, un anello o un orecchino, Kuniko corse decisa verso la porta da dove era entrata, la sua via di fuga garantita.

Chiusa.

Spinse più forte il maniglione antipanico. Nulla. La porta era bloccata, sulla sofisticata serratura galleggiava l'ologramma rosso del sistema di allarme, prematuramente tornato in servizio. Trentotto secondi rimasti.

Le balzò il cuore nel petto una, due, tre volte prima che i muscoli delle gambe si decidessero a scattare. Volò verso la porta adiacente.

Chiusa anche quella. Saltò con gli occhi di porta in porta lungo il perimetro dell'amplissimo locale: tutte le uscite di emergenza erano bloccate, l'ologramma rosso visibile a distanza. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo: il sistema di sicurezza era programmato per isolare la sala in caso di violazione delle teche. Chiunque avesse allungato la mano verso uno dei pezzi esposti avrebbe fatto scattare il blocco automatico di tutte le porte, anche le uscite di emergenza.

- Brava.

Kuniko sobbalzò. Non riusciva a vedere nessuno. Quella voce d'uomo che le giungeva dal nulla la gettò ancora più profondamente nel panico. Non devo cedere così ora, si disse. Il panico mi acceca la mente.

- Avevi ancora trentotto secondi. Ce l'avresti fatta.

L'uomo si palesò camminando tranquillamente al centro della sala. Non un poliziotto, né un agente di sicurezza privato. Li conosceva tutti per aver violato i loro database del personale e imparato a memoria le loro schede personali.

Camminava tranquillo tra i coni di luce dei faretti, come se nulla fosse. Una persona comune, vestita in modo sobrio e poco appariscente, il cranio leggermente oblungo e ben rasato, lineamenti insignificanti tranne che per un naso deciso e pronunciato.

- Peccato interrompere qui la tua azione. Sarei stato interessato a scoprire se davvero saresti tornata dal tuo complice Masashi Inoue. Ma temo che dovrò accontentarmi della tua parola.

Era lui, dunque. L'aveva colta di sorpresa, non erano quelli i patti. L'uomo continuava ad avvicinarsi e Kuniko, sentendosi le spalle al muro, non seppe far altro che mettersi in una posizione media di karate, buona sia per la difesa che per l'attacco. Gambe divaricate, ginocchia piegate e mani aperte all'altezza del torace.

- Mi sono permesso di migliorare un poco il tuo lavoro sul sistema di allarme e abbiamo poco meno di tre minuti... se vogliamo metterla su questo piano... – l'uomo si mise in una posizione alta di attesa e cominciò ad avanzare con più cautela - ...dovremo fare in fretta.

Kuniko non aveva bisogno di essere esortata. Accorciò decisa le distanze e attaccò.

Luca Mannurita

3.


Niente.

Pareva che di Eric Valdemort non ci fosse nulla da sapere oltre quanto scritto nella sua scarna biografia ufficiale. Pochi pettegolezzi, qualche vecchia notizia qua e là, nessun ritratto ufficiale. Un ricco industriale che doveva la sua fortuna, apparentemente, all'attività di importazione ed esportazione di beni da e verso il pianeta. Attività che gli aveva riempito le tasche per bene: la sua azienda, sconosciuta ai più, aveva bilanci in attivo da anni. Un piccolo ricco, uno dei tanti con l'allergia alle fotografie: di lui poche immagini, mai al centro dell'inquadratura, mai in primo piano, mai perfettamente a fuoco. Catturato per caso dalle lenti di paparazzi più interessati ad altri soggetti nelle vicinanze. Mai immortalato al fianco della sua attuale compagna: in Rete informazioni su Hoshi Nakano ce n'erano forse ancora di meno. Ex nuotatrice agonista distintasi in un paio di campionati per dei buoni piazzamenti, stellina fallita di olofilm di terz'ordine, ex fidanzata di attorucoli ignoti, arrampicatrice sociale che aveva finalmente scalato la sua piccola vetta con successo proprio grazie all'ignorato signor Valdemort. Ecco due tipici esempi di identità digitale “lavata”, si rammaricò.

Kuniko lasciò cadere gli occhi sull'orologio di sistema del terminale: era quasi l'ora di entrare in azione.

Uscì dalla lussuosa suite che divideva con Masashi e si diresse agli ascensori. Indossava un bell'abito nero scollato davanti e dietro, corto ma senza spacco. L'aveva ritenuto l'ideale per mettere in mostra la sua carnagione pallida. Ad esso aveva accostato un trucco lieve e molto sfumato, con labbra scure e matita molto sottile sugli occhi. A conferire un tocco di classe alla sua figura finissimi gioielli dall'apparenza modesta e minima, ma l'ideale per sottolineare i suoi lineamenti sottili e delicati. Si immerse nella festa organizzata dall'albergo sorridendo enigmatica, sorseggiando del vino bianco delicatissimo appoggiando appena le labbra al lunghissimo flute di cristallo prelevato dal vassoio portato in punta di dita da un esperto cameriere.

Si fece vedere un po' in giro, intrecciò rarefatte e frivole conversazioni di cortesia con ospiti che conosceva solo di vista, accettò il braccio offerto da un giovane cicisbeo che la condusse a ballare per qualche minuto.

Più tardi finalmente, mentre stava valutando se fosse davvero il caso di assaggiare un piccolo stuzzichino di pesce, una lieve vibrazione alla base della mascella la riportò al vero scopo della sua presenza lì.

- Cinque minuti – la voce di Masashi la raggiunse chiaramente, udibile da lei sola dopo aver attivato il suo impianto mascellare con un piccolo movimento della bocca.

Sentì la linea protetta chiudersi. Non era necessaria una risposta. Fingendo senza alcuna fatica totale disinteresse per il buffet mosse ancora qualche annoiato passo qua e là nell'ampia sala. Zigzagò casualmente tra piccoli capannelli di uomini e donne riccamente agghindati intenti a bere e mangiare e chiacchierare più o meno rumorosamente, camminando come se stesse cercando qualcosa o qualcuno che non si trovava lì, ricambiando cenni e sorrisi. Si allontanò gradualmente dalla folla e quando fu certa che nessuno la notasse, si avvicinò decisa al guardaroba e chiese il suo coprispalle bianco di vero e costosissimo kashmeer naturale. Facendo ticchettare decisa i tacchi sul pavimento raggiunse la hall e chiese al concierge un taxi per un noto ed esclusivo locale privato, meta usuale di personaggi famosi e del loro ampio entourage.

In meno di due minuti un'auto dai finestrini oscurati si fermò poco lontano dal confine con la hall, inseguita dagli ologrammi arancioni della compagnia di taxi cui apparteneva. Il portiere la attese con lo sportello aperto mentre lei percorreva impettita la distanza che separava l'ampia reception dalla corsia riservata ai taxi dei clienti. Senza che fosse necessaria una sola parola, lo sportello fu chiuso e il veicolo si mise in moto con misurata determinazione. Una volta nel taxi il silenzio fu rotto dall'autista che d'iniziativa abbassò il vetro nero che separava il posto di guida dal resto dello spazioso abitacolo.

- Tutto a posto?

Impeccabile nella sua divisa da taxista, Masashi le volse per un attimo il viso leggermente butterato dall'acne.

- Tutto come previsto. Però niente su Valdemort e Nakano. Due maniaci della privacy.

- C'era da aspettarselo. Non saranno più un problema: sono molto contento di non dover vedere più quell'orribile donna.

- Concentrati sul lavoro e basta. E alza questo vetro che mi devo cambiare.

Riguadagnata l'invulnerabilità agli sguardi, Kuniko sbloccò con forza i duri ganci di arresto che tenevano in posizione lo schienale del sedile posteriore sdoppiabile e guadagnò l'accesso al bagagliaio della vettura. Attraverso l'apertura, studiata per consentire il trasporto di oggetti troppo grandi per il bagagliaio, fece passare facilmente una morbida borsa da palestra. Ne estrasse degli abiti stazzonati e spogliatasi rapidamente del ricco vestito e dei gioielli, cominciò a indossarli.

Luca Mannurita

2.


Masashi ebbe il primo sospetto quando notò il cameriere avvicinarsi senza che ve ne fosse necessità. Sospetto confermato dal fatto che sul vassoio che recava con sé era adagiato un biglietto.

- Kuniko, ti prego – mormorò quando vide la giovane seduta di fronte a lui prendere il biglietto con pacata determinazione.

Il biglietto una volta aperto proiettò nell'aria un ologramma di modeste dimensioni ma molto ben definito: sotto lo stemma araldico simbolo del lussuoso albergo scintillavano discretamente caratteri obliqui ricchi di eleganti svolazzi. Un invito.

- Ma cosa abbiamo fatto di male per... - Kuniko impassibile lo scalciò sotto il tavolo e Masashi fu l'unico ad accorgersene.

- Grazie – con un sorriso la giovane congedò il cameriere. Il compagno si esibì in smorfie visibili al punto che Kuniko lo rimproverò.

- Controllati. È stata carina a invitarci a bere un caffè.

- Ha quel maledetto vizio di toccare tutto con quelle orrende mani... - si disperò lui.

- Devo darti ragione... è davvero maleducata. E ha brutte mani. Ma mi sto ripetendo, e anche tu.

- Come avrà fatto una così ad entrare in società...

- Con lo stesso biglietto da visita che usiamo io e te, mio caro. Il denaro. È quello che apre le porte a chiunque ne abbia abbastanza. Me l'hai insegnato tu.

- Ha l'aspetto di chi non ha lavorato un solo giorno della sua vita! La detesto anche solo per questo.

- Hai ragione – convenne Kuniko abbandonando con delicatezza le posate sul piatto – Io e te invece siamo di tutt'altra pasta.

Il tono ironico non sfuggì a Masashi.

- Certo che lo siamo. Te l'ho detto un milione di volte. Siamo molto più meritevoli noi di tutti questi...

L'uomo aveva abbracciato con gli occhi l'ampia e ricca sala del ristorante, i tavoli occupati da coppie bisbiglianti o piccoli gruppi, tutti clienti dell'albergo. Gente ricca, altolocata, potente e blasonata, spesso tutte queste cose insieme. Ma riportato lo sguardo sulla sua compagna si era bruscamente interrotto. Kuniko sapeva comunicare il suo disappunto in modo molto efficace anche senza parole. Quel dolce volto, agli occhi di lui bello da far male al cuore, sapientemente truccato e illuminato dagli occhi cupi in quel momento era freddo e severo.

Quell'espressione dura, provocato lo stallo emotivo tra i due si sciolse un attimo dopo.

- Detesto darti ragione troppe volte di fila, ma quando è giusto... è giusto.

Accompagnò quelle parole con un misuratissimo cenno di saluto. Masashi intuì e si voltò: quella cafona di Hoshi Nakano non sapeva proprio stare al suo posto. Non paga di aver interrotto il loro pranzo con un biglietto di invito, aveva ora la faccia tosta di presentarsi di persona a sollecitarli. Se ne stava in piedi all'ingresso del ristorante vestita da turista squattrinata con braghette, sandali e canottiera sgargianti. Imbarazzante. L'unico segno distintivo era una costosissima rivista di carta patinata che aveva arrotolato con noncuranza e negligenza e che ora stava sventolando in aria sorridendo giuliva, incurante di rendersi ridicola agli occhi di tutti.


- Sei paranoico.

- Siamo sempre tornati indietro, e mai a mani vuote. Ti dico che questa storia puzza.

Sull'ascensore di servizio che stava calandosi nelle viscere dell'albergo Kuniko si lasciò andare a un sospiro rassegnato.

- Ammetto che ci sono alcune coincidenze, ma...

- Io non credo alle coincidenze. Proprio oggi quella scema salta fuori con il suo uomo e la sua “idea fantastica”.

Dopo il pranzo l'altissima Hoshi Nakano aveva insistito per averli ospiti per un caffè espresso. Avevano subito la presenza ingombrante della donna per pura cortesia e poiché desideravano mantenere un profilo molto basso. Chiacchierare del più e del meno era facile per Kuniko, meno per Masashi e alla fine la logorrea incontenibile della loro conterranea bionda aveva finito col prevalere. Tra ondate di parole inutili era saltato fuori che quel giorno l'insopportabile Hoshi sarebbe stata raggiunta dal marito o compagno che fosse. Un uomo di cui stranamente aveva detto poco o nulla nei giorni precedenti, un'incognita del tutto nuova da calcolare. Come se non bastasse Hoshi col suo fastidioso fare da oca sempre contenta aveva proposto loro di visitare l'esposizione di gioielli che sarebbe stata inaugurata il giorno successivo nel lussuosissimo albergo adiacente a quello in cui erano ospitati. Questo perché ardeva dal desiderio di ammirare la famosissima corona di Ardat Lili, un gioiello unico al mondo. Era stata sparsa la voce che il diadema ospitava incastonate in fasce di oro e platino autentiche pietre preziose terrestri senza pari: su tutte troneggiava un rubino di dimensioni e purezza straordinarie, che dava il nome a tutto il gioiello. Tutto questo proprio il giorno stesso.

- Neutralizziamoli.

- Mi stupisco di te. Non potremmo fare di peggio, direi. Chiunque sarebbe pronto a metterci in relazione con quei due. E ti ricordo che non sappiamo proprio nulla di quel gaijin che la scema ha sicuramente irretito col denaro. O per denaro.

Kuniko tacque per qualche secondo. Masashi aveva ragione. Doveva stare più attenta: abituata alla paranoia del compagno iperprotettivo, rischiava di abbassare la guardia.

- Quindi cosa suggerisci? - si arrese, fiduciosa nella maggiore esperienza di lui.

- Anzitutto dobbiamo cercare tutte le informazioni possibili su questo Eric Valdemort. Se non è una minaccia non faremo proprio nulla. Se invece anche uno solo dei due rappresentasse un pericolo, e secondo me Hoshi Nakano lo è, non potremmo agire indirettamente. È troppo tardi per chiedere aiuto a un professionista serio e l'intervento di un dilettante equivarrebbe a improvvisare noi qualcosa. Sarebbe disastroso. O un diversivo, o nulla.

- Anche un diversivo sarebbe pericoloso.

- Certo – convenne Masashi proprio mentre le porte del trascurato montacarichi si aprivano su un ampio locale male illuminato – dovremo studiarlo bene. Dovranno sembrare tutti eventi scollegati tra loro. Casuali.

- Non sarà facile.

- Nulla è facile di ciò che facciamo. Eppure abbiamo sempre avuto successo.

- Finora – aggiunse Kuniko camminando lieve al suo fianco.

- Finora – ribadì lui dopo una pausa significativa – Ti risparmio la lezioncina, la conosci già. Ora controlliamo l'attrezzatura, da cima a fondo...

- Due volte – sospirò Kuniko. Quella era la parte che avrebbe volentieri delegato a Masashi, pignolo ed esperto.

- Tutte le volte che serve – corresse lui, addentrandosi nella penombra di sagome geometriche accatastate le une sulle altre.

Pagine: «« « ... 8 9 10 11 12 »

JobOk Magazine

Partnership